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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > VENTO DI PRIMAVERA - INTERVISTA alla regista ROSE BOSCH

    L'INTERVISTA

    VENTO DI PRIMAVERA - INTERVISTA alla regista ROSE BOSCH

    25/01/2011 - La regista ROSE BOSCH ci parla del suo film VENTO DI PRIMAVERA, che esce al cinema il 27 Gennaio, 'giorno della memoria', e delle scelte stilistiche particolari con cui ha inteso dar risalto ad un drammatico capitolo appuntato sull'Olocausto.

    Qual è stata la sua reazione quando le hanno parlato di un film sulla retata del Vélodrome d’Hiver?

    ROSE BOSCH: "Da anni Ilan mi parlava di questa retata, ne era ossessionato. Per quanto mi riguarda, il fatto che non esistessero delle immagini – soltanto una foto dei camion vuoti davanti al Vel’ d’Hiv – mi sconvolgeva. Io non sono ebrea, ma abbiamo molte cose in comune, e soprattutto… i bambini! Bambini che appartengono a entrambe le culture che avrebbero potuto essere perseguitati. Io credo che sia stata la loro esistenza a farmi considerare la Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto da un punto di vista radicalmente diverso…"

    In che senso?

    R. BOSCH: "Ciò che ha reso la Seconda Guerra Mondiale un conflitto completamente diverso è stato l’Olocausto. Ma all’interno di questa atroce eccezione, è la prima volta che degli adulti si sono interessati espressamente ai bambini, allo scopo di annientarli. E’ un fatto unico nella storia del mondo in simili proporzioni: un milione e mezzo di bambini sono stati sterminati. Infatti è una delle ragioni che mi hanno spinta a realizzare questo film e a girarlo dal punto di vista dei bambini. Ma per molto tempo ho creduto che un film simile fosse impossibile".

    Perché?

    R. BOSCH: "Mi chiedevo anzitutto se avrei avuto la forza morale. Io sono un’ex giornalista. So come ci si immerge in un argomento, come questo turbi il tuo sonno, la tua vita. Così indugiavo, non mi decidevo… e poi c’erano le centinaia, le migliaia di domande… Come rappresentare una simile barbarie restando il più possibile vicina al senso di umanità? Come far recitare centinaia di bambini, quando il personaggio principale ha appena cinque anni? Come girare 'frontalmente', senza abbassare lo sguardo, ma senza rendere la vista delle scene 'intollerabile'? Come ritrovare dei superstiti, quando appena 25 persone su 13.000 rastrellate sono ritornate vive, e nemmeno uno dei 4.051 bambini? Come mostrare la violenza senza mascherarla, ma senza nemmeno sublimarla… Come rendere giustizia ai 'Giusti' di Francia, coloro che hanno aiutato quei bambini ebrei, senza dare l’impressione di voler unicamente fornire ai francesi una coscienza pulita?".

    E lei ha trovato queste risposte?

    R. BOSCH: "Sì, grazie alla sincerità. La mia, quella degli attori e della troupe che hanno condiviso con me questa avventura. E’ la risposta 'morale'. Per quanto riguarda la risposta artistica, per girare le scene con un bambino di 5 anni che soffre, ho utilizzato 'il gioco', tutto quello che permette agli attori più piccoli di instaurare un approccio leggero con la macchina da presa e soprattutto con totale innocenza. Non ho dovuto spiegare ai gemellini che interpretano il ruolo 'unico' di Nono che cosa è stata la Shoah, o i treni di deportazione. Loro sapevano che cosa è un 'prigioniero' e recitavano nella lingua madre. Tutti noi abbiamo 'giocato', me compresa. Abbiamo gridato, pianto insieme per interpretare il personaggio. I gemelli dicevano: 'Nono fa così o cosà'. Ne è prova il fatto che non si sono mai identificati col personaggio. E poi ho fatto in modo che la mia regia mettesse il pubblico al 'centro' dell’azione. Affinché si sentisse umiliato, ingannato, maltrattato. Ho fatto in modo che fosse in costante 'empatia'".

    In che modo?

    R. BOSCH: "La macchina da presa è un essere vivente. Respira. Ho chiesto ai miei tre operatori di girare come se fosse un reportage. Eppure l’azione non è narrata come «in diretta», al contrario. Ho creato due coreografie : quella degli attori di fronte alla macchina da presa e quella delle tre macchine, che a loro volta «danzavano» intorno agli attori".

    E per quanto riguarda la narrazione?

    R. BOSCH: "Ho cercato di mostrare la quotidianità delle famiglie ebree, affinché fosse ben chiaro che erano… come le altre! A tavola si raccontavano le barzellette… si gioiva per un bel voto… ci si teneva al caldo… ho mostrato questa comunità come era: persone molto modeste che non minacciavano nessuno. Che lavoravano duramente senza lamentarsi, senza creare disordine sociale, che veneravano la Francia. Ho deciso che la mia rappresentazione non sarebbe mai stata 'passiva'. Troppo spesso al cinema si sono mostrati i deportati come esseri passivi, sottomessi. Io volevo che si capisse che nessuno ha il diritto di puntare delle armi contro i figli altrui".

    E’ un film 'di parte'?

    R. BOSCH: "Io non sono ebrea, quindi non lo è. Credo di aver mantenuto la 'giusta distanza'. Io vivo una condizione 'mista', ma non ho mai rinunciato a me stessa, alle mie origini mediterranee. Anche mio padre fu internato, come anarchico catalano nei campi di Franco. Anche lui evase, come Joseph, ma aveva 20 anni! La nostra famiglia le persecuzioni le
    aveva già conosciute…. Per me l’Olocausto ha una risonanza universale. Un giorno di quattro anni fa ho detto a Ilan: 'Voglio fare questo film, ma a condizione di incontrare dei superstiti, perché io voglio raccontare la vita, non la morte. Voglio parlare del futuro, non del passato'".

    Lei parla di un film «per il futuro», in che senso?

    R. BOSCH: "'Chi non conosce la propria storia è condannato a ripeterla'. Non ricordo chi l’ha detto. Quando viaggiavo come inviata, ho potuto constatare quanto sia vero questo aforisma. E per questo ho fatto un film 'per il futuro'. Si insegna ai bambini l’obbedienza, ma bisognerebbe insegnare loro anche 'il dovere della disobbedienza' quando l’ordine è 'immorale'. Bisogna saper dire 'no'. In questo film faccio dire al personaggio di Annette Monod, interpretato da Mélanie Laurent: 'Ribellatevi. Ammutinatevi'. E lei si rivolge a un gendarme. Ciò che dicono gli storici è che se tutte le forze armate francesi si fossero rifiutate in blocco di eseguire quella retata, questa non avrebbe mai avuto luogo".

    Ma incontrare dei superstiti ormai non è una cosa complicata?

    R. BOSCH: "Volevo che i personaggi principali fossero veri. Ma ovviamente la maggior parte di coloro che erano adulti all’epoca dei fatti ormai sono scomparsi. Restano coloro che erano bambini, però un bambino che aveva 10 anni nel 1942, oggi ne ha quasi ottanta!".

    E allora come ha fatto?

    R. BOSCH: "Mi sono rivolta a Serge Klarsfeld che da 25 anni, senza sosta, rintraccia le vittime dell’Olocausto. Egli è in grado di dire chi è partito, con quale convoglio, con chi e in che data… Ma Klarsfeld si occupava dei morti, mentre io cercavo dei superstiti. E poi ciò che interessa uno storico non necessariamente interessa il cineasta. Tuttavia Serge Klarsfeld è stato un consulente storico formidabile quando ho iniziato a interessarmi dell’estrema complessità dei rapporti tra Vichy e le autorità tedesche. Si può parlare addirittura di 'commercio' di esseri umani. Le ferrovie francesi emettevano delle fatture a Berlino, caricando un tanto a testa per ciascun ebreo trasportato fino alla frontiera tedesca".

    Ma non ha mai incontrato dei bambini?

    R. BOSCH: "Diciamo che chiedevo l’impossibile. Immaginavo una banda di piccoli personaggi alla 'Pulbots' 1 ebrei. Avendo vissuto a Montmartre nel 1942, volevo ambientare la vicenda sulla collina di Montmartre. Però tutti i superstiti che ho rintracciato erano degli evasi della prima ora, quindi nessuno poteva raccontarmi la vita nei campi del Loiret".

    Però a lei interessava mostrarli?

    R. BOSCH: "Sì, più di tutto il resto. Questo a mio parere sarà uno dei grandi shock provocati dal film, soprattutto sui più giovani. Chi sa che anche in Francia c’erano delle baracche di legno identiche a quelle di Auschwitz, con tanto di torrette d’osservazione, cani e chilometri di filo spinato? Le pochissime foto esistenti sono state accuratamente ritagliate per eliminare i gendarmi francesi. Di questo fu responsabile il governo di Vichy, e sicuramente in seguito lo stesso De Gaulle… in nome della riconciliazione nazionale… ho raccolto delle testimonianze, delle lettere. Ho visionato centinaia di ore di materiale video, di trasmissioni radiofoniche e letto tonnellate di libri e archivi della propaganda…".

    Quanto è durato questo periodo di documentazione?

    R. BOSCH: "Praticamente tre anni, mi ci dedicavo tra le 7 e le 9 ore al giorno, cinque giorni a settimana. Durante le riprese non ho mai avuto un momento di scoraggiamento, ma il periodo dell’inchiesta mi ha provato. Soprattutto leggere le lettere
    indirizzate ai campi di concentramento scritte dai bambini che erano stati deportati senza i genitori o da quelli che erano stati gettati dai treni. Erano richieste d’aiuto… parole così pudiche e al tempo stesso dignitose… quelle piccole parole erano intollerabili. Mi immergevo in quelle letture. Quando ci si butta a capofitto in un simile vortice, si tenta di capire, ma in questa tragedia c’è qualcosa che rientra nella sfera dell’inesplicabile. E’ come una linea dell’orizzonte che si allontana davanti a noi, man mano che avanziamo".

    Che cosa cercava nella sua inchiesta?

    R. BOSCH: "Ho ripercorso giorno per giorno, ora per ora, lo svolgersi degli eventi accaduti. So tutto dei presenti, persino quali liquori hanno bevuto durante quella riunione al civico 31, dell’Avenue Foch, il quartier generale della Gestapo. Presto mi sono resa conto che non avrei rispettato la cronologia storica per una ragione molto semplice: sarei dovuta entrare in un 'tunnel' di trattative politiche di circa 20 minuti, seguite dalla retata. Ma al momento di scrivere, l’altra parte del cervello, l’emisfero sinistro, quello della sensibilità, dell’immaginazione, ha preso il sopravvento. La cronologia è saltata. Nel film coesistono parallelamente eventi accaduti a mesi di distanza. E’ tipico dell’arte affrancarsi dalle costrizioni".

    Qual è stato il primo personaggio reale che ha identificato?

    R. BOSCH: "Quello dell’infermiera, interpretata da Mélanie in modo straordinario. Annette era una donna eccezionale. Mi sono imbattuta in alcune interviste radiofoniche e televisive di un’infermiera che in punto di morte – è scomparsa nel 1995 – aveva accettato di raccontare quello che aveva visto. Annette Monod, inviata al Vel’ d’Hiv, si rese conto della catastrofe sanitaria in atto, della profonda ingiustizia. Organizzò l’arrivo degli internati nei campi del Loiret. Rimase con loro, accettando di partire con i deportati senza sapere che erano destinati ai campi di sterminio. Quando l’ha saputo, è stata ricoverata in ospedale quattro mesi. Ma non ha mai abbandonato la sua missione. Alla fine della guerra era al Lutetia per assistere i sopravvissuti. Oggi è considerata una dei 'Giusti delle nazioni', i non ebrei che Israele onora per aver salvato degli ebrei durante la guerra. Una donna incredibile: dopo la guerra ha fatto visita nelle carceri ai condannati a morte fino all’abolizione della pena capitale nel 1981. Dopo la pensione ha militato per Amnesty International contro la tortura. Avrei voluto sapere di più su di lei, ma è morta senza figli. Devo a lei anche l’invenzione del personaggio del piccolo «Nono», che non vuole salire sul treno… era il suo protetto. Si chiamava Jacquot, aveva 3 anni, Annette non ne conobbe mai il cognome. Quando lo mise sul treno, Jacquot gridava: 'Voglio scendere, non voglio restare al buio!' Tutte frasi che nel film faccio pronunciare al mio 'Nono'".

    Il vero «Nono» è tornato veramente, come racconta il film?

    R. BOSCH: "No, ma molti bambini piccoli furono ritrovati lungo la ferrovia. Abbastanza piccoli da poter essere lanciati dai finestrini dei vagoni dai genitori disperati, ma troppo piccoli per poter ricordare la propria identità. E vennero soprannominati 'I bambini zavorra'".

    Dove ha rintracciato il personaggio del bambino, Jo Weismann, il sopravvissuto, protagonista del suo film?

    R. BOSCH: "In un documentario di 15 anni fa. Ero scoraggiata, ma mi forzai a visionare quell’ennesimo documento. Poi, all’improvviso sentii un uomo, Joseph Weismann, dire: 'Vivevamo a Montmartre… eravamo in Rue des Abbesses, vennero a prenderci… e dopo tre o quattro giorni ci portarono alla Gare d’Austerlitz… e poi arrivammo al campo di Beaune-La-Rolande'. Non era possibile! L’unico bambino sopravvissuto ai campi di cui ero a conoscenza era un neonato di sei mesi che avevano nascosto dentro una zuppiera per farlo scappare. Joseph Weismann poi proseguiva: 'Incontrai un amichetto che si chiamava Joseph Kogan e decidemmo di evadere, passammo sotto 5 metri di filo spinato'. Ero sopraffatta dall’emozione, quando lo sentii dire: 'Se un giorno qualcuno farà un film su quello che ci è accaduto…' e poi riprendeva: 'No, credo che nessuno oserà mai, perché è disumano'. Era lui! Immediatamente chiamai Klarsfeld che mi disse che non ne aveva mai sentito parlare".

    Pensava di ritrovarlo ancora vivo?

    R. BOSCH: "Non necessariamente. Soprattutto perché le mie prime ricerche non mi avevano dato risultati su di lui. Poi, poco prima di partire per le vacanze, era l’estate del 2007, Klarsfeld mi inviò le copie delle lettere inviate a Jacques Chirac nel 1995 per ringraziarlo di aver riconosciuto la responsabilità della Francia in quella retata. Improvvisamente lessi '…Rue des Abbesses… Vel’d’Hiv…. Campo del Loiret', lessi il nome… era lui! Era una lettera di Joseph Weismann. La lettera risaliva a oltre 15 anni prima, era stata spedita da Le Mans. Cercai su Internet… non risultava nessun Weismann a Le Mans. Decisi di affidarmi alle poste e gli spedii una lettera. Scrissi: 'Lei ha detto che nessuno avrebbe osato girare un film, questo film io lo sto facendo. E se vuole, lei ne sarà uno dei personaggi principali, mi richiami a questo numero. Se i suoi figli, parenti, vicini… qualcuno della sua famiglia trovasse questa lettera, per favore, richiamatemi in qualsiasi caso'. E lanciai il mio 'messaggio nella bottiglia'. Qualche giorno dopo, ero nella sala d’imbarco dell’aeroporto, pronta per partire per Los Angeles, quando mi chiamarono dal mio ufficio per dirmi: 'Ha chiamato un certo Jo, ha detto che lei avrebbe capito'. Ho ritrovato anche un’altra sopravvissuta che era evasa dal Vel’ d’Hiv, la piccola Anna Traube. L’ ho rintracciata a Nizza, ora ha 89 anni".

    Si è ispirata ai loro ricordi?

    R. BOSCH: "Sì e no… ad esempio Joseph aveva enormi difficoltà a parlare dei suoi ricordi. Era troppo doloroso. Ho soltanto mantenuto qualche informazione che lui ha voluto darmi. Sua madre era religiosa, suo padre era comunista e io l’ho trasformato in un trotzkista. Faceva il sarto, ma sarebbe stato troppo scontato, così l’ho fatto diventare un artista che dipingeva riproduzioni del Sacro Cuore in gesso. La sua era la sola famiglia di ebrei che abitava in quello stabile. Per questo vennero rastrellati. Nessuno era venuto ad avvertirli. Ho chiesto a Jo il permesso di collocarlo nel contesto di una piccola comunità. Sapevo che all’epoca a Montmartre esistevano comunità del genere. Alcuni mi hanno raccontato che quella strada nel 1940 era ebrea al 90%. Ho ricreato una comunità a partire da persone reali, ma che vivevano sparse in tutta Parigi. Altrimenti avrei avuto soltanto alcuni frammenti di vita. Il dottore David Scheinbaum, interpretato da Jean Reno, è una sintesi di vari medici di cui ho trovato traccia. Sapevo che aveva una moglie che era morta di parto nel Vel’ d’Hiv. C’erano stati diversi casi di suicidio, madri che si erano gettate dai tetti con i loro bambini. Seppi di un portiere che usava la frase in codice 'richiamare il gatto' per avvertire le famiglie ebree, ho rintracciato un pompiere che aveva 20 anni all’epoca dei fatti e ora ne ha 90, che raccontava come il suo capitano, nonostante gli ordini, avesse fatto distribuire da bere a tutte le persone ammassate nel Vel’ d’Hiv. Tutti questi dettagli sono assolutamente veri".

    Qual è stata la fase più dura durante la scrittura?

    R. BOSCH: "E’ stata difficile l’inchiesta, non la scrittura. Io ho scritto questa sceneggiatura in cinque settimane, senza interruzione, tutta d’un fiato. E’ stato come un fiume in piena… Il compito più difficile era di intrecciare in modo logico e fluido le tre storie che si snodano: quella dei deportati, quella di Pétain, Laval e gli altri e quella di Hitler sulla terrazza del Berghof. In questo sono stata agevolata dal desiderio di fare questo film. Il mio morale non è mai stato tanto positivo come durante le riprese. Una volta che ci sei dentro, che sei sul set, sai perché stai girando quel film, perché ti svegli al mattino… Hai la sensazione che stai per realizzare qualcosa di cui non ti pentirai mai, a prescindere dal successo che avrà il film. Certo, fisicamente è stato duro, e non sempre facile con centinaia di bambini e comparse. Ovviamente tutti noi abbiamo manifestato dei sintomi psicosomatici: lombalgie, herpes, cali di voce, emicranie… ma sul set siamo stati eroici".

    Che cosa l’ha sorpresa maggiormente in tutto questo lavoro di ricerca e di scrittura?

    R. BOSCH: "Ero convinta che tutta la Francia fosse antisemita. E Klarsfeld stesso mi ha dimostrato che è falso. Il mattino della retata 12.000 persone si sono volatilizzate nel nulla. In un Paese occupato non avrebbero potuto trovare rifugio se non nelle case dei vicini, e questa per me è stata una rivelazione".

    In 'Vento di primavera (La Rafle)' lei ha deciso di privilegiare i destini dei singoli…

    R. BOSCH: "Volevo che il pubblico si identificasse con quelle persone, che «diventasse» Sura e Schumel, a cui vengono strappati i propri figli… Sul set questo ho dovuto ripeterlo migliaia di volte: 'Raccontiamo LA DIMENSIONE INTERIORE, questo è il punto di vista, non ce ne sono altri".

    Ma allo stesso tempo non ha esitato a collocare in controcampo delle scene con Hitler ed Eva Braun sulla terrazza del Berghof…

    R. BOSCH: "Senza la presenza di Hitler si sarebbe potuto credere che fosse stata la Francia l’istigatrice di questi eventi. Il film mostra un’estate di 'morte'. Dalla più alta carica di potere, Hitler, alla vittima più fragile, Nono, un bambino piccolo
    che viene fatto salire su un treno…".

    Il cast unisce attori famosi a debuttanti, addirittura sconosciuti. Lei ha affidato a Jean Reno e Gad Elmaleh ruoli costruiti su dei registri che finora erano rimasti poco esplorati…

    R. BOSCH: "Li conosco e li apprezzo da molto tempo. Ma sapevo anche che non mi avrebbero detto di sì soltanto per il fatto che li conoscevo. Avevano già rifiutato altri miei progetti! Per me Jean Reno 'era' il dottor Sheinbaum. Emana una grande calma, un’enorme umanità. E poi Jean ha delle mani enormi, come molti ostetrici o pediatri. Ha una sorta di nobiltà innata che si porta dietro in qualsiasi ruolo, compreso ne 'I Visitatori'. E’ un cavaliere ebreo, per me non poteva che essere lui. Gad ha un figlio coetaneo dei miei e quando ho visto come si comportava come padre, come raccontava le barzellette a suo figlio che aveva paura dell’aereo, mi sono commossa enormemente. Schmuel è un ottimista, un uomo fiducioso, come del resto lo erano la maggior parte degli ebrei dell’epoca. Il ruolo era perfetto per Gad, anche se lui ne aveva un po’ paura, per il fatto che è un ebreo sefardita e non ashkenazita e temeva di non essere credibile come immigrato ebreo polacco… Allora gli ho detto: 'Vedrai, con dei piccoli occhialetti tondi ti 'benugionizzeremo'!' Al primo incontro non la smetteva di indignarsi, si alzava, si risedeva, camminava avanti e indietro… Tutta questa collera, questa emozione ha nutrito il suo lavoro durante le riprese. Gad è estremamente sensibile, ride molto, forse per soffocare le lacrime… Ho avuto la fortuna che Jean e Gad abbiano accettato. Come Sylvie Testud, Catherine Allégret, Anne Brochet, Thierry Frémont, Isabelle Gélinas, che hanno accettato pur interpretando dei ruoli minori".

    Come ha pensato a Mélanie Laurent per interpretare Annette, l’infermiera protestante che accompagna i bambini fino alla fine…

    R. BOSCH: "Mélanie Laurent per me è stato un incontro magnifico. All’inizio per Annette volevo un’attrice giovane, ma che fosse matura. Una donna dall’aspetto fragile, una figura minuta, ma in grado di sprigionare una forza enorme… Qualcuno mi fece il nome di Mélanie Laurent. L’avevo vista ne 'La stanza dei morti', e l’avevo trovata piena di maturità e di forza, ma non sapevo se avrei potuto riplasmarla completamente. Le inviai il copione. Al telefono singhiozzava così forte che non riuscivo a capire chi mi stesse chiamando. Era molto preoccupata per l’argomento. Poi seppi che suo nonno, che per lei aveva avuto un ruolo importantissimo, era stato deportato ad Auschwitz ed era sopravvissuto".

    Come ha costruito il suo ruolo?

    R. BOSCH: "Con il ricordo. Anzi con i suoi ricordi e con le testimonianze che avevo raccolto. In seguito Mélanie mi ha spiegato che non ama provare. E’ un’attrice istintiva, e questo è un bene, perché lo sono anche io. Io non amo 'l’esercizio di stile'. Se una cosa sembra facile, allora è quella giusta. Io non credo alle sofferenze inutili, credo che sia poco proficuo torturare gli attori per ottenere il meglio. Adoro lavorare con Mélanie perché lei è 'schietta'. Se non è di scena, esce dal set, senza aspettare. Io l’ho soprannominata la mia 'paracadutista'. Quando dico 'uscire dalla trincea!' lei è sempre la prima a lanciarsi. E’ resistente, coraggiosa, molto intelligente, di una semplicità imbarazzante. Il contrario dell’attrice capricciosa. Per me è una benedizione. Io in vita mia non ho mai sopportato i bambini viziati. Nella vita in generale, ma in questo film in particolare. Senza pensarci, mi sono circondata di una troupe di veri combattenti che come me non considerano questo mestiere un mezzo per appagare le proprie frustrazioni. Sul set c’erano delle personalità molto forti. Ma non c’era assolutamente vanità. Una sfumatura… che fa la differenza".

    E Raphaëlle Agogué, che interpreta la madre del piccolo Jo ed è stata la rivelazione del film, come l’ha scoperta?

    R. BOSCH: "Come sapete, all’inizio avevo proposto il ruolo a Emmanuelle Seigner e le avevo chiesto di recitare con un leggero accento yiddish, tanto per sottolineare la distanza del personaggio dalla società francese. Ma lei era convinta di avere un’immagine troppo francese, che non sarebbe stata credibile con un accento da caratterista, seppur leggero. Mancavano tre settimane alle riprese, bisognava trovare rapidamente una sostituta. Guardai sui siti delle agenzie i volti delle attrici e scelsi in base a quello che mi dicevano, non è stata una scelta arbitraria. Raphaëlle era naturale, senza trucco, senza sorriso. Acqua e sapone. Le chiesi di fare un provino. La scena in cui suo figlio le viene strappato dalle braccia. Se riusciva a far quello, avrebbe potuto fare il resto. Lei si è imposta fugando ogni mio dubbio. Ha recitato con quell’accento come se le appartenesse da sempre".

    Dato l’argomento, il suo lavoro con gli attori è stato diverso rispetto al suo primo film, 'Animal'?

    R. BOSCH: "No, direi di no. Non amo molto provare, preferisco andare subito al cuore della scena. La sola differenza è che all’inizio avevo distribuito a tutti una cartellina dove avevo raccolto molte foto, alcuni testi… avevo dato loro delle cose da vedere per metterli nello spirito di ciò che li attendeva. E poi ovviamente ci sono gli attori bambini, soprattutto gli interpreti dei due ruoli protagonisti, Jo Weismann e Nono… Ho dovuto vederne 200 per i ruoli principali e circa un centinaio per gli altri. A sei settimane dall’inizio delle riprese non avevo ancora trovato Joseph e cominciavo a temere che non lo avrei mai trovato. Forse perché lo avevo immaginato troppo… avevo cominciato a lavorare su alcuni bambini, li avevo addirittura affidati a degli insegnanti di recitazione, ma non andavano bene. Erano abbastanza bravi per i ruoli secondari, ma non per quello di Jo, per cui erano previsti quaranta giorni di riprese. E poi, finalmente, tra gli ultimi candidati che ho esaminato, c‘era Hugo, un bimbo di 11 anni con una grande sensibilità, uno sguardo pieno di umanità. Persino chi era in ufficio, nella stanza accanto, avendolo sentito recitare una scena molto dura, corse a dirmi che era sconvolgente. E’ un bambino molto maturo per la sua età, che possiede una forte autodisciplina, una volontà ferrea e che ama lavorare. Per Nono, il bimbo di cinque anni, non riuscivo a trovare nessuno. Poi la responsabile del casting mi portò due gemellini identici, che nessuno sarebbe in grado di distinguere. Erano incredibili. Avevano l’ingenuità e l’innocenza tipica della loro età e un talento straordinario. Erano meravigliosi, due folletti. E poi non avrei avuto a disposizione soltanto tre ore di lavoro - non si può far lavorare un bambino di cinque anni per oltre tre ore di fila - ma essendo in due, ne avrei avute sei! La difficoltà era dirigerli e passare dall’uno all’altro, perché i gemelli sono come dei vasi comunicanti. Si scambiano il ruolo di buono e cattivo continuamente, lo so perché i miei sono uguali".

    Prima lei accennava alla volontà di raccontare la storia dall’interno, che conseguenz e ha avuto questo sull’approccio come regista?

    R. BOSCH: "In realtà ho girato con tre punti di vista e due universi: quello del potere, che sapevo di dover affrontare con rigidità, quasi sempre girando con la macchina da presa fissa, e quello dei deboli, di cui la cinepresa doveva abbracciare i destini. La prima parte del film descrive quella che io definisco 'la felicità'. Nonostante tutto, la vita a Montmartre è leggera, anche per chi porta la stella di David. Dal momento della retata, abbiamo girato con la macchina a mano e, dato che il piano di lavorazione era di sole quattordici settimane, abbiamo girato sempre con due o tre macchine da presa contemporaneamente. E’ tutto di forte impatto. Poi, nel campo di concentramento, la maggior parte delle inquadrature sono ad altezza bambino, all’altezza dello sguardo di Jo. Il punto di vista dei bambini sul nostro mondo insensato di adulti mi sembrava più forte. Che cosa avranno pensato di noi? Avevo calcolato che avrei potuto girare circa tre inquadrature al giorno, per tutta la durata del film, per sei giorni a settimana. E’ molto poco, soprattutto con dei bambini, con delle scene di folla e dei cani poliziotto… Bisognava parlare, parlare continuamente e tradurre in ungherese. Parlare a tutte le comparse per mantenerne l’attenzione, affinché durante l’azione, non ci fosse nessuno in campo lungo che ridesse o scherzasse. Parlare con gli attori perché dopo la parola 'motore' entrassero nel vivo della scena".

    Se lei dovesse conservare una sola immagine di questa avventura…

    R. BOSCH: "Il piccolo Nono che corre con il suo orsacchiotto infilato sotto il braccio quando viene a sapere che i bambini partono per raggiungere i loro genitori. Il bambino corre verso il camion smanioso di partire perché crede di ritrovare la sua mamma. Quel bambino è esistito, è stato descritto dalle infermiere. E’ questa l’immagine: quella della fiducia cieca che questo bambino testimonia davanti agli adulti, quella che resta la più forte… E anche l’incontro con Joseph. Quando è arrivato a Montmartre, non è riuscito a restare più di un’ora sul set, era troppo sconvolto. Era accompagnato dalla figlia che è ripartita portandosi via una copia della sceneggiatura. Poi mi ha inviato una mail dicendo: 'Volevo ringraziarla. Finalmente sappiamo che cosa è successo nella baracca durante la perquisizione'. Jo non era mai riuscito a raccontarglielo. Al Vel’ d’Hiv Joseph ha una breve scena con suo nipote. Poco prima è successo qualcosa di incredibile. Quando è arrivato al Vel’ d’Hiv ci siamo accorti che era il 16 luglio del 2008, ovvero 66 anni esatti dalla retata. Allora abbiamo deciso di osservare un minuto di silenzio. Non potrò mai scordare quel momento".

    LA REDAZIONE

    Dal >PressBook< di Vento di primavera.


     
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