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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > LE CROCIATE di RIDLEY SCOTT - PRESS CONFERENCE: 20 APRILE 2005 - ROMA, Cinema Fiamma

    L'INTERVISTA

    LE CROCIATE di RIDLEY SCOTT - PRESS CONFERENCE: 20 APRILE 2005 - ROMA, Cinema Fiamma

    27/04/2005 - Il regista RIDLEY SCOTT e l'attrice EVA GREEN (The Dreamers) presentano alla stampa: Kingdom of Heaven (Le crociate)

    Le crociate sono un pretesto per raccontare la follia della guerra in generale ?

    Ridley Scott: “Se si vuole, andando a guardare qualsiasi momento della storia del passato, è possibile tracciare un parallelo con quello che succede oggi, in qualche maniera. E chiaramente in questo film, se vogliamo, possiamo anche trovare dei riferimenti, tracciare paralleli con quello che sta accadendo attualmente in Medio Oriente, ma io preferisco non farlo. Preferisco dire che in questo film abbiamo descritto un qualcosa che risale a 1000 anni fa. E sono esattamente questi 1000 anni che separano l’oggi, il presente, da quello che è il passato, la storia. Tra l’altro, proprio guardandoci indietro, quello di cui ci rendiamo conto è che purtroppo non abbiamo imparato e continuiamo a non imparare nulla, continuiamo a ripetere, a perpetuare quello che è successo e che continua a succedere. Fondamentalmente la sceneggiatura è basata su questa difficile, scomoda tregua, compresa tra la seconda e la terza crociata. Perché poi è questo il fatto, l’evento storico che ha dato il via al film. Quello che io credo è che appunto, guardando indietro ci rendiamo conto di non aver imparato nulla, forse sarebbe comunque importante invece, cercare di guardare avanti, al futuro…”.

    Si può parlare di ‘Le crociate’ come del film visivamente migliore di Ridley Scott ?

    R. Scott: “In realtà ogni volta che faccio un film in un certo senso imparo e cresco, almeno, spero di crescere, anche perché se non crescessi forse sarebbe il caso che mi ritirassi e smettessi di lavorare. Quindi per me ogni nuovo film è comunque una nuova avventura, una collina che mi accingo a scalare. Guardo sempre alla realizzazione di un nuovo film in maniera diversa, cercando quindi di imparare cose nuove”.

    A proposito degli effetti visivi, pare che un coprotagonista importante di questo film, così come è stato espressamente esplicitato anche nel press-book, sia l’aria (con una citazione da ‘Il gladiatore’, per il grano ondeggiante) insieme ad una dominante cromatica come l’azzurro che ritorna più volte in diversi momenti

    R. Scott: “La bellezza è difatti nelle cose che ci stanno intorno, io ci vedo la vita. Ed è questa la ragione credo, per cui sono stato attratto dal Marocco per gli ultimi tre progetti da me realizzati. Proprio perché è un paese meraviglioso, ha una cultura gentile, spettacolare in se stessa: la gente è bella ed è tutto l’ambiente che ti entra dentro. Devo dire che io come regista in realtà prego che gli elementi della natura si facciano sentire, si facciano vedere. Quello che normalmente i registi detestano e temono e da cui cercano di rifuggire è invece un qualcosa che io accolgo con favore e quelli che si considerano appunto gli elementi avversi, tipo quelli naturali, invece per me sono graditi, perché secondo me rendono le cose molto più reali e molto più immediate e quindi conferiscono questo elemento alla storia. Comunque devo ammettere che il vento in quella situazione è stato veramente una gran ‘rottura di balle’ perché questo benedetto ‘mistral’, il vento del deserto, che, generalmente, alla seconda settimana di maggio cessa di soffiare, è andato avanti fino alla fine di giugno bloccando praticamente tutte le nostre possibilità di lavoro. Oltre a questo enorme vento c’era infatti un grandissimo caldo ed è stato come ciò che in Inghilterra chiamiamo ‘l’uovo scozzese’. Si tratta di un uovo che viene praticamente coperto di briciole di pane, poi viene cotto con una parte di aceto e altri ingredienti, tale da risultare una cosa disgustosa anche solo a vedersi. Ecco, noi alle 11 del mattino avevamo esattamente l’aspetto dell’uovo scozzese. E devo dire che gli attori sono stati eccezionali: hanno dovuto sopportare tutto questo, tutti questi elementi negativi che io ho considerato meravigliosi ma che a loro, invece, hanno dato più di un problema. Eva (Green) l’ha capito subito, in realtà la cosa non l’ha mai disturbata, non si è mai lamentata. Le ho chiesto di fare cose insidiose, scene particolarmente difficili, in condizioni particolarmente insidiose e difficili e lei ha accettato tutto sempre senza mai lamentarsi e come avete potuto riscontrare, l’ha fatto anche in maniera meravigliosamente bella”:

    Sulla storia delle crociate sono fioriti moltissimi luoghi comuni, sia in termini positivi che negativi. Con questo film, oggi si fa strada una terza posizione, quella della convivenza tra diversità etniche. Nel film si è operata un’accentuazione proprio sulla convivenza tra ebrei, cristiani e musulmani rispetto alla realtà storica. E’ stato fatto deliberatamente in funzione del messaggio da far arrivare?

    R. Scott: “Prima di tutto, oggi non siamo tutti estremamente, tremendamente ‘politicamente corretti’, rianalizzando, rivedendo tutto? Il che ritengo sia una cosa positiva, però a volte andiamo a scavare in cose che non hanno bisogno di essere scavate. C’è stata la percezione di questo idealismo che era alla base delle crociate che sono state in un certo senso romanticizzate. I miei libri preferiti sono quelli che raccolgono fotografie, dipinti o incisioni che riguardano il periodo, il tempo a cui faccio riferimento quando preparo un film. Però in questo caso le rappresentazioni sarebbero state forse un’iconografia bidimensionale di quelle che erano le immagini religiose. Non so se conoscete Gustave Dorè, credo che fosse del 1900. Lui ha realizzato due libri bellissimi che tra l’altro mi sono stati regalati. Due bei tomi, molto massicci che contengono delle eccezionali descrizioni da parte sua e anche delle incisioni, dei dipinti, in cui c’è proprio la misticizzazione, la romanticizzazione delle crociate di questo periodo e una posizione forse particolarmente pro-europea. Anche il personaggio del Saladino viene descritto in una maniera forse anche questa abbastanza romantica: veniva rappresentato come il leader arabo di bell’aspetto. E Dorè ha una passione particolare per questo periodo. Io però ho fatto riferimento a queste immagini soprattutto per cercare di capire che cosa indossavano le persone all’epoca, com’erano bardati i cavalli. A questo proposito i volumi di Dorè contengono delle eccezionali idee, opinioni e descrizioni, quindi un’ottima visione di riferimento. Una rappresentazione, un’opinione romanticizzata delle atrocità perpetrate da entrambe le parti… il periodo da noi scelto è proprio quello della ascesa di Saladino, e dunque il momento più importante per lui, però va detto che le crociate all’epoca erano forse considerate per lo più delle scaramucce di confine, dal momento che Saladino aveva dei problemi di gran lunga maggiori e più importanti verso Est. Su questo gli storici possono sicuramente concordare. Anche se Saladino si rendeva perfettamente conto che prima o poi sarebbe dovuto tornare a Gerusalemme e comunque risolvere anche il problema di quello che i crociati, questi europei, rappresentavano per lui. Alla fine del XIX secolo va detto che per quello che riguardava gli europei e anche in parte i musulmani, praticamente le crociate erano state quasi dimenticate. Ed è quindi nel XX e all’inizio del XXI secolo che è stata gettata una nuova luce sul termine ‘crociata’, utilizzata dunque anche per un effetto politico”.

    Di donne dei cavalieri nel cinema ce ne sono state tante. Come ha evitato gli stereotipi che spesso vengono associati a questo personaggio, qui ricreato in termini completamente nuovi, in un’immagine assolutamente fresca rispetto a questo tipo di figure femminili ?:

    Eva Green: “Quando ho letto per la prima volta la sceneggiatura mi sono innamorata del personaggio di Sybilla, un personaggio raro da trovare, molto complesso, con diverse sfaccettature e molte dimensioni. E’ una donna che ha diverse personalità: da una parte è regina, deve mantenere la pace tra tutte queste fazioni che coabitano a Gerusalemme e quindi mette una maschera di una certa durezza, però dietro questa maschera che indossa in pubblico è una donna sensibile, ha una vita difficile, si sente frustrata perché vive un matrimonio senza amore, non ha nessun rispetto per suo marito e per la sua sete di potere. Poi un giorno incontra Balian e immediatamente è attratta da lui e la sua vita prende nuova linfa e a questo punto si comporta come una donna molto moderna perché corre dei rischi, fa lei il primo passo, lo seduce con l’audacia che di solito magari potrebbe appartenere ad un uomo. E’ una donna indipendente e trova anche la forza alla fine di cedere e di rendere il suo regno a Gerusalemme e decide anche di smettere di essere regina e di diventare invece la regina del suo stesso destino, la regina di se stessa. Un personaggio così, con tanti colori e sfumature è un dono per un attore, quindi non mi posso proprio lamentare”.

    E’ la tolleranza l’argomento più forte di questo film ? E riguardo all’importanza, al valore e alla difesa della Fede, non crede che tolleranza e integralismo rendano questo film tremendamente attuale anche più della semplice visuale dello scontro storico, anche solo da un punto di vista teorico ?

    R. Scott: “Sicuramente questo film parla di tolleranza, ma tolleranza è un termine enorme, grande, carico di numerosissimi significati e io credo che in fin dei conti il terzo atto cominci in un certo senso a farci capire che si va ben oltre, che c’è qualcos’altro, che non è semplicemente la tradizionale visione di quest’uomo che sta andando incontro al proprio destino, e credo che questo si possa cominciare a realizzare quando vediamo arrivare sulla scena i musulmani condotti da Saladino. A questo punto ci rendiamo conto che c’è qualcosa di più, c’è qualcosa di oltre. Per quello che riguarda il personaggio principale, Balian, io credo che non sia tanto importante il fatto che vada alla ricerca di ritrovare la propria Fede, credo piuttosto che lui dubiti della propria Fede e che quindi lo si possa in un certo senso definire un agnostico, molto simile a tanta gente in giro per il mondo. La stragrande maggioranza della gente in realtà non è sicura. Ho questa sensazione anche rispetto alle giovani generazioni e spero di non illudermi troppo, di non essere troppo speranzoso: che forse ci sia in loro la necessità, la spinta a cercare di rivedere, di rivalutare i valori, cosa che viene magari collocata sotto il titolo di cercare una Fede, credere in qualcosa. Durante il film osserviamo dunque quest’uomo che non è necessariamente convinto, almeno non appieno, di un qualcosa di specifico, nella fattispecie dell’idea di Dio, ma se non altro è alla ricerca, riesce a trovare questo valore e la fiducia in se stesso… l’idea dell’azione giusta. In fondo, alla base di ogni religione c’è la decisione se essere una brava persona o meno. Poi però lui si trova ad incontrare, a stabilire un rapporto, una relazione, con due musulmani, i quali hanno delle opinioni molto chiare, delle posizioni ferree per quello che riguarda da dove vengono rispetto al loro Dio… E uno dei due musulmani che alla fine gli restituisce quel cavallo che lui gli aveva dato all’inizio del film e gli dice: ‘come avresti potuto fare tutte le cose che hai fatto se Dio non ti avesse amato?’. Il nostro protagonista Balian alla fine gli risponde in arabo: ‘Che Dio sia con te’, e il musulmano contraccambia: ‘Che Dio sia con te’. Quindi vediamo la separazione di queste due culture ma ci si augura che al momento di separarsi entrambi portino con sé un pezzo e una parte della cultura dell’altro: che il musulmano porti con sé una parte anche della cultura religiosa dell’europeo e viceversa, che l’europeo porti con sé parte della cultura del musulmano… Io credo che proteggere la Fede significhi anche rispettare tutte le altre fedi. E a un certo punto vediamo una scena in cui Saladino, attraversando una stanza, vede una Croce per terra, la raccoglie, la poggia sul tavolo e si allontana. Questo vi dice qualcosa ? Si parla di rispetto”.

    Ci risulta che il film fosse molto più lungo, di circa 4 ore e che sia stato tagliato. Qual’è stato il criterio adottato per i tagli ?

    R. Scott: “Intanto il film non è mai stato di 4 ore. In termini realistici, presumo circa 3. Quello che ho imparato nel corso degli anni è che uno deve diventare un critico feroce di se stesso per poter lavorare nella sala montaggio. E’ molto difficile essere pragmatici e apparire freddi e privi di passione quando ami qualcosa. Ma a volte i bambini devono cadere sul pavimento. E questo in parte è componente fondamentale delle decisioni del regista, per cui determinate cose dovevano sparire, dovevano essere eliminate per consentire a quella che io definisco la dinamica della storia di procedere. Questa è una cosa molto difficile da realizzarsi però è così. Probabilmente l’anno prossimo avremo una versione del film in digitale di 3 ore e quaranta minuti. Per me il digitale occupa un posto molto importante, credo che abbia una crescente rilevanza, perché un conto è venire in un luogo come questo, in un cinema, e guardare uno schermo. In questo caso interviene un fattore che io chiamo ‘male al sedere’, nel senso che devi star seduto e guardare il film, quindi vuoi che le cose procedano e vuoi che vadano avanti, e una cosa diversa invece è il mondo del digitale che per me è come prelevare un libro dalla libreria, dallo scaffale, come leggere un romanzo, qualcosa che tu puoi fare facendo delle pause, alzandoti, andandoti a sgranchire, quindi tornare a sederti e guardare una cosa che dura tre o quattro ore…”.

    Riguardo alla presenza del vigneto…:

    R. Scott: “… Per quello che riguarda il fatto di citare l’argomento anche del vigneto io ho una certa esperienza personale diretta perché sono 14 anni che posseggo un vigneto e comunque ritengo che sia sempre più importante realizzare delle cose che riguardano argomenti di cui forse puoi anche avere un’esperienza diretta personale, perché molti dei film che ho realizzato negli anni, magari sono basati su cose che non hanno gran che contenuto… Quello che sto cercando di fare è di prestare molta più attenzione all’argomento, al soggetto e far sì che sia un qualcosa di personale…”.

    Difficoltà di girare nel deserto:

    Eva Green: “Innanzitutto abbiamo cominciato a girare in Spagna e faceva freddissimo, quindi quando siamo arrivati a Quarzazate (nota come la porta del Sahara), ero molto felice di trovare un’altra temperatura. Mi sembra più facile recitare in un clima più caldo, è tutto più rilassato, più sensuale. Però mi ricordo quando abbiamo girato il finale, eravamo nel deserto quando abbiamo lasciato Gerusalemme, c’era questo vento pazzesco che ci soffiava in faccia, ed è stato difficile anche se io portavo le lenti a contatto in quella scena, però devo dire che farei qualsiasi cosa per Ridley (Scott). Tra le difficoltà fisiche c’è stato anche il fatto che ho dovuto imparare a montare a cavallo, ci avevo provato quando avevo 8 anni, ero caduta e avevo giurato di non salire mai più su un cavallo e invece ho dovuto imparare di nuovo, ma per fortuna avevo un cavallo vecchio e buono e quindi, alla fine me la sono cavata”.

    Lei mostra una religione abbastanza bieca, per cui ad esempio un prete strappa la croce al collo della giovane donna defunta, non teme di essere qualificato come un regista non troppo morale?

    R. Scott: “Innanzitutto è solo un film, non è un documentario. E noi nel film mostriamo numerosi aspetti di quello che è la religione. Se voi foste vissuti nel Medioevo avreste avuto praticamente due classi: la classe dominante, piccola così, e la stragrande maggioranza e poi forse la classe media che era la Chiesa. E fondamentalmente sarebbe stato un periodo, un mondo senza legge se non quella della classe dominante e della chiesa. Quindi la gente che viveva nelle capanne, nei piccoli villaggi, nelle piccole cittadine, era - forse dire alla mercé è una brutta parola – comunque si poteva considerare fortunata se aveva un buon prete, come in questo caso l’Ospedaliere. Oppure sfortunata se invece nel villaggio quello che era il prete era come quello che incontriamo all’inizio del film. Ovviamente c’erano entrambi i tipi. Inoltre nel Medioevo nessuno leggeva, non c’era la parola scritta, stampata, quindi l’idea o l’opinione di Dio e della vita era un qualcosa che veniva predicato da questi preti. La persona media dipendeva da questi consigli. E credo che l’Ospedaliere presenti un lato della religione che potrebbe definirsi ‘troppo moderno’. Credo che ci siano stati all’epoca anche preti di questo tipo, convinti della Fede ad un livello da consentire di sviluppare dubbi sulla stessa Fede, anziché incutere terrore”.

    Lei ormai è diventato un maestro nello spostare le folle, dove ha usato, se li ha usati, gli effetti speciali?

    R. Scott: “In realtà di effetti speciali ne abbiamo usati tantissimi, 800 inquadrature, il fatto che non li abbiate individuati significa che è fantastico. Non ho avuto più di 650 comparse, di cavalli, non più di 150. E questo perché ovviamente c’è stata un’accurata pianificazione di quello che è l’allineamento dell’inquadratura. Per esempio io ho costruito soltanto tre di queste catapulte di circa venti metri, che funzionavano realmente, e delle torri di assediamento ne ho costruite tre, e queste pesavano circa 17 tonnellate ciascuna. Una volta che ne hai costruita una, attraverso il computer è facile a livello digitale fare la campionatura e poi riprodurle”.

    Lei personalmente, ha una sua qualche idea di religione?

    R. Scott: “Sono agnostico, cresciuto in una famiglia essenzialmente protestante. Ero in una di quelle situazioni in cui però ti dicevano: ‘Tu la domenica vai in chiesa’, loro però non ci andavano. Credo che l’unica ragione per la quale a mio padre piacesse andare in chiesa è perché riteneva di avere una bella voce per cantare. Però fondamentalmente non è che in famiglia si discutesse, si parlasse di religione, quindi io sono andato avanti, ho poi frequentato la scuola, senza avere una nozione, un’idea specifica della religione. C’è stato uno storico importante che ha trovato un controsenso pensare che un personaggio tipo Balian, in quell’epoca, potesse avere delle idee personali riguardo all’esistenza di Dio, potesse al limite chiedersi se Dio c’era oppure no. Avrebbe dovuto essere assolutamente un credente, e quindi credere fondamentalmente nella vita dopo la morte e credere nell’esistenza del Paradiso e dell’Inferno. Ovviamente però quando mi sono accinto a realizzare questo film ho dovuto applicare quelle che in realtà erano le mie idee, i miei pensieri reali, che sono in contrasto con le affermazioni di questi storici. Sicuramente all’epoca ci sono state persone che l’hanno pensata diversamente, e magari ci sono state, nelle varie generazioni, persone che non erano così sicure, che non la vedevano così. Magari sono persone che hanno vissuto in periodi storici in cui era estremamente pericoloso esprimere a voce alta, dare voce a questi dubbi, a questi pensieri, e quindi se li sono tenuti per sé. Ed è questa però la ragione per la quale noi comunque abbiamo ricreato il nostro personaggio principale come qualcuno che non ha timore di esprimere i dubbi, i suoi pensieri. Lo fa soltanto con l’Ospedaliere perché con lui si sente più sicuro, gli dice appunto: ‘Non credo che Dio mi parli’. Penso che questo sia un qualcosa che è sempre stato presente e importante anche perché altrimenti non ci sarebbe mai stato nessun cambiamento, e le chiese sarebbero state sempre piene, ci sarebbe sempre stata una partecipazione continua e costante. Venendo alla questione del Papa, io ovviamente non ero qui a Roma, ma ho guardato in televisione – ho seguito la CNN europea che credo sia più internazionale di quanto non sia quella americana – e ho notato che l’età media delle persone che venivano qui a Roma per poter rendere omaggio alla salma del Papa (Giovanni Paolo II) era sempre più bassa, c’erano sempre più giovani, e pur da agnostico quale sono, questo mi ha dato una sensazione di ottimismo, mi ha fatto pensare che in un certo senso c’è un cambiamento in atto che si sta verificando, c’è una certa ricerca, e questo un po’ mi riporta a quello che dicevamo prima, a questa necessità, a questo bisogno di avere Fede… Come agnostico poi, il concetto a cui torno sempre è quello di comportamento e di integrità. E credo che tutto quello che in un certo senso è presente in questa società del consumismo operi contro questo, dove è molto facile essere cinici rispetto a quella che può essere considerata l’integrità vecchio stile, ed un comportamento degno. Nel calcio una volta (io giocavo a rugby per la contea), un goal era un goal, non come se uno avesse appena avuto un figlio, soltanto perché aveva segnato un punto. Mi piacerebbe quindi una raddrizzatina, una rivalutazione, una rifocalizzazione sui valori. Come padre di tre figli che ormai non sono più ragazzini, due uomini e una donna, in realtà sono stato abbastanza duro nella educazione che ho impartito loro, ma duro in senso buono. Però ho lasciato che decidessero autonomamente quale dovesse essere la loro idea di religione, la loro opinione riguardo alla Chiesa”.

    (a cura di Patrizia Ferretti)


     
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