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    Home Page > Ritratti in Celluloide > L'intervista > THE ORPHANAGE - INTERVISTA con il regista JUAN ANTONIO BAYONA

    L'INTERVISTA

    THE ORPHANAGE - INTERVISTA con il regista JUAN ANTONIO BAYONA

    13/11/2008 - Era importante che il tuo primo film fosse un horror?

    "Era la gamma di possibilità offerte dalla sceneggiatura di The Orphanage che mi ha fatto venir voglia di dirigere il film. Un progetto deve affascinarmi al di là del genere a cui appartiene. Anche se è vero che il cinema horror è un’ottima scuola. Ti consente di manipolare il tempo e lo spazio a tuo piacimento, di usare determinati movimenti di camera per ottenere un effetto immediato. Questo ti dà una certa sicurezza. Ma quello che rende vivo un film sono le cose che vanno oltre le costrizioni del film di genere: quello che c’è dietro, la sincerità delle interpretazioni, il grado del tuo coinvolgimento in quello che stai raccontando...".

    Un primo film dovrebbe svolgere la funzione di un ‘manifesto artistico’?

    "Credo che un film sia l’immagine del tipo di regista che sei nel momento in cui lo realizzi. Non so quale sia la mia direzione come regista. Fare dei piani è troppo razionale. Credo che la regia debba essere qualcosa di più viscerale, di più emotivo".

    Come avete lavorato alla ristesura della sceneggiatura con Sergio Sánchez?

    "Questa è stata la parte più difficile. La prima bozza era stata scritta quasi dieci anni prima. Quando sono entrato a far parte del progetto dovevo rendere mio quel testo, perciò abbiamo lavorato alla sceneggiatura ripartendo da zero. La mia prima domanda è stata: perché Laura torna nella casa in cui è cresciuta? Questa era la chiave per tutto il resto. The Orphanage è diventato un viaggio nel passato, una regressione, un ritratto psicologico di qualcuno che ripiega sul passato perché non riesce ad affrontare il presente, e che alla fine riesce ad evadere con la fantasia. Oltre a ciò, la grande sfida era quella di conservare una certa ambiguità. Si può leggere il film in modo realista, non come una storia di fantasmi, ma come il ritratto di una donna che impazzisce. Mantenere questa ambiguità è diventato il nostro impegno principale e anche ciò che ha reso il lavoro davvero eccitante".

    I cortometraggi da te diretti mostrano una grande influenza del cinema americano, mentre 'The Orphanage' ha decisamente uno stile ‘europeo’. E’ stata una scelta voluta?

    "Sia nei miei corti che in The Orphanage c’è un contrasto voluto tra il mondo reale e una realtà più ‘hollywoodiana’. Mi piace vedermi come il protagonista di questo conflitto, battermi contro quello stile di Hollywood e contro il peso dei film che ho visto da bambino e che sono un riferimento. Per me la chiave consiste nel come riesci ad integrare quei riferimenti. Carlos, il marito di Laura, la accusa di farsi un film in testa. Non so se The Orphanage sia più o meno girato in uno stile europeo, ma quello che è voluto è lo sforzo fatto affinché non somigliasse ai film horror che vengono girati oggi. Il film ricorda quelli che vedevo da bambino. The Orphanage è la mia personale regressione verso i film della mia infanzia".

    Puoi parlare dei tuoi riferimenti? 'Suspiria', 'La Residencia' (Gli orrori del liceo femminile), 'Lo spirito dell’alveare', 'Suspense', 'Gli scomparsi di Saint-Agil', o, più recentemente, 'La spina del diavolo' o 'Saint Ange' di Pascal Laugier, che sembra avere molti punti di riferimento e molte ossessioni in comune con 'The Orphanage'

    "Non ho visto né Saint AngeGli scomparsi di Saint-Agil. E’ vero, però, che durante la preparazione abbiamo discusso di tutti gli altri film citati. Ci sono alcune scene in cui tratto il colore in modo molto simile a come faceva Dario Argento. Ho anche fatto vedere La Residencia e Suspense al mio direttore della fotografia, chiedendogli di fare particolare attenzione all’uso delle lenti scope in entrambi i film. Però i film che mi hanno influenzato di più sono stati L’inquilino del terzo piano di Polanski e Incontri ravvicinati del terzo tipo, sia in termini formali che in termini narrativi. Laura parte per un viaggio analogo a quello del personaggio di Richard Dreyfuss in Incontri ravvicinati. E ammiro il modo in cui Polanski inserisce l’assurdo nelle piccole cose di ogni giorno, così come il suo uso dello spazio, dell’obiettivo e della narrazione visiva".

    Hai discusso questi riferimenti con Guillermo Del Toro, e come pensavi di superarli per trasformarli in qualcosa di completamente personale?

    "Non ne abbiamo parlato a lungo. Ovviamente ne eravamo consapevoli, ma non abbiamo dato loro eccessiva importanza. Ci siamo concentrati sulla storia, su come Laura perde tutto fino a quando le resta solo la sua fantasia. Questo è un aspetto che lega The Orphanage a Il labirinto del fauno; Guillermo ed io eravamo sulla stessa lunghezza d’onda".

    Nella vita, anche per te è stato difficile lasciarti l’infanzia alle spalle?

    "Il contrasto tra il mondo degli adulti e l’infanzia era un tema già affrontato nei miei cortometraggi. Ha detto Truffaut che l’infanzia è qualcosa di cui tutti hanno diritto di parlare con cognizione di causa. Questo vale perfino per i giovani registi della nostra generazione, spesso accusati di non avere niente da dire".

    Come regista, con chi ti identifichi di più, con il bambino o con la madre?

    "Con entrambi. La madre compie un viaggio che finisce col trasformarla in una bambina. E’ Simon a giocare con i suoi amici invisibili durante la prima mezz’ora, ma è Laura a entrarvi in contatto alla fine del film. La vediamo persino vestita con un infantile abito per la scuola. Ho arricchito il personaggio di Simon con alcuni dettagli della mia infanzia. E Belén mi ha aiutato a dare profondità al suo personaggio. Lei ha anche vissuto la maternità e quindi possiede la conoscenza necessaria ad incarnare la tragedia del suo personaggio".

    Come hai ideato la seduta spiritica con Geraldine Chaplin?

    "E’ stata una vera sfida girare quella scena senza tradire l’ambiguità che volevamo mantenere. La seduta spiritica era il momento centrale del film, doveva essere spettacolare senza ricorrere neanche al più piccolo effetto speciale. Alla fine abbiamo ottenuto quello che volevamo lavorando molto sul suono".

    Simon è un bambino adottato. Nel film quanto contribuisce questo elemento ad approfondire i temi della colpa, della perdita e della maternità?

    "Sicuramente le questioni della maternità e della responsabilità sono messe in evidenza dal fatto che Simon è un bambino adottato. Ci offre anche la possibilità di entrare nella vita di questa coppia, Laura e Carlos, e nel loro bisogno di proteggere altri bambini vulnerabili. C’è un chiaro parallelismo tra Laura e la Wendy di Peter Pan. Wendy fantastica sull’idea di essere la madre dei bambini abbandonati e di dedicare la sua vita a leggere storie per farli addormentare".

    Deformità, handicap e malattia pervadono il film. Puoi spiegare perché?

    "I film horror parlano tutti di trasgressione. Devono condurci in luoghi nei quali abbiamo paura di andare, mostrarci cose di noi stessi che per noi sono inquietanti. La deformità, l’handicap e la malattia minacciano la nostra stabilità. Devi rompere questa stabilità, capovolgerla. In questo consiste il vero terrore. Qual è il mondo peggiore, quello vero o quello immaginato da Laura? D’altro canto la malattia provoca pensieri di mortalità, di morte. Questa è una cosa che Laura deve imparare ad affrontare".

    Perché hai deciso di rievocare i forni crematori? C’è una dimensione politica voluta nel film?

    "Non ci ho pensato. Non è un forno crematorio quello che vediamo nel film, è un magazzino per il carbone. Un forno o una caldaia non avrebbero una porta in legno".

    Come spieghi il successo internazionale dei film horror spagnoli e giapponesi, quando quelli americani sono il loro esatto opposto: pieni di sangue, torture ed effetti speciali?

    "A Hollywood la messa in scena è diventata importante quanto le grandi star. I produttori esecutivi fanno un uso eccessivo di effetti speciali, suoni e musica per ipnotizzare il pubblico. E’ la loro strategia per mascherare la mancanza di buone sceneggiature. Non è colpa del pubblico. Film come Il sesto senso, The Blair Witch Project o The Others hanno dato prova del loro potenziale commerciale senza far ricorso ad effetti visivi superflui. Allo stesso tempo la televisione ha abbandonato qualsiasi remora nel mostrare la violenza esplicita. Veri inseguimenti in auto, operazioni di chirurgia plastica, vengono mandati in onda tutti i giorni... è inevitabile che il cinema segua lo stesso trend".

    Ti senti di far parte della ‘new wave’ dei registi spagnoli?

    "In Spagna stiamo iniziando ad avere gli strumenti per competere con il cinema internazionale. Non parlo solo degli aspetti tecnici. Ho frequentato una scuola di cinema, cosa impossibile per i registi più grandi di età in Spagna, un paese in cui tutte le scuole di cinema erano sparite. The Orphanage non è solo il mio primo film, è anche un primo film per lo sceneggiatore, il direttore della fotografia, il montatore, il compositore... Non so se siamo parte di un nuovo ciclo ma quello che so è che non saremmo qui ora senza tutti quelli che ci sono stati prima di noi".

    Dal >Press-Book< di The Orphanage


     
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