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    L'INTERVISTA

    MELANCHOLIA - INTERVISTA al regista LARS VON TRIER (A cura di NILS THORSEN) - (II. PARTE)

    24/10/2011 - INTERVISTA a cura del giornalista NILS THORSEN al regista LARS VON TRIER per il film MELANCHOLIA (II. PARTE)

    I vuoti rituali della realtà

    Dopo la danza dell'apocalisse iniziale, il film si divide in due parti. La prima si intitola “Justine” e parla della sorella depressa e del suo matrimonio. L'altra si intitola “Claire”, ed è il conto alla rovescia verso la fine. Come dice il regista: “Se deve andare a finire male, bisogna che cominci bene”.

    Justine è depressa ma ha deciso di diventare normale, e quindi vuole sposarsi, spiega VON TRIER. “Vuole farla finita con le fisime, le angosce e i dubbi. Per questo vuole un vero matrimonio. E va tutto bene finché si accorge di non essere all'altezza delle proprie aspettative. C'è una domanda ricorrente che tutti le fanno: 'Sei felice?' Dev'esserlo per forza, altrimenti quel matrimonio non ha senso. Devi essere felice, ora! E tutti cercano di farla ragionare, ma lei non vuole saperne”.

    Nel film, Justine sembra incapace di 'esserci', in quella situazione. Non vuole sposarsi veramente?

    VON TRIER: "No. All'inizio, l'idea del matrimonio la diverte e si sente così forte da poterlo prendere alla leggera. Ma lentamente, la depressione cala come un sipario tra lei e tutte le cose che ha messo in moto. E quando arriva alla sera del matrimonio, crolla”.

    Sembra altrove, mentalmente. Ma dove?

    VON TRIER: "Desidera 'naufragi e morti improvvise', come dice lo scrittore danese Tom Kristensen. E li ottiene, anche. In un certo senso, è lei che attrae il pianeta Melancholia e gli si arrende".

    Se desideriamo 'naufragi e morti improvvise', forse è perché ci sembrano più reali di questo mondo fasullo?

    VON TRIER: “Infatti. Justine è una donna piena di dubbi e quando arriva il giorno del matrimonio che si è autoimposta è colta dall'ennesimo dubbio”.

    Quale dubbio?

    VON TRIER: “Si chiede se ne valga la pena. Un matrimonio, dopo tutto, è un rituale. Ma c'è veramente qualcosa, al di là del rituale? No. Non per lei. E' un vero peccato che noi depressi non diamo importanza ai rituali. Io stesso mi trovo in difficoltà, alle feste. 'Ora ci divertiamo tutti quanti! Divertirsi! Divertirsi!' Sarà perché i depressi vogliono di più, non si accontentano di qualche birra e un po' di musica. Sembrano cose talmente finte. I rituali sono finti. Al tempo stesso, se non ha senso il rituale, non ha senso neanche tutto il resto”.

    E' così che la vede il depresso....?

    VON TRIER: “Se c'è qualcosa di valido al di là del rituale, allora va bene. Il rituale è come un film. Dev'esserci qualcosa in un film. E la trama del film è il rituale che ci porta a quello che c'è dentro: se c'è qualcosa dentro e oltre il film, il rituale ha un senso. Ma se il rituale è vuoto, se – cioè – non è più divertente ricevere regali a Natale o vedere la gioia dei bambini, allora trascinare un albero in salotto diventa un rituale completamente vuoto”.

    Allora è questa l'eterna domanda del depresso: è tutto vuoto?

    VON TRIER: “L'imperatore ha qualche vestito addosso? C'è una sostanza, un contenuto? E non c'è. Ed è questo che Justine vede ogni volta che guarda quel maledetto matrimonio. Lui, lo sposo, non ha niente addosso, è nudo. E lei si è sottoposta a un rituale che non ha alcun senso”.

    E gli altri non se ne accorgono?

    VON TRIER: “Agli altri non importa, si limitano a godersi il rituale e basta”.

    DESIDERIO DI REALTÀ:

    La Justine depressa non desidera solo qualcosa di reale. Vuole pathos e dramma, spiega LARS VON TRIER: "Cerca qualcosa che abbia un vero valore. E il vero valore comporta sofferenza. E' così che pensiamo, noi depressi: vediamo la depressione come qualcosa di più vero. Preferiamo musica e arte che contengono un pizzico di melanconia. Quindi la melanconia stessa è un valore. L'amore infelice e non corrisposto è più romantico dell'amore felice. Perché l'amore felice non ci sembra del tutto reale, in fondo”.

    Ma perché desiderare 'naufragi e morti improvvise'?

    VON TRIER: “Solo perché sono veri. Il desiderio è vero. Magari non esiste nessuna verità da desiderare, ma il desiderio in sé è vero. Come il dolore. Lo sentiamo dentro. E' una cosa reale”.

    A livello personale, cosa pensi dell'idea che il mondo possa finire?

    VON TRIER: “Se potesse accadere in un attimo, l'idea non mi dispiacerebbe. Come dice Justine 'La vita è cattiva', giusto? E la vita è un'idea malvagia. Dio si sarà anche divertito a creare il mondo, ma ha lasciato parecchie cose a metà”, ride il regista. “Quindi, se la fine del mondo significasse far sparire di colpo tutte le sofferenze e i desideri inappagati, sarei il primo a premere il bottone. Se nessuno soffrisse. Ma qualcuno potrebbe obiettare: che cattiveria! E tutte le vite che non vivrebbero mai? Eppure, non posso fare a meno di vedere una vena di perfidia nell'esistenza”.

    Nella vita, c'è più gioia o infelicità?

    VON TRIER: “Infelicità, cavolo! Certo. Si potrebbe obiettare che c'è anche l'orgasmo. Sì, quello non è male. Ma pesano di più la sofferenza e la morte, sul piatto della bilancia, credo. Ci sono molta più morte e sofferenza, che piacere. Anche quando ti godi un giorno di primavera, c'è malinconia”.

    Il matrimonio è l'ultimo tentativo di Justine di rientrare nella vita reale anziché rifugiarsi nella malinconia del desiderio inappagato. “E' per questo che vuole sposarsi”, spiega il regista. “Pensa: se mi costringo ad abbracciare i rituali, forse riuscirò a trovare un po' di verità. Anche nel corso di una terapia antidepressiva sei costretto a introdurre dei rituali: fare una passeggiata di cinque minuti, per esempio. E strada facendo, anche i rituali assumono un significato, per accumulazione. Secondo la regola del 'fai come se', finché non ottieni il risultato. Justine ci prova. Ma è troppo affamata di verità. E credo che lo stesso valga per i depressi in generale. Per noi la verità è troppo importante”.

    Il desiderio inappagato è l'elemento chiave di Melancholia?

    VON TRIER: “Desiderio e depressione sono legati. Il desiderio inappagato è struggente. La disperata malinconia del desiderio evoca immagini di lupi che ululano alla luna”.

    E cosa ulula, il lupo: venite a prendermi'?

    VON TRIER: “Sì. Perché da qualche parte deve pur esserci un posto per me”, ride. “E' per questo che Justine ulula a quel pianeta: vieni a prendermi. E, per la miseria, il pianeta arriva e la divora! Mi sembrava significativo che non fosse solo una collisione tra due pianeti, ma che uno divorasse l'altro”.

    E' questo che desidera Justine, essere divorata?

    VON TRIER: “”, ride. “Quindi c'è un lieto fine, in fondo!”.

    (SEGUE... nella III. PARTE)

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