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    L'INTERVISTA

    CESARE DEVE MORIRE - INTERVISTA a PAOLO e VITTORIO TAVIANI & CO. tra cui NANNI MORETTI (A cura dell'inviata SARA MESA)

    02/03/2012 - Roma, Cinema Nuovo Sacher, 29 Febbraio 2012 - PRESS CONFERENCE del film ORSO D'ORO al Festival del Cinema di Berlino CESARE DEVE MORIRE di PAOLO e VITTORIO TAVIANI

    NANNI MORETTI: Ho visto il film solamente a Novembre, per ultimo rispetto a tutti gli altri distributori italiani che avevano preferito non acquistarlo. Com’è cominciato questo 'Cesare deve morire'? È vero che la prima scintilla è scoccata quando un’amica vi ha consigliato di andare a vedere uno spettacolo teatrale nel carcere di Rebibbia?

    PAOLO TAVIANI: "E’ vero che è stato rifiutato da molti. Nanni acquistandolo ha collegato con un filo invisibile gli anni in cui veniva da noi a farci vedere i suoi film e faceva una parte in 'Padre padrone' ad oggi. La nostra amica ci ha invitati ad andare, noi eravamo diffidenti, pensavamo si trattasse di una produzione limitata – non conoscevamo Cavalli (il regista teatrale) altrimenti non l’avremmo detto – e rimanemmo fulminati. Un uomo sui quarant’anni leggeva Dante, il canto di Paolo e Francesca e si rivolgeva al pubblico dicendo 'forse voi non lo potete capire fino in fondo, ma noi si, capiamo l’impossibilità d’amare, perchè siamo lontani dalle nostre donne, alcune di esse ci attendono, altre no' e poi cominciò a leggere in dialetto. Ci siamo detti: raccontiamo quest’emozione che è una delle più grandi che abbiamo avuto negli ultimi anni".

    Striano mi ha colpito per la sua bravura nella recitazione. Cosa sta significando per lei questo film?

    SALVATORE STRIANO: "Solo aver lavorato con Salvatore e Paolo per me è stato incredibile. Per quanto riguarda quello che sta succedendo ancora non lo so, mi avvalgo della facoltà di non rispondere".

    PAOLO TAVIANI: "Il rapporto che si è creato con il cast è stato incredibile. Quella complicità che si crea quando si cerca di raccontare un briciolo di verità. I carcerati sono rimasti sé stessi anche interpretando dei personaggi. Quando uno di loro dice «Bruto è un uomo d’onore» si riferisce anche a loro che sono tutti uomini d’onore C’è un parallelismo tra finzione e realtà. Abbiamo scelto quest’opera perché è ricca di pulsioni: vendetta, odio, omicidi ecc perchè il loro quotidiano passato ne è stato pieno. Loro hanno del talento, ma sono così bravi anche perché portano negli occhi, nel loro agire, qualcosa che fa parte di un passato drammatico, colpevole e di un presente in carcere che è un inferno e riescono a trasmettere tutto ciò nella tragedia. Noi abbiamo un rapporto di gratitudine nei loro confronti. Ringraziamo Sasà che è uno dei più grandi attori con cui abbiamo mai lavorato".

    Che significato ha per voi il premio del Festival di Berlino? Rispetto anche alla Palma d’oro vinta per Padre Padrone? Voi avete vinto lì, ma qui in Italia impera la commedia e questo genere di film sono marginali, che ne pensate?

    PAOLO TAVIANI: "Quando siamo tornati a Berlino per ricevere un premio pensavamo si trattasse del premio speciale della giuria, ma poi abbiamo iniziato a vedere che tutti gli orsi sparivano dal tavolo su cui erano poggiati tranne quello d’oro e siamo stati invasi da un grande piacere e stupore. Il primo pensiero è andato ai detenuti, speriamo che chi veda questo film pensi che anche se hanno compiuto atti orribili sono e restano comunque degli uomini. Molti ci fermano per la strada e ci dicono 'grazie per l’Italia', è un momento particolare in cui c’è il desiderio di un cambiamento e la vittoria di questo film anomalo dà speranza. Per quanto riguarda il cinema attuale, in Italia c’è sempre stato il genere commedia e quello tragico, ora ci sono tanti talenti che fanno un cinema importante, non demonizzerei la commedia, con Age, Scarpelli e Comencini si sono raggiunti livelli altissimi. Il Ministro per beni e le attività culturali ci ha chiamato per ringraziarci, noi gli abbiamo detto che deve invertire la rotta ed occuparsi di più di cinema, lui ci ha risposto che questo premio lo incoraggia, ma i fondi mancano comunque. Secondo noi si possono trovare strade nuove però".

    NANNI MORETTI: Prima di girare questo film avevate in mente un altro progetto? Che fase stavate attraversando? E visto che era la prima volta che giravate in digitale e con una piccola troupe come vi siete trovati?

    VITTORIO TAVIANI: "Noi facciamo film per liberarci dei nostri incubi notturni. Quando uno dei drammi della nostra vita o di chi ci sta vicino chiedono di venir fuori e dare una risposta arriva l’ispirazione per un film. Ci piace raccontare storie che li esprimano. Deve arrivare un’emozione violenta. Per noi Bruto e gli altri non erano da mettere in scena come personaggi, era come la prima volta che vivano quelle vicende. Pirandello diceva che un autore deve essere una rosa aperta verso il cielo e aspettare che qualcosa soffi verso di lui. Per noi è stata una fortuna che sia arrivata questa cosa, ringraziamo il destino".

    PAOLO TAVIANI: "Machiavelli dice che il 50% è volontà e il 50% è caso, è vero. Abbiamo girato con due macchine da presa in digitale per mancanza di soldi. Eravamo molto spaventati ma poi è andato tutto bene, con la pellicola bisogna stare sempre attenti a quanto si filma con il produttore che ti chiede sempre di girare poco, con il digitale è una pacchia, giravamo con libertà assoluta. La condanna è stata dopo, durante il montaggio, quando l’enormità di materiale ha determinato una scelta lunga e complicata. Alla fine abbiamo ottenuto un ottimo risultato, il lavoro sul bianco e nero è stato forte e contrastato, si avverte solo un minimo di azzurro in sottofondo, a Vittorio piace, io ancora non lo so".

    Il film finisce in modo tragico con la frase 'da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione', come ci siete arrivati? Perché l’avete scelta come conclusione?

    FABIO CAVALLI: "Cosimo Rega che la dice, l’ha detta un giorno e gliel’abbiamo rubata. E’ emblematica. E’ l’incerto del mestiere, i carcerati mettono in conto il rischio e quando entrano in contatto con la cultura subiscono uno shock, scoprono di essere potenziali artisti e rimpiangono il passato, ma allo stesso tempo capiscono che per loro non è ancora finita e dicono agli altri fuori che sono ancora in tempo per cambiare. I Taviani hanno mostrato che l’arte è ovunque, basta che ci siano forze convergenti che la facciano crescere, come i detenuti e gli amministratori del carcere. Quando le luci si spegneranno loro continueranno a cercare di cambiare il mondo".

    FABIO RIZZUTO: "Fare teatro in carcere ti fa sentire libero, ho imparato di più in tre anni lì che in quarant’anni di vita. Siamo stati fortunati perché a Rebibbia ti fanno studiare e fare teatro e così sono diventato un attore professionista. Ancora non so cos’è successo, ma voglio vedere il film in sala pagando il biglietto".

    VITTORIO TAVIANI: "Uno di loro un giorno disse 'quando recito mi sembra di potermi perdonare'".

    SALVATORE STRIANO: "Cosimo è un poeta e il capocomico, sono vent’anni che sta in carcere. E’ una presa di coscienza la sua, ora sa cosa deve fare. Nella prigione di Reggio Calabria non c’è una biblioteca, si parla solo di crimini, non si può migliorare, a Rebibbia si, perciò dobbiamo impegnarci per aiutare chi sta peggio. Per il resto parliamo di arte, della vita sul set, basta con il carcere".

    NANNI MORETTI: Pensavate mai ai parenti degli uccisi?

    PAOLO TAVIANI: "Sul set si diventa tutti amici, quindi anche con loro, perciò un giorno una guardia ci disse 'non vi affezionate troppo, anch’io che vivo in familiarità con loro ogni tanto provo pietà, amicizia… poi, con fatica, dico no. Voglio, devo ricordare chi ha sofferto e soffre più di loro, le vittime e i loro familiari'. Questo ci colpì, i sentimenti che provavamo erano contraddittori, da una parte c’era una spinta affettiva nei loro confronti, dall’altra le riflessioni che dovevamo fare. Tiravano fuori una forza mentre recitavano che veniva dalla conoscenza diretta di quello che dicevano, rivedevano gli assassinii. Lì percepivi che erano esseri umani che tutti dovevano comunque rispettare. Quando ci siamo salutati c’è stata molta commozione, noi andavamo verso la luce e loro tornavano dentro, uno di loro ci ha detto 'Paolo Vittorio da domani nulla sarà più come prima'".

    Voi avete imparato a recitare a teatro. Com’è stato il passaggio dal teatro al cinema?

    SALVATORE STRIANO: "E’ meno problematico, c’è meno tensione, puoi rifare la scena mentre sul palco non puoi sbagliare. Sono due mondi diversi, al cinema tutti i movimenti sono obbligati per la macchina da presa, tutto è soffiato invece che urlato ecc".

    FABIO RIZZUTO: "L’emozione è diversa, a teatro è più diretta, mi piace di più, il cinema è noioso con le attese lunghe e le pause, il bello è il risultato e che arriva più lontano".

    C’è una resistenza del carcerato duro e puro contro chi fa arte?

    SALVATORE STRIANO: "No, sei tu che passi le tue giornate diversamente, non esci più nell’ora d’aria a chiedere all’amico come va il processo, esci dal giro. La polizia penitenziaria poi è da encomiare, possiamo fare tutto, laurearci, lavorare, per la prima volta puoi scegliere un indirizzo nella vita".

    FABIO RIZZUTO: "Quando abbiamo iniziato alcuni erano titubanti perché era una cosa nuova, poi invece sono stati entusiasti anche quelli che non partecipavano. Così invece che di processi si parlava del copione e si recitavano le battute. Per me rientrare lì è stato uno shock, poi ho capito che potevo riuscire, nessuno mi avrebbe riportato in manette in cella".

    La frase 'Roma città senza vergogna' che è nella tragedia è molto attuale…

    VITTORIO TAVIANI: "E’ una battuta che sta in un universo Shakesperiano. Esprime un rifiuto per un potere che vuole essere strapotere. Ogni cittadino deve chiedersi se la sua città è così ed agire di conseguenza alla risposta che si dà. Con loro discutevamo di queste cose e cercavano di farle loro magari adattandole alle loro città, come Napoli per un napoletano che aveva la bandiera in cella 'anche tu Napoli mia sei una città senza vergogna'".

    Vista l’abbondanza di materiale avete montato cose che all’inizio pensavate di non mettere?

    PAOLO TAVIANI: "No, è stato come per gli altri film, segui una linea guida, c’era più materiale da scegliere, ma il processo è stato come negli altri film".

    Cosa preesisteva al film? Giulio Cesare era già stato messo in scena prima che iniziaste a girare il film? I carcerati che recitano percepiscono dei compensi?

    PAOLO TAVIANI: "Noi li avevamo visti recitare La Tempesta e Amleto di Fabio e gli abbiamo proposto Giulio Cesare, lui ne è stato entusiasta e abbiamo iniziato a lavorarci sopra. L’abbiamo scelto perché è l’amore della nostra giovinezza, già lo abbiamo utilizzato in altri film attraverso delle battute. In questo contesto poi è perfetto perché contiene sentimenti come odio, amicizia, vendetta ecc, è uno specchio dei detenuti e delle loro esperienze quindi l’avrebbero interpretato con maggior facilità".

    FABIO CAVALLI: "I detenuti possono ricevere dei compensi, all’interno del carcere ci sono call center, la società autostrade e altri e loro vengono regolarmente assunti con delle agevolazioni per le aziende che lo fanno. Il garante della regione Lazio per questo film ha devoluto come compenso una grossa somma di denaro al circolo culturale di Rebibbia per comprare dei computer e del materiale per proseguire in queste attività. Ora ci sono tre compagnie teatrali in carcere che vengono ospitate anche da teatri come il Quirino e l’Eliseo. Tutto ciò per loro può sfociare anche in una professione".

    Si può dire che ci sono influenze di Grotowski e Pirandello per quanto riguarda la ricerca della verità nel teatro?

    FABIO CAVALLI: “C’è Grotowski perché si tratta di un teatro povero. Pirandello si, stavamo mettendo in scena Sei personaggi in cerca d’autore prima che arrivassero i Taviani. Potete rivederci tutto ciò che volete”.

    VITTORIO TAVIANI: "Noi siamo figli di tutti i nostri padri, però con il nostro stile Taviani".


     
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