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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > 63a Mostra: Lido di Venezia 30 agosto 2006 ROUND TABLE & DINTORNI: The Black Dahlia per la regia di BRIAN DE PALMA

    L'INTERVISTA

    63a Mostra: Lido di Venezia 30 agosto 2006 ROUND TABLE & DINTORNI: The Black Dahlia per la regia di BRIAN DE PALMA

    30/08/2006 - AARON ECKHART, SCARLETT JOHANSSON

    Ha trovato difficoltà con il suo ruolo? Ha letto il libro per ispirarsi?

    A. ECKHART: “Ho letto il libro solo dopo che mi hanno affidato il ruolo… ed è molto colorato, scritto benissimo. Serve sempre moltissimo ad un attore leggere il libro da cui è tratto un film perché trova tanto materiale riguardo al personaggio che deve interpretare che magari non è trascritto nella sceneggiatura ”.

    Lei, Scarlett, che vive per lo più a New York, subisce il fascino di questi misteri che aleggiano comunque nella vecchia Hollywood a Los Angeles?

    SCARLETT JOHANSSON: “Attualmente Los Angeles è parecchio cambiata, soprattutto ad esempio rispetto al periodo che viene rappresentato nel film. Comunque la sua storia passata, nella quale poi è calata la storia della Black Dahlia, è una cosa che mi ha sempre molto interessata e che mi ha sempre attratta molto. Il periodo nel quale è ambientata la storia del film è un qualcosa che mi ha sempre affascinato sia a livello di storie filmiche che giravano all’epoca, sia a livello degli eroi, dei personaggi e degli attori, dell’atmosfera che si respirava. Adesso, devo essere sincera, Los Angeles è una sorta di cimitero di tutto questo. E’ così diversa! Certo, ci sono dei luoghi belli, le case e i ristoranti della vecchia Hollywood, però gran parte di questi posti sono ormai chiusi ed è come se, in qualche modo, gli Americani non comprendessero il valore da dare alla loro storia, anche se si tratta di storia recente, di cinema…”.

    Il suo è un personaggio istintivo, immediato. Cosa rispecchia della sua personalità?

    A. ECKHART: “E’ un pò quell’aspetto del personaggio per cui ‘il cuore prevale sulla mente’. Questo è l’aspetto in cui mi posso ritrovare, in alcuni spunti. Quei momenti in cui si cerca di pensare con la mente e diventano il cuore. Lui (il mio personaggio) è un animale istintivo, pensa come un animale, e per questo motivo viene facilmente ferito… Ma questo aspetto della sua personalità è anche quello che lo redime agli occhi di noi tutti, perché è vero che agisce in modo animalesco e istintivo, ma lui vuole veramente bene a Kay (il personaggio di Scarlett Johansson), si appassiona veramente al caso, soltanto che perde il controllo”.

    Qual è stata la cosa più difficile per Scarlett in questo ruolo?

    SCARLETT JOHANSSON: “Penso di aver trovato gran parte delle risposte inerenti al mio personaggio proprio attraverso la lettura del libro originale. Devo dire che in effetti per me, molto rivelatore circa il mio personaggio, ciò che mi ha aiutata molto a calarmi nel mio personaggio, è stata la riflessione che nel libro Bucky (il personaggio di Josh Hartnett) dà di lei. Ed è una riflessione molto approfondita, perché è quella di una persona, di un uomo, che la vede dall’esterno. Ecco, questo è stato un elemento rivelatore che mi ha davvero aiutata a calarmi nel personaggio. Quindi direi che non ci sono state difficoltà. Certo, è una costante, ogni qual volta si fa un film, cercare sempre di capire a che punto si è dell’interpretazione del personaggio e della storia del personaggio… Il mio è uno di quei personaggi con moltissimi segreti, ci sono delle motivazioni molto forti che non emergono fin dall’inizio, si trattava di mantenere un certo grado di continuità tra quelle motivazioni profonde e ciò che non può essere mostrato all’esterno fin dall’inizio. Forse è stata questa la sfida maggiore”.

    Lei che è una ragazza giovane e moderna, interpretare questa femme fatale, che si inserisce nel bel mezzo del rapporto di amicizia di due uomini, entrambi attratti da lei, non l’ha spaventata per niente?

    SCARLETT JOHANSSON: “(Kay) E’ sempre stata in mezzo, ma mai fra la loro l’amicizia. Non l’ho mai vista come una ‘femme fatale’ perché in effetti lei non cerca di rubare l’uomo a nessuno, non sta cercando di spezzare o rovinare la vita di nessuno… Con Lee, il personaggio di Aaron (Eckhart) non c’è sesso, non c’è attrazione, c’è un qualcosa di molto molto familiare… Siamo (io e Aaron coi nostri personaggi) entrambi due forti co-dipendenti, entrambi dipendiamo l’uno dall’altro, ma per motivi che esulano dal sesso, dall’attrazione e dall’amore,
    mentre nel rapporto con Bucky (il personaggio di J. Hartnett) c’è il classico rapporto uomo-donna di amore, di passione e anche di sesso
    ”.

    BRIAN DE PALMA:

    Come ha scelto Mia Kirshner per interpretare la Black Dahlia ?

    B. DE PALMA: “In realtà Mia aveva fatto un provino per il ruolo che poi invece è stato interpretato da Hilary Swank. Io ero sicuro che sarebbe andata bene, che sarebbe stata perfetta per questo ruolo, però c’è stata tutta una serie di problemi di finanziamento, e Hilary Swank ha preso il ruolo che poi ha interpretato. A quel punto siccome volevo che Mia (Kirshner) ci fosse nel film, le ho chiesto se poteva prendere in considerazione l’ipotesi di interpretare la Black Dahlia. L’ho raggiunta e le ho fatto avere questo messaggio mentre lei era in un posto sperduto, remoto della Cambogia perciò, con il telefono che funzionava malissimo, quando ho ricevuto il suo messaggio sembrava una specie di allucinazione…”.

    Quanto deve all’eredità dei vecchi film noir Hollywoodiani?

    B. DE PALMA: “Diciamo che all’epoca i noir erano film che venivano fuori dal sistema di produzione degli Studios, anche perché erano i film più economici da realizzare e anche l’illuminazione era fatta in quella maniera proprio perché si risparmiava. Al giorno d’oggi queste cose non si producono più e oltretutto, all’epoca, per questo genere di film era possibile avere il top degli attori, in quanto erano tutti sotto contratto, ad esempio con la Paramount, e quindi era possibile avere tutti questi grandi attori che recitavano l’uno al fianco dell’altro. Oggi questo non è più possibile perché essendo così costosi, se riesci a permettertene un paio è già notevole, tre o quattro non ce la fai ad averli. E noi in questo film siamo stati estremamente fortunati perché abbiamo messo insieme un cast eccezionale che è rimasto sempre coinvolto nel film e ha comunque partecipato anche se per ben due volte ci sono stati problemi di finanziamento tanto che sembrava che il film non si potesse realizzare. E’ stato proprio il credere in questo film a consentirne la realizzazione”.

    Quali film polizieschi degli anni Cinquanta l’hanno particolarmente colpita durante la sua vita?

    B. DE PALMA: “Diciamo almeno un paio di pellicole tipo Double Identity e Il postino suona sempre due volte. In realtà perché i noir sono così affascinanti? Perché i personaggi, in un certo senso, sembrano comunque destinati ad un qualcosa di negativo, cosa che però purtroppo oggi nei film noir si vede molto poco: malgrado abbiamo questi personaggi che hanno un antefatto, una backstory, magari anche complessa, li vedi d’altra parte dirigersi direttamente verso il fondo, cioè hanno questa propensione lineare ad andare verso il fondo, verso la caduta. Mentre invece nei personaggi di James Ellroy (dal cui testo è stato tratto il film) quello che mi colpisce è che l’unico personaggio veramente onesto è quello rappresentato da Mia (Kirshner). E’ l’unica che si distingue da tutti gli altri, perché sono tutti disonesti e bugiardi: Kay (Scarlett J.) mente, Lee (Aaron E.) mente, Bucky (Josh H.) mente. Sono comunque tutte persone che sono scese al compromesso, che imbrogliano, quindi quando cerchi di risolvere un mistero questa è la difficoltà in cui ti imbatti. Ed è anche poi quello che fanno costantemente i poliziotti, perché in realtà si trovano continuamente di fronte a dei bugiardi. Quindi il personaggio di Mia finisce per essere l’unico onesto e quindi quello che si staglia rispetto agli altri“.

    Come mai il film non è stato girato in Italia?

    B. DE PALMA: “Questo è successo perché è venuta a mancare una parte dei finanziamenti, e comunque io ho lavorato per circa un paio di mesi con Dante Ferretti per tutto il design, quindi tutta la struttura scenografica del film è stata realizzata qui. Poi però ci siamo dovuti trasferire a Sophia, semplicemente per un problema economico. In effetti c’è ad esempio tutta la parte, quella a Sud del confine, che non abbiamo potuto girare, abbiamo dovuto modificarla proprio perché non c’era modo di costruire quella location, quegli ambienti in Bulgaria. Ed è questa la ragione per cui l’uccisione di Aaron avviene nell’edificio del gangster nel centro di Los Angeles e non come nel libro

    Il film è un classico. Sembra quasi girato negli anni Settanta. E’ un film sugli anni Quaranta che dà l’impressione di essere girato negli anni Settanta. E’ questa la strada? Un ritorno al passato anche da un punto di vista cinematografico?

    B. DE PALMA: “Io ho uno stile molto rigoroso di rappresentazione visiva e sono andato a fare i sopralluoghi per la scelta delle locations in tre Paesi diversi… Ho fatto il mio compito a casa in maniera molto accorta e molto attenta perché ho un mio modo stilizzato di rappresentare e sapevo esattamente come volevo rendere il tutto. In realtà le location le avevo trovate sia a Berlino che a Roma, ma poi ho dovuto ricostruire e rifare tutto a Sophia per i problemi che sapete. Ci ho lavorato per tre anni al film e volevo che venisse esattamente così”.

    JAMES ELLROY:

    Conserverà l’ossessione per questa storia della ‘Black Dahlia’ anche per il futuro, o chiuderà pagina e non ne parlerà mai più?

    J. ELLROY: “La mia vita e quella di Elizabeth Short sicuramente hanno avuto dei punti in comune da cui deriva la mia ossessione per lei, però ciò non significa che rimanga su questo registro in eterno. Innanzitutto il libro della ‘Black Dahlia’ l’ho scritto vent’anni fa. E ad ogni modo non è che tutte le mattine mi svegli con l’ossessione di Elizabeth Short e di mia madre che ha subito la stessa tragica sorte, con l’idea dell’omicidio irrisolto, io continuo comunque la mia vita. Ci sono poi tante donne vere, in carne ed ossa, sulle quali ci si può ossessionare, e se sei veramente fortunato e giochi bene le tue carte, a volte te le puoi portare a letto”.

    E’ soddisfatto del film?

    J. ELLROY: “Sicuramente i personaggi non sono delle persone sincere, nel senso della trasparenza, però sono sicuramente persone generose e che agiscono in base a dei principi. Tutti e tre i personaggi principali di questo libro hanno delle linee di comportamento che seguono. E devo dire che io odio i sotterfugi, le cose sporche nella mia vita reale. Non sono un idealista e credo di aver dato il meglio di me in questo libro: mi sono rivelato per quello che sono, mi sono aperto, come non ho mai fatto prima. Spero che con il mio nuovo libro, quello che sto scrivendo adesso, riuscirò, dopo vent’anni, ad esprimere lo stesso livello di sincerità e di apertura che ho avuto con ‘The Black Dahlia’… E’ il terzo volume della mia trilogia sull’America, (il primo era ‘Sei pezzi da mille’) ed è ambientato in America nel periodo ’68-’72, ed è un volume molto molto ricco…”.

    Quando lei ha visto per la prima volta questo film, ha ritrovato il fascino, le atmosfere della Hollywood che percorreva a piedi e che c’era ancora quando viveva con suo padre? Ha ritrovato la verità di quel mondo pieno di misteri?

    J. ELLROY: “Non poteva essere esattamente la mia Los Angeles perché comunque, sia il libro che il film, ricreano un’ambientazione del ’47, quindi non poteva essere la mia perché io sono nato comunque dopo e non l’ho vissuta in quell’epoca di riferimento. C’è uno scarto di 10 anni e le città così come la loro atmosfera cambiano. Per prima cosa non coincideva esattamente con la mia giovinezza, in seconda istanza sappiamo che il film è stato girato su una ricostruzione di Los Angeles in Bulgaria. Quella che noi vediamo è dunque l’idea che Brian De Palma ha voluto per ricreare questa Los Angeles… E’ una Los Angeles reale, esatamente come era nel ’47? Questo no. Non si tratta di una ricostruzione fedele, storica, di come poteva essere la città esattamente. Però ci dà un’immagine plausibile? Secondo me si, perché ci porta comunque in quell’atmosfera anche se non è fedele a quella che poteva essere la città in quel periodo”.

    Come mai non ha curato lei la sceneggiatura e come mai in generale non cura le sceneggiature’?

    J. ELLROY: “Non me l’hanno chiesto, e comunque quando il libro è stato opzionato io comunque non avevo ancora mai lavorato come sceneggiatore. Adesso invece si, lavoro anche come sceneggiatore, infatti ho lavorato nell’adattamento della sceneggiatura del mio quarto libro della trilogia di Los Angeles… però il film non è ancora stato realizzato”.

    Di tutti i film tratti dai suoi romanzi, qual è la classifica?

    J. ELLROY: “Ci sono alcuni dei miei romanzi minori da cui sono stati tratti dei film, ma non di grosso impatto o di particolare importanza. Diciamo che il primo film realmente importante è L. A. Confidential e questo The Black Dahlia è il secondo film di una certa importanza…”.

    Nei documenti che ha pubblicato recentemente il “Los Angeles Times” c’è scritto che 400 persone si autoproclamarono colpevoli dell’uccisione di Dahlia. Proprio recentemente in America c’è stato il caso di un uomo che si è proclamato colpevole dell’uccisione della ragazzina. Che cosa porta, secondo lei che è ‘maestro di ossessioni’, la psicologia americana ad autoproclamarsi colpevoli di omicidi così plateali, che ci sono ogni giorno…? Due mesi fa a Los Angeles hanno ammazzato una ragazza a Muholland Drive esattamente come Black Dahlia e subito sono saltati fuori quattro presunti assassini…

    J. ELLROY: “Sicuramente c’è una grossa influenza della nostra cultura dei media, perché sembra quasi che l’importante sia apparire. E quindi anche in questi tempi così macabri e sicuramente non piacevoli, sei comunque parte di un grande evento, anche se hai la gloria per un giorno. Se si pensa ad un omicidio di questa levatura, sei protagonista anche se solo per un breve istante. E’ in un certo senso intrinseca una forma di pubblicità in una vita che è completamente scoppiata, che non ha senso. Io non so chi ha ucciso realmente Elizabeth Short (Black Dahlia). Sono uscite tantissime versioni e diverse tesi in proposito. A me non interessa. Sicuramente non c’è una minaccia da parte di questa persona in questo momento né per le donne italiane né per le donne americane, perché sicuramente è una persona che non farà più del male, però non ho mai voluto veramente sapere chi fosse il mostro che ha ucciso in un modo così terribile questa ragazza. Credo che questo non sia importante”.

    Perché negli anni i film noir sono sempre rimasti così amati? E lo stesso vale per i libri dello stesso genere, sempre di grande successo.

    J. ELLROY: “Perchè con il noir si descrive una situazione, una città, una cosa, isolate in un certo tempo, in un certo periodo, in un modo che penso sia apparentemente calmo. Si entra nell’atmosfera di quegli anni, ti estranei dalla realtà e al contempo però puoi raccontare temi che hanno una certa influenza anche dal punto di vista sociale. E’ un modo in cui puoi esprimere la passione, l’ossessione, e i personaggi possono apparire molto placidi, rilassati, innocenti, descritti però nel loro tempo. Quindi è anche un modo per spiegare l’ambiente e il mondo che li circonda. E questa è una cosa che attrae da sempre molto il pubblico sia dei lettori che di coloro che vanno al cinema".

    E’ a conoscenza di altri film che verranno tratti prossimamente da suoi libri?

    J. ELLROY: “I miei libri sono stati tutti opzionati. Però è molto molto difficile che un libro pur opzionato si trasformi poi in un film. Io mi ritengo molto molto fortunato che due dei miei libri si siano trasformati in film. Però è veramente un caso. E’ come dire, il primo bacio dopo il Cinquantesimo Anniversario di una coppia: una cosa proprio molto molto rara”.


    JOSH HARTNETT:

    Un ruolo meraviglioso che affonda le radici nel noir, come del resto anche altri suoi ruoli. Come è nata la passione per questo genere?

    J. HARTNETT: “Anche 'Sin City' e 'Wicher Park' erano film noir. Non so che cosa sia esattamente che mi attrae verso questo tipo di film, forse il fatto che la natura umana sia più complessa o il fatto che questi personaggi non proiettino chi sono davvero, o semplicemente il fatto che sono dei temi più dark. Ed è stata questa per me la sfida e anche l’interesse”.

    Nel film lei interpreta un personaggio che in qualche modo combatte per salvaguardare i suoi valori, anche se poi cede alla fine. Sembra quasi che questa lotta alla difesa dei valori sia un po’ superata e che in un certo senso questi personaggi siano, come dire, fuori moda.

    J. HARTNETT: “I valori che il mio personaggio qui in realtà difende sono la lealtà e anche poi questa sua incapacità di essere comprato. Però poi la moralità che emerge è una moralità molto specifica. In altre parole lui ha come creato un’etica per se stesso che è basata su alcune cose che ha fatto in passato e che non riesce a risolvere, non riesce ad uscire da questi problemi che si riaffacciano dal suo passato. E un’altra cosa che vorrei dire è che questa moralità dei personaggi è in un certo senso una moralità a volte confusa: sono tutti poggiati su un terreno di etica un po’ vacillante”.

    Verrebbe da dire come l’America oggi!

    J. HARTNETT: “E’ esattamente quello che accade nel mondo e ogni giorno”.

    Qual è il suo prossimo progetto filmico?

    J. HARTNETT: “E’ ’Thirsty Days of Night’ per la regia di David Slade, un western girato in Alaska nel punto più a Nord… con un cast corale. In realtà poi non è un western nel senso tradizionale, bensì piuttosto un thriller”.

    Non ha mai voluto vivere ad Hollywood, ma ne subisce ugualmente il fascino?

    J. HARTNETT: “Non subisco il fascino di Hollywood, quanto del mondo dei film in assoluto. Di Hollywood in particolare non mi piace l’infrastruttura, cioè non è quello che mi attira. Quello che in realtà mi affascina sono i film in generale, che possono essere film di qualunque Paese, che sia Hong Kong o l’Italia o la Francia o la Gran Bretagna”.

    Dopo aver recitato con grandi registi (…), tra cui Brian De Palma, con quale altro grande regista vorrebbe lavorare?

    J. HARTNETT: “Ce ne sono così tanti di registi bravi e anche tra i nuovi. Sono molto affascinato dal nuovo modo di raccontare le storie. Ad esempio lo stile di Sofia Coppola lo trovo particolarmente interessante. Mi piacerebbe lavorare di nuovo con lei. E comunque nel novero dei nuovi registi - anche se mi piacciono moltissimo anche i classici, e in tal senso penso che Brian De Palma sia uno dei più bravi al mondo - sicuramente mi piacerebbe lavorare con molti di loro: ce ne sono almeno trenta con cui vorrei lavorare…”.

    La scena dell’incontro di boxe è realistica in senso cinematografico. Però si ha come l’impressione che avevate preso gusto a dare un po’ di pugni.

    J. HARTNETT: “Io ho passato veramente sette mesi ad allenarmi in palestra. Ho fatto sicuramente molto di più di quanto non mi servisse per il film. Non era necessario tutto quell’allenamento. E mi è piaciuta moltissimo proprio l’arte della boxe, e anche poi conoscerla bene, perché faceva parte della cultura che è alla base del film. E ho passato quattro ore al giorno per sette mesi ad allenarmi. Quando ho iniziato in realtà non riuscivo quasi ad arrivare a metà round, e invece alla fine degli allenamenti ero così allenato che riuscivo ad arrivare fino al settimo. Tenete presente che nella vita reale c’è un minuto di pausa tra un round e l’altro mentre in allenamento avevamo soltanto mezzo minuto. E posso dirvi che ero all’apice della mia forma fisica e che non sarò mai più così tanto in forma”.

    Anche perché il cibo in Bulgaria sicuramente non sarà stato buonissimo!

    J. HARTNETT: “No, in realtà ho mangiato veramente molto molto bene. Forse perché ho trovato i posti giusti in cui andare… sicuramente non è lo stesso cibo dell’Italia e di Venezia… Addirittura ho iniziato a mangiare la carne lì, perché sono stato vegetariano per lunghissimo tempo, ma dal momento che mi allenavo tantissimo, non potevo arrivare a fine giornata e non mangiare della carne, altrimenti sarei deceduto”.

    E ora? Non è più vegetariano?

    J. HARTNETT: “Non sono più vegetariano, ormai mangio carne da quattordici mesi e non posso più tornare indietro”.

    A parte tutto, il rapporto con (Aaron) Eckhart come è stato sul set?

    J. HARTNETT: “Conflittuale. No, scherzi a parte, andavamo abbastanza daccordo tranne quando mi colpiva…”.

    Quindi è successo che ha colpito duro?

    J. HARTNETT: “Si, ci siamo colpiti un paio di volte. E’ difficile tenere sempre tutto sotto controllo…”.


    (A cura di PATRIZIA FERRETTI)


     
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