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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > SCIALLA! - INTERVISTA al soggettista, sceneggiatore e regista FRANCESCO BRUNI

    L'INTERVISTA

    SCIALLA! - INTERVISTA al soggettista, sceneggiatore e regista FRANCESCO BRUNI

    16/11/2011 - Dalla 68. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica (Lido di Venezia), Vincitore della sezione Controcampo Italiano arriva al cinema (dal 18 Novembre) SCIALLA! (STAI SERENO) di FRANCESCO BRUNI:

    Partiamo dal titolo Scialla!. Un neologismo insolito, perfino misterioso, sconosciuto ai più e specie ai non giovanissimi. Sicuramente mutuato dallo slang dell’ultima generazione. Come tradurrebbe questa espressione gergale nella lingua corrente italiana?

    FRANCESCO BRUNI: "Nel gergo giovanile romano significa 'stai calmo, rilàssati'; più o meno come il 'take it easy' americano. Secondo alcuni è derivato dall’arabo inshallah. Per me è un’espressione che ha diverse valenze: sorvolando sul fatto che i miei figli me la rivolgono in media una ventina di volte al giorno, mi piace l’invito alla moderazione e al quieto vivere che contiene; infine, la considero anche una sorta di manifesto poetico. Dopo aver a lungo riflettuto sull’aggettivo da associare alla parola commedia per definire il mio film, alla fine ho avuto un’illuminazione: Scialla! è proprio un classico esempio di commedia scialla".

    Veniamo subito ai due protagonisti, Fabrizio Bentivoglio e il giovane Filippo Scicchitano. Il primo, nella realtà milanese, ha nell’accento una forte connotazione veneta, sembra quella con cui lo conoscemmo nel film tutto padovano di Mazzacurati La lingua del santo. Qui quali sono le ragioni di questa cadenza? E invece come ha trovato lo straordinario giovane interprete di Luca, per la prima volta sullo schermo?

    F. BRUNI: "Con Fabrizio abbiamo pensato che una calata nordica potesse aiutarlo a costruire la caratterizzazione del personaggio; il veneto (padovano, per l’appunto) è una musica che lui conosce molto bene, e che in me suscita immediato buonumore. Per quanto riguarda Filippo, le cose sono andate secondo l’aneddotica classica: è venuto al provino (ne ho fatti centinaia, soprattutto nelle scuole) ad accompagnare un amico; gli hanno dato delle battute di servizio, rideva come un matto. Il suo sorriso e il suo sguardo mi hanno conquistato subito".

    Il tema principale del rapporto padre-figlio è collocato all’interno della cornice scolastica, papà professore e figlio studente liceale. La scuola è un ambiente ricorrente e scrutato da vicino da registi, scrittori e sceneggiatori italiani, pensiamo a Luchetti, Starnone e Lodoli tra gli altri. Da cosa deriva in generale questo interesse e nel suo caso in particolare?

    F. BRUNI: "La scuola è la base della società democratica, un punto di contatto fra classi sociali ed etnie, un grande laboratorio di convivenza, di crescita personale e civile. Dal punto drammaturgico, perciò, è una fonte di spunti continua ed inesauribile. Nel mio caso, poi, visto che il film ha al centro proprio il processo educativo di un ragazzo e il suo rapporto con la cultura, era una tappa obbligata del racconto".

    Lei è stato e continua ad essere prolifico sceneggiatore per autori e titoli di prima fila sia cinematografici che televisivi (Virzì, Calopresti, Francesca Comencini, Monteleone, la fiction Montalbano). Ora arriva ad esordire alla regia. Lo desiderava da tempo ma non si presentava l’occasione giusta, oppure si è manifestata d’improvviso senza la necessità di rifletterci troppo? Per meglio dire: ha pensato lei di proporre ad un produttore il suo soggetto o è stato viceversa invitato a scrivere e stavolta anche a dirigere un film?

    F. BRUNI: "È semplicemente successo che, per la prima volta da quando ho intrapreso questo mestiere, un produttore – Beppe Caschetto - mi ha chiesto di scrivere una commedia in totale libertà, e senza un regista accanto. Inevitabilmente, ho scritto ciò che mi stava più a cuore, che mi riguardava più da vicino. Ed inconsciamente – forse – ho apparecchiato una storia semplice, con pochi personaggi, ideale per un esordio. A copione ultimato mi sono accorto che avrei sofferto molto ad affidare questa storia a qualcun altro. Beppe – che secondo me aveva architettato la trappola fin dall’inizio - mi ha dato l’ultima spintarella proponendomi di dirigere il film".

    Per restare al suo debutto, cosa potrà determinare la sua volontà di procedere ad altre regie?

    F. BRUNI: "Il successo commerciale di Scialla!, l’apprezzamento critico, riconoscimenti festivalieri? Tutte queste cose, spero! Dovendo scegliere, mi piacerebbe che il film individuasse una sua fetta di pubblico, anche minoritaria, ma potenzialmente fedele. Uno zoccoletto duro di spettatori che aspetteranno pazienti e fiduciosi un altro film così. Ho la sensazione che nel parlamento – peraltro affollato - della commedia italiana, fra le ali estreme della commedia commerciale e di quella autoriale ci sia un bello spazio vuoto, o quasi. Mi piacerebbe accomodarmi lì, almeno per qualche mandato".

    Come sceneggiatore lei è assimilabile nel senso più nobile del termine agli autori della brillante stagione della Commedia all’italiana (Age e Scarpelli, Scola, Monicelli, Risi, Salce). Insieme a Paolo Virzì, Luchetti e Archibugi per citarne alcuni, si sente davvero erede di quella comunità artistica allora piuttosto coesa nel tratteggiare, spesso c'n amarezza e ironia pungente, il costume dei 'nuovi italiani”?

    F. BRUNI: "L’accostamento a quella scuola è per me un grandissimo onore, ma per il momento mi sembra che lo si possa proporre solo per quanto riguarda alcuni film che ho scritto, specie con Paolo Virzì. Ma ovviamente quell’insegnamento è ormai parte di me, e quindi mi è venuto naturale prendere spunto dall’osservazione della realtà, dare ai personaggi sfaccettature anche contraddittorie e non necessariamente positive, ma soprattutto tenere sempre presente il primo comandamento del mio caro maestro Furio Scarpelli: che non si fa buona commedia senza un contrappunto serio, anche drammatico".

    Lei ha un figlio liceale ed una figlia ancora teenager che frequenta le Medie. Chi influenza di più l’uno l’altra nella scelta dei film da vedere? E quali autori, quali generi, rientrano tra i suoi favoriti, quelli per i quali appena escono sente l’urgenza di entrare in una sala cinematografica?

    F. BRUNI: "I miei figli sono appassionati di cinema, e hanno i loro gusti. Con un diciassettenne ed una tredicenne bisogna andarci cauti, perché un consiglio sbagliato ti può costare anni di credibilità faticosamente costruita. Mio figlio ha apprezzato alcune dritte: L’odio di Kassovitz (che infatti cito nel film), Fa’ la cosa giusta di Lee; con mia figlia ho giocato con successo la carta Juno, un film che ha un angolino speciale anche nel mio cuore. Negli ultimi anni, il cinema indipendente americano mi ha regalato belle sorprese: oltre al film di Reitman, ho apprezzato molto Broken Flowers, Lost in translation, e di recente I ragazzi stanno bene. Sono anche un fan – ma chi non lo è? - di Allen, di Altman, del primo Scorsese, di Loach e Leigh, di Kaurismaki; in gioventù ho spasimato per Wenders, all’epoca del Centro Sperimentale ero pronto a battermi con chi avesse anche solo messo in discussione l’indiscutibile Kieslowski. Ad ogni modo, quando si tratta di scegliere un film, do sempre la precedenza al cinema italiano d’autore, ed ultimamente è raro che io rimanga deluso".

    LA REDAZIONE


     
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