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    L'INTERVISTA

    PARIGI - INTERVISTA al regista CÉDRIC KLAPISCH

    14/10/2008 - Che cosa l’ha spinta a girare PARIS?

    C. KAPLISCH: "Ultimamente ho fatto parecchio cinema all’estero – a Londra, a San Pietroburgo e a Barcellona, tra l’altro – e avevo voglia di tornare a casa, nella mia città. Inoltre, c’è sempre stata molta Parigi in tutti i miei film, come RIENS DU TOUT, OGNUNO CERCA IL SUO GATTO e PEUT ÊTRE, ma non in modo così esplicito. Avevo l’impressione di averci girato intorno per troppo tempo, e mi sembrava il momento giusto per approfondire il tema".

    E’ stata anche una reazione all’immagine negativa che a volte si ha della città?

    C. KAPLISCH: "E’ vero che Parigi e i parigini hanno una cattiva reputazione. Sono considerati snob, presuntuosi, formali e antipatici, oltre che scorbutici. E non è un’opinione del tutto campata per aria. I parigini hanno un lato malinconico, di perenni insoddisfatti, che è anche un tratto tipicamente francese - basti pensare ai divi francesi alla Gabin o alla Delon, o ai personaggi creati da Céline, Léot Malet e Tardi: i loro parigini sono tristi e tormentati, burberi e altezzosi. Ma c’è anche qualcosa di bello e di sano, in questo atteggiamento. Parigi è una città malinconica. C’è una malinconia qui che, curiosamente, è un modo per affrontare la vita e reagire, senza rassegnarsi, alle cose che accadono. I più grandi momenti della storia parigina sono stati la Rivoluzione del 1789, la Comune, la Liberazione e il Maggio del ’68. Parigi è famosa per i suoi momenti di sana rabbia.

    (…)

    Come riassumerebbe 'PARIS' in poche parole?

    C. KAPLISCH: "E’ la storia di un parigino che è malato e non sa se dovrà morire. La sua condizione lo porta a guardare le persone che incontra con occhi completamente diversi. Immaginare la morte dà significato alla sua vita, alla vita degli altri e alla vita dell’intera città. Proprio come una mappa cittadina, Parigi è una rete di interconnessioni. Per riuscire a fare un ritratto di Parigi devi muoverti in tutte le direzioni – non può essere un percorso lineare. Devi rispettare la complessità della città. Ed è la sua forma frammentata che ne fa emergere il lato più vitale e dinamico".

    Ci parli dei personaggi che si incontrano nella Parigi del suo film...

    C. KAPLISCH: "Ci sono molte persone diverse, mondi che non si incontrano mai e classi sociali che non si mescolano, ma c’è anche fratellanza. In effetti, nel film si parla molto di rapporti tra fratelli. Ci sono un fratello e una sorella - Juliette Binoche e Romain Duris: lei è un’ assistente sociale che si occupa di problemi della collettività, lui è un ballerino concentrato solo sul proprio corpo. Ci sono due sorelle che vivono nel XVI arrondissement – Audrey Marnay e Annelise Hesme – che lavorano nella moda e conducono una vita agiata e senza pensieri. Poi ci sono i due fratelli Verneuil - Fabrice Luchini e François Cluzet – uno dei quali, Philippe (Cluzet), è un architetto che sta costruendo l’edificio della Facoltà di Biologia Denis Diderot nella nuova area di sviluppo urbano sulla Rive Gauche, mentre l’altro, Roland (Luchini), è uno storico che si sta specializzando sulla storia di Parigi. Ci sono altri gruppi di persone più o meno “vicine”, come i venditori di frutta e verdura che stanno tra Rungis e Ménilmontant interpretati da Albert Dupontel, Zinedine Soualem, Julie Ferrier, Gilles Lellouche e Emmanuel Quattra. Ci sono anche personaggi più solitari, come la titolare del forno, interpretata da Karin Viard, che cerca disperatamente un giovane dipendente; Benoît, che viene dal Camerun e ha attraversato l’Africa per arrivare fino a Parigi; e Laetitia, la giovane studentessa. Ho cercato di mostrare come si crei sempre una complicità dove esistono solo contrasto e isolamento. Nonostante la solitudine, c’è sempre solidarietà, o semplicemente strade che si incontrano. Un film racconta spesso la storia di un unico viaggio, ma qui seguiamo le vicende di molti individui e quindi anche molte strade. In questo film, i viaggi individuali creano emozioni collettive. E attraverso il montaggio del film, i problemi di una persona alimentano quelli di un’altra. In effetti, è stata questa la cosa più difficile, fin dalle prime fasi della scrittura: riuscire a mettere insieme tutte queste storie frammentate in un’unica trama".

    La presenza di Fabrice Luchini e Karin Viard nel cast di 'PARIS' richiama alla mente il suo primo lungometraggio, 'RIENS DU TOUT', un altro film in cui si incrociano le strade di molti personaggi…

    C. KAPLISCH: "In 'PARIS' ci sono richiami a tutti i miei film precedenti. Volevo che diventasse una specie di archivio dei temi che avevo esplorato in passato. E’ vero che la presenza di Luchini e Karin Viard fa ripensare a 'RIENS DU TOUT', ma qui ci sono più di dieci personaggi, e tutti narratori. E’ buffo, ma dopo aver girato 'RIENS DU TOUT' avevo giurato a me stesso di non fare mai più un film con tanti personaggi – troppo difficile. Eppure, ci sono ricascato… E’ stato più forte di me!

    Si dice che girare un film con lei sia un gran divertimento per tutti. E’ stato così anche per 'PARIS'?

    C. KAPLISCH: "Ci siamo divertiti durante le riprese, sì. Io ero felice, è stato un piacere lavorare. Un piacere intimamente legato al lavoro, e quindi anche all’impegno e alla fatica. Non ho mai avuto una troupe così in gamba. Eravamo sempre contenti di rivederci, la mattina. Be’, io almeno lo ero. C’era molta gioia sul set, ma anche tanto lavoro, tanta concentrazione e anche tanta serietà. Alla fine, quella miscela di serietà e di piacere ha funzionato bene. Tra me e il direttore della fotografia, Christophe Beaucarne, c’è una grande sintonia. Siamo entrambi consapevoli del fatto che abbiamo un lavoro da fare, ma al tempo stesso ci sentiamo come due bambini, capaci di mettere in discussione in qualsiasi momento tutto quello che abbiamo imparato fino a quel momento. C’è una specie di scollamento tra la nostra maturità professionale e la nostra immaturità sul set. Siamo stati molto attenti a non prenderci troppo sul serio".

    Ha conosciuto Juliette Binoche quando lavorava come elettricista sul set del film di Léos Carax 'BAD BLOOD'. Ora Juliette è la protagonista di 'PARIS', e lei è un regista affermato. Pensa mai a quanta strada ha fatto?

    C. KAPLISCH: "Cerco di non pensarci troppo. Diciamo che quando ti accorgi che stai diventando famoso, provi un senso di vertigine, ma non il tipo di vertigine che cerco. Mi piace fare le cose senza pensieri. Preferisco l’incoscienza alla vertigine".

    Non è facile per qualcuno che ama osservare i suoi personaggi dall’alto...

    C. KAPLISCH: "E’ vero. Quando avevo 25 anni e facevo l’elettricista potevo solo sognare di fare il regista, un giorno. E ora non soltanto lo faccio, ma lo faccio con artisti straordinari, e ne sono consapevole. La cosa più bella, però, non è essere considerato un regista 'affermato', ma godere della possibilità di fare questo lavoro. Dirigere un film con Karin Viard, Fabrice Luchini, Juliette Binoche e Romain Duris è un privilegio incredibile. Ci sono poche droghe così efficaci, e per di più, questa è anche legale!".


    Dal >Press-Book< di PARIGI


     
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