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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > SOURCE CODE - INTERVISTA al regista DUNCAN JONES e all'attore protagonista JAKE GYLLENHAAL (A cura dell'inviata SARA MESA)

    L'INTERVISTA

    SOURCE CODE - INTERVISTA al regista DUNCAN JONES e all'attore protagonista JAKE GYLLENHAAL (A cura dell'inviata SARA MESA)

    03/05/2011 - A Roma il regista DUNCAN JONES e l'attore protagonista JAKE GYLLENHAAL hanno presentato alla stampa il film SOURCE CODE

    Che cosa farebbe se le rimanesse solo un ultimo minuto di vita?

    JAKE GYLLENHAAL: "Grazie per la domanda, se fosse ora non risponderei alla domanda. Chiamerei la mia famiglia che in questo momento sta dormendo profondamente, tenterei di svegliarli e di farmi una risata comunque perché credo che il modo migliore di uscire da ogni situazione sia attraverso l’umorismo. Cercherei disperatamente anche un piatto di pasta pronto da mangiarmi prima di andare".

    I suoi due film ci restituiscono l’ossessione per il tempo e la claustrofobia, dove le cose non sono mai come sembrano e gli spazi sono sempre molto angusti, da dove nasce questa fascinazione personale? E come riesce a fare dei film che siano così diversi dalla fantascienza 'cafona' che viene generalmente prodotta ad Hollywood?

    DUNCAN JONES: "Quello che cerco di fare è sempre concentrarmi sui personaggi. A me ovviamente piace molto la fantascienza, quella migliore che ho letto e visto nei film con i quali sono cresciuto è quella che si concentra sull’individuo e come egli venga influenzato dal mondo all’interno del quale si trova. Quindi non è tanto il concetto o l’aspetto della tecnologia, ma come i personaggi affrontino questo mondo e le circostanze in cui si trovano, che a noi possono risultare estranee ma in realtà sono connaturali a loro che ci sono dentro. La claustrofobia è stata il risultato di una necessità, avevamo solo 5 milioni per realizzare Moon e ho dovuto costruire un piano per non rinunciare a cose che dovevo assolutamente ottenere, visti gli esigui fondi ho tenuto al minimo il cast e per il resto non potendo dipendere dal mutevole tempo inglese ho girato in studio per evitare che ci fossero problemi, per questo ho realizzato così il film. Penso che quando Jake l’ha visto ha notato cose che potevano essere applicabili a questo film e a me; è lui che mi ha presentato questa sceneggiatura, io l’ho vista come qualcosa in cui potevo realizzare qualcosa di nuovo, sia lui che i produttori hanno sicuramente riscontrato qualcosa che si potesse adattare al mio modo di fare film".

    Qual è stata la più grande difficoltà di questo ruolo per lei?

    J. GYLLENHAAL: "Non ho trovato nulla di particolarmente difficile nell’interpretare questo ruolo. Sapevamo che dovevamo affrontare la ripetizione e avremmo dovuto apportare delle innovazioni per avere successo. Ho trovato anzi molto divertente interpretare questo ruolo, in particolare nei momenti in cui ero nella capsula in cui non ho mai visto Vera Farminga, ero davanti ad uno schermo verde e ho fatto ricorso alla mia fantasia, mi sono sentito tornare bambino e il desiderio di un attore è proprio quello, utilizzare la propria creatività e creare delle situazioni in cui qualcuno risponde come vorresti".

    Che cosa è stato cambiato rispetto al libro da cui è tratto il film e chi sono i suoi scrittori di fantascienza preferiti?

    D. JONES: "La sceneggiatura è stata scritta da Ben Ripley che ha messo insieme tutta una serie di idee relative alla fantascienza, alcune originali e altre che avevo già potuto riscontrare in libri e film. Le aveva messe bene insieme e ciò che mi ha attratto nel realizzare il progetto è che sebbene il nucleo di esso fosse la fantascienza il film era anche molte altre cose: un film d’azione, d’amore, una commedia, tutte cose combinate insieme che per un regista rappresentano la possibilità di realizzare qualcosa di estremamente variegato, è come fare il giocoliere, è stato molto interessante da parte mia. Ben ha una profonda conoscenza della fantascienza quindi tutte le idee che ha messo insieme hanno mostrato grande rispetto nei confronti della fantascienza cosa che abbiamo cercato di mantenere anche nel film. Un esempio è il cameo dell’attore di 'Quantum Leap' come padre di Jake Gyllenhaal".

    Ormai è abituato ai paradossi temporali tra 'Donnie Darko' e 'Prince of Persia'. Come si è rapportato alla sceneggiatura e alle differenze tra i vari personaggi?

    J. GYLLENHAAL: "Io credo che la questione del tempo sia qualcosa di universale e offre una tensione narrativa all’interno di un film che è intrinseca e quindi è sicuramente di conforto sapere che all’interno della scena esiste già una tensione narrativa e non devi cercare di accentuarla, è come se fosse un sussidio, un aiuto. Per quello che riguarda 'Donnie Darko' credo che questo film rappresenti un po’ il suo estremo, come una specie di chiusura del decennio. Ho amato fare quel film come questo, li ho affrontati nello stesso modo. 'Donnie Darko' per me ha rappresentato il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, con tutte le stranezze che questo processo comporta e questo film rappresenta la transizione dall’età adolescente a quella adulta con tutte le situazioni e i compromessi che comporta. L’unica differenza tra i due è che nel primo c’era il coniglio e in questo no, però questo coniglio in qualche maniera continua a perseguitarmi perché questo film negli Usa è uscito in contemporanea con 'Hoop'".

    In questa storia c’è una forte tensione antimilitarista, un certo uso del corpo umano e dei soldati, lei l’ha riconosciuto ed aderisce o no?

    D. JONES: "No, non l’ho intesa nel senso di un giudizio rispetto ai militari perché ho rispetto per le persone che ritengono di doversi impegnare per la protezione della gente. Anzi in Source Code abbiamo il protagonista che ha fatto la sua parte e non gli è stato reso il dovuto rispetto per ciò che ha fatto. Io per natura ho rispetto nei confronti dei militari perchè la mia famiglia è composta per metà di artisti e per metà da militari".

    Come sceglie i personaggi da interpretare, secondo quale criterio?

    J. GYLLENHAAL: "Li scelgo per ragioni diverse e ogni volta che l’ho fatto perchè dettatomi dall’istinto il film ha avuto successo da un punto di vista artistico e a volte commerciale. Quando ho visto Moon dopo i primi 20 minuti ho pensato 'non importa come vada a finire, devo lavorare con questo regista'".

    Che rapporto avete con i testi di Philip Dick e quali sono i vostri film di riferimento di fantascienza?

    D. JONES: "Potrei parlare di fantascienza tutto il giorno, sono lettore appassionato di Dick e di Ballard, sono autori importanti che mi piacciono molto perché riescono a combinare l’introspezione e immaginare come potrebbe dispiegarsi il futuro, come si ripercuoterebbe sulle persone e come esse sopravvivono in determinati posti".

    J. GYLLENHAAL: "Mi piace la fantascienza, amo George Orwell anche se ciò che mi ha attirato in questo film è l’aspetto psicologico, l’idea della morte e della rinascita un minuto dopo l’altra, che forse potrebbe essere definita anche un’idea buddhista. Amo l’idea di questa persona che viene fatta continuamente saltare in aria fintanto che non recepisce il messaggio".

    Questa lotta al terrorismo attraverso un sistema fantascientifico rivela una cancrena della nostra società? A quasi dieci anni dall’attentato dell’11 Settembre cosa prova in quanto americano?

    J. GYLLENHAAL: "Per quello che riguarda la violenza io la considero quasi sempre non necessaria e nel corso della promozione di questo film mi sono state fatte domande sulla scia di questa, mi è stato chiesto cosa farei se potessi rivivere 8 minuti della mia vita e senza offendere nessun giornalista lo reputo un po’ assurdo visto quello che sta succedendo in questo momento nel mondo. Semplicemente perché questo film parla di un programma informatico che consente ad una persona di entrare nel corpo di un’altra per i suoi ultimi 8 minuti di vita per bloccare una catastrofe non per rivivere 8 minuti della propria vita. Perciò per rispondere alla sua domanda vorrei che potessero esistere programmi che consentissero di tornare indietro nel tempo per poter tornare in uno di quegli aerei, di quegli edifici, nell’impianto nucleare in Giappone, di potersi insinuare nel corpo di un leader politico, una persona molto più intelligente di me per fermare quello che è successo. E non lo dico per pubblicizzare questo film, ma perché ripensare a quei momenti è doloroso e la stragrande maggioranza delle volte la violenza non è necessaria".

    E’ vero che ha accettato di dirigere questo film con la speranza di realizzarne uno suo con Jake Gyllenhaal, c’è già un’idea? Visto che Jake ha collaborato alla realizzazione del film, che suggerimenti vi siete scambiati?

    D. JONES: "Per me è stata una grandissima opportunità quella di realizzare questo film, anche perché mi ha dato la possibilità di dare il mio contributo creativo ad una sceneggiatura molto forte e bella, mi ha dato la possibilità di collaborare con Jake ed è ovvio che ho un piano che prevede la collaborazione in molti altri film con Jake".

    J. GYLLENHAAL: "Il mio contributo è stato coinvolgere lui nella realizzazione del film e piccole cose all’interno delle scene. Ho proposto numerose idee, lui poi ne ha usate un quarto. A livello concettuale ha lavorato molto più lui, io e Michelle abbiamo dato un piccolo contributo forse più nel cercare di capire la storia d’amore, da dove è partita, come si relazionano e sviluppano la storia d’amore i personaggi...".

    Ci sono due puntate di due serie tv, una di 'Star Trek' in cui esplode continuamente l’astronave e loro rivivono questa cosa finchè non scoprono perché accade, e un’altra di X Files in cui Mulder muore e si ritrova ad indagare per scoprire cosa è successo e rivivendo la stessa situazione. Le ha viste e l’hanno ispirata in qualche modo?

    D. JONES: "La mia risposta migliore è questa (e fa il segno di 'Star Trek')".


     
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