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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > LO ZIO BOONMEE CHE SI RICORDA LE VITE PRECEDENTI - INTERVISTA al regista, sceneggiatore e produttore APICHATPONG WEERASETHAKUL

    L'INTERVISTA

    LO ZIO BOONMEE CHE SI RICORDA LE VITE PRECEDENTI - INTERVISTA al regista, sceneggiatore e produttore APICHATPONG WEERASETHAKUL

    14/10/2010 - LO ZIO BOONMEE CHE SI RICORDA LE VITE PRECEDENTI di APICHATPONG WEERASETHA KUL - PALMA D'ORO al FESTIVAL del CINEMA di CANNES 2010

    Perché il nordest della Thailandia è un luogo così speciale, per lei? E che cosa l’ha spinta a fare questo film?

    APICHATPONG WEERASETHAKUL: "Qualche anno fa, quando vivevo nel nordest, mi sono imbattuto nello Zio Boonmee. Un monaco di un monastero vicino mi ha parlato di un vecchio che era arrivato al tempio per aiutare i monaci nelle attività rituali e apprendere la meditazione. Un giorno, quell’uomo ha raccontato che mentre meditava a occhi chiusi aveva visto scorrere le immagini delle sue vite precedenti, come in un film. Vedeva e percepiva se stesso come un bisonte, una mucca, come uno spirito incorporeo che vagava per le pianure della sua regione. Il monaco era rimasto colpito ma non sorpreso, perché Boonmee non era il primo a riferirgli esperienze del genere. Alla fine, ha pubblicato un libretto intitolato: Un uomo che ricorda le sue vite passate. Purtroppo, quando sono riuscito a mettere le mani su quel libro, Boonmee era già morto da parecchi anni".

    Tutti i suoi film contengono elementi fortemente autobiografici. Sembra che sia così anche per Lo zio Boonmee…

    A. WEERASETHAKUL: "Rispetto al libro originale, in questo film c’è molto di me. Durante la lavorazione mi sono reso conto che sono incapace di essere fedele a qualsiasi fonte originale! Oltre a modificare le vite precedenti di Boonmee, ho spinto lui sullo sfondo, portando in primo piano i miei due attori abituali, Jenjira e Tong, che fanno da testimoni del passaggio di quest’uomo anonimo. Non è un film su Boonmee, ma sulla mia idea di reincarnazione. Alla fine, si è trasformato in modo del tutto naturale in un omaggio al cinema con cui sono cresciuto. Un cinema che, come Boonmee, sta morendo o è già morto. E ancora una volta, nel film c’è finito mio padre. E’ morto di insufficienza renale. Tutti quegli oggetti nella stanza da letto di Boonmee sono una replica di quelli che c’erano in camera di mio padre".

    Anche qui torna a lavorare con i suoi due attori preferiti, e con due attori non-professionisti (che interpretano lo zio Boonmee e Huay). Come ha fatto il casting? Vengono tutti dal nordest?

    A. WEERASETHAKUL: "Tutti tranne Tong, che infatti è l’unico che non parla con l’accento del nordest. Per me, Boonmee è un personaggio anonimo. Quindi non potevo usare attori professionisti riconoscibili. Secondo me, il non-professionismo è una risorsa preziosa se cerchi di ricreare lo stile di recitazione delle origini del cinema. Quindi scelgo persone che vengono dagli ambienti più diversi. Alla fine, per le parti di Boonmee e Huay abbiamo scelto un operaio edile e una cantante".

    Benché il titolo faccia riferimento alle vite precedenti dello Zio Boonmee, lui non ne parla mai, non spiega quali siano.

    A. WEERASETHAKUL: "Inizialmente, la sceneggiatura era più esplicita circa le sue vite precedenti, ma poi nel film ho deciso di lasciare libero il pubblico di decidere quali fossero e quali no. Certo, guardando il film alla fine si capisce che Boonmee poteva essere stato un bisonte o una principessa. Ma dal mio punto di vista poteva essere una qualsiasi altra creatura vivente che appare nel film – un insetto, un’ape, il soldato, il pesce gatto e così via. Poteva perfino essere lo spettro della scimmia, e il fantasma della moglie. Così, il film rafforza uno speciale collegamento tra il cinema e la reincarnazione. Il cinema è il mezzo attraverso il quale l’uomo crea universi alternativi, altre vite".

    Lei ha definito questo film un omaggio a un certo tipo di cinema – il cinema della sua giovinezza. A quale cinema si riferiva? Quello thailandese?

    A. WEERASETHAKUL: "Sono abbastanza vecchio da avere visto gli sceneggiati televisivi in 16mm. Erano girati in studio con un’illuminazione molto forte, diretta. Le battute venivano suggerite agli attori, che le ripetevano meccanicamente. I mostri erano sempre avvolti nella semioscurità, per nascondere i costumi rimediati: i loro occhi erano luci rosse, perché il pubblico potesse vederli meglio. I vecchi horror cinematografici ho potuto vederli solo dopo, quando già facevo film. Sono stato influenzato anche dai fumetti thailandesi. Le trame non erano complicate, ed erano sempre pieni di fantasmi. E’ così ancora oggi".

    Il film ha frequenti cambiamenti di registro e di stile: a volte è quasi comico e ironico, altre volte molto serio e toccante.

    A. WEERASETHAKUL: "Mi piace che i miei film si sviluppino come un flusso di coscienza, passando da un ricordo all’altro. Credo che sia importante accentuare questo aspetto ondivago, fluttuante, in un film come questo che parla di reincarnazione, di anime vaganti".

    Lei ha parlato del suo interesse per la 'trasmigrazione delle anime'. Viene in mente soprattutto la scena finale del film: è quello che accade a Jen e Tong?

    A. WEERASETHAKUL: "La scena finale sconvolge (gentilmente) i punti di riferimento temporali e spaziali del film. Io spero che alla fine saranno gli spettatori a sentirsi trasportati".

    Fantasmi e creature fantastiche appaiono anche in altri suoi film, come Sud pralad. Ma in Lo zio Boonmee sono diventati protagonisti.

    A. WEERASETHAKUL: "Il tema centrale del film è la credenza negli elementi soprannaturali che fanno realmente parte delle nostre vite. Mi affascina l’idea che i ricordi della nostra infanzia si facciano più vividi, invecchiando. Credo che la curiosità (e forse la paura) per i fantasmi e per altri mondi appartenga all’infanzia e alla vecchiaia".

    I suoi ultimi lavori hanno preso una direzione più politica. La sequenza fotografica sembrerebbe sottolineare questo aspetto: è così diversa da tutto il resto del film.

    A. WEERASETHAKUL: "Volevo introdurre nel film anche il ricordo della sua realizzazione. Il film fa parte del Primitive Project in cui ho cercato di catturare alcuni ricordi del nordest. Ho lavorato con gli adolescenti di un villaggio che aveva avuto un passato politico violento. Abbiamo costruito un’astronave e inventato scenari. Abbiamo anche realizzato un corto, A Letter to Uncle Boonmee, girato mentre perlustravamo il villaggio alla ricerca di una casa adatta per il film. Per me, l’esperienza in questo villaggio è sempre stata legata all’esistenza di Boonmee. E’ un luogo dove i ricordi sono stati repressi. Volevo collegarlo all’uomo che ricorda tutto. In quella sequenza fotografica, i ricordi di Boonmee si fondono con i miei".


     
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