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    L'INTERVISTA

    DIAZ - NON PULIRE QUESTO SANGUE - INTERVISTA al regista DANIELE VICARI & CO. (A cura dell'inviata SARA MESA)

    17/04/2012 - Roma - Conf. Stampa di DIAZ - NON PULIRE QUESTO SANGUE di DANIELE VICARI

    DANIELE VICARI: "Credo che il film possa essere un’occasione, non per l’ennesimo litigio gli uni contro gli altri, ma per riflettere sul ruolo e la funzione che certi corpi devono avere in una democrazia matura, perché il tema sia del film che della questione affrontata è quello, la democrazia, cos’è la democrazia?"

    Non c’è una sola parola del film che non sia documentata e non viene dagli atti processuali, come avete scritto la sceneggiatura?

    D. VICARI: "Dopo la sentenza di primo grado, resa pubblica nel Novembre 2008, con Procacci ci siamo sentiti e ci siamo detti che dovevamo cercare di capire qualcosa di più di questa vicenda. Durante la lettura in aula della sentenza molti hanno gridato «vergogna! vergogna!» e una ragazza tedesca ha dichiarato ad un giornalista «io non metterò mai più piede in questo paese» e visto che è anche il mio, ho cercato di capire da cosa veniva questo atto di accusa violentissimo verso il nostro paese. Studiando gli atti con gli altri sceneggiatori abbiamo fatto un’esperienza umana oltre che lavorativa. Leggendo prima quelli della Diaz e poi quelli di Bolzaneto ti rendi conto che c’è un filo conduttore tra i due, molti della Diaz sono finiti lì poi, ti fa entrare in un universo che da 150 anni avremmo dovuto superare, ovvero che quando una persona viene arrestata deve essere rispettata e invece in questi luoghi centinaia di poliziotti hanno in maniera coordinata e continuata tolto ogni forma di diritto e dignità a centinaia di persone. In questo senso la frase di Amnesty International mi sembrava esagerata perché questo è il paese delle stragi di stato e invece leggendo gli atti si capisce che una cosa così, compiuta contro cittadini verso cui non c’è nemmeno un’accusa precisa non ha precedenti. Abbiamo cercato di estrarre alcuni degli episodi più rilevanti che sono in entrambi i processi, come la frase «basta! basta!» di un poliziotto intorno a cui sono precipitate una serie di storie di ragazzi che hanno raccontato la vicenda dal loro punto di vista durante il processo. Abbiamo incontrato alcune persone per guardarle negli occhi, sia le vittime che i poliziotti, per capire come hanno vissuto ed elaborato questo vicenda e questo ci ha permesso di conoscere anche altre storie di gente che non è entrata nella scuola per cause fortuite. Tutto ciò ha dato vita ad una narrazione complessa e corale. Nel momento in cui si deve scegliere cosa raccontare, si deve rinunciare a moltissime delle cose, anche importanti ed interessanti, accadute in quei luoghi. Noi Bolzaneto lo raccontiamo attraverso l’esperienza di Alma (Jennifer Ulrich) con quattro-cinque scene, ma dentro la caserma sono transitate più di duecento persone e per tre-quattro notti lì dentro è successo davvero di tutto, anche cose non raccontabili, che io non ce la farei a realizzare anche da un punto di vista tecnico. Quindi attraverso il suo punto di vista abbiamo raccontato tutto quello che era successo a quella persona, ma per esempio la scena di Alma che é costretta a girare su sé stessa nuda è successo a una quindicina di ragazze, come il ragazzo-cane che è capitato ad una decina di ragazzi. Ci sono una serie di cose rimaste fuori dal racconto per una scelta narrativa, altre cose che non ci siamo sentiti di mettere in scena, infatti il giorno dopo l’emozionante proiezione del film a Genova, il pm del processo ha scritto un articolo intitolato «Diaz violento? È stato molto peggio». Il livello di tradimento di queste storie è legato esclusivamente a necessità drammaturgiche, per esempio la vicenda del signore che rimane a Genova per portare i fiori sulla tomba di una ragazza è l’unica cosa che abbiamo modificato perché lui li avrebbe portati il giorno dopo, il resto è tutto riportato negli atti dei processi e nei libri. Ciò che è successo nell’ospedale di cui non ci sono immagini, è preso da testimonianze e articoli di giornale, nulla è inventato. Quando abbiamo deciso di togliere i veri nomi dei protagonisti della vicenda perché ci è stato chiesto da alcune delle vittime, abbiamo deciso di eliminare anche quelli dei poliziotti e lì ci siamo sentiti liberi di fare delle cose, avendo la disponibilità di un attore straordinario come Alessandro Roja, gli ho chiesto se se la sentiva di caricare tutta una serie di episodi sulle sue spalle, perciò non ha fatto tutto quel poliziotto, ma gli episodi sono tutti veri. Sono questi i dettagli modificati, non c’è nessun altro tipo di invenzione, si mettono solo in relazione tutti gli eventi che abbiamo potuto documentare attraverso tutte le fonti".

    Il film non risponde alla domanda principale: perché? Eravate coscienti di questo buco in sceneggiatura? È vero che i tribunali non hanno ancora dato una risposta, ma tu (Vicari) hai cercato di scavartela dentro?

    D. VICARI: "Io credo che la cosa più importante quando si racconta un fatto veramente accaduto è di rispettarlo in maniera assoluta e allo stesso tempo tirarne fuori il significato attraverso i fatti che il film fa propri e trasmette al pubblico. Costruire delle teorie non fa parte dei doveri del cinema, sono sempre stato molto contrario al fenomeno tutto italiano del cinema civile, il cinema è cinema, Il grande dittarore è un film incivile? Racconta fatti storici, ma è un prodotto di fantasia. Il mio lavoro è raccontare il senso degli avvenimenti e il senso di Diaz è nel modo in cui sono stati sospesi i diritti, nel modo in cui le persone sono state devastate nel fisico e nello spirito. Quando nel cinema si ricostruiscono delle teorie i film invecchiano in tre minuti. Ho tentato di sottrarmi a questo meccanismo. Credo che l’obiettivo narrativo del film è di farti fare una domanda radicale violenta, perchè la domanda non riguarda solo i vertici della polizia o politici, riguarda ognuno di noi: 'che cos’è la democrazia? Che senso ha vivere in un paese democratico?' e se avessimo avanzato una teoria questa domanda sarebbe finita nel dimenticatoio e per me sarebbe stata una sconfitta".

    Che cosa ne pensate della circolare del ministero dell’interno e del fatto che non c’è stato ancora un confronto con esso?

    D. VICARI: "L’anno scorso quando Procacci ha presentato il film a Cannes disse una cosa che è diventata motivo di una polemica sterile: 'noi facciamo un film alla luce del sole, tratto dagli atti dei processi e non abbiamo difficoltà a far leggere la sceneggiatura al capo della polizia', dopo di che ha portato la sceneggiatura all’ufficio stampa della polizia, però non è accaduto nulla, non hanno detto nulla, lui ha fatto di tutto per cercare un’interlocuzione, anche per avere l’agibilità necessaria a fare il film e non abbiamo avuto problemi da questo punti di vista, però non possiamo non notare che continua questo atteggiamento di assoluto silenzio da parte non solo della polizia, ma di tutte le istituzioni. Questa nostra è una polizia di stato, non privata, al di sopra della polizia ci sono tanti gradi di potere, che dopo le sentenze soprattutto hanno il dovere di dire qualcosa; lasciare migliaia di cittadini coinvolti in questi fatti senza alcun tipo di interlocuzione è una cosa che perpetua l’inciviltà dei comportamenti che ci sono stati dentro la scuola Diaz e a Bolzaneto. In questo senso dico che questa questione riguarda la democrazia, la forma che ha preso, in questi dieci anni è stata rimossa la vicenda che raccontiamo, a metà giugno quando ci sarà la sentenza di cassazione comunque vada, secondo me sarebbe giusto che qualcuno dicesse che queste cose non devono più accadere e che faranno in modo che non accadano più! Io non pretendo più nemmeno che qualcuno chieda scusa alle vittime e basta ma ai cittadini italiani, perché la prima vittima è stata la legge, la democrazia e poi i corpi e le coscienze di quelle persone. Se nessuno si assume questa responsabilità, nessun politico o uomo delle istituzioni potrà lamentarsi se i cittadini diranno che non credono più nella democrazia e nelle istituzioni e questo non riguarda solo l’Italia perché è una vicenda accaduta in un contesto internazionale come l’Europa in un momento in cui erano riuniti i capi dei paesi più potenti".

    DOMENICO PROCACCI: "Mi piacerebbe che il ministro degli interni vedesse questo film, abbiamo avuto contatti con la segreteria, ma dati gli impegni non siamo riusciti a fissare questa proiezione. Credo che sia a quel livello che qualcuno debba spendere una parola. Incontrando i poliziotti privatamente non ne ho ancora trovato uno che abbia detto che è andata bene così, che era giusto così, ognuno ha una nota critica, per questo il comunicato non mi fa molto effetto, chi rappresenta il corpo di polizia e lo stato deve dire qualcosa. Questo film è partito con l’idea che questa storia era troppo tremenda per essere dimenticata, sono contento se grazie al film alcune persone magari troppo giovani all’epoca o poco interessate vengano a conoscenza dei fatti. Tutto ciò però va bene ma non basta, serve qualcosa in più, ciò che manca è un’ammissione di responsabilità, che deve arrivare prima della cassazione perchè siamo in un paese in cui la prescrizione si confonde con l’assoluzione, ma anche se ci fosse una condanna sarebbe troppo facile riconoscere tutto dopo, ci sono tutti gli elementi per stabilire anche ora che il comportamento della polizia sia alla Diaz che a Bolzaneto non sia stato corretto, ma più vicino a chi al legge la infrange e quindi criminale. Ci sono note concrete poi che si possono fare, perchè esiste una nota dell’ONU che auspica l’introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale, perchè tanto da noi queste cose non succedono, però poi succedono e se sono successe è probabile che succederanno ancora, ma quel reato continua a non far parte del codice penale e nessuno dice perchè. Perché non abbiamo un codice identificativo per i poliziotti? Ce l’hanno in moltissimi paesi, perché noi non l’adottiamo? I ventotto poliziotti identificati alla Diaz ci sono solo perchè erano sull’ordine di servizio, gli altri sono impossibili da riconoscere. Inoltre è sempre la polizia che indaga e sorveglia la polizia e lo spirito di corpo è molto forte, non si tradiscono tra loro, è più forte del senso dello stato. Ci sono tante cose che si possono fare e sarebbero dovute già accadere in questi ultimi dieci anni e riportare l’attenzione su questi fatti può spingere qualcuno a muovere qualcosa".

    Quali sono i vostri sentimenti personali dopo aver interpretato dei ruoli così ingrati diciamo?

    CLAUDIO SANTAMARIA: "Naturalmente io da attore giustifico tutto quello che fa il mio personaggio, quindi in questo senso il compito per me per quanto sia stato un film difficile è stato semplice perchè dei ruoli dei poliziotti era il più facile, era “il buono”, anche se io non lo vedo così, è un poliziotto che fa il proprio mestiere e cerca di applicare la regola, la prima volta che lo vediamo dice di non caricare la folla perchè non ci sono le condizioni di sicurezza, rispetto al personaggio di Alessandro è più facile giustificarlo. L’esperienza è stata emotivamente molto forte perchè ciò che vedevamo al monitor sapevamo che faceva parte della realtà, era successo veramente, era difficile guardarlo e credo che quello che ci ha sostenuto è stato lo spirito comune che avevamo di star raccontando una storia importante e necessaria. In albergo sembrava una specie di Diaz in miniatura".

    ALESSANDRO ROJA: "Claudio ha fatto un buon riassunto generale, in particolare parlerei dei frammenti, questo film ha frammenti di umanità all’interno di quello che è successo nella Diaz. C’è uno sdoppiamento tra l’attore e il mio personaggio che riassume forse in un certo senso il caos e non giudicandolo vede l’impunità di quello che succede dentro la scuola e Alessandro e l’orgoglio di aver fatto questo film, vergognandomi di averlo dovuto fare perchè avrei preferito raccontare una pagina migliore di questo paese. Il Genova social forum non fu contento che faceste leggere la sceneggiatura alla polizia e non a loro, com’è andata a finire? E visto che l’inserimento delle immagini reali all’interno del film quasi non si riconoscono, come le avete organizzate e gestite?"

    D. PROCACCI: "La polemica, in particolare con il Comitato verità e giustizia per Genova, è nata da una richiesta a cui noi abbiamo detto di no, ovvero quella di leggere il copione. Anche se nel farlo leggere alla polizia avevo fatto un atto formale, dovendo pochi giorni dopo depositarla alla questura, quindi non è che stessi svelando chissà quali segreti, la decisione di non far leggere il copione a nessuna delle parti in causa e a nessuno che potesse in qualche modo condizionarci è dovuta al dato che un parere negativo da parte della polizia ce l’aspettavamo e non avrebbe cambiato una virgola al nostro copione mentre sentirlo da chi ha vissuto sulla propria pelle questi fatti ti condiziona, ti mette in discussione. Quindi l’esercizio di farlo leggere a persone lì presenti o ben informate dei fatti è un esercizio che abbiamo deciso di non fare, un po’ anche perchè a volte il difetto di alcuni nostri film che raccontano storie difficili è quello di mettere d’accordo tutti, di doversi confrontare con tutti avendo inevitabili condizionamenti, quindi abbiamo detto di no. Ci siamo confrontati e spiegati con il comitato, ognuno ha espresso le sue opinioni, il giudizio è stato sospeso e noi ci siamo presi la responsabilità di fare il film così. Quando il film verrà visto sapremo il parere anche di chi rappresentava il Genova social forum allora".

    D. VICARI: "Rispetto al repertorio su 120 minuti di film ci sono 3 minuti circa di repertorio, ma è stato una base fondamentale per costruire l’atmosfera, gli ambienti e i costumi che hanno dato la forma attuale al film. Genova è stato un evento eccezionale dal punto di vista mediatico, centinaia e centinaia di persone hanno fatto filmati, persino dentro la scuola Diaz è stata fatta una ripresa che è stata sequestrata e non si è più trovata e quindi le immagini che raccontino cosa è successo lì e a Bolzaneto non ce ne sono. I repertori che abbiamo dissezionato e analizzato ci sono serviti per precipitare noi stessi nel mondo che volevamo raccontare e poi le immagini del film sono fortemente influenzate dal lavoro che hanno fatto i filmaker in quei giorni lì. Ma questo metodo non l’abbiamo adottato solo per dire che stiamo raccontando la verità, anche se io sono convinto che in questo periodo storico la verità può essere rivoluzionaria per questo abbiamo raccontato solo fatti assolutamente certi, questa intenzione è diventata un metodo narrativo, lo spettatore non si rende subito conto del fatto che c’è un passaggio dalla messa in scena al repertorio, ma poi lentamente prende coscienza del fatto che in qualche modo è passato in un’altra dimensione e quindi questa presa di coscienza è un modo di lettura che suggerisco allo spettatore senza che però perda l’orientamento. Tutti i registi hanno paura dell’utilizzo di materiale di repertorio nei film perché spesso è molto più bello della messa in scena".

    Al film manca il contesto, il prima e il dopo, che poteva essere accennato. Tutto quello che è avvenuto prima di Genova è quello che lo ha scatenato…

    D. VICARI: "Seguendo questo ragionamento avrei dovuto iniziare dai fatti di Napoli in cui operavano alcuni dei poliziotti che a Genova sono stati condannati per sequestro di persona, tutto ciò fa capo anche però alla cultura istituzionale che ha portato a costruire la polizia in quel modo lì e allora bisognerebbe chiedersi chi ha nominato il capo della polizia ecc. Allora questo tipo di narrazione la ritengo inadeguata al cinema, io non sono capace di fare affreschi storici, anche perché, come spettatore, molto raramente un affresco storico mi ha convinto. Selezionare i fatti raccontando solo Diaz e Bolzaneto significa cercare, non il significato storico politico degli avvenimenti, ma il senso degli avvenimenti, cosa significa quando delle persone in divisa ti riducono in fin di vita saltando ogni tipo di norma civile e giuridica, questo è il mio scopo. Alcuni mi accusano di non aver messo i veri nomi dei poliziotti, ma se un francese vede il film e sente fare il nome di un personaggio dice: «ah si è lui!»? La cosa è molto delicata, la realtà è molto più complessa di quello che si può immaginare, io metto in gioco me stesso scegliendo cosa narrare e metto in gioco lo spettatore: tu sei un poliziotto, un giornalista, un manifestante? cosa pensi vedendo questo film, come ti senti? Questo è il mio atteggiamento quando faccio cinema. Quando ti racconto il modo in cui i poliziotti fanno irruzione o le modalità con cui sono state torturate le persone ti sto raccontando l’ideologia delle persone e anche il contesto politico in cui succede quella cosa lì, il nome e cognome di chi era lì fa parte della cronaca, spetta ad un giornalista, anche perché dopo due giorni un film fatto così invecchia, muore insieme ai fatti raccontati".

    D. PROCACCI: "Questo non vuol dire che la politica non abbia responsabilità, è fortemente responsabile soprattutto nel momento in cui delega a chi applica i propri strumenti all’interno di confronti che dovrebbero essere affrontati in altra sede. Il confronto con il movimento non doveva essere terreno di scontro fisico ma politico, Val di Susa è un altro esempio, se si lascia ai poliziotti il compito di risolvere delle questioni che la politica non si prende in carico, succede questo. Certamente il clima politico influisce sui comportamenti. La politica appare sullo sfondo nel film e c’è un cartello che dice che per due volte il parlamento ha respinto la richiesta di formare una commissione parlamentare d’inchiesta, la prima volta sotto il governo Berlusconi, la seconda sotto il governo Prodi. In un mondo ideale sarebbe bello fare un film che racconta i fatti di molto tempo prima, l’addestramento del settimo nucleo e i processi".

    Non c’è stata nemmeno una richiesta di reprobe o di qualsiasi documento di quello che effettivamente è successo ai cittadini tedeschi da parte degli altri stati, nonostante molta documentazione video fosse a disposizione di tutti. Come cittadina tedesca cosa ne pensa?

    JENNIFER ULRICH: "E’ una domanda difficile. Penso che se il governo italiano ha negato che siano avvenuti questi fatti fosse impossibile per il governo tedesco chiedere spiegazioni. Forse c’è stato qualche tentativo e noi non lo sappiamo. Come sa che Amnesty International non ha fatto delle inchieste?"

    D. VICARI: "E’ un dato di fatto che solo l’Austria, che all’epoca era dominata da Haider che voleva tenersi fuori dalla comunità economica europea, fece una protesta ufficiale. Quando dico che questa vicenda interpella la coscienza dei cittadini europei quanto meno, voglio dire esattamente questo. C’è stato un deputato verde che venne davanti a Bolzaneto a chiedere indietro i suoi cittadini, ma non c’è stata nessuna mossa ufficiale fatta da nessun capo europeo. Il destino di questi ragazzi espulsi e trattati come terroristi sarebbe interessante da trattare, persone che ci hanno messo decenni a riprendersi, i giornali italiani hanno fatto scuola su questo. Se in una situazione così il comportamento di tutti i paesi occidentali è quello di prendere per buona la versione ufficiale italiana e dimenticare il fatto che i proprio cittadini sono detenuti illegalmente in un altro paese, questo mi fa aggiungere un altro pezzettino alla teoria che in qualche modo si voleva fermare il movimento ed erano tutti d’accordo, e ciò arriva ai giorni nostri in cui in Europa non si posso più fare nemmeno le elezioni politiche, perché siamo arrivati ad un punto tale che la democrazia è diventata un fatto secondario".

    Quanto dura la sequenza delle botte nella Diaz? Sembrava un’eternità e non credo sia durata realmente quaranta minuti.

    D. VICARI: "Una delle idee che avevamo discusso durante la progettazione del film era come rendere il blitz nella scuola che dura nove minuti. A me faceva impazzire questa cosa, perché leggendo gli atti del processo quei nove minuti sono talmente scandagliati che diventano nove milioni di minuti. La percezione che hai del tempo nel momento in cui succede una cosa così è un percezione dilatata. Le persone che erano lì dentro li hanno vissuti come nove secoli, su questa sensazione ho fatto un lavoro di tipo drammaturgico, il fatto di tornare sulle stesse azioni da più punti di vista, fa si che gli accadimenti abbiano senso. Uno dei motivi per cui io stesso non avevo capito la gravità dei fatti della Diaz e di Bolzaneto è perché nel gioco del conflitto sociale ci sta che se io mi ribello tu cerchi di sedare la mia ribellione, ma non ci sta che tu riduca me in una condizione in cui perdo persino la mia dignità di essere umano, allora il tempo è dilatato perché il senso del film è in quei momenti lì".

    Davide Iacopini: quanto ancora questa tragedia è sentita e quanto la ferita è aperta nella tua città?

    DAVIDE IACOPINI: "Non ero a Genova nel 2001, forse perché non eccessivamente interessato agli avvenimenti, è stata la molla che poi mi ha fatto venire voglia di informarmi su quello che gli ruotava attorno. Ho conosciuto molte persone che hanno partecipato al G8 e ne hanno un ricordo molto fresco, il dolore c’è, e l’ha dimostrato la proiezione del film lì, a Berlino ci sono stati gli applausi, lì c’è stato il gelo e molti si sono alzati per venire a stringerci la mano. Per questo è stato molto bello fare questo film, per un attore farsi veicolo di qualcosa che possa essere utile è la massima aspirazione".

    IGNAZIO OLIVA: "Anch’io sono genovese e c’ero in quei giorni. Rispetto al film sono orgoglioso e onorato di esserci. Per me sono stati i giorni più brutti della mia vita, ero fuori dalla Diaz quando ho visto uscire novantatrè persone massacrate. Io non sono per niente obiettivo, sono incazzato nero, perché l’ho vissuto sulla mia pelle anche se non ho subito violenze fisiche, ma psicologiche si, è stato un trauma vedere il pian terreno della scuola dopo che tutti ne erano usciti. E’ vero a Genova abbiamo avuto una reazione diversa, lì la ferita è apertissima e non è un caso che la reazione del pubblico genovese sia stata contenuta, un po’ perché fa parte del nostro dna essere un po’ chiusi e dall’altra parte perché lì c’erano persone che hanno vissuto direttamente o indirettamente quei fatti. Giustizia non è stata fatta e finchè non lo sarà la ferita rimarrà aperta".

    D. VICARI: "Ovviamente molti degli attori che abbiamo scelto fuori dall’italia non erano a conoscenza di questi fatti, anche per motivi anagrafici. Allora fin dai primi incontri ho fatto vedere loro tutta una serie di documentari realizzati da filmaker straordinari che hanno fatto di tutto per non far dimenticare questi fatti e loro vedendo queste immagini e le interviste che sono anche nel documentario Black Block prodotto da fandango sono entrati nei personaggi. Quindi quando abbiamo fatto i provini abbiamo usato come criterio selettivo anche l’interesse per questo argomento e Jennifer fin dall’inizio mi ha fatto domande molto specifiche rispetto a ciò che prova il suo personaggio in quel momento e sul perché alla fine del film fa quel gesto di coprirsi la cicatrice che le restituisce la dignità e vuole probabilmente rappresentare in qualche che è ancora lì, che non l’hanno distrutta. Da quel momento Jennifer ha iniziato ad inabissarsi nel suo personaggio quindi vorrei che ci raccontasse come ha vissuto tutto ciò dal suo punto di vista".

    J. ULRICH: "Quando si sono verificati questi fatti avevo diciassette anni e stavo girando il mio primo film, quindi non ero molto interessata alla politica e non seppi molto dell’accaduto. Era difficile per me entrare nel personaggio perché dovevo concentrarmi su molte cose, quando ho letto la sceneggiatura quasi non credevo che potessero essere accaduti dei fatti del genere, per fortuna c’era Daniele che era quasi un’enciclopedia a cui ho potuto chiedere molte cose e scambiare opinioni sulle motivazioni dei personaggi e degli eventi. Abbiamo visto Black Block e ci siamo commossi tutti perché abbiamo realizzato quali sono le ripercussioni ancora attuali nella vita di quelle persone. E’ stato difficile immedesimarmi perché non ho mai vissuto una situazione così estrema, ma Daniele è sempre stato lì ed è riuscito a trasmettermi quello che voleva che esprimessi".


     
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