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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > I RAGAZZI STANNO BENE - INTERVISTA alla regista e co-sceneggiatrice LISA CHOLODENKO e allo sceneggiatore STUART BLUMBERG

    L'INTERVISTA

    I RAGAZZI STANNO BENE - INTERVISTA alla regista e co-sceneggiatrice LISA CHOLODENKO e allo sceneggiatore STUART BLUMBERG

    13/03/2011 - La sceneggiatura de I RAGAZZI STANNO BENE è firmata da STUART BLUMBERG e LISA CHOLODENKO

    STUART BLUMBERG: "Siamo stati a stretto contatto. Ci siamo odiati. Ci siamo voluti molto bene".

    LISA CHOLODENKO: "E’ stato un processo lungo; ci sono voluti quattro anni. Ci conoscevamo già da molti anni e ci vedevamo a New York…".

    SB: "Siamo sempre andati molto d’accordo. Avevo conosciuto Lisa grazie ad un amico comune, e avevamo subito fatto amicizia".

    LC: "Ci siamo incontrati per caso in un bar di Los Angeles, e Stuart mi ha chiesto cosa stessi facendo. Gli ho detto che stavo lavorando a questa sceneggiatura, ma avevo appena cominciato e stavo affrontando un tipico blocco dello scrittore, poi gli ho chiesto cosa stesse facendo lui. Laurel Canyon era uscito nelle sale; stavo curando la regia di alcune cose per la televisione. Ma quello che desideravo davvero era scrivere una sceneggiatura, perché tutto quello che mi veniva spedito e che leggevo non faceva per me. Sentivo di aver già iniziato quel processo che ti porta a lavorare in modo più personale e mi sentivo più a mio agio con sceneggiature incentrate sui personaggi".

    SB: "Mi ha detto 'Voglio scrivere una sceneggiatura per un film mainstream che parli di mamme che hanno figli e di donatori di sperma'. E io le ho risposto 'E’ strano, perché io invece vorrei fare qualcosa di più simile ai film che fai tu', qualcosa più simile al cinema d’autore".

    LC: "Gli ho fatto una specie di pitch dell’idea. Lui era interessato per ragioni molto personali…"

    SB: "Sono stato donatore di sperma al college".

    LC: "Ho amici che hanno vissuto molti aspetti di questa storia, io e la mia compagna abbiamo cercato di avere un bambino. Ci sono un sacco di storie di bambini di donatori – nel The New York Times, in 60 Minutes – e quei bambini ora stanno crescendo. Si aprono nuove sfide per la famiglia. Così mentre Stuart pensava che sarebbe stato divertente cimentarsi con qualcosa dal sapore 'indie', io pensavo che sarebbe stato interessante coinvolgere qualcuno in questo progetto che avesse una sensibilità più 'commerciale'. Abbiamo pensato che avrebbe potuto essere un felice connubio".

    SB: "Nessuno di noi due aveva mai scritto qualcosa insieme a qualcun’altro prima di quel momento".

    LC: "Ci siamo visti il giorno dopo per fare una prova".

    Come avete cominciato?

    SB: "Abbiamo trascorso mesi parlando della storia a grandi linee, e mesi sulla prima stesura. Siamo stati seduti fianco a fianco per molto tempo, battendola a macchina insieme. Ciascuna scena, personaggio, battuta è stata rivista almeno dieci volte".

    LC: "Ci facevamo a vicenda domande sui personaggi, davamo loro forma e li facemo confrontare uno con l’altro. Quando avevo la sensazione che la sceneggiatura stesse diventando superficiale, o politicamente troppo corretta, ci scuotevamo per rimetterci sui binari giusti".

    SB: E’ stata una dinamica interessante: uomini e donne sono diversi. Mi è piaciuto lavorare con Lisa. A volte mi sedevo al computer e dicevo una cosa tipo: “Ok, non ho molto tempo, perciò diamoci da fare”, ma lei allora mi rispondeva “No, no, raccontami del tuo fine settimana. Che è successo?”. “Dovremmo davvero cominciare”. “No, no, prima abbiamo bisogno di elaborare”.

    LC: "Quando mi lamentavo con la mia compagna del fatto di non sapere se la sceneggiatura fosse buona, lei mi diceva 'Continua a scrivere fino a quando non ti commuove. Se fa effetto su di te, allora sei sulla pista giusta'. Stuart ed io abbiamo scritto per circa un anno e mezzo, ma nello stesso periodo stavo cercando di restare incinta – cosa che poi è accaduta. Pensavamo di poter fare il film e chiudere tutto prima della nascita del bambino. C’è stato allora un primo tentativo di realizzare il film e abbiamo cercato di mettere su la produzione nel 2005-2006. La cosa però non è andata a buon fine. Con tutto il tempo che c’è voluto a mettere insieme i finanziamenti, la mia gravidanza era arrivata ad uno stato troppo avanzato perché potessi girare il film. Perciò ho avuto il bambino e ho trascorso i successivi due anni a cercare di riorganizzare la mia vita e a stare con lui il più possibile. Ma Stuart ed io abbiamo continuato a scrivere. Le continue revisioni hanno migliorato la sceneggiatura. Dato che ci avevamo lavorato sopra per un sacco di tempo, riuscivamo ad avere un’idea visiva di quello che leggevamo".

    Il film è girato in pellicola?

    LC: "Sì, [il direttore della fotografia] Igor Jadue-Lillo ed io abbiamo lavorato in 35 mm. Adoro la pellicola, e volevo evitare quella sensazione iper-realistica [tipica del digitale]. Volevo che si vedesse la grana dell’immagine. Pensavo che dovesse avere un effetto molto fotografico, come quello dei film con i quali sono cresciuta".

    Avevate deciso fin dall’inizio anche il fatto che il film dovesse trasmettere un messaggio al pubblico?

    SB: "Non c’è nessun messaggio sui matrimoni gay. Forse il film riecheggia battute bonarie del tipo 'Anche i gay meritano di avere gli stessi guai degli eterosessuali...' Credo che quando Lisa ed io abbiamo cominciato a scrivere I ragazzi stanno bene pensavamo 'Facciamo succedere questo e proviamo ad esplorare la storia che ne viene fuori'. Ci siamo concentrati sugli esseri umani, non sulle grandi questioni".

    LC: Non mi vedo come una persona molto impegnata politicamente, anche perché ritengo che qui si parli di diritti umani. Lo so, i diritti umani sono una questione politica, ma il mio rapporto con loro e il mio contributo in questo campo sono di tipo artistico e creativo.
    So che qualcuno dirà “Oh, ecco una famiglia anticonformista, due madri con i loro figli”. Per me invece è piuttosto tipica. Volevamo portarla sullo schermo in un modo che non apparisse politicizzato. Si tratta solo di raccontare la storia di questa particolare famiglia.

    SB: Hanno condotto una vita meravigliosa stile Ozzie and Harriet, ma noi abbiamo colto i personaggi in un momento di transizione. La storia è già abbastanza ricca e complessa da non aver bisogno di troppe sovrastrutture.

    LC: Volevamo esplorare ciò che affronta qualsiasi famiglia, in particolar modo qualsiasi famiglia con figli: l’ansia e il divertimento, il dolore e l’angoscia di vedere la tua famiglia che si trasforma, anche in relazione a te. Che tu sia gay o eterosessuale, o single o parte di una coppia interrazziale o qualsiasi altra cosa – tutti affrontano lo stesso percorso, tutte le famiglie affrontano le stesse sfide; i commoventi riti del cambiamento, le scelte fatte, lo sforzo di tener duro per mantenere unita la famiglia. Cosa ti fa prendere alcune decisioni e quali sono le cose che possono farti deviare: anche su questo abbiamo lavorato.

    SB: La famiglia della nostra storia è altrettanto meravigliosa e tormentata e difettosa di qualsiasi altra famiglia. Con storie come questa approfondisci il perchè gli esseri umani si comportino in un determinato modo. Nonostante mi piacciano i film d’azione e i thriller, passare un po’ di tempo a studiare la natura umana può essere molto divertente e gratificante.

    LC: Quando ho deciso di fare la regista, quello che mi ha fatto davvero venire voglia di provare sono stati i film che ho visto quand’ero più giovane; film che avevano davvero il senso della commedia e della tragedia. I personaggi erano sempre complessi e umanamente fragili, ed erano in grado di far crescere e diminuire le tue simpatie.

    SB: Pensando anche ai film che ho fatto prima, forse inconsciamente applichiamo uno schema. Si tratta sempre di “un nuovo personaggio che irrompe in una situazione e scuote le cose”. Mi interessano le persone che cercano di trovare un significato a quello che fanno nella loro vita, e poi magari arriva una persona dall’esterno che funge da catalizzatore e le costringe a riflettere sul serio.
    Mark Ruffalo dà molto spessore al personaggio di Paul. Va davvero a fondo ed è molto divertente. Questo ruolo mi ricorda alcuni ruoli da lui interpretati in passato.

    LC: Paul è diventato un personaggio più ricco grazie all’interpretazione di Mark. Avevo pensato a lui per la parte fin dall’inizio. Aveva altre offerte, per film più grossi, ma credo che alcuni dei grandi attori sentano che il piacere di recitare risiede nell’essere capaci di fare film meno costosi e importanti nei quali però puoi immergerti completamente. Julianne Moore è stata fantastica, perché quando le ho detto “Vorrei coinvolgere Mark, puoi darmi una mano? Magari puoi fargli una telefonata…”, lei lo ha chiamato.

    Avevate pensato a Julianne Moore fin dall’inizio?

    SB: Certo, abbiamo scritto il personaggio di Jules con Julianne in mente. E’ stato fantastico poter sentire la persona che avevamo immaginato dire davvero le battute.

    LC: Sul set Julianne era pronta a tutto, comprese le scene di sesso. L’ho incontrata la prima volta circa dieci anni fa. Di tanto in tanto, nel corso degli anni, ci è capitato di parlare e lei mi diceva “Scrivi qualcosa per me”. Le avevo mandato una prima stesura di I ragazzi stanno bene e lei aveva subito dato la sua disponibilità nel 2005, quando il film doveva essere girato, ma poi non è stato fatto. Julie si è resa disponibile per il film durante i successivi quattro anni. E’ rimasta incollata,
    incollata a me e incollata al film. Sono andata a New York e ci siamo incontrate e abbiamo parlato molto. Con Julianne abbiamo parlato molto della direzione che la sceneggiatura stava prendendo, e di come le cose fossero cambiate per i personaggi, e del perché. Ha imparato a conoscere il suo personaggio in modo più organico mano a mano che Jules si evolveva.

    SB: Pensavamo che sarebbe stato diverso da quello che eravamo abituati a vedere da lei; Julianne normalmente interpreta donne molto forti. Con questo non voglio dire che Jules non sia forte, ma nel rapporto è quella più vulnerabile.

    Per tutto il tempo in cui avete scritto per Julianne, nessuna attrice era stata invece ipotizzata per Nic. Forse perché in Nic c’è molto di Lisa?

    LC: Ci sono cose di me in Nic, aspetti della mia personalità. Ma non sono io quella che porta a casa la pagnotta in famiglia…
    Per interpretare Nic avevamo bisogno dello yin per lo yang di Julianne. Mi ci è voluto un sacco di tempo per capire chi avrei voluto che interpretasse Nic. Sapevo di volere una grande attrice che fosse divertente, drammatica, forte, sexy, sopra i 40, e riconoscibile. Sapevo che non sarei stata in grado di sedermi con chiunque fino a quando non avessi trovato la persona giusta; doveva essere fatta una sola offerta, perciò ho preso quest’impegno molto seriamente. A New York, Julie ed io abbiamo esaminato una lista di attrici possibili e ci siamo scoperte entrambe fan di Annette Bening. Così mi sono presentata da lei. Julianne ha mandato una mail ad Annette dicendole “Sarei felicissima se tu lo facessi”.
    E’ stato un matrimonio combinato; molto del lavoro preparatorio per il film è stato fatto con la scelta di Annette. Entrambe sapevano che erano state scelte una per l’altra e che dovevano fare in modo che funzionasse. Erano anche attratte dalla sfida di entrare nel profondo della psicologia e dello spazio emotivo di questa coppia.

    SB: Annette è meravigliosa. Ha letteralmente fatto lezione di recitazione; ogni giorno sul set ce ne dava una dimostrazione nuova e strabiliante. E l’impegno che ci ha messo! E’ stata motivo d’ispirazione poter osservare qualcuno di così professionale prendere la cosa tanto seriamente. Si è incarnata completamente in Nic.

    LC: Siccome Annette era a Los Angeles, lei, Stuart ed io ci siamo incontrati diverse volte per parlare della sceneggiatura, e insieme abbiamo fatto alcune importanti revisioni. Il lavoro della scrittura è importante per lei ed è anche molto brava in questo.
    Annette è molto incisiva, intelligente e metodica. Mi sono resa conto che era proprio lei il personaggio che avevo descritto, perché nella vita reale è una specie di Mamma Orsa. Le è stato facile utilizzare questo lato del suo carattere per la parte, essendo anche lei molto presa dalla vita dei suoi figli.
    Lavorare con Annette prima che Julianne venisse a Los Angeles mi ha aiutato ad avere una migliore comprensione dei personaggi e dei rapporti reciproci, e a capire come aiutare entrambe le attrici a trovare i momenti chiave da trasporre sullo schermo per dare autenticità alla loro relazione. Il fatto di dover interpretare la normalità e l’umanità dei loro personaggi e del loro matrimonio le ha rese libere di essere naturali e di tenersi alla larga da qualsiasi archetipo o artificiosità.

    Come e in che modo gli attori più giovani vi hanno sorpreso?

    SB: "Beh, Mia Wasikowska potrebbe sembrare una di quelle 'meteore' che esplodono sulla scena, invece è incredibilmente tranquilla e con la testa a posto. Ha dato equilibrio al ruolo di Joni, una serietà credibile al suo personaggio diciottenne. Josh Hutcherson ha fatto un ottimo lavoro; non somiglia per niente a Laser nella vita reale. Lo abbiamo visto passare dalla sua naturale estroversione ad un’interpretazione molto contenuta, quasi implosa".

    Qual è stato il feedback iniziale da parte del pubblico? Il film è stato proiettato in anteprima a gennaio e a febbraio del 2010, prima al Sundance e poi al Festival di Berlino …

    LC: "… cosa che in realtà non ero pronta a fare. Lo abbiamo proiettato in una versione non definitiva all’anteprima mondiale del Sundance – è stato quasi da esaurimento nervoso affannarsi a fare dei mix provvisori – ma, nonostante ciò, il film è andato incredibilmente bene. L’accoglienza è stata straordinaria. Anche l’esperienza a Berlino è stata molto positiva. Credo che la gente si sia sentita sollevata nel vedere un film che affronta qualcosa di reale e complicato, in modo anche divertente. Le persone hanno giudicato questa rappresentazione del matrimonio e della famiglia originale e piacevole, e l’aspetto gay porta alcuni spettatori ad esplorare territori ancora sconosciuti. Il pubblico di entrambi i festival ha apprezzato il film più di quanto avrei mai immaginato. Il film è un percorso reale e sorprendente alla fine del quale si trova la speranza".

    LA REDAZIONE


     
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