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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > 62° Mostra: Lido di Venezia, 1° settembre 2005 ROUND TABLE & DINTORNI: All The Invisible Children

    L'INTERVISTA

    62° Mostra: Lido di Venezia, 1° settembre 2005 ROUND TABLE & DINTORNI: All The Invisible Children

    01/07/2006 - Regia multipla di MEDHI CHAREF, EMIR KUSTURICA, SPIKE LEE, KATIA LUND, JORDAN SCOTT e RIDLEY SCOTT, STEFANO VENERUSO, JOHN WOO. Produttore MARIA GRAZIA CUCINOTTA

    JOHN WOO (Song Song & Little Cat)

    Perché ha scelto questa storia così personale, così cinese, così orientale, dopo le grandi esperienze ad Hollywood? Perché ha scelto dei bambini del suo Paese?

    J. WOO: “Mi sono reso conto di quanti problemi devono affronatare in Cina, in quanto la società è cambiata in modo rapido e così notevole che alcune persone sono diventate velocemente molto ricche mentre altre sono rimaste molto povere. Questa differenza crea una grossissima disparità non soltanto a livello sociale ma anche a livello emotivo, emozionale in questi bambini di cui poi non si sa nulla: spesso i genitori sono così poveri che sono costretti a dar via i loro bambini, a metterli a lavorare molto presto. Cis sono delle situazioni di cui non si sente parlare perché avvengono principalmente nelle zone più povere del Paese, quindi quelle che non sono raggiunte dall’informazione, e credo che invece siano delle cose che vadano assolutamente dette perché soprattutto per quel che riguarda le bambine, le femminucce, la situazione è veramente molto molto triste. Bisogna richiamare l’attenzione della comunità su questo problema. La cosa di questi bambini poveri dal punto di vista sociale è che la loro sofferenza viene vissuta e accettata da una parte, la condizione è vissuta con un’enorme forza morale, con grande dignità e grande orgoglio. Io ho parlato con molte di queste ragazzine, bambine che addirittura non hanno neanche casa e nessuna di loro si lamenta. Non piangono mai queste bambine, è come se per loro fosse una cosa normale essere povere, magari andare a raccogliere l’immondizia, andare a cercare nell’immondizia qualcosa da mangiare per le loro famiglie. Hanno sempre questo spirito di grande speranza. Mi ricordo di una scena che dovevamo girare, avevamo questo gruppo di ragazzine che appunto si muovono per strada e vivono per strada, dovevano fare le prove per piangere rispetto ad una certa situazione, e loro ci hanno chiesto ‘ma come si fa?, perché non lo sappiamo’. Questo mi ha dato lo spunto per dare delle connotazioni particolari al personaggio della bambina povera e quindi in questo senso abbiamo aggiunto un po’ di elementi a questo personaggio: una ragazza proprio di quel tipo, di quelle che vivono nelle strade dei paesi poveri della Cina, molto molto forte. E poi avendo parlato nella realizzazione del corto con tante persone in Cina, mi sono reso conto che il cambiamento è stato davvero enorme, ma in tutti aleggia una grande fiducia e una grande speranza per il futuro, per cui mi è piaciuto inserire alla fine del film questo messaggio positivo che nonostante quello che c’è, nonostante quello che può avvenire, queste persone vogliono, e sanno anche essere felici. Quello che mi ha colpito, soprattutto nei villaggi più poveri, le famiglie che vivono ancora in maniera tradizionale, preferiscono avere soltanto figli maschi e spesso danno via in vario modo le bambine, e quindi l’altro messaggio che volevo uscisse o permeasse il film è di speranza: speriamo, spero io e tutti quanti noi - so che pure il Governo Cinese si sta cercando di prendere provvedimenti in questo senso - che questa cosa si possa ovviare in breve tempo. Cioè che anche tradizionalmente, i genitori imparino ad apprezzare quello che hanno e ad amare queste bambine che loro hanno. Devo dire che comunque questi fenomeni del trattamento di rango inferiore alle bambine non sono tipici soltanto della cina ma si possono ritrovare anche in alcune zone dell’India e in parecchi Paesi del Terzo Mondo. Quindi mentre realizzavo questo film, mi rendevo conto che stavo facendo qualcosa che andava oltre i confini della Cina e oltre i confini della storia di due bambine, nel senso che è un qualcosa di internazionale che può essere ritrovato in vari posti, e questo dal punto di vista sociale, ma dal punto di vista personale il mio background emozionale nel realizzare questo film è stato tener presente sempre le mie due figlie perché, certo non stanno nella situazione in cui stanno le altre bambine, però molto spesso io non ci sono… - e mi sono impersonato negli agli altri genitori in genere, magari pensano ad altro, hanno altre cose da fare - loro (le bambine) magari si sentono abbandonate, hanno dei problemi di cui non sanno con chi parlare, spesso litigano fra di loro, non vanno d’accordo per vari motivi, e quindi pensavo a loro, alla loro situazione, a quello che potevano provare e pensare e nel fare il film mi sono riferito molto a come vedo agire e reagire, auspicando allo stesso tempo una maggiore unità della nostra famiglia, ma anche una maggiore amicizia tra loro due man mano che crescono. E devo dire poi che rispetto al progetto in generale e al modo con cui le persone hanno reagito a questo mio film, con delle buone emozioni, buoni sentimenti, devo dire che il messaggio che volevo uscisse fuori alla fine è che le lacrime sono molto più potenti dei cannoni e che l’amore reciproco è una cosa essenziale”.

    Lei come regista è abituato a molti film d’azione, questo film è dedicato al lavoro di due agenzie delle Nazioni Unite, PAM e UNICEF, in che modo questo ssostegno ha influenzato il suo modo di fare regia e di creare una storia abbastanza diversa dal solito per lei

    J. WOO: “E’ tutta la vita che volevo fare un film tipo 'Ladri di biciclette'…

    (SEGUE)



    (A cura di PATRIZIA FERRETTI)


     
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