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    L'INTERVISTA

    65 Mostra: Lido di Venezia 28 agosto 2008 PRESS CONFERENCE & DINTORNI: AKIRES TO KUMA (ACHILLE E LA TARTARUGA) per la regia di TAKESHI KITANO

    28/08/2008 - Presenti TAKESHI KITANO (regista e attore), KANAKO HIGUCHI (attrice), MASAYUKI MORI (produttore)

    (In sostituzione della ‘Press Conference Ufficiale’ scarna e poco chiara sul piano della traduzione dal giapponese, abbiamo ritenuto riportare l’INTERVISTA con TAKESHI KITANO (>Press-Book< di ACHILLE E LA TARTARUGA) ben più ricca di contenuti, precisa ed esaustiva.

    TAKESHI KITANO si racconta:

    Achille e la Tartaruga:

    Il paradigma di ‘Achille e la tartaruga’ è uno dei più famosi paradossi di Zenone. Da un punto di vista pragmatico l’affermazione ‘Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga’ sembra piuttosto inverosimile. Ma più si approfondisce la propria comprensione matematica e più la tesi di Zenone inizia a sembrare credibile. Nel mondo dell’arte si riscontra spesso un meccanismo simile e abbastanza comune: dopo che qualcuno ha costruito una teoria e ha concettualizzato quella che inizialmente ci sembrava una cianfrusaglia qualsiasi, spesso iniziamo a vederci delle qualità artistiche. ‘Achille e la tartaruga’ è il ritratto di un pittore e la vita di un artista è generalmente piena di paradossi. Ho scelto come titolo il più famoso tra i paradossi di Zenone perché ritenevo che si addicesse bene al film e perché le parole hanno la sonorità adatta”.

    La terza parte della trilogia:

    In ‘Takeshis’ ho rappresentato il conflitto tra Takeshi Kitano e Beat TAkeshi, vale a dire me stesso come individuo e il mio personaggio pubblico e mediatico aggiungendo come sfondo una visione generica della mia passata vita sentimentale. E’ il ritratto di un uomo che interpreta molteplici ruoli e comincia a perdere di vista la sua vera identità. ‘Takeshis’ tratta un dilemma psicologico ed è finito per diventare un film alquanto bizzarro. In ‘Kantoku Banzai – Glory to the Filmaker’, ho raccontato un regista che s’interroga su che tipo di film vuole fare. Il protagonista decide di voler perseguire il successo ma si sente frustrato da questa scelta. Mi aspettavo che ne venisse fuori un film in qualche modo ‘felliniano’, invece si è trasformato in qualcosa di diverso. In ogni caso, narra il conflitto del regista tra la creatività e il successo commerciale. presenta la mia risposta a queste esplorazioni. Il problema dl successo diventa secondario quando si è coinvolti nel processo creativo che basta a se stesso. Pretendere anche il successo sarebbe troppo. Vittoria o fallimento è come un terno al lotto. Se ci si abbandona al processo creativo, il percorso diventa arte in se e deve essere sufficiente. E’ questa la conclusione alla quale il pittore protagonista giunge alla fine. La mia conclusione personale rispetto al cinema e allo spettacolo è che è comunque importante continuare a lavorare e recitare a qualunque costo”.

    E’ più facile denigrare:

    Ho dipinto diversi quadri nel corso degli anni ma per la maggior parte li ho regalati ad amici e conoscenti. Ho sempre pensato che se ne sarebbe potuto fare qualcosa ma non me la sentivo di fare delle foto per metterle in un album o di raggruppare i quadri per una mostra in una galleria d’arte. Non pensavo che i miei quadri fossero adatti per questo tipo di cose. Come potevo utilizzarli al meglio? Avrei fatto un film su un pittore! In un certo senso questo progetto è nato così. Ho inventato una storia su un pittore senza successo proprio perché avrei usato i mie quadri nel film. Per una storia così potevo usare le mie tele delle quali non ho un’altissima opinione. Sono sempre stato il mio critico più feroce.
    Mentre scrivevo il film ho cercato di usare tutta la mia autocritica. E’ stato facile scrivere i dialoghi del gallerista critico perché so esattamente cosa c’è che non va nei miei quadri. Mi sono divertito molto ad immaginare tutte le cose perfide che egli dice dei miei dipinti. E’ strano essere riuscito ad essere così obiettivo e critico rispetto al mio lavoro. Se i miei quadri fossero veramente apprezzabili, non avrei nulla da dire. E’ molto più facile denigrarli che lodarli
    ”.

    Racconto crudele dell’arte:

    Una delle questioni trattate in questo film è la domanda ‘Cos’è questa cosa chiamata arte?’ Gli artisti possono essere maltrattati da critici e galleristi o possono trovarsi a combattere con la propria invidia verso i colleghi. Coloro che provano gioia creando arte, non sono necessariamente quelli che diventano famosi. Può anche succedere che un artista raggiunga la fama con dei lavori fatti con l’unico scopo di compiacere un gallerista. Ci possono essere molti paradossi nella vita di un artista. Fondamentalmente il film è quello che io chiamo un ‘racconto crudele dell’arte’ (riferendomi al film di Nagisa Oshima ‘Racconto crudele della giovinezza’)”.

    Il successo non è tutto:

    Viviamo in un’epoca in cui è considerato più dignitoso nutrire il sogno di fare l’artista piuttosto che essere soddisfatto di fare l’impiegato. Siamo indotti a credere che i nostri sogni ‘debbano’ avverarsi. Molti bambini sono incoraggiati a fare qualunque cosa pur d’essere ‘speciali’ e finiscono per essere frustrati. Francamente trovo piuttosto irritante il rilievo che si dà al bisogno di trovare ciò che nella vita ci piace veramente o che vogliamo sul serio. I miei genitori furono molto severi quando mi imposero di frequentare l’università tecnica perché era il percorso più realistico per trovare un lavoro e guadagnarsi da vivere. La mia ribellione contro un’educazione rigida e severa, si è trasformata in passione per l’arte e ciò ha avuto un gran peso nella mia vita. Oggi i miei coetanei sono gli apologeti della grandezza e dell’importanza dell’arte. Io penso il contrario. Credo che l’idea dell’arte sia sopravalutata. Tendo ad essere contro le opinioni correnti. Quando si tratta di fare cinema però, ho sempre pensato che avere successo non fosse tutto.
    Guardando indietro alla mia gioventù, mi rendo conto che era importante trovare un lavoro che mi permettesse di distinguermi dagli altri ma il raggiungimento di fama e successo erano irrilevanti. Allora molti aspiravano a fare gli artisti principalmente per ribellarsi ad uno stile di vita stereotipato. Liberarsi dalle rigide regole della società giapponese industrializzata del dopo guerra era già di per sé una conquista. Questo film rispecchia questo tipo d’atteggiamento. Non postula mai che lo scopo da perseguire è il successo
    ”.

    Infanzia, gioventù, mezz’età:

    Volevo creare una differenza visiva nelle tre parti del film – l’infanzia, la gioventù e la mezz’età. Volevo però anche mantenere vividi e brillanti i quadri per tutta la durata del film. Così ho deciso di dare a tutta la parte dell’infanzia una tonalità seppia intesa come smorzamento dei colori facendo però eccezione per i quadri. Il mio rapporto con i tecnici in laboratorio durante questo processo difficoltoso è stato molto intenso. Per la parte della gioventù avevo scelto delle tonalità bluastre per poi arrivare a colori più intensi nel segmento sulla mezz’età. Abbiamo fatto diversi esperimenti e abbiamo concluso, che il risultato migliore lo davano le differenze di tonalità lievi e meno violente. I test con le parti più evidentemente separate dalle tonalità blu e seppia, ricordavano un vecchio porno di Nikkatsu Roman. Abbiamo mirato a raggiungere una sottile differenza di colore che si nota solo se indicata”.

    Senza tempo:

    ’Achille e la tartaruga’ può sembrare fiabesco perché ho cercato di dare al film un ‘look’ senza tempo. Sono rimasto deliberatamente vago. Se avessi riprodotto i periodi e le epoche del film CON PRECISIONE, IL FILM SAREBBE VENUTO MOLTO Più LUNGO.
    Seguire un’accuratezza storica sarebbe stato noioso per via dei tanti inutili dettagli da elaborare. Il risultato sarebbe stato un film interminabile, probabilmente in due parti.
    L’infanzia di Machisu è comunque vagamente ambientata dopo la fine della guerra. Anche rappresentare gli anni ’60 e ’70 della giovinezza e dell’età adulta di Machisu sarebbe stata una barba se avessi deciso di riprodurre la moda, le auto e altri dettagli dell’epoca con scrupolosità. Volevo fare un film in cui la precisione storica fosse irrilevante. Non per ragioni di budget o difficoltà di post produzione, volevo semplicemente poter ignorare tutti questi dettagli insignificanti fin dove era possibile
    ”.

    Sachiko:

    Nel film, Sachiko, prima di diventare la moglie di Machisu non è una ragazza né particolarmente intelligente né di buona famiglia. Conoscere un artista le fa scoprire di avere delle velleità proprie. E’ un esempio della dipendenza che può provocare l’arte. E’ molto allettante e seducente. La follia di Sachiko aumenta con il progredire della sua relazione con MAchisu. Egli insiste nel provare le cose più disparate senza successo e più s’immerge nell’arte moderna più d° sfogo alla sua pazzia. Non possiede l’originalità per delle nuove idee e non riesce a far altro che imitare altri artisti e fare cose che agli occhi degli altri sembrano stupide. Sachiko però, aiutandolo nel suo lavoro, scopre il lato ludico e divertente dell’arte…
    Quando vivevo ad Asakusa mi è capitato di conoscere diversi ‘manzai’ (cabarettisti giapponesi) i quali dopo aver perso il loro partner perché questi era defunto o aveva abbandonato il mondo dello spettacolo, avevano iniziato a lavorare con le proprie mogli. Formavano delle coppie di ‘manzai’ sposati. Inizialmente le mogli erano scettiche e accettavano più con rassegnazione che con entusiasmo. Dopo un po’ di tempo però, ci prendevano gusto. Di solito facevano da spalla ai mariti e alcune di loro col tempo diventavano delle cabarettiste più brave e divertenti dei loro mariti. Machisu e Sachiko sono un po’ così”.


    (A cura di PATRIZIA FERRETTI)


     
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