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    L'INTERVISTA

    65 Mostra: Lido di Venezia 31 agosto 2008 PRESS CONFERENCE & DINTORNI: IL PAPA' DI GIOVANNA di PUPI AVATI (Il film esce al cinema il 12 settembre)

    01/09/2008 - Presenti in sala: PUPI AVATI (regista), SILVIO ORLANDO (attore), FRANCESCA NERI (attrice), EZIO GREGGIO (attore), ALBA ROHRWACHER (attrice), MANUELA MORABITO (attrice), VALERIO BILELLO (attrice), SERENA GRANDI (attrice), ANTONIO AVATI (produttore), GIAMPAOLO LETTA (Medusa Film, produttore)

    Questo è sicuramente il film più inquietante di tutta la sua carriera: un horror psicologico molto molte forte che ha i suoi passaggi drammatici molto belli come ad esempio il monologo di Silvio Orlando in cui parla di un’attesa di amore - non corrisposto - durata diciotto anni

    “La vita mi ha risparmiato un evento così drammatico come quello che è capitato al personaggio di Orlando che è quello di sua figlia, però allo stesso tempo, non mi è estraneo il ruolo pieno di papà. Io sono il papà di una figlia che non assomiglia al personaggio di Alba Rohrwacher ma che in certi momenti della sua vita, come tutti gli adolescenti ha manifestato delle difficoltà nel suo approccio con l’esterno, con gli altri, con il contesto in cui viveva. Ed avendo io nella mia vicenda umana vissuto simili difficoltà, le sono stato accanto forse con una premurosità, con un affetto, un calore, una fantasia, una creatività e un’energia… c’è molto di me in questo personaggio e forse molto anche di me in quel monologo che lei ha citato e che tutte le volte che ascolto trovo sempre più vero. Perché anche lì io so che di solito, in un rapporto d’amore c’è sempre uno sbilanciamento. D’altra parte che uno ami di più e uno ami di meno… come l’altro che aspetta di essere amato… è assolutamente nelle cose della vita… sta dentro alle storie d’amore, sta dentro al rapporto umano. Io per esempio sono convinto, essendo sposato da 44 anni, di aver amato molto più io mia moglie di quanto mia moglie non abbia amato me… dunque quel monologo è un monologo di constatazione, in cui tutto naturalmente assume un’enfasi che è dovuta al delitto. Quindi le temperature sono tutte molto più elevate, è evidente. Quando parlo di me parlo della vita di un essere umano normale cui fortunatamente è stato risparmiato questo tipo incidente… E’ un film questo al quale io sono profondamente legato, perché grazie a questo film ho ripensato a tutto quello che so di me…”.

    Ezio Greggio è qui al suo primo ruolo drammatico…

    E. GREGGIO: “Innanzitutto per me è sempre un onore e un grande piacere essere chiamato da Pupi (Avati) per interpretare questo ruolo. Il romanzo che ha scritto Pupi è così bello e affascinante che l’indirizzo da prendere per il personaggio che ho interpretato era molto preciso, il carattere era ben delineato. Mi sono semplicemente tolto gli abiti che ho sempre usato per fare il mio mestiere, mi sono messo lì in punta di piedi, ho ascoltato questo grande direttore d’orchestra che è Pupi, mi sono sintonizzato con questi grandi attori che ho al mio fianco e ho cercato di dare il meglio di me stesso. Spero di esserci riuscito, sono contento di aver fatto questa esperienza, spero di avere altre occasioni con Pupi, e anzi lo dico pubblicamente, (ecco che arriva la battuta alla ‘Greggio’) a prescindere dalla storia che lui scriverà io ci sarò sempre”.

    Francesca Neri è invece una madre impossibile…

    F. NERI: “E’ vero è una madre terribile… Questo personaggio mi ha fatto soffrire molto, però grazie a Pupi (Avati) oggi è un personaggio che comunque giustifico, mi fa quasi tenerezza, perché Pupi mi ha portato a ‘non giudicare dall’esterno’… bisogna vivere questo personaggio dall’interno come ho dovuto fare io per capire che la difficoltà di questa madre, il suo limite, non avendo un rapporto privilegiato con la figlia come quello che invece ha il padre, è una donna che intraprende un suo personale cammino di sofferenza, e anche per me interpretarla, però in qualche modo oggi riesco a capirla, non la giustifico però capisco che è possibile anche che un genitore, di fronte a un fatto così drammatico, non abbia le capacità, o non trovi il modo di dare l’amore che probabilmente prova per la figlia e non trovi il coraggio di starle vicino, per cui si allontana e vive il suo dolore, il suo limite, la sua debolezza…”.

    Silvio Orlando veste i panni di un padre veramente sopra le righe, davvero ‘eroico’…

    S. ORLANDO: “Vi confesso che quel che ho fatto è stato un lavoro tra i più semplici della mia carriera perché nasce da un copione già ricco e ben dettagliato della storia interna di tutto il film. Era una storia che già solo a leggerla ti prendeva al cuore, e personalmente avevo un bisogno molto forte di raccontare una storia che arrivasse al cuore. Spesso in un film si tende a raffreddare i sentimenti ritenuti quasi una forma di ‘volgarità’. Io non sono d’accordo su questo e in più in un film ci sono quelle cose che o succedono o non succedono. Questa volta è successo… Il rapporto stabilito con Alba (Rohrwacher) era fondamentale. Se si sbagliava quella gamba del tavolino lì, il tavolino (il film) sarebbe crollato. Con Alba è scattato qualcosa che ci ha aiutato entrambi moltissimo a ricostruire questo sentimento che io personalmente peraltro non conosco perché non ho figli. Quindi ho lavorato un po’ di fantasia e poi alla fine il risultato è stato questo”.

    Pupi Avati ha scelto qui il suo sfondo ideale con la Bologna degli anni Quaranta, però vediamo degli interni che sono anch’essi espressione di una memoria storica che è un tratto fondamentale del suo cinema. Qual è oggi il suo rapporto con Cinecittà e la storia del passato protagonista anche nel suo cinema

    P. AVATI: “Il rapporto con Cinecittà è forte grazie anche all’impegno di mio fratello (il produttore Antonio Avati)… La mia vita è fatta di piccoli miracoli, di piccole opportunità straordinarie… Questa volta l’opportunità è stata quel raro privilegio di ricostruire con la minuziosità maniacale dei miei scenografi l’appartamento dove io da bambino ho abitato con i miei genitori a Bologna. Quando ho visto gli stessi cortiletti, gli infissi delle finestre… mi sono commosso. Ma perché ho sentito la necessità di ricostruire quell’appartamento con tanta precisione, con tanta pignoleria? Perché sapevo che quella storia poi da un certo punto in avanti si sarebbe dipartita, avrebbe preso il volo per una vicenda che non mi riguardava, perché io non ho avuto una figlia che ha avuto questo tipo di dramma, non ho vissuto questo tipo di situazione, quindi ho sentito la necessità di avere come un piedistallo, un punto di partenza molto molto forte. Ed è anche servito agli attori stessi: hanno riconosciuto un qualcosa di assolutamente autentico… Non so quanti film riuscirò ancora a fare nella mia vita, però mi auguro che siano tutti girati a Cinecittà, perché a Cinecittà, dovunque metti la macchina da presa è un po’ più cinema, avverti che lì è transitata la storia del cinema, lo senti e ti avvantaggi da questo, e ti incoraggia. Ed è più festa ed è più cinema”.

    In questo film ci sono due processi: uno è giusto, perché fatto ad un’assassina e l’altro invece non lo è, perché è quello fatto ad Ezio Greggio. Forse ci sarà qualcuno che vi vedrà una svolta un po’ ‘revisionista’

    P. AVATI: “No, perché non era la mia linea quella di dire che cosa è accaduto in quei mesi in Piemonte al personaggio di Greggio. Il fatto che venga riconosciuto come uno degli elementi della banda dei Fascisti di Bose non può far pendere l’ago della bilancia né in un senso né nell’altro. Sappiamo che come personaggio è un vigliaccone… ma da lì in avanti c’è un lasso di tempo che resta assolutamente non detto. Non vedo quale obiezione si possa sollevare nei riguardi di questo personaggio. Io volutamente ho omesso quel tipo di responsabilità che poteva essere attribuita o meno al personaggio di Ezio Greggio”.

    Ha mai avuto dei dubbi riguardo al finale? Se scegliere un finale diverso, magari meno buonista di quello per il quale poi invece di fatto ha optato?

    P. AVATI: “Non mi sembra che il finale sia totalmente buonista. E’ un finale che indirizza lo spettatore verso una convinzione… ‘lui lo sa’. Il film chiude dicendo sapevamo entrambi che non sarebbe stato facile stabilire di nuovo una convivenza con mia madre. Ma mio padre ci credeva ‘e lui lo sa’…Del resto questo personaggio, soprattutto nella seconda parte del racconto, si dimostra totalmente ‘eroico’”.

    Lei è un sostenitore della commedia ma sembra che si sia trovato benissimo anche in un ruolo drammatico

    E. GREGGIO: “Per quanto riguarda la commedia ne ho fatta una anche questa estate che è stata al box office molto popolare, sono l’organizzatore e il Presidente di un Festival che celebra la commedia - Montecarlo Film Festival - che faccio ormai da otto anni… L’amico Muller lo sa, gli ho consegnato anche un tapiro perché sostenevo che di commedia al Festival di Venezia se ne facesse un po’ poca - forse mi ha ascoltato visto che quest’anno il Festival si è aperto proprio con la commedia dei fratelli Coen. La considero una piccola vittoria anche personale… Per quanto riguarda questa mia interpretazione sul registro drammatico, ritengo che nel nostro mestiere bisogna sempre mettersi in gioco. Se uno fa l’attore e trova una storia bellissima, affascinante, dolce e struggente come questa che Pupi ci ha permesso di fare, bisogna immediatamente mettersi a disposizione e cercare di dimostrare di essere un attore. Io ci ho messo tutta la mia passione per questa storia e spero di esserci riuscito e se ci saranno altre occasioni, reciterò di nuovo in ruoli drammatici”.

    Riuscire ad interpretare una persona disturbata mentalmente è un appuntamento irrinunciabile per un attore. Come ha interpretato questo personaggio? Le è stata necessaria qualche preparazione particolare?

    A. ROHRWACHER: “Ritengo di essere stata fortunata. Ho interpretato questo personaggio non facile ma ero totalmente protetta, perché Pupi sapeva con esattezza quello che Giovanna doveva essere e anzi succedeva a volte che lui mi dicesse ‘No, non essere troppo Giovanna, cerca di esserlo un po’ di meno’. Quindi questo è stato un bell’aiuto e poi l’aiuto più grande è stato recitare un personaggio così accanto ad attori come Ezio Greggio, Francesca Neri e soprattutto tutta la parte, la più difficile, in manicomio, accanto a Silvio (Orlando). Mi rendevo conto che bastava semplicemente ascoltarlo per rispondere emotivamente a quello che Pupi voleva…Perciò mi sono sentita protetta”.

    Perché la maggior parte degli attori comici ambisce a fare un ruolo drammatico?

    E. GREGGIO: “Con tutto il rispetto per i colleghi comici che magari ambiscono a fare ruoli drammatici… Io volevo fare un film con Pupi, mi offerto questa possibilità, ho letto la storia, mi ha affascinato e l’avrei fatto in ogni modo. Anche se questo ha significato fare il pendolare tra Milano (Strisca La Notizia) e Cinecittà a Roma. Difatti credo che abbia giovato al ruolo: quindi qualche ruga o qualche espressione è stata sicuramente aiutata anche dalla fatica che ho fatto per raggiungere il set. La mia ambizione è quella di fare delle cose che mi piacciono e che mi stimolano. Questo film mi ha stimolato molto e l’ho fatto volentieri. Mi auguro che un’esperienza del genere possa ripetersi…”.

    Nei suoi film l’amore è spesso una molla molto importante. In questo caso ci sono molti generi di amori. E spesso la gente ama le persone sbagliate. L’unico amore profondo è quello tra padre e figlio e quello ha una risposta sempre e comunque. Qual è il suo rapporto con questo sentimento? Sembra che lei non sia ancora convinto di conoscerlo a fondo e continui questa esplorazione. E poi una curiosità: perché Greggio muore in tram?

    P. AVATI: “Perché riesce a sfuggire, seppur temporaneamente, al plotone d’esecuzione… Vedendo delle cronache del tempo, ho letto un episodio di questo genere e me ne sono appropriato. L’ho rubato dai giornali dell’epoca. Non è farina del mio sacco…Nei riguardi dell’amore invece… è vero. Mi sento ancora immaturo su questo registro, malgrado compia settant’anni fra tre mesi. Sono immaturo in molti ambiti ma certamente in quello affettivo… tenga conto che io sono nato nel 1938 e vengo da una generazione che vedeva le donne come un qualcosa di assolutamente misterioso. E’ questa mancanza di conoscenza della donna per cui era l’essere più amato, più desiderato, più ambito, più atteso, ma sempre in campo lungo. E poi improvvisamente sono diventate le nostre mogli, quindi non c’è stato quel periodo di lento avvicinamento. Tutto questo ha fatto sì che io nei confronti delle donne abbia ancora quella sorta di diffidenza, non so come dire, che è tipica dei miei coetanei, che non sono mai stati capaci di emanciparsi al punto da prendere in considerazione il fatto che per esempio con una donna si può avere anche un rapporto di tipo amicale. Si può anche essere amici di una donna. Io non saprei mai essere amico di una donna. E quindi sono limiti culturali nei quali mi riconosco totalmente provenendo da quel tipo di mondo là e che fanno sì che io possa ancora essere incuriosito da quel tipo di sentimento… D’altra parte amore e amicizia, che sono assolutamente sinonimi, sono anche il fil rouge di tutti i miei film”.

    Sembra che il film risenta molto anche della violenza e della ‘patologia familiare’ che ci circonda ai nostri giorni …Qui le patologie sono molte, anche il padre in qualche modo è complice

    P. AVATI: “Mi sono molto interrogato nel momento in cui voi giornalisti televisivi spegnete le vostre telecamere o chiudete i vostri block notes e le porte delle vostre case si chiudono, che cosa accada, all’interno dei propri nuclei familiari. Che tipo di interlocuzione ci possa essere fra questi genitori e questi figli. Quanto permanga del sentimento e dell’affetto precedente, o quanto sia rimesso in discussione… E credo di aver simulato su di me così puntualmente questo tipo di abluzione: il percorso che questo padre fa prima nel timore che sia la figlia, poi rassicurato dal fatto che non può esserlo trattandosi di un presunto maschio, e dopo, via via fino alla confessione, il processo, il manicomio giudiziario e alla regressione che questo padre compie con la figlia, per starle sempre appresso…Credo che il risultato sia stato talmente coinvolgente, per cui io veramente mi sono commosso molte volte… perché sentivo che c’era un’autenticità di fondo in questo racconto che d’altra parte, pur non essendo autobiografico, come vi ho detto prima, è coinvolgente dal punto di vista dell’esplorazione dell’essere umano… Allora gli eventi di cronaca di questi ultimi anni sicuramente mi hanno in qualche modo incuriosito. Siccome i media non possono aprire una porta su quello che avviene all’interno delle case, nelle famiglie, nei rapporti interpersonali, ho cercato di ipotizzarla io”.

    (A cura di PATRIZIA FERRETTI)


     
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