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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > 66. Mostra: Lido di Venezia 11 settembre 2009 PRESS CONFERENCE & DINTORNI: A SINGLE MAN di TOM FORD

    L'INTERVISTA

    66. Mostra: Lido di Venezia 11 settembre 2009 PRESS CONFERENCE & DINTORNI: A SINGLE MAN di TOM FORD

    15/01/2010 - Presenti in sala, accolti da una vera e propria ovazione: Il regista TOM FORD; l’attore protagonista COLIN FIRTH, l’attrice JULIANNE MOORE, l’attore MATTHEW GOODE e l’attore NICHOLAS HOULT

    Come mai una persona come lei che ha raggiunto il top a livello professionale nel mondo della moda decide di cambiare modo di esprimersi?

    T. FORD: “E’ una cosa che avrei voluto fare da un sacco di tempo. Se non si assumono dei rischi la vita diventa noiosa. Il settore della moda è bellissimo però è molto volatile. Il cinema, direi, è la cosa migliore che si possa creare, perché si dà vita ad un prodotto che rimarrà poi lì per sempre. Ed è qualcosa che dura anche più del tempo, quindi se sei un designer, se sei uno che ama creare le cose, allora il cinema è il massimo, perché crei delle persone, come vivono, parlano, si muovono, muoiono, ed è un qualcosa che rimarrà lì per sempre. Secondo me questa è la cosa più personale che abbia mai fatto e l’espressione dura, quindi è anche la cosa più artistica che abbia mai fatto: la moda è uno sforzo artistico commerciale, perché alla fin fine si crea un qualcosa per venderlo, invece il cinema, e questo film in particolare che è il mio esordio nel mondo della celluloide, è espressione pura ed è un qualcosa che mi sta molto a cuore”.

    L’idea di fare questo film le è venuta molti anni fa. Come mai lo ha fatto proprio adesso? E che cosa non ha trovato nella moda che invece trova nel cinema?

    T. FORD: “Per prima cosa lessi il libro negli anni Ottanta, ma ancora non avevo intenzione di fare un film. Un paio di anni fa invece decisi di sviluppare questo progetto. ‘Che cosa ho da dire?’ - mi chiesi - e allora mi venne in mente questo libro che avevo letto da giovane. Adesso che ho più di quarant’anni questo stesso libro che mi aveva affascinato quando avevo vent’anni l’ho visto sotto una luce diversa, ho capito cose che prima non avevo compreso, e mi ha detto molto di più soprattutto sulle piccole cose della vita che sono anche alla fin fine le cose più importanti e che solo ora noto, mentre prima non riuscivo a vederle. Per il resto, come ho già detto prima, la moda è un qualcosa di volatile e di frivolo anche, fatto apposta giusto per quel momento, per quella donna che esce sulla passerella esattamente in quei pochi istanti e poi passa. Come ho detto prima, è un’arte commerciale, invece il cinema è un’espressione più pura”.

    Lei è sullo schermo dalla prima ripresa all’ultima. Come ha sopportato questa fatica? Non è stata una fatica?

    C. FIRTH: “No, è stato un grosso piacere, direi. Come tutti i rapporti molto vicini, molto stretti, è stata una fonte di piacere ma anche di problemi. Le riprese sono durate solamente cinque settimane, anche di notte, e secondo me è stato un grande privilegio avere la fiducia di Tom (Ford) per un qualche cosa che lui considerava così personale. Io avrei dato tutto per fare questo personaggio, non solo per recitare un qualcosa, ma un qualche cosa che fosse così vicino a Tom: questo mi ha colpito e quindi mi ha lasciato un’impronta personale. E’ stato un privilegio per me condividere questo percorso creativo di Tom. E’ un qualche cosa che ci ha segnato profondamente entrambi. Ovviamente ci sono state ore e ore di lavoro, però quello che mi ha colpito è che a nessun altro era stato chiesto di fare questa cosa, soltanto a me: era tutto nelle mie mani e così mi sono sentito enormemente fortunato. A volte come attori si è fortunati solo a ricevere una parte, figuriamoci per una parte così! Sono stato totalmente immerso in questo lavoro e questa è stata anche la bellezza di questa esperienza”.

    E’ una grande storia d’amore tra due uomini ma è anche una grande storia d’amore universale: in Italia uno non può andare al funerale del proprio compagno…

    C. FIRTH (in italiano): “Io non conosco benissimo la situazione in questo Paese, quindi non sono in grado di fare commenti. Sicuramente non c’è stato molto progresso in tal senso. Durante le riprese del film c’è stato un fatto che ha caricato certamente il tutto di una grandissima ironia: il giorno in cui abbiamo girato quella scena in California (quella del nipote che comunica la morte del compagno così come il fatto che la famiglia non lo voglia al funerale), hanno passato la legge che vieta i diritti ai matrimoni gay… Quindi questo non è solo in Italia, anche in California: con i suoi spot di stato sociale, sole, pace, amore, ecc. ecc. Uno degli stati più sofisticati d’America ha passato una legge così. Questa battaglia dunque non è finita, ma vorrei anche aggiungere, riguardo al film, che non si tratta di una pellicola ‘militante’, è una storia onesta ma che può essere pensata benissimo anche tra un uomo e una donna. E’ una storia d’amore che, magari, in una famiglia di stampo un po’ conservatore, non inviterebbe uno dei due in caso di conviventi e non sposati… si potrebbe trasferire il tutto in una storia di eterosessuali…”.

    T. FORD: “Una delle ragioni per cui questo ruolo è stato molto importante è che questo personaggio non racconta la storia degli omosessuali ma semplicemente si tratta di un uomo innamorato, casualmente innamorato di un altro uomo, però la storia avrebbe lo stesso valore se fosse stato innamorato di una donna. Io credo che il romanzo sia da considerarsi molto più avanzato di quanto non possa apparire ai nostri occhi oggi, se rapportato all’epoca in cui è stato scritto: quindi credo che questo rapporto sia stato descritto molto bene”.

    Quello che nel romanzo era un po’ un ‘sound’ di rabbia e di cinismo, nel film è diventato dolore e soprattutto poesia. Come ha lavorato all’adattamento dal romanzo al film?

    T. FORD: “E’ stato un po’ difficile trasporre il libro sullo schermo, soprattutto perché nel libro c’è molta prosa, e quindi ho dovuto creare una nuova struttura, una traccia, un racconto per trasporre sullo schermo quello che l’uomo sentiva. E’ il racconto di un uomo che si avvicina alla fine della sua vita ed è colpito dalla sua bellezza, così vive una specie di epifania in cui comprende che cos’è la vita e a questo punto muore. Muore perché non gli occorre vivere più a lungo: ormai ha capito che cos’è la vita, ha imparato la sua lezione, ed ha raggiunto quello che molti di noi raccolti qui in questa sala non hanno ancora raggiunto o non raggiungeranno mai”.

    Questa è una delle migliori performance di tutta la sua carriera. C’è un qualche attore cui si è ispirato per questo ruolo particolare?

    C. FIRTH: “Tanti, anche questi (rivolgendosi ai colleghi attori al tavolo) … Io imparo sempre dagli altri attori, anche piuttosto giovani, perché portano cose nuove, non hanno preparato tutti questi trucchi per proteggersi, i brutti inconvenienti del mestiere che si incontrano strada facendo. Per esempio gli attori bambini, quando sono bravi, sono perfetti, perché quello che facciamo in fondo è un gioco: giochiamo come bambini. E’ il senso della sorpresa che abita in loro… si tratta di sincerità e onestà… e la faccia che esprime verità è in fondo un paradosso perché di fatto è finzione… Anche Spencer Tracy aveva questa straordinaria capacità espressiva. Ho studiato molte vecchie star…”.

    (...SEGUE)

    (A cura di PATRIZIA FERRETTI)


     
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