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    L'INTERVISTA

    WOLFMAN - INTERVISTA agli attori BENICIO DEL TORO ed EMILY BLUNT (A cura dell'inviata SONIA CINCINELLI)

    15/02/2010 - WOLFMAN (2010), horror gotico e monster movie di JOE JOHNSTON, con BENICIO DEL TORO, ANTHONY HOPKINS, ed EMILY BLUNT, sbarca in Italia.

    Ma sentiamo i commenti dalla viva voce dei protagonisti:

    Mr. Benicio Del Toro, qual è la sua peggior paura? E come ha affrontato questo 'Uomo lupo'?

    BENICIO DEL TORO: "La mia paura è di confessare la paura stessa, perché temo si possa avverare. Forse è una sorta di scaramanzia, di superstizione. Riguardo al film l'idea era di rendere omaggio alla pellicola del 1941. Il nostro approccio è stato quello di fare una storia fantastica ma rendendola reale, credibile. Noi - e intendo me, gli sceneggiatori, i produttori e il regista - abbiamo affrontato il tema da un punto di vista nuovo, quello della licantropia come malattia, come dipendenza incontrollabile. Per me il tema di fondo non è stato tanto quello della Bestia, ma più di come appare qualcosa che non riesci a controllare".

    Rispetto a quello sono più sviluppati i rapporti tra padre e figlio e la cura della 'malattia', scelte per certi versi poco usuale in un film commerciale...

    B. DEL TORO: "Quando un film è destinato a un grande pubblico gli Studios son sempre preoccupati se rischia di essere troppo 'complicato'; in questo caso, Andrew Kevin Walker, lo sceneggiatore della prima parte soprattutto, ha voluto inserire questo rapporto padre-figlio, ma lo spunto dal quale è partito è stato quello dell'Amleto. E questa cosa mi è piaciuta molto!"

    Spesso, nelle 'riletture' hollywoodiane, si tende a voler 'rifiutare' il precedente film. Lei come ha vissuto il 'rapporto' con Chaney?

    B. DEL TORO: "Lon Chaney Jr. è uno dei '3 grandi' del genere, insieme a Boris Karloff e Bela Lugosi. Erano dei grandi attori; il mio approccio alla sua interpretazione però si è basato tutto sulla sceneggiatura di Walker. Nel film del 1941, Chaney è più una vittima, qui invece abbiamo reso il protagonista più interprete del proprio destino".

    Com'è essere nelle mani di Rick Baker?

    B. DEL TORO: "Son sempre stato un fan dei Classici Horror della Universal, e in tutti - tranne forse Dracula - c'era un denominatore comune: il trucco. E' un elemento che ci permette di viaggiare nel tempo e Rick è uno dei migliori truccatori di Hollywood, se non il migliore; credo abbia accettato appena ha sentito parlare del progetto. Era entusiasta! Ma anche noi, il fatto che fosse entrato nel film ci ha dato un forte impulso; è un grande motivatore oltre che un mago nel suo lavoro. Io mi truccherei ogni giorno con lui, nonostante le tre o quattro ore per metterlo e le due per toglierlo, ogni giorno. E' stato faticoso, ma volevamo ispirarci a 'quei' film, ed avere un attore che 'indossa' il suo trucco. Ci siamo rifatti ai classici, ma li abbiamo integrati con elementi moderni, come per esempio i denti del lupo".

    E in quelle della Canonero?

    B. DEL TORO: "Chiunque abbia fatto Barry Lyndon con Kubrick può vestirmi ogni giorno, anche se poi devo correre nei boschi impacciato. Davanti a personaggi del genere fai solo quello che ti dicono di fare!"

    C'è stata competizione, oltre che davanti alla macchina da presa, con Hopkins?

    B. DEL TORO: "Quando lavori con lui, o con un attore di quel livello, non puoi non osservarlo. Per imparare dalla semplicità, la chiarezza, con le quali recita, e l'emotività che riesce a trasmettere. Spero di raggiungerlo un giorno, ma devo lavorare ancora molto".

    Quindi nessuna difficoltà sul set?

    B. DEL TORO: "Come attore, quando sono sul set, mi preoccupo di recitare. Poi speri sempre che tutto quanto c'è di contorno sia ok. In questo film più che in altri, credo che il contesto e l'aspetto generale aiutino molto. Grazie anche a Rick Heinrichs, lo scenografo. Uno dei tanti elementi di spicco in questo film. La cosa migliore di questo lavoro è proprio questa, poter lavorare con il 'non plus ultra' delle varie categorie, davanti e dietro la macchina da presa. E' divertente, ma può rapirti tanto che a volte dimentichi di dover dire la tua battuta!".

    Anche l'ambientazione è stata importante, anche se questa Londra alla From Hell torna spesso ultimamente...

    B. DEL TORO: "Credo ci sia sempre stato un grande interesse per quel periodo, negli anni '30, '40, nei '50 forse meno, c'era più fantascienza, poi per gli Hammer. Io credo che finché quel che c'è dopo la morte resterà un mistero, questi film saranno sempre interessanti, anche se è una mia teoria un po' da autobus. Intanto, comunque, i mostri ed il fantastico sono una possibilità nella quale credere e con la quale emozionarsi".

    Dopo il Che, che ha richiesto altra preparazione, come ci si avvicina al fantastico?

    B. DEL TORO: "Gli attori hanno la propria biografia. Il fatto che tanto io quanto il mio personaggio siamo due attori mi ha permesso di metterci un po' della mia storia personale, per esempio. In questo film la storia di Lawrence è chiarissima, sin dal trauma familiare, l'esperienza del manicomio, la fuga negli Usa, e il mio primo approccio è alla storia, mi 'ispiro' a quella. In questo caso ho cercato di osservare altri attori in ruoli che richiedessero un trucco come questo, anche per vedere come evitare di dare un'immagine ridicola di me. Karloff e Oldman in 'Dracula', Roth nel 'Planet of the Apes', Dafoe ed altri... Sono riuscito a vedere il loro impegno, nonostante il trucco pesante ed ho cercato di fare lo stesso".

    Non pensa sia anche effetto di una moda?

    B. DEL TORO: "Ultimamente si vedono molti vampiri, è vero, ma credo che per quanto le mode vadano e vengano, questi siamo sempre oggetto d'attenzione. Il tema che sottendono d'altronde è profondo, e molti nuovi film hanno iniziato a mostrare vampiri 'buoni', con una coscienza. Quel che più è cambiato, da quel che ne so, è che i 'vecchi mostri' erano personaggi vulnerabili, potevi ucciderli, ognuno con un sistema diverso, da un certo punto degli anni '70/'80 invece la creatura non poteva più morire, continuava a tornare a cercarti, come nel caso di Nightmare. Questo film si rifa' proprio a quel modo classico, per cui il mostro si può uccidere, anche se è un mostro che ha acquisito una sua sensibilità".

    In futuro continuerà a dedicarsi a questo genere?

    B. DEL TORO: "Mi piace mangiare un dolcetto ogni tanto, fare un film diverso dal resto delle cose che normalmente faccio, ma mi piace anche il salato... Come attore non ho un controllo totale sulle offerte o su quello che potrà venire in futuro. Come produttore potrei effettivamente lavorare su qualcosa di diverso, ma per ora non c'è nessun programma in tal senso, a parte il progetto con Scorsese (Silence) che però è stato posticipato".

    Miss Emily Blunt, come si è inserita in un genere maschile, anche solo per costruire un personaggio in poco spazio?

    EMILY BLUNT: "Quando ho letto lo script avevo pensato alla classica damigella in pericolo, ma in realtà Gwen simboleggia la purezza, la bontà che c'è in ognuno di noi, anche nel male. Ho cercato di lavorare in questo senso, e mi è piaciuto interpretare una dama che non sia vittima, ma che dal suo lutto tira fuori il coraggio. La tristezza può essere noiosa, non volevo darle quella connotazione. E' stata una bella esperienza fare un film di genere come questo, nel quale era forte anche la storia d'amore. Ho potuto rapportarmi bene con la narrazione, col superamento di certi tabù che viene proposto. In genere cerco di non esagerare nel personaggio che interpreto, ma di farli comunque emergere".

    Cosa ne pensa della moda recente dei vampiri su tutti i media?

    E. BLUNT: "Credo che molto del fascino sia nel loro aspetto umano; in come possiamo relazionarci con loro, con qualcosa di queste creature che corrisponde a una tendenza di tutti noi e che tutti noi lottiamo per controllare".

    Ha lavorato a stretto contatto con Milena Canonero, una autorità tra i costumisti...

    E. BLUNT: "Ho avuto dei costumi straordinari, tra i più belli di sempre; lei è una creativa, ha usato apposta molti materiali naturali, è sempre molto attenta ai particolari. Io amo questo tipo di attenzione, anche se tanta precisione può creare a volte momenti un po' tesi. E' difficile correre, per esempio, con un vestito così lungo, paludato. Si cerca di mantenere la femminilità, ma è difficile. Ad ogni modo, si sa che in carriera, prima o poi, capita un film in costume, così ero preparata. E' un aspetto 'fisico' del mio lavoro e se il progetto mi affascina sono lieta di farlo".


     
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