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    L'INTERVISTA

    COCO AVANT CHANEL - L'AMORE PRIMA DEL MITO - INTERVISTA alla regista ANNE FONTAINE

    9/05/2009 - Perché si è interessata al personaggio di Gabrielle Chanel?

    ANNE FONTAINE: “Ho avuto la fortuna di incontrare Lilou Marquand, quando ero molto giovane; lei era stata una delle più strette collaboratrici di Chanel nell’ultima fase della sua vita e in seguito aveva scritto un libro intitolato Chanel told me. Così ogni giorno, per un certo periodo di tempo, ho sentito parlare di quella personalità così mitica. Avevo anche letto con attenzione The Allure of Chanel, di Paul Morand, uno degli autori che ha saputo esprimere meglio l’incredibile personalità di Mademoiselle. Non mi ha attirato tanto la moda, quanto le caratteristiche di questa donna eccezionale, soprattutto che si fosse fatta da sé. Una ragazza che viene dalla campagna francese, povera, senza istruzione, ma dotata di una personalità eccezionale, destinata a precorrere i tempi, in una società in cui le donne erano prigioniere di comportamenti e abiti alienanti. Lo stile alla Balzac del suo percorso mi ha intrigato molto. Ricordo di aver ricoperto le pareti della mia stanza da letto con le foto di Chanel giovane, ma non pensavo affatto che avrei girato un film su di lei. Molti anni dopo, durante una conversazione su Chanel con Carole Scotta e Caroline Benjo, le produttrici di Haut et Court, loro mi chiesero se m sarebbe piaciuto sviluppare un progetto che raccontasse il suo percorso. Il mio interesse per il personaggio si è riacceso e ho chiesto del tempo per pensarci, dicendo che secondo me sarebbe stato un errore cercare di raccontare tutta la vita di Coco Chanel. Dovevo riflettere se era possibile concentrarsi sul primo periodo della sua vita, gli anni della formazione, su quello che era successo prima che Chanel stessa si rendesse conto del suo incredibile destino. Quindi ho letto la biografia scritta da Edmonde Charles-Roux “Chanel and Her World: Friends, Fashion, and Fame”. Un altro elemento fondamentale era trovare un’attrice che potesse incarnare un tale personaggio e che non ne fosse una pallida imitazione”.

    Ovviamente Audrey Tautou era l’attrice ideale per interpretare Coco Chanel.

    ANNE FONTAINE: “Si, e Audrey incarna con naturalezza l’androgino - qualcosa che non esisteva a quei tempi ed è essenziale per capire come Coco Chanel ha inventato il suo stile. Chanel ha tratto inspirazione dalla sua personalità; ha basato il suo stile sul suo corpo, la sua diversità, la sua vitalità. Oggi l’androginia è parte della moda, ma ai tempi di Chanel, le donne erano formose e grassocce. Chanel ha anche lanciato la moda dei capelli corti. L’attrice doveva avere un corpo sottile e un carattere forte, pugno di ferro in un guanto di velluto, e Audrey ha la vita più sottile del mondo! E un lato forte, come Paul Morand diceva di Chanel, una grazia, una finezza e un innegabile carisma. Fin dal mio primo incontro con Audrey, mi hanno colpito la sua forza di volontà, la sua audacia e l’intensità del suo sguardo. Chanel osservava tutto. La sua cultura non veniva dallo studio, ma dall’osservazione. Quando ho incontrato Audrey non avevo ancora scritto neppure una riga della sceneggiatura, ma sapevo che se lei si fosse fidata di me e se la produzione fosse stata d’accordo nel concentrarsi sugli anni della formazione, avrei potuto girare il mio primo film storico”.

    Perché ha scelto di non girare un biopic, ma di raccontare la creatività e la genesi della favolosa carriera di Mademoiselle?

    ANNE FONTAINE: “Perché in quegli anni troviamo tanti elementi fortemente romantici, il primo ovviamente è la giovinezza di una piccola provinciale che vive in estrema povertà”.

    L’infanzia di Chanel è da romanzo.

    ANNE FONTAINE: “Sì, la storia di Chanel è come quella delle grandi eroine della letteratura. Ha affrontato le situazioni peggiori. Da piccola, Gabrielle ha perso la madre, consumata dai parti e dalle malattie, e subito dopo il padre, un venditore ambulante, l’ha abbandonata. E’ stata quindi messa nell’orfanotrofio del monastero di Aubazine, dove le suore le hanno insegnato l’arte del cucito. Poi la vediamo cercare fortuna in un cabaret di Moulins, dove canta la famosa ‘Coco qui a vu Coco’ davanti a un pubblico di soldati ubriachi!”.

    Scrivendo una sceneggiatura su un personaggio famoso, lei aveva chiaro che il pubblico conosceva la fine della storia. Come è riuscita a creare tensione?

    ANNE FONTAINE: “La suspense è molto presente nella vita di questa eroina: come riuscirà a farcela? Come supererà la sua ignoranza? E’ interessante vedere che Chanel, il cui nome oggi è simbolo di haute couture, all’inizio non era interessata alla moda. Voleva fare la ballerina, la cantante o l’attrice. Quando ha smesso di sognare di diventare un’artista, la sua stupefacente carriera era già iniziata, senza che lei se ne rendesse conto. Quello che mi ha interessato in particolare è stato osservare Coco costruirsi il proprio destino davanti ai nostri occhi, inventando. Non programmava niente; non voleva fare carriera per raggiungere il successo, inventava. Non aveva né l’ambizione, né gli strumenti per adeguarsi al mondo borghese—quelle porte per lei erano sbarrate—così ha attirato l’attenzione su di sé, al massimo della provocazione. Non voleva rispettare quel mondo, ma adattarlo alla sua personalità. Le piaceva il rischio. Mi è piaciuta l’idea che fosse una specie di clandestina quando ha iniziato il suo percorso nel mondo. Al suo arrivo a Royallieu, Balsan le proibisce di lasciare la sua stanza. E’ emblematico il segreto che manteneva sulle sue origini e che abbia sempre abbellito la storia della sua infanzia”.

    All’inizio, Coco Chanel è una mantenuta.
    ANNE FONTAINE: “Sì, è in contraddizione con l’immagine che abbiamo oggi di Coco Chanel, una donna elegante, che indossa un tailleur sobrio e chic, che ha costruito un impero del lusso sulla propria indipendenza; una donna che non si è mai sposata. Eppure la giovane Chanel si è imposta facendosi mantenere da uomini che usava a suo piacimento. In effetti era una mantenuta. Negli anni trascorsi a Royallieu, Coco esercitava il suo fascino su uomini e donne, perfezionava la sua personalità e rafforzava il suo carattere. Le ‘demimondaines’ che incontrava a Royallieu indossavano abiti di pizzo; così, per non ‘appartenere’ al loro ambiente, inventò per sé vestiti assolutamente semplici. Da allora in poi, il suo è sempre stato un abbigliamento da brava ragazza, con quei cappellini di paglia che facevano furore tra le sue amiche. Andava controcorrente per creare. ‘Voglio che quello che odio diventi fuori moda’”.

    Chanel non ha mai proiettato l’immagine della donna ideale, come fanno in genere i grandi sarti. Lei ha creato il suo mitico stile sulle sue particolari caratteristiche e la sua diversità.

    ANNE FONTAINE: “Lei era diversa. Chanel ha trasformato questa diversità in una qualità fondamentale, anche se deve essere stata una sofferenza terribile per lei. Con Audrey abbiamo lavorato a questa trasformazione. All’inizio, appare come una piccola contadina un po’ rozza con un i capelli raccolti; poi vediamo il suo stile imporsi alle altre donne per diventare, nell’ultima parte del film, l’incarnazione dello stile francese. Ho pensato che fosse interessante mostrare questa evoluzione senza spiegare troppo le cose. A poco a poco, tutto in lei diventa grazia e quello che la gente vedeva era Chanel”.

    Il suo film parla anche di una bella e tragica storia d’amore.

    ANNE FONTAINE: “La vediamo incontrare due uomini che cambieranno il suo destino: Balsan, un ricco ed eccentrico gentiluomo di campagna, interpretato da Benoît Poelvoorde; e un giovane inglese, Arthur Capel, detto ‘Boy,’ l’amore della sua vita, interpretato da Alessandro Nivola. Boy crede in lei e questo è importante, ma lo perde. ‘Ho perso tutto quando ho perso Capel’ disse Chanel. Poi Chanel si getta nel lavoro. La cosa che mi ha sorpreso e interessato è che tutto quello che Chanel ha inventato risale a quegli anni. Più tardi la sua moda si è adattata e lei ha sviluppato uno stile, era diventata una professionista. Questo è il motivo per cui quel periodo della sua vita è più vivace e coinvolgente. Era una donna determinata e vulnerabile nello stesso tempo, aveva una incredibile vitalità, costruita sulla sofferenza”.

    Di lei la gente diceva ‘Una donna che piange senza lacrime’.

    ANNE FONTAINE: “Sì, e Chanel supera il dolore con il lavoro, proprio così! Mi piace il modo in cui affronta Ie sventure e trasforma il dolore in creatività. E’ un altro momento interessante di questa parte della sua vita, perché quando diventa una celebrità, inevitabilmente si fa più dura e isolata”.

    Una donna dall’umorismo tagliente.

    ANNE FONTAINE: “Chanel era molto ironica. Nel film dice alla sorella, ‘L’unica cosa interessante dell’amore è fare l’amore, peccato che ci voglia un uomo!’. Questo era il suo senso dell’umorismo. Chanel seduceva con risposte pungenti. La prima volta che incontra Balsan, gli dice: ‘Quando mi annoio mi sento molto vecchia’, e quando lui le chiede ‘Quanti anni hai ora?’, lei risponde ‘Mille anni!’”.

    All’inizio Balsan è abbastanza indifferente, ma poi si lega molto a Chanel.

    ANNE FONTAINE: “Mi è piaciuto creare il personaggio di Balsan, di cui sappiamo molto poco. Anche per lui, l’amore non esiste. Ama i suoi cavalli; ama le feste scatenate; ma nello stesso tempo è un uomo ricco di emozioni e umanità. Quando penso a lui, mi viene in mente subito Benoît Poelvoorde. Era l’unico che poteva esprimere sia il lato ribelle che quello affettuoso del personaggio. E’ osservando il piccolo mondo che circonda Balsan che Chanel creerà il proprio stile, ispirandosi, ad esempio, alle stoffe leggere e comode dell’abbigliamento sportivo, modificando i vestiti per l’equitazione o prendendo in prestito i pigiami di Balsan. E’ frugando negli armadi di Balsan che improvvisa il suo primo completo”.

    Con Boy Capel, si concede all’amore.

    ANNE FONTAINE: “Si innamora follemente di Boy Capel, ma nello stesso tempo non crede all’amore. Vuole evitare la trappola in cui è caduta la madre. L’ha vista soffrire per i frequenti abbandoni del padre, un venditore ambulante, che andava di mercato in mercato, di donna in donna. Capisce la condizione delle donne quando vede la madre morire tra atroci dolori e deve essersi detta, ‘Io no, mai!’. Forse è questo il motivo per cui ha visto, prima degli altri, che la donna moderna doveva essere diversa. Sempre controcorrente, Chanel decide di celebrare la libertà e l’indipendenza delle donne. Ma la perdita dell’uomo della sua vita è quello che il destino ha in serbo per lei”.

    Quante libertà si è presa lavorando alla sceneggiatura?
    ANNE FONTAINE: “Poiché si trattava di una persona famosa, per ritrovare la freschezza ho dovuto liberarmi dall’impaccio della biografia. Con gli altri sceneggiatori, abbiamo inventato qualcosa, abbiamo modificato la cronologia, dato più spessore ad alcuni personaggi. Il ruolo interpretato da Marie Gillain è un mix della vera sorella di Chanel e di Adrienne, sua zia, che aveva la stessa età e la stessa ambizione. Il personaggio di Emilienne, interpretato da Emmanuelle Devos, si ispira alla famosa attrice Gabrielle Dorziat e a Emilienne d’Alençon, una grande ballerina e cortigiana. Boy Capel, che è interpretato brillantemente da Alessandro Nivola, e ha tanta importanza nella vita di Chanel, in realtà non è stato a lungo con lei. Sappiamo poco dei primi anni della sua vita e Chanel mentiva sempre. Diceva sempre una frase che trovo sublime: ‘Ho inventato la mia vita perché non mi piaceva’”.

    La sua regia rispetta il motto di Coco Chanel: ‘Bisogna sempre togliere, mai aggiungere’. Anche lei non ama il superfluo, l’eccesso e il pathos.

    ANNE FONTAINE: “Era importante che il film apparisse come era lei, niente confusione o esaltazione estetica. Lo stile Chanel è riconoscibile per il suo rigore, l’elegante semplicità delle linee. Nella scena all’ippodromo o sulla spiaggia di Deauville, vediamo la contrapposizione netta dello stile Chanel con gli abiti delle altre donne e i loro elaborate cappelli, le balze arricciate e i bustini che stringevano loro la vita! Avevano una funzione decorativa, mentre Chanel si preoccupava della propria individualità”.

    Lei ha detto che la sobrietà e il minimalismo che determinano l’originalità dei suoi modelli, vengono dall’architettura del convento di Aubazine, dalle tonache delle suore e dalle divise delle orfanelle.

    ANNE FONTAINE: “Sì. E’ importante visualizzare la bambina in quell’ambiente. Volevo restare fedele a quei colori, al bianco e al nero che diventano l’essenza dello stile Chanel. Più tardi la vediamo a Moulins prendere uno di suoi abiti, aggiungerci un colletto bianco e i polsini bianchi di una camicia da uomo, e preparare un travestimento per Emilienne. Il famoso abitino nero sta prendendo forma e diventerà l’icona del suo stile”.

    In relazione all’amore perduto di Chanel, forse ‘l’abitino nero’—che le ha portato tanto successo—l’ha disegnato per sé, una donna così segnata dalla solitudine?

    ANNE FONTAINE: “Comunque ho girato così tutti le parti relative alla moda, associando ogni creazione alla sua vita, in particolare alle sofferenze per la perdita di Capel. E’ molto bello il modo in cui trasforma il suo dramma in una ossessione per il nero, il suo colore cult. Conferisce una dimensione emotiva agli abiti, anche se, per definizione, un abito non dovrebbe averla. Ciò che sublima un capo è il suo prendere vita una volta indossato. Chanel ha dato movimento agli abiti delle donne. Alle donne ha offerto la libertà”.

    Nella sequenza finale, si vede una sfilata con la collezione che le diede la fama. Coco Chanel, seduta sulla famosa scalinata, assapora il trionfo e rivive momenti del passato.

    ANNE FONTAINE: “All’inizio del film, lei è in evoluzione; alla fine, ha subito una metamorfosi. Diventa Coco Chanel e la sua storia non può essere separate dal secolo che è iniziato. Questa sequenza sembra un sogno a occhi aperti: la vediamo al lavoro e improvvisamente questo lavoro produce una sfilata che non è del tutto realistica, perché si mescolano epoche e stili. Con un po’ di anticipo, appare già un mito. Ho cercato di costruire iI finale in modo allegorico, con uno stato di grazia. Chanel si gode il trionfo, ma dietro c’è una certa malinconia. Ho voluto mostrare come, dopo la sua relazione con Boy, l’unica alternative esistenziale era buttarsi nel lavoro. Il cucito è un’arte umile: tagliare, mettere gli spilli, cucire…La mia sfida era mostrare la sua bellezza e ho cercato di farlo nell’ultima parte del film. Sul volto di Audrey si legge la determinazione, l’ascetismo e la concentrazione che hanno permesso a Coco di diventare la figura leggendaria che tutti conosciamo, la prima donna, in un mondo di uomini, a costruire un impero che porta ancora oggi il suo nome”.

    La storia della sua formazione, con l’eroina che mostra tenacia, forza di volontà e fiducia in sé può interessare tutte le donne.

    ANNE FONTAINE: “Assolutamente. Chanel diceva sempre, come riporta il libro di Paul Morand, ‘La mia vita è la storia—spesso la tragedia—di una donna indipendente, con le sue miserie, le sue grandezze, con la sua affascinante lotta contro se stessa, contro gli uomini, contro le debolezze e i pericoli che sono in agguato ovunque’. Tutti, uomini e donne, ci possiamo riconoscere in questo ritratto, o perlomeno ci commuovono le sue storie d’amore e le avversità che ha subito”.

    La Maison Chanel l’ha supportata in questo progetto?

    ANNE FONTAINE: “La collaborazione di Chanel ci era indispensabile, in particolare per la sequenza finale, dove era impensabile non avere abiti della Maison. Abbiamo girato sulla famosa scala e in quella sequenza tutti i capi vengono dal Conservatoire Chanel. Ho incontrato parecchie volte Karl Lagerfeld. Gli abbiamo mostrato i bozzetti dei costumi che Catherine Leterrier stava realizzando. Quando Karl ha visto le foto di Audrey Tautou, mi ha detto che era l’unica ‘vera Chanel’. Abbiamo collaborato in modo molto naturale con la Maison Chanel, ma questo non ha influenzato il mio approccio artistico”.

    Coco Avant Chanel è il suo secondo film prodotto con Warner Bros. dopo La Fille de Monaco.

    ANNE FONTAINE: “Sì. Warner Bros. mi ha rinnovato la sua fiducia ed è rassicurante vedere che una grande compagnia ti segue in un progetto in cui si corrono rischi, perché è il mio primo film storico”.

    Anche Audrey Tautou e Benoît Poelevoorde hanno avuto fiducia in lei.

    ANNE FONTAINE: “Ho scritto il personaggio di Balsan pensando a Benoît. Ho avuto la fortuna di apprezzare il suo talento quando l’ho diretto in Entre ses mains (In His Hands). Volevamo tutti e due lavorare ancora insieme. Io ero piuttosto nervosa il giorno in cui ho consegnato la prima versione della sceneggiatura a Audrey Tautou e le ho detto, ‘Ha il diritto di rifiutare, ma nessuno oltre a lei può interpretare questo ruolo, se dirà di no sono pronta ad abbandonare il progetto’. Fortunatamente, Audrey mi ha subito rassicurato! Audrey viene dalla stessa regione di Chanel. E’ cresciuta a Montluçon, 32 miglia da Moulins. Audrey mi ha detto, ‘Ho sempre pensato che un giorno avrei incontrato questo personaggio’, sapeva di essere predestinata per il ruolo”.

    LA REDAZIONE


     
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