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    L'INTERVISTA

    MIRACOLO A SANT'ANNA - INTERVISTA al regista SPIKE LEE, lo scrittore e sceneggiatore JAMES MCBRIDE e al cast italo-americano (A cura dell'inviato ERMINIO FISCHETTI)

    03/10/2008 - È stato presentato a Roma, nelle sale del Warner Village Moderno di Piazza della Repubblica, l’atteso e controverso MIRACOLO A SANT'ANNA, film di SPIKE LEE che analizza il rapporto di alcuni soldati afroamericani e la popolazione di un paesino toscano nei giorni in cui, a pochi passi, si era appena consumato, per mano dei tedeschi, l’eccidio di 560 civili nel villaggio di Sant’Anna di Stazzema. A presentarlo il regista, l’autore del romanzo da cui è stata tratta la pellicola (distribuita da venerdì 3 ottobre in 250 copie) e la maggior parte del cast americano e italiano.

    Signor Lee, è consapevole che la sua rivisitazione romanzata della resistenza sicuramente scatenerà critiche da parte della sinistra italiana? Il suo film d'altronde è basato sull'invenzione che la strage di cui parla scaturì dal tradimento di un partigiano.

    SPIKE LEE: "Il fatto che faccia scaturire polemiche è sicuramente positivo! Credo che se il film stimolerà dibattiti e polemiche sulla storia e sul passato dell'Italia e della Seconda Guerra Mondiale sarà certamente un fatto positivo. Ci sono diverse interpretazioni su quello che è successo, ma un fatto è certo: il 12 agosto del 1944 a Sant'Anna di Stazzema, vicino Firenze, la XVI Divisione delle SS ha massacrato 560 civili. Questo è un fatto!".

    Da un punto di vista grafico e visivo il film ricorda la foto "Morte di un miliziano" di Robert Capa. Quali sono state le sue fonti visive: cinematografiche, pittoriche ecc.?

    S. LEE: "Naturalmente abbiamo visto parecchi film, sequenze. Ci siamo molto documentati, anche con il direttore della fotografia. Credo che si possono cogliere molti riferimenti, ma non volevamo copiare nessuno. Sicuramente abbiamo voluto guardare tanto materiale per arrivare ad uno stile che fosse il nostro e in linea con i tempi e con la storia".

    Com’è la situazione oggi negli Stati Uniti, e come sono cambiate le cose dall’epoca? Ci sono sempre più controlli dopo l’undici settembre, molto spesso capita che gli artisti americani si sentano molto più accettati all’estero che nel proprio Paese?

    DEREK LUKE: "Oggi gli afroamericani vivono una situazione molto diversa rispetto agli anni Quaranta, ma è vero che i soldati come gli artisti di colore che vivono negli Stati Uniti spesso si sentono più accettati all'estero che non a casa loro. Nel film non c'è un unico conflitto, ma più guerre da più angolazioni: una guerra sociale, una guerra razziale che è quella che si vive e si è vissuta negli Stati Uniti. Poi c’è la guerra vera e propria, quella che si combatte sul campo. Comunque mi sembra che ora gli afroamericani vivono una situazione molto diversa negli USA, rispetto a quella raccontata nel film".

    Signor Lee, ci spiega l’aspetto di questo capitolo di storia che l’ha spianta a fare il film?

    S. LEE: "Prima di tutto perché James (McBride; n.d.r) ha scritto un romanzo meraviglioso che conteneva tanti elementi. E' un romanzo di guerra che comincia come un thriller in cui si deve scoprire la vera spiegazione di un omicidio. Inoltre è una storia che parla di fede, di religione ed è molto coinvolgente quando racconta dell'incontro tra questi soldati neri e gli abitanti del paesino della Toscana. Poi c’è questo incontro meraviglioso tra la Buffalo Soldiers, i soldati americani, e questi cittadini italiani che vivono in questo piccolo villaggio. Tutti questi sono gli elementi che mi hanno convinto a raccontare questa storia".

    Pierfrancesco Favino, innanzitutto complimenti per la sua interpretazione. Lei disegna un personaggio molto articolato di un partigiano illuminato, umano, che si interroga continuamente su quanto accade e sull’essere poi uguali di fronte a Dio, indipendentemente da quali siano le proprie idee politiche. Pensa che il suo ruolo possa essere una sorta di messaggio di pacificazione tra le diverse anime politiche in Italia, lei sa molto bene che il ruolo dei partigiani in Italia è ancora un “nervo scoperto”. E come si è preparato al suo personaggio, cosa ha letto?

    PIERFRANCESCO FAVINO: "In Italia la pacificazione tra fazioni opposte ancora non c'è stata, siamo da sempre, fin dai tempi di Dante, un paese diviso a metà, una situazione confermata anche dal voto. La mia preparazione affonda un po’ in quello che ho letto in tutti questi anni sui giornali. Mi sono preparato anche mettendo insieme le mie conoscenze sull'argomento, la mia passione per Fenoglio e la consapevolezza delle differenze tra le varie aree partigiane, piuttosto che tramite il romanzo di McBride e la sua sceneggiatura. Ma non credo, però, che io abbia il desiderio di mandare a dire niente a nessuno. Sono contento da attore e da persona a cui viene data la possibilità di restituire la realtà di un uomo di quel periodo, che dopo aver lottato per quattro anni si chiede 'Ma sarà giusto?'. Io mi auguro che in qualsiasi guerra del mondo, che si lotta anche adesso, mentre noi stiamo parlando qui in questo momento, ci sia qualcuno che spara avendo il dubbio che sia giusto. Io sono 'figlio' dei partigiani, nel senso che mi è stata data la possibilità, attraverso loro, di non essere in guerra, ma desidero essere figlio di una persona che ha avuto dei dubbi perché se fossi figlio di qualcuno che dubbi non ne ha mai avuti, allora l’unica eredità che mi viene data è che un uomo si può ammazzare sempre e in ogni modo".

    Signor McBride, perché ha deciso di raccontare la strage di Sant'Anna di Stazzema dal punto di vista del conflitto tra due partigiani?

    JAMES MCBRIDE: "Innanzitutto, la mia è una storia di finzione. Ho desiderato scriverla sin dal primo momento in cui ho messo piede a Sant'Anna di Stazzema. La cosa di cui mi sono stupito è che l’accaduto era avvenuto lì cinquant'anni prima e nessuno ne era a conoscenza, nessuno ne parlava. Ci sono voluti tantissimi anni per far si che questo succedesse. Non potevo credere che 560 persone fossero state massacrate e quando ero lì ho detto che dovevo trovare la maniera giusta per raccontare la storia, affinché la gente ne parlasse, come lo stiamo facendo noi ora. Mi sono chiesto se era più giusto scrivere un libro di storia o un romanzo, poi ho deciso per quest'ultimo perché volevo che la storia si trasformasse in una rivelazione. Per questo ho deciso di raccontarla dal punto di vista del bambino. Mi interessava parlare non solo della guerra, ma anche di tutte le conseguenze che ne nacquero in Italia, diventata una nazione divisa in due, in cui le famiglie erano divise, padri contro figli... Inoltre, avevo uno spazio limitato perché non volevo scrivere un’enciclopedia, così ho trovato nei due personaggi dei partigiani alcune simbologie per far vedere come la guerra poteva distruggere anche i rapporti famigliari e di amicizia. Mi dispiace se ho offeso in qualche modo la sensibilità dei partigiani e degli italiani. Non era mia intenzione offendere nessuno, anche perché noi sappiamo cosa vuol dire avere a che fare con dei libri che parlano di noi e per questo come persone di colore ci sentiamo ancora più vicini a questa situazione, ma bisogna dire che anche noi abbiamo partecipato a quella guerra, non stiamo parlando di cose lontane da noi. So che i partigiani sono degli eroi, ma come è stato per i diritti civili in America, oggi c’è chi dice che siamo stati tutti partigiani quando, in realtà, all’epoca forse sono stati pochissimi quelli che hanno avuto il coraggio di affrontare il nemico e rifugiarsi fra le montagne e di combattere. La mia missione era portare questa vicenda al pubblico, far si che se ne parlasse, poi le cose sbagliate si possono correggere ed è già una cosa buona se oggi le persone e i giovani parlino di questo e non del Grande Fratello o ad American Idol".

    S. LEE: "Come regista, io invece non voglio chiedere scusa a nessuno. Questo dibattito dimostra che ci sono tante questioni ancora aperte, c'è un capitolo della storia italiana che non è stato ancora risolto e se vengono fuori queste polemiche significa che il periodo della resistenza è una ferita ancora aperta in Italia. Bisogna dire che all’epoca i partigiani non erano amati da tutta la popolazione. Come accadeva anche per la resistenza francese, loro facevano quello che dovevano fare e poi si rifugiavano sulle montagne, e spesso lasciavano la popolazione a subire le rappresaglie tedesche. Ci sono diverse interpretazioni su ciò che è successo a Sant'Anna, ma la storia è che per un tedesco ucciso, dieci civili italiani dovevano morire, e nel mio film è chiaro il mio punto di vista sulla questione. Io non ho inventato nulla. Non c’è un quadro chiaro di quello che è successo a Sant’Anna. Ci sono diverse interpretazioni e questa è la mia".

    Signora Cervi, come è stata questa avventura con Spike Lee, lei è una di quelle attrici “nascoste” del nostro cinema?

    VALENTINA CERVI: "Sono cresciuta col cinema di Spike Lee ed essendo donna mi è sempre piaciuto il modo in cui le raccontava. Mi piace il modo in cui racconta la complessità femminile e la loro emancipazione. Donne mai stereotipate che in qualche modo, sebbene sempre sottomesse, alla fine risultavano sempre vincitrici. L’idea di incarnare il femminile è una cosa che mi emozionava molto. Anche quello di Renata è un personaggio che si emancipa, rappresenta un pò la nuova Italia, attraverso la sessualità e il fatti di fare da ponte tra le due culture, in quanto l’unica del villaggio a parlare inglese. L’idea di collaborare con Spieke, quindi, mi stimolava molto. Io non ho mai creduto ci sia differenza tra registi italiani e registi stranieri, l'importante è avere una visione del mondo personale con la quale un attore può ogni volta confrontarsi".

    Come vi siete preparati, come avete fatto si che il vostro gruppo sembrasse compatto?

    LAZ ALONSO: "Per prepararmi al film, oltre a studiare l’epoca perché le cose da allora sono cambiate tantissimo, Spike Lee ci ha fatto vedere filmati e documentari su come noi afroamericani venivamo ritratti nei filmati dell’epoca. Abbiamo, inoltre, visto e letto molto sui Buffalo Soldiers. Il mio personaggio è cresciuto nel Bronx e quindi ha imparato a parlare l'italiano, e soprattutto il siciliano per via degli ambienti in cui è vissuto. Per questo, Spike ha chiamato una dialoghista che mi ha aiutato moltissimo, insegnandomi i linguaggi dell'epoca, come improvvisare frasi o come sbagliarle. Io interpreto un portoricano, ma all’epoca lo slang era molto differente, quindi alcuni genitori dei miei amici mi hanno mandato file sul computer di frasi idiomatiche con il modo giusto di pronunciarle. Quindi, il mio lavoro è consistito nel deprogrammarmi e riprogrammarmi con il linguaggio dell’epoca".

    OMAR BENSON MILLER: "Il mio è un personaggio molto innocente, simile a un bambino, quasi un individuo angelico. Ho dovuto solo ricollegarmi col mio bambino interiore. Durante la lavorazione, tendevo a isolarmi da tutto e ho passato molto tempo a giocare con i miei nipotini, non ai videogame, ma ai giochi che si facevano all’epoca. A nome di tutti gli americani, sono stato felice di interpretare una parte della vostra storia, perché anche noi l'abbiamo vissuta e per questo sono d’accordo con Spike che non serve porgere scuse perché il film è molto profondo, ha tanti strati e diversi livelli di lettura, e dimostra come bisogna fare i conti con l’inferno della guerra".

    (Agli altri interpreti italiani) Come è stata la vostra esperienza di artisti nei confronti di questo film e di un regista come Spike Lee?

    OMERO ANTONUTTI: "Nel film Spike Lee ha voluto dar voce ai soldati americani di pelle nera che sono morti non nel loro paese, ma in quello che stavano liberando affinché potesse riottenere la propria democrazia, riscattando così questo orgoglio nella propria patria, non più come cittadini di serie B. Oggi con Barack Obama forse gli Stati Uniti faranno un passo avanti".

    SERGIO ALBELLI: "Dopo aver letto il copione all’inzio, mi sembrava che Rodolfo, il personaggio che interpreto, fosse il cattivo della storia. Io non ho mai pensato di interpretare la cattiveria, ma pensavo che Rodolfo, in questa guerra, si sentisse tradito e lacerato dal dolore. Io volevo dargli questo tipo di prospettiva. La sfida era restituire le motivazioni, il perché agisce nel modo sciagurato in cui finisce per agire".

    MATTEO SCIABORDI (alias il piccolo “Angelo”, il bambino): "Io nel film mi sono divertito con gli altri attori. Ho imparato molte cose e voglio continuare a fare l’attore".

    LYDIA BIONDI: "Che dire! Sembra che qualsiasi cosa uno voglia dire sia già stata detta e ripetuta. Lavorare per quel periodo con Spike Lee è stata un’esperienza straordinaria, specie per un interprete italiano, perché ci si accosta ad una professionalità così rigorosa che in Italia, purtroppo, stiamo perdendo. Mi dispiace dirlo perché risulta un’affermazione molto generica, ma in gran parte è così. Era da tempo che non lavoravo circondata da persone che conoscono fino in fondo il proprio mestiere e lo esercitano con una certezza, una serietà e una passione che non trovavo da tempo. Il mio personaggio, Natalina, che nel romanzo ha uno sviluppo diverso perché si fanno molti riferimenti anche al suo passato e al suo background, incarna l'anima di questo paese, lo spirito della semplicità, del conoscersi attraverso altri strumenti di comunicazione che non siano la lingua, il sentire le cose intuirle attraverso la pelle e lo sguardo. Ogni attore quando interpreta una parte usa quello che oggi nelle riviste scientifiche si ama definire come neuroni specchio. Ecco, in questo personaggio i miei neuroni specchio hanno riflesso in maniera molto forte ed emozionale. Sono ancora molto grata a Spike di questo".

    Signor Lee, cosa pensa delle critiche indirizzate al suo film dopo la presentazione al Festival di Toronto, forse sarebbe stato meglio presentarlo a Venezia, come era nell’accordo iniziale?

    S. LEE: "Io sono un artista, non mi importa se il mio film non è piaciuto a qualcuno. Se non è piaciuto che dovrei fare? Tagliarmi le vene, gettarmi dall'Empire State Building? Faccio film da 23 anni, mi piace correre dei rischi e ho già ricevuto accoglienze di questo tipo in passato. Cosa dovrei fare, ritirarmi e fare l'insegnante solo perché il film non è piaciuto a Variety?".

    J. MCBRIDE: "Spike ha una maniera tutta sua di raccontare la condizione dell'uomo, è una delle poche voci afroamericane che parlano agli afroamericani. Bisognerebbe andare oltre, così da rendersi conto del lavoro che ha fatto con questi attori straordinari. Se un film del genere provoca reazioni, che siano commozione, pianto o rabbia, o se riesce a scatenare un dibattito significa che ha raggiunto il proprio obiettivo".

    Nel film, all’inizio, c’è una sequenza de Il giorno più lungo con John Wayne. Come ha costruito la sua idea di film di guerra poco tipico, rispetto ad un film come quello dove la guerra veniva fatta solo dai bianchi

    S. LEE: "Non c’è modo migliore di far vedere la differenza che mostrare all’inizio l’emblema e il simbolo del soldato bianco americano e cioè un film con John Wayne. In quei pochi secondi si capiva la differenza del film che il pubblico avrebbe visto e che sarebbe stato atipico rispetto a ciò che si era visto fino ad ora, come del resto anche il romanzo racconta un aspetto della guerra molto atipico. Io non faccio che raccontare per immagini quello che James McBride ha scritto nel suo libro".


     
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