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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > OLIVER TWIST di ROMAN POLANSKI - PRESS CONFERENCE: 20 OTTOBRE 2005 - ROMA, Cinema Warner Moderno

    L'INTERVISTA

    OLIVER TWIST di ROMAN POLANSKI - PRESS CONFERENCE: 20 OTTOBRE 2005 - ROMA, Cinema Warner Moderno

    28/10/2005 - Il regista ROMAN POLANSKI presenta alla stampa OLIVER TWIST:

    Tra i co-protagonisti del film spicca la luce, intesa come visione soggettiva del personaggio principale di Oliver Twist, variabile a seconda del suo umore e delle sue aspettative: deluse (inquadrature buie), aperte a qualche speranza (giornate solari).

    Roman Polanski: “Certamente, però questo vale per qualsiasi film io faccia. In realtà la luce è sempre espressione di quello che è lo stato d’animo necessario o comunque presente in una determinata scena. Queste sono cose che vanno da sé, non hanno bisogno di discuterne con il direttore della fotografia se questi è sufficientemente intelligente e sensibile da saperle gestire da solo, senza necessità di indicazioni”.

    In questa reinterpretazione dell’Oliver Twist dickensiano, resta un timbro molto classico, dov’è Roman Polanski?

    Roman Polanski: “In realtà volevo realizzare un film che fosse per un pubblico giovane, e per giovane intendo dai 9 ai 99 anni. Però non volevo cadere nella trappola di fare un film come quelli che vengono abitualmente offerti ai giovani. Volevo realizzare un film che non contenesse esplosioni o spade laser, che non avesse tanti effetti speciali o anche effetti sonori speciali. Volevo dare loro un qualcosa che li facesse pensare e che un pochino anche, potesse fare appello al loro cuore. Ovviamente è estremamente difficile oggigiorno fare questo tipo di film. Io quindi ho scelto un classico a cui mi sono attenuto alla lettera, non ho voluto trasformarlo ambientandolo ai tempi moderni, all’era contemporanea, non ho utilizzato dunque costumi contemporanei, non ho aggiunto sesso, scene di masturbazione, non ho messo nessuno nudo a camminare per strada, ho fatto semplicemente un adattamento lineare di quello che era il classico dickensiano. Quindi, se andate alla ricerca del cambiamento, della cosa diversa in questo film, state guardando e cercando la persona sbagliata. Voi potete anche pensare che io in questo caso stia un po’ combattendo una battaglia contro i mulini a vento, considerato quello che oggigiorno viene propinato ai ragazzi al cinema. In questo modo però, con quello che viene dato loro, il loro gusto per il cinema, e non solo per il cinema, ma anche per l’arte, viene distorto, viene rovinato. Ho seguito con interesse un programma in televisione in cui si diceva che anche in Italia i bambini cominciano ad essere affetti da obesità. E ho sentito che qui (a Roma) c’è un istituto che li aiuta a perdere peso e mi sono persino spaventato all’idea di sentire quale metodo veniva utilizzato. Ciò che invece è stato spiegato è che praticamente a questi bambini viene reinsegnato a degustare, ad assaporare cibi che non erano più abituati a mangiare e quindi non volevano più mangiare. E’ questo tornare lentamente a mangiare di nuovo cibi sani che consente loro di tornare nella condizione di normalità in cui si era quando i bambini italiani non soffrivano di obesità. L’allusione la potete capire”.

    La sceneggiatura declama da parte di chi insegna ai bambini a rubare: “Continua su questa strada e sarai un grande dei nostri tempi”, ovviamente con molta ironia.

    Roman Polanski: “La cosa bella di Dickens è che ogni battuta, ogni rigo del romanzo scritto da lui è carico di ironia… un esempio tra tanti è dato dalla convinzione che Oliver sia impazzito perché gli hanno dato da mangiare troppo manzo e ciò lo renderebbe violento. (Figurarsi! Quello che aveva ricevuto erano solo gli vanzi del cane!). E la presenza di questa capacità della scrittura di Dickens non è solo una prerogativa di ‘Oliver Twist’, ma è presente in tutti i suoi libri. Lui era un cronista dei tribunali e quindi era abituato, aveva ascoltato ore e ore di racconti nel modo di esprimersi tipico della gente più in basso della società quando si rivolgeva ai rappresentanti elettivi, così aveva maturato un fantastico orecchio, una grandissima capacità di applicare ironia e sarcasmo. Fra l’altro questa è l’opera di un giovane scrittore, perché Dickens quando all’epoca scrisse Oliver Twist aveva solo 25 anni”.

    Anche con Oliver Twist, così come si era già verificato con Il pianista, c’è stata identificazione da parte del regista con il personaggio protagonista?

    Roman Polanski: “Un’altra caratteristica peculiare di Dickens era proprio la capacità di mettere insieme questo gruppo di personaggi molto ben vestiti, da renderli spesso divertenti e grotteschi allo stesso tempo. Per questo non è stato facile trovare degli attori che potessero ben interpretare i personaggi, così come li aveva resi Dickens stesso... Ci sono dei grandi momenti sia nel film che nel libro in cui io vivo la correlazione con quelle che sono state le esperienze della mia infanzia. E questo mi ha aiutato anche nel dirigere l’attore, mi ha fatto risentire quei sentimenti, quelle sensazioni che io credo di aver provato all’età di questo ragazzo. Ma questo non sta assolutamente a significare che io abbia fatto il film per questa ragione. Comunque c’è indubbiamente molto di me in ‘Oliver Twist’, anche se più di mezzo secolo dopo”.

    I maestri indicano sempre la strada, come Polanski sembra aver voluto fare in questo caso, attraverso uno spaccato di capitalismo nella Londra del XIX secolo…

    Roman Polanski: “Si tratta di un periodo che mi affascina e che somiglia molto ad alcuni Paesi odierni. Londra all’epoca cresceva ad una velocità, ad un ritmo pazzeschi, in maniera molto simile a quanto stanno vivendo alcune città della Cina oggi. Ci siamo ritrovati dunque a dover affrontare molti degli stessi problemi che ancora sono presenti, come ad esempio questa massiccia immigrazione che dalla campagna di tutta l’Inghilterra arrivava a frotte verso Londra, animata dal desiderio e dalla speranza di trovare un lavoro e condizioni di vita migliori, che purtroppo non trovava e quindi andava a rimpolpare i gruppi di persone senza un tetto, né un lavoro, con tanti figli, così come Gustave Dorè aveva rappresentato nelle incisioni che abbiamo utilizzato nei titoli di testa del film”.

    Guardando alla carriera di Polanski sembra di poter scorgere nella ‘paura’ una passione vera e propria:

    Roman Polanski: “Non posso certo dire di essere affascinato dalla paura, anche se dall’esterno può sembrare così. La paura è semplicemente uno degli elementi che noi cineasti utilizziamo per intrattenere. La mia vera passione è fare film, fare cinema. Questo è un qualcosa che ho sempre voluto fare, che ho fatto e che continuo a fare. Però non è che abbia un progetto intellettuale, tipo ‘quale tratto, quale linea seguire nella storia del cinema’, semplicemente faccio quello che sento di voler fare al momento, non mi pongo mai la domanda ‘cosa dovrei fare’ ma mi chiedo sempre ‘cosa mi sento di fare’”.

    Ci si chiede se Polanski abbia già letto il libro di Dickens su Oliver Twist quando era ragazzo e se rileggendolo da adulto può annotare impressioni diverse:

    Roman Polanski: “In realtà il mio incontro con Dickens non è passato attraverso libri bensì attraverso il film intitolato ‘Grandi speranze’. Da quello poi sono passato a leggere i vari libri di Dickens e tra questi anche ‘Oliver Twist’, che però all’epoca non si è distinto, non mi è saltato agli occhi rispetto agli altri. Devo dire che l’idea di realizzare il film è venuta dopo. Comunque all’epoca mi sono identificato con l’orfano perché avevo appena attraversato un periodo in cui anch’io avevo vissuto in prima persona il totale abbandono. Tuttavia, anche altri libri di Dickens hanno tra i personaggi altri orfani, è una caratteristica abbastanza tipica del suo lavoro. Ho pensato di realizzare un film su ‘Oliver Twist’ dopo aver visto il musical che già lo aveva già preso come soggetto, perché mi pareva un peccato che non esistesse un adattamento semplice, diretto del libro, visto che il musical non solo aveva cambiato l’atmosfera, lo stato d’animo del film, ne aveva anche tratto una storia diversa, l’aveva trasformato in una cosa felice e gioiosa, quando invece Oliver Twist in realtà è una cosa triste, scura, dark”.

    Una peculiarità del personaggio Oliver è questa sua innocenza. Il bambino è capace di passare indenne attraverso tutte le peripezie che dovrà affrontare nella grande città, mantenendosi puro. E’ stato questo il sentimento che l’ha coinvolta particolarmente? Perché l’innocenza e la bontà sono qualità piuttosto rare e sentimenti di cui oggi si parla poco, anzi, sempre meno. Con la sua versione di ‘Oliver Twist’ sembra di vedere un finale nuovo rispetto a quello Dickensiano, all’insegna del perdono:

    Roman Polanski: “Ovviamente abbiamo dovuto tirare fuori da settecento pagine quello che poi abbiamo trasformato nel film. Abbiamo dovuto decidere su cosa concentrarsi ma di sicuro non abbiamo aggiunto alcunchè rispetto al libro di Dickens. Il sottotitolo del libro era “il progresso di un ragazzino di parrocchia” e tutte le sottotrame melodrammatiche del libro non erano necessarie all’interno del film, per cui abbiamo deciso di concentrarci solo su Oliver, di raccontare la sua storia dall’inizio alla fine, e per me la fine nel libro è il momento del perdono, questa forte scena in prigione. E a margine di questo vorrei dirvi di come venivano scritti i libri all’epoca, ossia, a puntate. Quindi lo scrittore, mano a mano che procedeva, deviava, si allontanava, la storia prendeva un po’ altre strade, venivano aggiunti altri personaggi, per cui spesso era poi molto difficile tornare indietro a quello che era stato il fulcro, il cuore della storia. Un film però richiede una costruzione che possa contenere la storia e apportare l’interesse necessario per far sì che la gente abbia emozioni e segua la pellicola. Riguardo all’innocenza del ragazzo, direi che è stata la parte più importante del film, ed è stata anche la ragione per cui ci è voluto molto tempo prima che riuscissimo a trovare il ragazzino in grado di interpretare al meglio il nostro personaggio. Perché noi non volevamo questo volto angelico, volevamo un grande attore che fosse in grado di sembrare reale, la cui innocenza risultasse convincente. E la cosa veramente importante per me era appunto mostrare questa emozione e far vedere che questo ragazzino, nonostante tutte le disavventure subite, resta comunque innocente, perché questa è una cosa insita nella sua natura, per cui non si trasforma in nessun altro, anche se ci sono dei momenti in cui forse questa sarebbe stata la cosa più semplice e più naturale da fare”.

    Qualche punto di contatto tra il vecchio film di Polanski, Tess e queso Oliver Twist?

    Roman Polanski: “In effetti esiste un grande parallelo. I due libri sono stati scritti nello stesso periodo ed entrambi hanno come personaggio centrale della storia la persona innocente che attraversa tutta una serie di peripezie, di tentazioni… dunque, si, questi due personaggi hanno molto in comune”.

    E’ inevitabile scorgere una qualche affinità tra il periodo storico narrato da Dickens nel suo Oliver Twist e quello di oggi. Sembra che la storia non ci abbia insegnato nulla e che non si siano fatti passi avanti. Basta pensare ai Paesi dell’Est e al lavoro minorile, tuttoggi, purtroppo, più vivo e fiorente che mai. Esiste concretamente questo parallelo o è un’impressione, una coincidenza?

    Roman Polanski: “E’ ovvio che c’è un parallelo tra quello che succede a questi bambini nel film o nel libro e quello che succede a milioni di bambini oggigiorno. Non so come renderlo ancora più chiaro…Quando si sceglie un argomento da tracciare nella narrazione di un film, non c’è un solo elemento che ci spinge a farlo. In genere si tratta di una somma di tante altre cose e questo sicuramente è stato un elemento importante. Quando si lavora ad una sceneggiatura, si tratta di un processo che richiede molti mesi e in genere tutti i vari elementi poi si fondono, si mescolano, e questa è una cosa che è venuta fuori nelle conversazioni con lo sceneggiatore con cui tra l’altro avevo già lavorato per Il pianista. Quindi abbiamo spesso parlato a lungo di questi elementi, ma quando fai un film, non è che vai a cercare una cosa che rappresenti magari l’elemento fondamentale, di base. Noi non l’abbiamo scelto come tale, abbiamo solo sfiorato questo argomento, e pur essendo felici di mettere in mostra nel film questo genere di cose, qui non c’è soltanto questo, ci sono molte altri aspetti. Posso senz’altro dire che lo sceneggiatore è una persona estremamente sensibile a questo tipo di problemi, ed è una persona che peraltro ha toccato questi argomenti in numerose sue pieces: ne ha scritte circa diciotto, alcune delle quali sono anche famose e dunque conosciute anche in Italia. Lui è una persona che ha pure una coscienza politica e sociale, quindi ne abbiamo parlato approfonditamente, ma non posso dire che questa sia la ragione specifica per la quale io decido di fare un film o adattare un libro”.

    Qualcuno ha letto tra le righe di quel confronto tra l’epoca dickensiana e la nostra contemporaneità, espresso dal regista Roman Polanski, un velo di amarezza. Gli si chiede allora come viva di fatto questo periodo attuale, questo nostro divenire caotico e quali siano, in buona sostanza, i sentimenti che nutre verso il mondo di oggi:

    Roman Polanski: “Se potessi riassumerlo in una sola frase, potrei dire che è come se avessi vissuto in due mondi diversi, e quello in cui vivo oggi è il secondo. E questo nuovo mondo non è che mi piaccia gran che. Ho grande nostalgia per il passato, e non è una cosa dovuta all’età: comunemente si dice che era tutto più bello quando si era giovani, ma io mi sento giovane”.

    Quanto alla scenografia, si è colpiti da questa Londra tipica del cinema gotico-horror di stampo classico. Il contrasto ideale con la purezza del bambino Oliver?

    Roman Polanski: “Così come per i personaggi cui il libro riserva descrizioni minuziose, addirittura di due, tre pagine, lo stesso vale per gli ambienti: Dickens descrive con meticolosa cura dei particolari le varie zone, la Londra di quel periodo. Più o meno dello stesso periodo letterario, conosco due scrittori che hanno un background abbastanza simile, vale a dire il giornalismo, Dickens e Zola: entrambi descrivono con estrema precisione e interesse i luoghi nei quali si realizzano le scene. Leggendo il libro e lavorando poi alla sceneggiatura, uno vive le scene descritte nel libro. Abbiamo cercato di dare al film questo feeling romantico un po’ dark, senza però renderlo troppo espressionista. Lo scenografo ha capito molto bene questo spirito. Abbiamo anche avuto abbondante materiale di ricerca per la ricostruzione sul set”.

    Avendo dei bambini come protagonisti, viene naturale pensare a qualche aneddoto sul set. E in effetti…

    Roman Polanski: “Una tra le cose più buffe è stata quella di dover insegnare loro a borseggiare le persone, per ovvie esigenze di copione. Dopo qualche settimana eravamo disperati perché non si trovava più nulla, ci spariva tutto dalle tasche. E’ stato comunque estremamente piacevole lavorare con loro, dei veri professionisti sul set. E questo mi spaventava anche un po’ perché non mi piacciono troppo i bambini prodigio”.

    Oliver Twist si direbbe un film dalle due anime in cui il male e il bene non solo si confrontano, ma talvolta convivono, ad esempio nel personaggio di Fagin interpretato da Ben Kingsley:

    Roman Polanski: “La parola ebreo non viene mai utilizzata nella seconda edizione del libro di Dickens perchè Dickens era stato criticato per la sua posizione antisemita. Fagin rimane un ebreo, nell’aspetto fisico, nel suo modo di parlare, reagisce come un ebreo… Per quello che riguarda l’umanità di questo personaggio, l’attore che lo interpreta va sempre a cercare i lati positivi perché anche il cattivo pensa di fare qualcosa di buono. L’attore cerca sempre di giustificare le azioni del personaggio che interpreta e Ben Kingsley con Fagin si è portato un po’ più in là e io gliel’ho lasciato fare. Questo conferisce al film quello che altri adattamenti non fanno… Fagin dà ai bambini che raccoglie da mangiare, un letto, altrimenti morirebbero sotto i ponti. Quindi alla fine Fagin è un mostro ma anche con un po’ di cuore”.

    Se non c’è un programma intellettuale nel fare cinema da parte del regista Roma Polanski, in che cosa trova lo stimolo per continuare il suo percorso nella celluloide? Quale cinema lo stimola e dove pensa che andrà in futuro mentre il cinema sta cambiando?

    Roman Polanski: “Una cosa è certa. Gli effetti speciali mi sono sempre più indigesti. Utilizzo questa tecnologia perché mi offrono una grande possibilità, ma la utilizzo in modo da non sbattervela in faccia, ‘signore e signori’. E’ difficile rispondere su cosa mi spinge a fare cinema. Il cinema deve trasmettermi emozioni in grado di restarmi addosso. E questo può venire da qualsiasi tipo di film: da ‘Gli ultimi giorni di Hitler’ a un film sui ‘pinguini’”.

    Se tra i suoi film dovesse sceglierne uno di cui rifare il remake, quale sceglierebbe e con quale regista?

    Roman Polanski: “Preferisco non vedere un remake di un mio film. E’ come chiedermi con chi vorrei che mia moglie andasse a letto! Il mio primo film, Il coltello nell’acqua, ebbe una nomination all’Oscar a Los Angeles. Quando mi chiamò la 20th Century Fox ero tutto eccitato, i tempi erano difficili e pensavo volessero propormi un possibile nuovo progetto. L’Oscar, più che meritato, ovviamente, fu vinto da Otto e mezzo di Federico Fellini. Quando arrivai a New York, scoprii che la Fox mi aveva chiamato per un remake del mio stesso film Il coltello nell’acqua che avevo appena finito. Di fronte al mio stupore risposero che lo avrebbero voluto rifare a colori e con Liz Taylor e Warren Beatty…”.

    Un rapporto di fiducia tra ‘geni’ permette di lavorare bene in tandem per fare cinema. Ci si riferisce a Roman Polanski e a Ben Kingsley, già insieme sul set di La morte e la fanciulla:

    Roman Polanski: "Ovvio che quando hai una buona esperienza con qualcuno, la fiducia vien da sé. Dopo 'La morte e la fanciulla' era naturale che volessimo lavorare di nuovo insieme. Qaundo ho pensato di realizzare Oliver Twist ho pensato subito a Ben Kingsley. Io disegno, ho frequentato la Scuola d’Arte e ho mostrato a tutti, (costumista, scenografo, fotografo eccetera) i miei schizzi. Ben Kinglsey ha risposto positivamente per questo personaggio. E’ lavorando insieme in questo modo che si sviluppa la fiducia”.

    Non si può fare a meno di respirare in Oliver Twist uno humour nero, un pò macabro insomma…:

    Roman Polanski: “Volevo sicuramente lo humour per questo film, ma in questo genere di contestualizzazione, lo humour è sempre, per forza di cose, un po’ macabro. Dickens utilizza molto questo timbro di umorismo nelle sue descrizioni, ma gioca con le parole fino a sviluppare ironia…”.

    A proposito della scelta del giovane interprete per Oliver Twist:

    Roman Polanski: “Come è consuetudine, si erano fatti provini ad una marea di bambini a Londra (sull’ordine di 2-300 unità. Dopo una prima selezione la casting director mi passò circa 40 video-provino. Ne ho scelti 4. Con questi abbiamo realizzato delle prove sul set con i costumi. Qui ho capito chi doveva interpretare Oliver Twist…”.

    Sui progetti futuri di Roman Polanski non ci è dato di sapere molto perché al momento, non c’è un progetto definito del suo prossimo film. C’è sempre da considerare la difficoltà di raccogliere finanziamenti anche quando si ha già tra le mani un soggetto che sia di un qualche interesse, ma, soprattutto, come dichiarato da lui stesso, “quando sto lavorando ad un progetto non riesco a pensare ad un altro”.

    (A cura di PATRIZIA FERRETTI)



     
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