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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > 62a Mostra: Lido di Venezia, 4 settembre 2005 PRESS CONFERENCE & DINTORNI : Elizabethtown per la regia di CAMERON CROWE

    L'INTERVISTA

    62a Mostra: Lido di Venezia, 4 settembre 2005 PRESS CONFERENCE & DINTORNI : Elizabethtown per la regia di CAMERON CROWE

    05/09/2005 - Cameron Crowe (regista); Orlando Bloom (attore); Kirsten Dunst (attrice); Susan Sarandon (attrice); Paula Wagner (produttore)

    Elizabethtown

    C. Crowe: “… Anche se il successo sarebbe arrivato, volevo che avvenisse in modo tale da sembrare magico e in un modo che il personaggio di Orlando non potesse prevederlo mai in nessun modo: quindi la vita, l’umanità e persone che non aveva mai incontrato prima o non conoscevano il suo obiettivo iniziale, alla fine collaborano con lui per completare il suo progetto… Ma da un certo punto in poi il successo non è più importante per lui perché è diventata più importante la sua relazione con la famiglia e la possibilità anche di vedere Claire alla fine del viaggio”.

    La musica è centrale in questo come in altri suoi film, ma viene persino il sospetto che sia proprio la musica ad ispirare le varie scene. Un metodo che sembra privilegiare l’aspetto narrativo più che quello degli effetti speciali. Non è che per questa sua priorità si sente un po’ una ‘bestia rara’ ad Hollywood?

    C. Crowe: “La musica è un’ispirazione per me e anche per tutti i nostri fantastici attori. Mi piace veramente quando completa una storia e aiuta la comprensione dal profondo del cuore. Assieme alle parole e alle immagini abbiamo utilizzato molto la musica mentre facevamo il film per ricreare un ambiente, un clima particolare, per vedere che cosa faceva la musica tra le scene a tutto il loro modo di recitare. Amiamo tutti la musica e ci ha dato l’impressione che potevamo raccontare la storia con un po’ più di anima che veniva dalla musica che ascoltavamo mentre lavoravamo. A me piace tantissimo lavorare così”.

    Ad Orlando Bloom viene chiesto se abbia trovato difficoltà ad adattarsi all’accento americano.

    O. Bloom: “Ho lavorato molto con Cameron (Crowe) per l’accento: abbiamo lavorato molto per dimostrare che ce la facciamo anche noi inglesi a riprodurre lo slang americano. Fanno parte della preparazione del personaggio e la voce e l’accento del personaggio sono stati due elementi che abbiamo sviluppato assieme cercando di trovare fin dall’inizio la nota giusta”.

    Come sente questo film in termini di importanza per la sua carriera? Qui siete le star anche in termini di botteghino, oppure è Cameron che risponde di tutto quello che succederà di questo film ?

    K. Dunst: “Per me si tratta di fare film e ora il film è nelle mani del pubblico che deve divertirsi. Certo, vogliamo anche che tutti si commuovano vedendo questo film, ma per me questo era il mio lavoro, che è stato completato in certo qual senso.

    O. Bloom: “Noi lavoriamo in quanto attori e siamo tutti ‘figli’ di Cameron. Ma siamo tutti lì insieme. Questo era il tipo di team e di atmosfera e di clima che avevamo anche mentre facevamo il film, cercavamo sempre di condividere e di fare le cose assieme, quasi come una famiglia”.

    Al regista Cameron Crowe si chiede quanto sia ambizioso e quanto creda che attualmente sia importante per lui avere successo, visto che in questo film si insiste parecchio su questo tasto. Quale sia il suo più grande fiasco e, in relazione alla mappa inventata per il personaggio femminile, se si tratta di luoghi con una qualche valenza autobiografica.

    C. Crowe: “Certamente voglio fare un commento sull’ossessione del successo e del fiasco che noi vediamo così spesso in molta America. Le vite delle persone sono fatte da tanto successo avuto. Fallirò? Ora devo sapere se farò un fiasco. Qual è il mio livello di successo? Il personaggio di Orlando all’inizio del film è definito da ciò. Ma che cosa succede? La vita prevale e soffoca questo problema: qui è la vera tragedia, qui è questione di vita o di morte, è più importante del suo fiasco. E’ questo il suo problema essenziale: il suo viaggio è quello di diventare una persona più completa, capendo, con l’aiuto di Claire, e vedendo quello che succede al personaggio di Susan (Sarandon), impara di fronte a tutto ciò che cosa vuol dire vita vera. Ecco che cosa volevo che il film facesse sentire alla fine: volevo che si uscisse dal cinematografo per vedere le opportunità che prima non si erano viste, non si erano percepite e arrivare a ciò conoscendo alcuni di questi personaggi. Questo è il mio obiettivo. Quanto alla mappa, la cartina è una delle parti che preferisco nel film perché fa vedere il viaggio che tutti noi abbiamo voluto intraprendere con al musica che abbiamo scelto e con alcuni suggerimenti da chi sa viaggiare. Ecco perché ho scelto quel viaggio e quella rotta. Molti che hanno fatto il film con noi, includendo anche a Orlando (Bloom), hanno fatto questo viaggio, hanno visitato questi luoghi perché sono una specie di luoghi importanti, in modi diversi. E questo viaggio cambia: non si può fare a meno di sentirsi un po’ diversi dopo aver viaggiato nel paese che si pensa di conoscere ma che non si conosce bene fintanto che non si sono visitati questi luoghi”.

    Un altro tema parallelo presente nel film sembra quello della morte e dell’interazione/reazione, dell’approccio che con questa hanno i protagonisti. Rivolgendo in primo luogo il punto di domanda a Susan Sarandon che nel corso della sua lunga carriera ha interagito con questo tema con approcci diversi: in chiave ‘soft’ (Nemiche, amiche), drammatica (Dead Man Walking), e qui dove si torna su tonalità ancora ‘soft’. Perché il regista Cameron Crowe ha scelto questa strada piuttosto che un’altra? Qual è per entrambi, sia come artisti che come persone il loro rapporto con la morte?

    Susan Sarandon: “E’ diverso negli Stati Uniti, perché di solito si chiede: ‘ma lei con chi va a letto?’ E’ fantastico negli Stati Uniti. E questo va sicuramente dritto dritto nell’Agenzia Stampa degli Stati Uniti. Se ho avuto a che fare nei miei film con la morte? Si certo, perché ci si rende più consapevoli della vita. Ecco perché mi è piaciuto questo film. Spero che tutti vadano fuori dal film a chiamare papà e mamma per parlare con loro, al telefono, se non altro. Perché questo film fa pensare, fa capire che cadiamo in trappole, soprattutto se si hanno dei privilegi, se si ha la fortuna di avere un tetto sopra la testa, se si ha una famiglia amorevole ed è facile continuare ad andare avanti così. Non si deve dire io sono qui perché tutto quello che volevo fare è andato male, perché le catastrofi secondo me sono il momento nel quale si impara di più. Questo sembra molto noioso ma, in un certo qual senso è il più intenso dei momenti, ecco perché mi piace recitare. Perché per essere un buon attore bisogna essere svegli, bisogna essere presenti in quel momento, anche se si pensava altrimenti. La cosa fantastica di essere un attore è che non si ha la responsabilità del regista… in quanto attore bisogna cercare di avere gli occhi aperti e rispondere e non fare quello che si pensa si dovrebbe fare… Adesso ho dei figli e so che i figli non portano la vita, la propria vita ma la morte, perché a questo punto l’immortalità diventa un problema. E’ da lì che mi sono svegliata, con i figli, perché altrimenti si pensa soltanto a saltellare qui e lì e sono grata perché ho a che fare con queste cose, perché questo è uno dei motivi principali per i quali ho apprezzato la mia parte. E’ un discorso lungo, ma veramente so che doveva funzionare perché è al cuore del film però non vorrei che si pensasse che questa sia la morale del film. Voglio che sia un personaggio del presente, e questa è stata la sfida nel recitare il mio ruolo. Certo non dormo in una bara, ma cerco sempre di aver ben presente la morte in ogni momento della mia vita e per questo motivo sono stata contenta di aver fatto questo film”:

    C. Crowe: “Beh, ho avuto fortuna perché ho avuto Susan Sarandon nel mio film, perché è proprio l’essenza di quello che noi volevamo esprimere… Si potrebbe dire che mi è piaciuta l’idea di cominciare il film con la morte, dove finiscono gli altri film di solito, ma cominciare un film con la morte e chiedersi: ‘Beh, adesso dove andiamo da qui?’ E l’unica risposta è la vita. E’ questa la fine del nostro film. Quindi mi piace cominciare dalla fine e finire con un inizio”.
    Come ha detto Cameron (Crowe) prima, la musica ha un ruolo molto importante in questo film (…)

    (SEGUE)

    (a cura di PATRIZIA FERRETTI)


     
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