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    L'INTERVISTA

    LA PRIMA COSA BELLA - INTERVISTA al regista PAOLO VIRZI'

    12/01/2010 - A 12 anni di distanza da Ovosodo PAOLO VIRZI’ è tornato a girare un film nella sua Livorno: La prima cosa bella, da un copione scritto dallo stesso VIRZI' con la collaborazione di Francesco Bruni e Francesco Piccolo, prodotto da Motorino Amaranto, Indiana Productions e Medusa Film, che distribuisce nelle sale a partire da metà gennaio.

    Come è nata l’idea di questo film?

    P. VIRZI': "E' la storia di una mamma particolare, bella e imbarazzante, entusiasticamente disponibile e malintesa dalla gente, e dell'amore speciale che lega questa donna vitale e chiacchierata ai suoi due figli Bruno e Valeria. Una specie di romanzo familiare che ripercorre le avventure e di questo terzetto sciagurato e coraggioso nella Livorno degli anni '70 e '80, e che si conclude ai nostri giorni, con un commiato commovente e festoso, che dopo tante vicissitudini, incomprensioni e ferite alimentate dal troppo amore, sembra giungere ad una sorprendente riconciliazione".

    Da cosa nasce il titolo?

    P. VIRZI': "La prima cosa bella è il titolo di una canzoncina di Nicola di Bari che nel '71 trionfò a Sanremo: Anna la canta insieme ai suoi due cuccioli nei momenti di sconforto, per rincuorarli, in quelle avventurose nottate di vagabondaggi, cacciati da casa dal babbo accecato da una gelosia insensata, alla ricerca di una dimora in una città maliziosa e ostile. Durante il film vediamo che Anna intona anche altre canzoncine, come la splendida L'eternità dei Camaleonti, in una specie di mantra domestico, una medicina per tenere allegri Bruno e Valeria, e se stessa, in quei momenti difficili".

    Come ha scelto i suoi attori?

    P. VIRZI': "E' da una vita che desidero fare un film con Stefania Sandrelli, che per me è un mito, un'icona di femminilità, intelligenza, autenticità ed autoironia, la quintessenza del cinema italiano che più amo. Ho trovato poi in Micaela Ramazzotti che la interpreta in età giovanile non tanto una somiglianza fisica quanto un'affinità di spirito e di candore: quella speciale capacità di essere sexy e comiche nello stesso momento, quell'innocenza dolce e anche un po' svampita, che le rende complementari e perfette nel rendere le due facce di Anna Nigiotti in Michelucci, prima giovane e chiacchierata Miss Mamma Estate, poi donna matura ingorda di vita, ricoverata alle cure palliative che fa strage di cuori tra i malati terminali. Quando poi si è trattato di pensare a chi sarebbero stati i due fratelli sia Claudia Pandolfi che Valerio Mastandrea sono stati tra i primissimi pensieri. Claudia è un'attrice che adoro per generosità, intelligenza e sottigliezza, per l'ironia, per la sua natura di persona molto affettiva. Sapevo che lei si sarebbe trovata a casa a Livorno, sapevo del suo straordinario orecchio musicale per l'accento toscano e per un certo suo lato del carattere che mi sembrava potesse somigliare a quello di Valeria, ovvero profonda e giudiziosa ma allo stesso tempo gioiosa e leggera.
    Per il ruolo di Bruno abbiamo provato anche altri attori, ma mi è venuto naturale pensare a Valerio Mastandrea, è un attore con il quale sento una complicità quasi fraterna, e mi piaceva averlo tra i piedi sul set perché è una persona molto intelligente, creativa, divertente, con una grande elasticità e una grande disponibilità ad adattarsi alle situazioni.
    E poi Valerio si porta dietro un'inquietudine vissuta in maniera ironica, vorrei dire quasi umoristica, la sua è un'infelicità umoristica, che a me piace molto e che sentivo che era molto appropriata per Bruno Michelucci. Un personaggio che dal suo passato e si porta dietro qualche ferita, dovuta al suo essere uno a cui non sfugge nulla, attentissimo, vigile, che ha sempre avuto gli occhi addosso a questa mamma esplosiva, ai dissidi segreti che nascevano in questa piccola famiglia livornese, e che si porta sulle spalle fin da bambino una responsabilità da fratello maggiore, da figlio primogenito. Tra lui e la sua mamma Anna c'è un amore che a me ha fatto pensare a certe poesie di Giorgio Caproni, in particolare ad una bellissima nei Versi livornesi che si intitola Preghiera in cui incita la propria anima a tornare a Livorno, a fare in fretta per andare a incontrare la sua mamma, e dirgli quella cosa che non è mai riuscito a dirgli, ovvero che le manda un saluto suo figlio, il suo fidanzato. Bruno in qualche maniera in questa storia è come se fosse il fidanzato segreto di sua madre. E il suo ritorno a Livorno, da questa mamma che aveva tanto amato ma che lo aveva fatto tanto patire, alle prese con dei ricordi che non voleva ricordare, a contatto con una stagione della vita e con una città dalla quale era scappato, diventa un viaggio a ritroso che scopriremo essere un suo cammino verso l'accettazione di se stesso, una specie di riconciliazione con la propria storia, con la propria persona. Bruno riuscirà finalmente non solo a manifestare il suo affetto verso la sorella e verso questa mamma esplosiva, ma anche a voler bene un pochino a se stesso".

    Che cosa può dire a proposito della scelta degli altri attori?

    P. VIRZI': "Un ruolo molto importante è quello della zia Leda, la sorella astiosa e perfida che ha vissuto una specie di rivalità sorda e rabbiosa verso questa sorella fatua, Anna, e come certi animali - come le pernici che rubano le uova di un altro uccello per covarle e crescere le creature, i cuccioli, come i propri - così anche Leda cerca di fare la stessa cosa, di rubare i figli alla sorella, perché ritiene che Anna gli abbia rubato la sua vita, il marito e la felicità. Per interpretare questa sorella invidiosa e infelice, che poi mostrerà anche un lato struggente, ho cercato varie interpreti, ma mi ricordavo di Isabella Cecchi, un'attrice livornese che aveva già lavorato con me in Baci e Abbracci: è molto abile ed ha un grandissimo talento, con qualcosa di molto buffo, di molto patetico, e mi è sembrata perfetta per incarnare anche un po' l'autenticità del contesto provinciale. Un altro personaggio molto importante è Mario, il papà di Bruno e di Valeria, marito di Anna, maresciallo dei carabinieri, insofferente delle chiacchiere, delle malevolenze che lui percepisce più di tutti sul conto della sua giovane e bellissima moglie. È un uomo ossessionato dalla gelosia, e allo stesso tempo però un uomo disperatamente innamorato di questa donna con la quale non riesce a stare, è come se il suo amore non riuscisse a trovare una maniera di essere vissuto, perché nella testa di quest'uomo Anna è stato il suo pensiero fisso, molto più dei figli. Un altro ruolo importante è quello di Loriano Nesi, il vicino di casa di Anna, da una vita innamorato senza speranza di questa donna giovane e bellissima. E' uno che non ha mai provato a corteggiarla, le è solo stato vicino nel corso di tanti anni, le ha fatto da complice, l'ha amata rispettosamente, in silenzio. In questi caso abbiamo attribuito al personaggio nelle diverse epoche lo stesso attore: Marco Messeri, livornese di nascita, quindi con una sua padronanza del territorio, dei sapori, dell'accento locali, ci piaceva l'idea di mostrarlo così com'è ora già negli anni '70, come se fosse uno che era un po' vecchietto anche da giovane, un tipo che col tempo non cambia molto, è una specie di bambinone, cresciuto con la mamma anziana in un appartamentino modesto, microscopico, e che col tempo poi diventa per Anna, una specie di burbero angelo custode. Bobo Rondelli, il cantautore livornese a cui ho dedicato il recente documentario L’uomo che aveva picchiato la testa, interpreta invece il Mansani, un commerciante di abbigliamento sportivo che è tra i tanti uomini in apparenza spavaldi ma in realtà fragili e vigliacchi che si fanno avanti per aiutare Anna e che a un certo punto si troverà a ospitare lei e i suoi due cuccioli nel magazzino del suo negozio, ma che ci rendiamo conto essere uno spasimante codardo, oppresso dalla sorella. Dopo aver cercato sul territorio tanti ragazzi e bambini per i ruoli di Bruno e Valeria da piccoli e da ragazzi, essendo questo anche un film corale, mi sono circondato di molti amici e talenti livornesi, come Dario Ballantini che è un avvocato negli anni '70, e Paolo Ruffini che è suo figlio ai nostri giorni, e come Emanuele Barresi, Fabrizio Brandi, Michele Crestacci e Giorgio Algranti: insomma abbiamo riempito il cast di verità locale, di quella umanità con la quale mi piace almanaccare, per comporre il coro di questa città. E per finire vorrei ricordare il cameo del mio amico Marco Risi che in una scena molto divertente interpreta suo padre Dino sul set toscano de La moglie del prete, dove si affaccia la nostra protagonista nei panni di una comparsa...".

    Ma il personaggio di Anna quanto è vicino alla sua vera madre?

    P. VIRZI': "Beh, Anna non è certo mia madre, però non c'è dubbio che la Franca, come la chiamano a Livorno dove ha una sua popolarità, ha regalato qualche spunto, perché è molto vivace, chiacchierona, entusiasta, tende a esaltarsi per le vetrine dei negozi, per una bella giornata, per un bicchiere d'acqua, per una certa canzone, e poi ha un passato di cantante di musica leggera e quindi coccolava me e mio fratello cantandoci delle canzoncine, in genere sanremesi. Quindi qualche cosa gliela abbiamo rubata, tant'è vero che Stefania quando l'ha incontrata sul set, dove mia madre irrompeva quasi quotidianamente a distribuire torte o schiacciatine, mi ha detto: 'Adesso ho capito com'è Anna!'. Ma d'altro canto la biografia della famiglia Michelucci è una biografia inventata, è un romanzone, a suo modo una saga familiare e dato che per raccontare una buona bugia c'è bisogno di riempirla di tante cose vere, credo di avere saccheggiato tanto della verità della mia vita. Forse anche un certo sentimento di Bruno, fuggito rabbiosamente dalla propria città e poi inaspettatamente in cammino verso una riconciliazione. Può darsi che appartenga a quel genere di personaggi che diventano la maschera letteraria del suo autore, sarebbe insomma il mio Nathan Zuckerman, il mio Arturo Bandini. Vorrà dire che sono destinato a raccontare ancora qualche puntata della sua storia".

    Valerio Mastandrea ha fatto notare che qui si piange come mai era successo in un tuo film…

    P. VIRZI': "Si piange, ma non è una storia amara, al contrario, mi sembra molto dolce. Curiosamente nei suoi momenti più strazianti diventa anche comica: quello che ho sempre cercato di fare miei film. Credo che 'Tutta la vita davanti', che era un film anche spiritoso e umoristico, fosse però pieno di sconforto. Invece La prima cosa bella ha in superficie un elemento molto tragico, il tema della morte, e però dentro c'è il ciclo della vita, la sua dolcezza, e c'è molto amore per i personaggi narrati. Sentivo il bisogno di fare un film affettuoso, sul tema stesso degli affetti. Forse perché dopo aver fatto un film dove i personaggi erano alle prese con una vita molto difficile, con una galleria di ritratti piuttosto mostruosi intorno a loro, sentivo il bisogno di raccontare delle persone a cui voler molto bene. Sarà anche l'aria del tempo. Circola una rabbia, un astio, ci si odia visceralmente, in questo momento, qui da noi. Magari una volta un certo tipo di livore uno lo poteva ascoltare borbottato nei bar, negli autobus, ora direttamente nelle bocche degli uomini di potere, o dei commentatori sui media. Ci sono pezzi di società che si odiano vicendevolmente e se potessero, a vicenda, si cancellerebbero. In televisione è diventato uno spettacolo consueto e normale vedere qualcuno in giacca e cravatta urlare 'vergogna!' contro qualcun altro. Avevo voglia di proteggermi, di andare ad immergermi in qualcosa di affettuoso e di umano, di farmi fare compagnia da dei personaggi a cui volere molto bene, e di raccontarli con amore: quindi non credo che questo film sia triste, o amaro, credo semmai che sia per certi versi anche dolcissimo. Ho cercato di renderlo avventuroso, romantico, spiritoso, e credo contenga tutto sommato un senso di fiducia nel ciclo naturale della vita. Nonostante le apparenze, forse è il mio film più lieto".

    Come è stata ricostruita la Livorno degli anni ’70 e ’80?

    P. VIRZI': "E' stato fatto un grandissimo lavoro di documentazione fotografica e anche pittorica con Tonino Zera e Gabriella Pescucci, ma anche con Nicola Pecorini, il direttore della fotografia che con me aveva già fatto Tutta la vita davanti e che io avevo ammirato tanto per avere interpretato con grande felicità lo stile visivo fantasmagorico dei film di Terry Gilliam: il suo è un metodo forse un po' americano, ma anche molto italiano e soprattutto molto toscano, perché in realtà è un volterrano. Nicola è andato a scoprire un pittore molto familiare per i livornesi, ci sono i suoi quadri in tante case e in tanti vecchi bar: Renato Natali, un post macchiaiolo che creava paesaggi quotidiani, con delle tinte di impressionismo romantico dalle tonalità struggenti: stradicciole di Livorno, di notte, penombre con dominanti forti, atmosfere silenziose e altre brulicanti di gentarella, puttane, marinai. E quindi Renato Natali è stato uno spunto importante per ricreare il paesaggio della città, ma c'è stato anche un bel lavoro di documentazione fotografica, dagli studi dei fotografi livornesi sono uscite fuori bellissime immagini degli anni '70 e '80. Inoltre con Nicola Pecorini abbiamo immaginato un trattamento fotografico molto deciso per distinguere le tre epoche del film: il tempo presente, la rievocazione dell'infanzia nei primi anni '70 e poi quella dell'adolescenza nei primi anni '80, e abbiamo immaginato un presente narrato con una luce molto realistica e intensa, ma semplice, e invece, cambiando addirittura le pellicole, abbiamo cercato una fotografia degli anni '70 più degradata, calda, come con una pellicola leggermente scaduta, e con degli effetti ottici per degradare l'immagine sui margini come se si usassero degli obiettivi ancora un po' difettosi, e per gli anni '80 invece abbiamo usato un trattamento fotografico un po' più duro, più aspro e contrastato, per raccontare un'epoca un po' meno romantica ma più cupa".

    Che cosa può raccontare invece del lavoro sui costumi e sulla scenografia?

    P. VIRZI': "Avevo una forte preoccupazione in questo settore che in genere ritengo molto delicato, perché l'artificio e la falsità sono in agguato, e credo di essermi rivolto a quella che senza ombra di dubbio credo sia la costumista più brava del mondo tra i viventi, Gabriella Pescucci, avendo oltre tutto per lei una grande simpatia umana, essendo lei di Rosignano, cioè una livornese, e quindi anche una grande conoscitrice non solo dell'epoca, ma anche della tipologia territoriale di questa provincetta in bilico tra la sua natura proletaria e un‟altra invece più ambiziosa, protesa dagli anni '60 in poi verso una specie di dolce vita. Castiglioncello con le star del cinema e con il suo notabilato in vacanza, i patrizi con la villa a Montenero, discendenti forse di quelle famiglie che sono state potenti durante il fascismo. Gabriella Pescucci mi piaceva perché sentivo che poteva padroneggiare la differenziazione delle classi sociali, poteva aiutarmi a inquadrare bene il popolo e anche questa specie di aristocrazia provinciale. E poi ha rappresentato per me una grande sicurezza proprio nella gestione del contorno oltre che dei protagonisti: l'ho vista andare a sistemare fisicamente le comparse, le figurazioni, creando per ciascuno un piccolo personaggio. E' molto piacevole lavorare con una persona con quest'esperienza, con la sua sapienza, è tutto più facile: all'inizio avevo un certo timore reverenziale che mi è passato subito avendo capito il suo carattere straordinario e sereno, che trasmetteva fiducia a tutti: Gabriella ha rappresentato un grande aiuto, sono molto orgoglioso di aver avuto in un mio film la collaborazione di un talento così speciale. Tonino Zera, lo scenografo, era una vecchia conoscenza, avevo già fatto con lui Caterina va in città e l'avevo rivisto recentemente ricostruire la toscana provinciale degli anni della guerra per il film di Spike Lee Miracolo a Sant’Anna. È una persona che mi piace molto perché ha grande concretezza, elasticità e velocità di esecuzione, non si dà per nulla le arie da maestro, anzi, tende a non intellettualizzare il suo lavoro e a farlo invece in maniera molto sportiva e pratica, e quindi mi ci ritrovo bene perché va subito al sodo e ci si capisce al volo".

    Quali sono le scene del film a cui è più affezionato?

    P. VIRZI': "Non so quale sarà la scena che il pubblico amerà di più, ci sono molte scene che io ho amato tanto e che trovo molto struggenti, ad esempio quelle che riguardano quei momenti in cui Anna per sollevare i propri figlioli dallo sconforto cerca di rallegrarli con delle canzoncine: tanto più è sciagurata la loro situazione tanto più lei cerca di essere allegra e fiduciosa. Spero che il pubblico segua il racconto con la stessa passione con cui noi l'abbiamo narrato e che quindi ci sarà un momento in cui si tireranno le somme di tutta le vicende di questa famigliola. Dopo tante vicissitudini e sventure si giunge a quella specie di allegro commiato che è la partenza dalla vita di Anna, che sembra volersi godere fino all'ultimo istante la propria esistenza, non volendo rinunciare a nulla, come una bambina avida di vita. Sono curioso di scoprire che effetto farà quella scena conclusiva che è il suo riepilogare coi propri figli tutte le loro traversie in quel modo allegrissimo, quando canta per l'ultima volta la canzoncina La prima cosa bella e conclude dicendo: 'ci siamo tanto divertiti'. E' stata una scena stranamente divertente da girare. Gli attori erano ovviamente consapevoli che si trattava di una scena commovente, ma veniva a tutti tantissimo da ridere. Per spronare Stefania a cercare un tono stanco ma gioioso, avevamo pensato che dovesse essere euforica e un po' ubriaca, come alla fine di una festa. E abbiamo approfittato tutti della grappa che Giovanni, il compagno di Stefania, aveva portato sul set, ed è andata a finire che Stefania ed io ci siamo un po‟ ubriacati davvero. Risultato: loro tre in scena si sbellicavano, dalle risate ed io ero in un bagno di lacrime di commozione. Questo è un film che ha dentro anche un tema sulla carta veramente tragico come la morte. Però c'è un modo di affrontarlo a cui tenevo molto, un modo anche gioioso, come se nell'accettare questo percorso che è l'abbandonare la propria vita ci sia dentro il significato della vita stessa. Ovvero che morire non è una tragedia ma è il compimento di un cammino, e quindi questa specie di veglia funebre che sono gli ultimi giorni di Anna con i suoi figli diventa invece una sorta di festa, dove si canta, si mangia, si ride, si scherza. Mi piaceva avvicinarmi a questo che è il tema più tragico di tutti, con uno sguardo di dolcezza e di accettazione, anzi, come se fosse proprio la maniera di vivere veramente, tant'è vero che forse Bruno ricompone tutto il suo casino interiore proprio in quei giorni, e alla fine della storia comincia, forse per la prima volta, a vivere veramente".

    LA REDAZIONE

    Dal >Press-Book< de La prima cosa bella


     
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