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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > 66 Mostra: Lido di Venezia 8 settembre 2009 MINI PRESS CONFERENCE & DINTORNI: L'UOMO CHE FISSA LE CAPRE (THE MEN WHO STARE AT GOATS) di GRANT HESLOV

    L'INTERVISTA

    66 Mostra: Lido di Venezia 8 settembre 2009 MINI PRESS CONFERENCE & DINTORNI: L'UOMO CHE FISSA LE CAPRE (THE MEN WHO STARE AT GOATS) di GRANT HESLOV

    10/09/2009 - Hotel Excelsior, Spazio Regione Veneto - Presente: GRANT HESLOV (regista), EWAN MCGREGOR (attore).

    Questa commedia è ispirata ad un romanzo: l’autore è venuto sul set? Ha comunque approvato il film? E le forze armate americane che ne pensano?

    GRANT HESLOV: “Il romanziere è qui con noi, ha visto il film e gli è piaciuto molto. E ovviamente è una cosa che a noi fa molto piacere. Le forze armate americane il film non lo hanno ancora visto, naturalmente, però ci tengo a sottolineare che un’unità militare di questo tipo esisteva davvero e si chiamava veramente ‘Progetto Jedi’. Nel film abbiamo cambiato i nomi dei personaggi che vede alla base dell’azione questa unità così particolare, il cui compito era proprio quello di utilizzare i poteri extrasensoriali per combattere le guerre”.

    EWAN MCGREGOR: “Tra l’altro, oltre al libro era stato realizzato anche un documentario. Anzi, credo che sia stato realizzato prima il documentario e poi sia stato scritto il libro, per cui per noi è stato anche più facile, perché già in questo documentario abbiamo potuto vedere sullo schermo i protagonisti veri sui quali i nostri personaggi sono basati: ovviamente non il mio, ma i personaggi interpretati da Jeff (Bridges), George (Clooney) e Kevin (Spacey). Così abbiamo avuto anche questa base come punto di partenza”.

    Complimenti per il lavoro fatto sulla voce, perché non solo lei, che è scozzese, recita ma guida anche molte sequenze con la voce fuori campo mantenendo un perfetto accento americano, peraltro diversificato nei due ruoli del film. Come ha lavorato in tal senso?

    EWAN MCGREGOR: “Per quello che riguarda l’accento ovviamente io sono un protagonista americano, abbiamo girato un film americano e dunque il mio accento non poteva che essere americano. Alla conclusione delle riprese però, e nella fase di post-produzione, dopo il montaggio, siamo ritornati io e Grant (Heslov) nella sala di registrazione perché poi mi sono dovuto occupare di tutto il discorso della voce fuori campo. Ed è stato un processo molto interessante sul quale siamo tornati più e più volte, perché magari era cambiato il montaggio o perché Grant (Heslov) aveva deciso di modificare alcune cose riguardo alla voce narrante. Credo che sia stato un processo molto importante… Era tanto tempo che non mi ritrovavo a lavorare in un film con la voce fuori campo ed è stata invece una cosa bella anche perché è difficile da azzeccare, realizzare nella maniera giusta: non puoi essere né troppo neutrale, né troppo coinvolto… ”.

    Sembra che una costante del suo cinema - come si è verificato anche in veste di sceneggiatore con Good Night, and Good Luck - sia la volontà di rileggere la storia americana cogliendo il passaggio tra il passato e il momento attuale. Ritiene che la commedia, soprattutto in questo caso, sia il modo migliore per rendere figurativamente più efficace questo passaggio?

    G. HESLOV: “E’ vero che io sono attratto dalla storia e che mi piace esaminare a distanza di tempo i capitoli della storia mondiale e, in particolare, come in questo caso, americana. A maggior ragione proprio per questo film credo fosse necessario utilizzare la chiave dell’umorismo: non dimentichiamoci che nel film si parla di una struttura militare dell’esercito degli Stati Uniti, e se ne è parlato alla luce della realtà odierna che è quella di un periodo di guerra. Di fatto questo film non ha come soggetto la guerra dell’Iraq, né ha lo scopo di commentarla, e dunque penso che sia piuttosto una riflessione sulla burocrazia e sugli estremi a cui ricorriamo a volte nei momenti di guerra. I personaggi credono davvero di poter fare le cose che fanno nel film, e a prescindere dal fatto che io creda che siano possibili o meno, ma è molto divertente assistervi di per sé”.

    Certi suoi colleghi, come ad esempio Sean Penn, si sono recati nei luoghi di guerra, mostrando un impegno politico al riguardo… Lei ha mai preso in considerazione di farlo?

    E. MCGREGOR: “Per quello che riguarda far parte dell’esercito, no. In realtà non ho mai pensato, anche prima di decidere di fare l’attore, di entrare nelle forze armate, e tra l’altro ho un fratello che invece sino a due anni fa ha pilotato i tornado ed essendo parte dell’aeronautica reale ha svolto servizio in Iraq diverse volte. Da parte mia posso dire di esser stato in Iraq quando ho trascorso 48 ore presso l’aeroporto internazionale … dove è collocata la nostra base militare, la parte britannica: lì ho incontrato molti soldati e sono rimasto sorpresissimo nel vedere quanto siano giovani queste persone che sono andate lì per combattere questa guerra. E devo dire che sono stato anche colpito da questo forte senso di orgoglio col quale me ne sono andato da quella base… non mi aspettavo di provare un sentimento di questo genere: ho provato orgoglio per quello che questi ragazzi fanno per noi, pensando anche che stavano facendo un qualcosa che io non avrei mai fatto, e che non mi sentirei mai di fare, perché non avrei voluto stare in quel posto più di quanto non ci sono stato…”.

    Ieri sera abbiamo visto un altro film sulla guerra in una chiave molto dura, oggi questo affrontato in tutt’altra chiave. Com’è stato affrontare il tema degli orrori della guerra in termini sarcastico-ironici per lei che per la seconda volta impersona un guerriero Jedi?

    E. MCGREGOR: “In realtà io starei molto attento a definire questo film uno sguardo sarcastico-comico sulla guerra in Iraq, perché non è un film che parla della guerra in Iraq. E’ piuttosto una storia su un uomo che va in Iraq per dimostrare a se stesso e agli altri quanto vale dopo che la moglie con il suo comportamento gli ha fatto perdere in un certo senso la sua mascolinità e quindi è per questo che lui finisce con Lyn (George Clooney) in Iraq. Ma il film non è un commento sulla guerra in Iraq: è solo un racconto onesto, corretto e accurato di quella che era questa unità speciale segreta dell’esercito americano e di quelle che erano le aspirazioni di questa unità segreta. L’Iraq finisce con l’essere nient’altro che lo sfondo sul quale io e George ci muoviamo e in fondo non è affatto un commento sulla guerra se non forse per la scena alla pompa di benzina dove due addetti alla sicurezza americani finiscono con lo scatenare una guerra loro e finiscono quindi con l’uccidere una serie di civili iracheni… ma a parte questo, ripeto, non si tratta di un commento sulla guerra in Iraq”.

    Può dirci qualcosa in più del passaggio dal libro alla sceneggiatura del film?

    G. HESLOV: “Non so se avete letto il libro ma devo dire che il libro ha un’impronta spiccatamente documentaristica… e il tentativo è proprio quello di comprendere come questa unità apparentemente innocua, a un certo momento nella sua storia sia arrivata a stravolgersi al punto tale da utilizzare una canzone per torturare i prigionieri in Iraq. Quindi lo scopo del film era proprio quello di comprendere come sia avvenuto questo passaggio e come si sia evoluta l’unità speciale in tal senso. Ed ecco perché il personaggio interpretato da Ewan (McGregor) funge da filo conduttore della storia per accompagnarci in quella che è la sua ricerca delle motivazioni di questo strano percorso. Gli attori hanno naturalmente dato il loro contributo con la recitazione ai personaggi ma devo dire che non c’è stata improvvisazione. La sceneggiatura è piaciuta a tutti e questo ha senz’altro facilitato le cose, in più non avevamo molto tempo, il piano di lavorazione era molto serrato e quindi abbiamo solo cercato di esternare la sceneggiatura. Questa più o meno è stata la genesi del progetto”.

    Come giudica il suo personaggio e come reputa il mestiere dell’attore? Che cosa conosce del cinema italiano? C’è qualche regista italiano con cui un giorno potrebbe pensare di fare un film?

    E. MCGREGOR: “Per quello che riguarda il mio personaggio credo che abbia una ‘storyline’ molto bella, un meraviglioso passaggio: perché all’inizio parte come un uomo a pezzi: in realtà se la moglie l’ha lasciato qualche ragione ci sarà pur stata, evidentemente il matrimonio non andava, ma questa cosa finisce con il distruggerlo, quindi decide di partire. Però andando in Iraq e facendo quello che fa riesce in un certo senso a rimettere insieme tutti questi pezzi, riesce a ritrovare un senso alla sua vita e a tornare con la pace nella mente e nel cuore. E tornando a casa così pacificato arriva a pensare che forse la moglie ha preso la decisione giusta. Diciamo che questo viaggio rende il mio personaggio molto interessante. Quanto al mestiere dell’attore quello che mi è sempre piaciuto e che mi piace sempre più è recitare, quello che mi piace sempre meno sono i momenti di attesa, le attese tra una cosa e l’altra: magari devi aspettare molto prima di riuscire a dare l’interpretazione giusta o a fare delle cose interessanti. Quanto alla cinematografia italiana non la conosco granché…”.

    Lei che ama viaggiare: quanto giocano le location a favore della scelta di un personaggio e dell’amore verso un film? Sul set lei sembra divertirsi molto: c’è stato qualche momento particolarmente spassoso che ci vuole raccontare?

    E. MCGREGOR: “Finora autorizzazioni a scegliere le location dei film non ne ho mai avute… No, prima di basare la mia scelta di un ruolo sulle location della sceneggiatura ci sono molti altri elementi che prendo in considerazione. Anche se devo dire che mi piacerebbe ad esempio ogni tanto poter girare qualche film a casa mia, piuttosto che dover stare lontano da casa per così tanto tempo. L’atmosfera sul set è stata estremamente piacevole e molto divertente anche perché Grant (Heslov) è un regista che ama lavorare ad un certo ritmo - non è uno di quei registi che ti fa rifare la stessa scena migliaia di volte - magari della stessa scena si fanno due o tre riprese e poi si passa a quella successiva. Mi sono trovato a dover interpretare dei film dove magari si dedicava un’intera giornata ad una piccola scena soltanto ed era una cosa tremenda perché lui non ama indugiare più di tanto su una scena. Ci siamo divertiti moltissimo soprattutto in quelle giornate in cui eravamo tutti e quattro insieme a recitare – George (Clooney) Jeff (Bridges) Kevin (Sapcey) e io: abbiamo davvero riso e ci siamo divertiti moltissimo, e poi, non dimentichiamoci che abbiamo avuto delle capre come attrici professioniste e quelle con cui abbiamo lavorato si sono rivelate fantastiche”.

    (A cura di PATRIZIA FERRETTI)


     
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