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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > UNA SCONFINATA GIOVINEZZA - INTERVISTA al regista, soggettista e sceneggiatore PUPI AVATI

    L'INTERVISTA

    UNA SCONFINATA GIOVINEZZA - INTERVISTA al regista, soggettista e sceneggiatore PUPI AVATI

    04/10/2010 - PUPI AVATI intesse tra loro la malattia dell'Alzheimer con una storia d'amore in UNA SCONFINATA GIOVINEZZA:

    Una sconfinata storia d’amore nella quale si insinua la malattia e la sofferenza: un lavoro anomalo nella filmografia di Pupi Avati. Il segno di una svolta,di una nuova e necessaria maturità?

    PUPI AVATI: "C’è una sorta di contenzioso aperto fra me e la mia adolescenza. Per molti anni l’ho ritenuto un problema esclusivamente personale. Ritenevo, colpevolizzandomi, di aver vissuto quella stagione della mia vita con troppa precipitosità, nell’ansia di fuggirla diventando finalmente adulto e libero dai condizionamenti che la società di allora (soprattutto la famiglia e la scuola) mi imponevano. Ritenevo insomma che vivere ancora un contenzioso con quella lontana stagione facesse parte di una mia esclusiva e personale patologia. Nel tempo, l’esperienza che questo mestiere straordinario mi ha permesso di fare, mi ha insegnato che non è così, che in ogni persona che incontro sopravvive quel ragazzetto (o quella ragazzetta) di allora. Si tratta solo di riuscire a stanarlo, nascosto com’è dietro quell’infinità di occultamenti strategici ai quali l’esperienza di vita l’ha costretto a ricorrere. E con quel ragazzino molti di noi, in modo consapevole o no, si trovano a fare i conti, essendo il nostro passato e il nostro presente molto più vicini di quanto si creda. Spesso addirittura contigui. Da un certo momento della nostra esistenza (e non si tratta di qualsivoglia forma degenerativa delle cellule celebrali) tendono a convivere. Come se in prossimità di quel ritorno a casa a cui ognuno di noi è destinato, venissimo via via liberati da quel condizionamento mortificante rappresentato dalla ragionevolezza, restituiti ad una libertà di “vedere oltre”, di fantasticare, che è prerogativa della prima adolescenza.
    Non vi è più quasi nulla, nessun essere vivente, nessun evento, nessun gesto, che visto attraverso questa lente non sia capace di commuovermi. Il territorio dell’emotività nel trascorrere degli anni si amplia a dismisura, difficile da tenere sotto controllo.
    Mi pareva un tema così straordinariamente affascinante da poterlo usare come pretesto per affrontare la prima storia d’amore che io abbia mai narrato".

    Il dolore che irrompe nella relazione di una coppia può talvolta rafforzare il rapporto, più di frequente lo logora o lo mette in crisi. Quale condizione ha scelto per i suoi due protagonisti, Lino di Fabrizio Bentivoglio e Chicca di Francesca Neri?

    P. AVATI: "L’intera mia vicenda personale ruota attorno ad una storia d’amore che dura da quarantasei anni, vissuta accanto alla medesima donna. Nel corso di tutti questi anni ho percepito nettamente (e di certo mia moglie con me) il profondo mutamento che la definizione “amore” andava assumendo. Come si sia passati da una forma di attrazione totalizzante e facilmente condivisibile, a declinazioni sempre più profonde in cui l’affetto, la complicità, la trepidazione per l’altro, assumevano un ruolo determinante. In genere, nelle storie d’amore più comuni, si usa il periodo della conoscenza reciproca, per poter dare di più all’altro, quindi spesso la stessa conoscenza reciproca viene usata per combattersi con maggiore efficacia. Nel mio film la sofferenza vissuta da Lino e Chicca per non aver potuto avere un loro figlio li ha già resi speciali in un contesto familiare, come quello da cui proviene lei, in cui tutti figliano come conigli. Questo primo rammarico ha già cementato la loro unione in modo tale che l’insorgere della vera tempesta che sconvolgerà la loro vita non potrà che vederli assieme in un mutamento progressivo dei loro ruoli di cui vado (me lo si perdoni) davvero orgoglioso".

    I flash back sull’adolescenza del protagonista sono il riflesso negativo della sua memoria incapace di stare al passo con il presente e di certo senza futuro. Ci sono i ricordi, i tempi andati, ma non è la nostalgia del bel tempo che fu, di quell’amarcord avatiano nello stesso tempo amorevole e beffardo,conciliante ed amaro. Cosa è rimasto di quella nostalgia che potremmo indicare come l’Avati touch?

    P. AVATI: "È rimasto tutto il fulgore di quella stagione remota che trascorsi sull’appennino Bolognese, nelle stesse terre dove transitarono gli studenti di una Gita scolastica o dove si svolse il pranzo di fidanzamento di Storia di Ragazzi e Ragazze e così via… Fu a Case Mazzetti, da quegli stessi Leo e Nerio, che appresi il grande mistero del sesso, fu nel garage dello zio Peppino che fu portata la macchina incidentata sulla quale mio padre e mia nonna avevano perso la vita, fu lì che mia zia Amabile, fra quel miliardo di particelle di vetro sbrilluccicanti, riuscì nel miracolo di ritrovare il brillante che mio padre aveva al dito, furono quegli stessi bambini di Case Mazzetti, che in altre mie storie sfidavano alla corsa gli angeli, che qui sanno resuscitare i morti. È in quella casa che mi fu narrata la storia del prete-donna di La casa dalle finestre che ridono, o del negromante de l’Arcano Incantatore. La stessa terra, impregnata della stessa magia di cui è impregnato il luogo in cui abbiamo imparato a conoscere il mondo e il mondo, amorevolmente, si è fatto conoscere. È in quel luogo che Lino Settembre andrà a nascondersi ritrovando quel cane di suo padre che gli conferma di aver ritrovato ormai per sempre la sua giovinezza dalla quale nessuno potrà più sottrarlo".

    Anche il lavoro accurato con e sugli attori è sempre stata una sua prerogativa. Qui, oltre ai due protagonisti, ci sono altri nomi, qualcuno più fedele come Cavina ed altri, a parte Capolicchio, poco noti al pubblico cinematografico. Come è stato il casting

    P. AVATI: "Ho già detto più volte come assemblare un cast per me e Antonio sia paragonabile al predisporre una lista di invitati per una cena. Li si sceglie in base soprattutto al piacere che ti dà stare con loro per riverificarsi, se si è amici da tempo, o al contrario, per conoscersi. Gianni Cavina, Lino Capolicchio, Vincenzo Crocitti, Emanuela Morabito sono nostri complici da anni. Con loro siamo cresciuti imparando a fare insieme quel poco che sappiamo fare. Altri, Erica Blanc, Martine Brochard, Isa Barzizza rappresentano delle novità cooptate anche per il piacere di sentir loro raccontare aneddoti sul cinema che hanno alle spalle che mi incuriosisce sempre tantissimo. Francesca sta dimostrando una sensibilità straordinaria. Da La cena per farli conoscere a Il papà di Giovanna a questa sua terza prova con noi, le sue qualità di interprete matura e consapevole si vanno via via sempre più evidenziando libera ormai com’è dall’obbligo di dover essere perennemente la più bella del reame.
    L’idea di fare un film con Fabrizio Bentivoglio è di Antonio (come quasi tutte le idee di cast) e il risultato mi sembra che coincida con quella telefonata che Fabrizio mi fece subito dopo aver letto il copione: “vedrai che ti farò un Lino Settembre di cui non ti pentirai “ mi disse con un bel po’ di emozione nella voce".

    La storia romantica di un grande amore segnato da momenti drammatici forse non può essere sonorizzata e scandita dallo swing e dal dixieland delle sue ben note passioni jazzistiche. È per questo che ha voluto accanto a se un classico come Riz Ortolani capace di convogliare la forza dei sentimenti e sottolineare i momenti di vera commozione?

    P. AVATI: "Riz Ortolani collabora con me dal 1980 (Aiutami a Sognare) a parte alcuni film jazzistici in cui siamo ricorsi a collaboratori provenienti da quell’ambito specifico
    (da 'Bix' a 'Ma quando arrivano le ragazze?' a 'Gli amici del Bar Margherita'). La prima richiesta che ho fatto a Riz è stata quella di comporre una ballade, una melodia che evocasse un periodo felice, esposta senza infingimenti, capace di accompagnare i momenti di festa e quelli di struggimento. Credo che Riz abbia risposto da par suo. Alla fine del controllo del mixage, mi si è precipitato addosso. Per un attimo ho temuto. Mi ha stretto a sè e piangeva. Non era mai accaduto in così tanti anni".

    LA REDAZIONE

    Dal >Press-Book< di Una sconfinata giovinezza


     
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