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    L'INTERVISTA

    OLTRE LE REGOLE - THE MESSENGER - INTERVISTA al regista e co-sceneggiatore OREN MOVERMAN

    13/04/2010 - Genesi ed iter evolutivo per la realizzazione di OLTRE LE REGOLE - THE MESSENGER

    Com’è nata l’idea per questo film?

    OREN MOVERMAN: "Alessandro Camon è il responsabile dell’idea, alcuni anni fa. È un produttore, sceneggiatore ed amico, in una parola il partner professionale ideale. Suggerì di scrivere una sceneggiatura sugli ufficiali dell’esercito incaricati di notificare le vittime di guerra (Casualty Notification Officers) perché nessuno aveva ancora osservato la guerra da quel punto di vista, focalizzando l’attenzione su chi porta le conseguenze della guerra dentro alle famiglie, cioè nelle case che pagano un prezzo diretto, intimo ed eterno rispetto alla decisione di fare le guerre. È un compito impossibile, orribile ma necessario quanto reale e bisogna prenderne atto. L’idea mi intrigava anche come modo personale benché indiretto di gestire i miei demoni del servizio militare. Una volta sviluppato una bozza di progetto, Alessandro ed io l’abbiamo mostrato in giro. Lawrence Inglee ci ha risposto subito e l’ha portato a Mark Gordon. Lawrence ha poi proposto il film alla Reason Pictures ed immediatamente abbiamo trovato una solida squadra con cui iniziare a lavorare al progetto, partendo dalla stesura della sceneggiatura".

    Come è partito il film e come siete riusciti ad ultimarlo?

    O. MOVERMAN: "Alessandro ed io abbiamo scritto la sceneggiatura e l’abbiamo mostrata a Sydney Pollack che ne è rimasto interessato. Ci ha mandato alcuni appunti dei quali abbiamo tenuto conto scrivendo un paio di nuove versioni per lui: per noi era come un sogno diventato realtà perché Pollack era come una specie di vero maestro. Il problema è che Sydney si è rivelato più interessato ad una storia d’amore “tabù” che non al resto della vicenda e per noi, invece, tutto doveva ruotare attorno alla relazione tra due ufficiali. Allora Sydney, da vero gentiluomo che è, si è chiamato fuori dal progetto con molta onestà per evitare di tenerci intrappolati nello sviluppo di un film diverso da quello che avevamo in testa.
    A questo punto è arrivato Roger Michel ed è stato fantastico. Abbiamo scritto un paio di versioni per lui con grandi risultati perché Roger aveva capito perfettamente la relazione tra Will e Tony e ci invitava a svilupparla sempre più in profondità. Arrivati a buon punto, ci siamo ricordati che contemporaneamente dovevamo ultimare un altro film prima di The Messenger, ma i produttori premevano perché portassimo avanti anche quest’ultimo. È stato in questa fase che è entrato in scena Ben Affleck come possibile regista di The Messenger. Per lui, che aveva appena finito di girare Gone Baby Gone, abbiamo apportato alcune modifiche. Per una ragione o per l’altra, però, ad un certo punto ha dovuto abbandonare The Messenger ed io ero l’unico uomo rimasto a bordo con naturali ambizioni di regia. Per questo Mark Gordon mi dice “Lo farai tu!”. La reazione del team – incluso me stesso – sull’idea che fossi io il regista del film non è stata immediata. Ma una volta accettato l’incarico, eravamo già in pista per partire, fare il cast e cercare nuovi finanziamenti. Quel periodo è stato molto confuso. Tutto quello che ricordo si riduce a Lawrence che faceva di tutto per raccogliere gli ultimi finanziamenti forte del nome di Mark Gordon e prima che mi rendessi conto di quello che stava succedendo, eravamo pronti per girare".

    Che ci dice degli attori che avete scelto per questi ruoli così impegnativi dal punto di vista emotivo?

    O. MOVERMAN: "Ben Foster mi ha conquistato in Quel treno per Yuma. È incredibilmente carismatico e profondo e molto “caldo”, anche quando interpreta il nemico. Ma soprattutto è l’unico tra i pochi attori della sua generazione che non cerca di rimanere un ragazzo nel corpo di un uomo. Per me lui è un vero uomo, interessato ad esplorare gli angoli oscuri dell’essere umano; c’è maturità e passione nella sua recitazione, entrambi stratificati, che lo rendono un attore infinitamente empatico ma anche reattivo alle sfide. Si riesce a vedere come la grinta diventi tutto in lui che è esattamente quanto è richiesto al personaggio di Will. Abbiamo offerto il ruolo del Colonnello Stuart Dorsett, che era maggiore nella sceneggiatura, a Woody Harrelson il quale ha gradito il copione. L’abbiamo incontrato ma a quel punto lui mi ha comunicato che avevo fatto un errore. E cioè che lui doveva interpretare il secondo protagonista, Tony. E dicendomelo, mi ha fissato con quel genere di sguardo che sottintende, “lo sai che sono quello giusto”. Infatti lo era ed è stato immediato. Woody è conosciuto per le sue capacità da commediante ma anche per alcuni ruoli intensi in film come Assassini Nati (Natural Born Killers). Ma qui aveva una parte che richiedeva di essere all’inizio un militare di professione con le sue psicosi e rigidità e alla fine un uomo emotivo che ha bisogno di trovare un amico nel collega Will. Woody ha capito istintivamente come affrontare il percorso di questo personaggio e io ho dovuto solo seguirlo. Samantha Morton la conoscevo dai giorni di Jesus’ Son. È un’attrice con cui ho sempre voluto lavorare e quando ha risposto positivamente alla sceneggiatura è stato come una riunione in famiglia. Non c’è nessuno come lei, attrice incredibilmente talentuosa e che non può sbagliare. Samantha è un’attrice alla potenza e non ha timori. Lei e Ben dovevano recitare insieme in alcune scene, e siamo stati fortunati ad averli avuti disponibili contemporaneamente. La loro chimica nei ruoli di Will e Olivia era pronta per essere inquadrata. Samantha, inoltre, conosceva personalmente il mondo militare e questo ha giocato a vantaggio del ruolo".

    Quali sono le principali cose perse da Will a causa della sua partecipazione alla guerra?

    O. MOVERMAN: "Oltre a danni fisici, le ferite, anche la perdita di amici in combattimento. Ma io penso che abbia perso anche il senso di una progettualità di vita. Era un soldato motivato e il rientro prematuro a casa lo porta a partire praticamente da zero, con un futuro da costruirsi mentre osserva all’indietro il suo servizio militare chiuso velocemente e il tanto tempo libero che non sa come utilizzare. Will non è il tipo di persona che diventa cinico o amaro a causa della guerra, lui cerca una ragione per vivere dopo essere sopravvissuto alla guerra".

    Che cosa rappresenta il compito di notifica delle vittime di guerra per Will? È il suo nascondiglio o la ricostruzione della sua vita, oppure un limbo a metà strada?

    O. MOVERMAN: "Will è in una sorta di sala d’attesa. È sospeso tra una vita normale e l’inferno da cui è sopravvissuto. La notifica delle vittime è per lui un costante richiamo al fatto che deve scegliere tra continuare a vivere o farla finita e, ironicamente, lo rende più forte portandolo alla fine a scegliere la vita. Il suo ufficiale capo, Tony, e la vedova a cui comunica la notifica, Olivia, sono le persone che lo aiutano ad uscire da quella sala d’attesa".

    Come evolve il personaggio di Will dall’inizio alla fine del film?

    O. MOVERMAN: "Non sono sicuro che Will cambi. Quello che evolve è la capacità di comprendere il suo potere di toccare la vita delle persone che lo circondano e così dà un senso alla sua vita: di continuare a crederci, di far entrare anche l’amore. Anche se rimane un militare, decide di andare avanti, prende una decisione che mostra la volontà di vivere, il che non è sempre scontato per un ragazzo nella sua situazione".

    Quali intuizioni del film ha acquisito dalla sua esperienza personale nel mondo militare?

    O. MOVERMAN: "Tutto e niente. La mia esperienza è molto diversa da quanto si mostra nel film ma penso che tutti i militari in combattimento condividano alcune emozioni di base. Tony Swofford l’ha definito bene in Jarhead: 'Abbiamo tutti paura del tempo, vogliamo uccidere, siamo eccitati e pensiamo a chi si stia portando a letto la nostra ragazza che sta a casa, mentre noi stiamo in guerra'. Non credo che questo si possa chiamare 'intuizione' ma è certamente ciò con cui mi sono confrontato lavorando sul film. Penso di sapere cosa Will provasse perché volevo che si sentisse come me da soldato, ma allo stesso tempo volevo che Will avesse una vita autonoma dalla mia esperienza. Allesandro ed io ci siamo assicurati bene che questo accadesse mentre scrivevamo la sceneggiatura, e Ben Foster ha fatto un immenso lavoro di ricerca accanto ad una preparazione senza precedenti per entrare nei panni di Will adattando ovviamente al personaggio le sue caratteristiche".

    Che cosa voleva che il film dicesse a proposito delle vittime di guerra?

    O. MOVERMAN: "Il tema del film non è propriamente quello delle vittime di guerra. Tratta di persone che restano vive e che devono affrontare la vita dopo la morte dei loro cari. The Messenger dirà una cosa o due sulla guerra, ma penso che al centro di tutto stiano il dolore e il desiderio di vivere, ovvero come far entrare la vita nell’oscurità degli esseri umani, persino di farne ironia. Mostra persone che sono chiamate ad affrontare la morte ma non dal punto di vista politico o strategico, bensì personale. Ritengo che ci siano vittime diverse di guerra e che molte di loro siano proprio i sopravvissuti, tra veterani e famiglie di militari. È stato molto diverso dirigere e co-sceneggiare un film rispetto alle precedenti esperienze che erano solo legate alla sceneggiatura? È stato diverso ma anche simile. Per me scrivere significa far vivere il film sulla carta, dirigerlo è farlo vivere nel film stesso. Ci sono le stesse preoccupazioni e problemi, solamente un insieme diverso di limiti e più persone attorno che controllano gli orologi".

    Come si sente per il fatto di aver diretto il suo primo film?

    O. MOVERMAN: "Molto, molto fortunato e benedetto".

    Dal >Press-Book< di Oltre le regole - The Messenger

    LA REDAZIONE


     
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