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    Home Page > Ritratti in Celluloide > Registi > Gianfranco Rosi

    Il cinema di Gianfranco Rosi

    Ultimo aggiornamento: 29 Febbraio 2016

    NEW ENTRY - NEW: Biografia e Filmografia aggiornate al 21 Febbraio 2016 - GIANFRANCO ROSI - FUOCOAMMARE - "Sono andato a Lampedusa la prima volta su richiesta nell’autunno del 2014 per verificare la possibilità di girare un corto di 10 minuti da presentare a un festival internazionale. L’idea dei committenti era di proporre un lavoro breve, un 'instant movie', che portasse in un’Europa pigra e complice, che negli anni ha ricevuto un’eco distorta e confusa della realtà del fenomeno migratorio, un’immagine diversa di Lampedusa. Per molto tempo anche per me Lampedusa è stata un coacervo di voci e immagini legate ai telegiornali, alla morte, all’emergenza, all’invasione, alla ribellione dei populisti. Una volta arrivato sull’isola ho scoperto una realtà molto lontana dalla narrazione mediatica e politica e ho verificato l’impossibilità di condensare in pochi minuti un universo così complesso come quello di Lampedusa. Era necessaria un’immersione prolungata e approfondita. Non sarebbe stato facile. Sapevo che era necessario trovare una porta d’ingresso. Poi, come spesso accade nel cinema documentario, è arrivato il caso e l’imprevisto. A causa di una fastidiosa bronchite che mi colpì proprio nei giorni dei sopralluoghi, sono andato al pronto soccorso di Lampedusa. Lì incontro il dottor Pietro Bartolo, il direttore sanitario dell’Asl locale che da trent’anni cura i lampedusani e da quasi altrettanti assiste a ogni singolo sbarco, stabilendo chi va in ospedale, chi va nel Centro di Accoglienza e chi è deceduto. Senza neanche sapere che io fossi un regista alla ricerca di una possibile storia, durante quella visita Pietro Bartolo ha voluto condividere con me il suo vissuto sul fronte dell’assistenza medica e umanitaria. Quel che ha detto, le parole che ha usato, mi hanno colpito profondamente. È scattata una complicità, ho visto in lui quella persona che poteva trasformarsi in un personaggio del film. Dopo un’ora e mezza di scambio intenso, il dottore ha acceso il suo computer per mostrarmi delle immagini inedite e farmi 'toccare con mano' il senso della tragedia dei migranti. In quel momento ho capito che dovevo trasformare la commissione per un corto di 10 minuti nel mio nuovo film. Dopo aver impostato il progetto produttivo mi sono trasferito a Lampedusa, ho preso una casetta nel porto vecchio e ci sono rimasto fino all’ultimo momento utile. Volevo raccontare questa tragedia attraverso gli occhi degli isolani, protagonisti di una mutazione profonda, perché tutto quello che è successo a Lampedusa nel corso degli ultimi 20 anni ha cambiato il loro modo di vedere e sentire le cose. Grazie all’aiuto di Peppino, 'genius loci' poi diventato il mio aiuto regista, sono gradualmente entrato in contatto con i lampedusani, facendo esperienza dei loro ritmi, del loro quotidiano, del loro modo di vedere le cose. Oltre a Pietro Bartolo
    c’è stato un altro incontro fondamentale: quello con Samuele, un bambino di 12 anni, figlio di pescatori. Mi ha conquistato ed ho capito che attraverso il suo sguardo, ingenuo e puro, avrei potuto raccontare l’isola e i suoi abitanti con maggior libertà. L’ho seguito nei suoi giochi, con i suoi amici, a scuola, a casa con la nonna, sulla barca con lo zio. Samuele mi ha permesso di osservare l’isola in modo diverso e inedito. Altri personaggi si sono poi aggiunti naturalmente grazie a un avvicinamento graduale. Decidere di trasferirmi a vivere a Lampedusa è stato determinante. Per più di un anno ho vissuto il lungo inverno dell’isola e i tempi del mare. Questo tempo mi ha permesso anche di cogliere il reale andamento dei flussi migratori. Era necessario
    superare la tendenza tipica dei media di andare a Lampedusa solo in occasione di una emergenza. Stando lì ho capito che la parola emergenza non ha senso: tutti i giorni c’è una emergenza, accade qualcosa. Non si può cogliere il senso di quella
    tragedia senza un contatto non solo ravvicinato, ma anche continuativo. Solo così, tra l’altro, avrei potuto comprendere meglio il sentimento dei lampedusani che da vent’anni assistono al ripetersi di questa tragedia. Dopo l’avvento delle missioni come Mare Nostrum, attraverso le quali si è cercato
    di intercettare le imbarcazioni in alto mare, i migranti a Lampedusa non si percepiscono, sono come fantasmi di passaggio. Sbarcano in un molo laterale del porto vecchio e vengono portati con un autobus nel Centro di Accoglienza; lì vengono assistiti e identificati per poi ripartire qualche giorno dopo verso il continente. Oltre agli sbarchi, ne ho filmati a decine, era necessario entrare nel centro di accoglienza per avere un contatto più ravvicinato, per vedere e capire. È molto difficile filmare dentro un centro di accoglienza ma, grazie a un permesso ottenuto dalla Prefettura di Agrigento, sono riuscito a raccontarne i suoi ritmi, le sue regole, i suoi ospiti, i suoi costumi, le sue religioni, le sue tragedie. Un mondo nel mondo,
    nettamente separato dal quotidiano dell’isola. La cosa più difficile è stata trovare il modo di filmare questo universo cercando di restituire il senso di verità e di realtà, ma anche di umanità. Comunque, ho capito ben presto che mentre la linea di frontiera una volta era la stessa Lampedusa (le imbarcazioni arrivavano direttamente sull’isola), oggi si è spostata in mezzo al mare. È così che ho deciso di chiedere il permesso di imbarcarmi su di una nave della Marina Italiana, operativa innanzi alle coste africane. Sono stato circa un mese sulla Cigala Fulgosi, partecipando a due missioni. Ho condiviso anche lì altri tempi, ritmi, regole e costumi fino a quando abbiamo incontrato la tragedia, una dopo l’altra. L’esperienza di filmarla non è qui
    descrivibile. Nei miei film mi sono spesso trovato a raccontare mondi circoscritti, che fossero realmente o idealmente tali. Questi universi, a volte piccoli come una stanza, hanno una loro logica e un loro movimento interno. Coglierli e riportarli è la parte più complicata del mio lavoro. Così è stato per la comunità di drop-out nel deserto
    americano (Below Sea Level), un mondo isolato con delle regole a se stanti i cui confini erano quelli dell’appartenenza a un’idea e a una condizione. Così è stato per il killer pentito del narcotraffico (El sicario, room 164), chiuso dentro una stanza d’albergo, replicando i gesti del suo crimine e le regole della sua comunità di criminali. Lo stesso si può dire per quell’altra comunità umana che vive ai margini del raccordo anulare (Sacro Gra). A Lampedusa mi sono allo stesso modo trovato a comprendere il funzionamento, se così posso esprimermi, di altri mondi concentrici con le loro regole e i loro tempi: l’isola, il Centro di Accoglienza, la nave Cigala Fulgosi. Da Lampedusa è impossibile andar via, come anche stabilire il momento in cui è terminato il tempo delle riprese. Se questo è vero per tutti i miei film lo è ancor di
    più per questo. C’è stato un evento che mi ha fatto comprendere che il cerchio in qualche modo si stava chiudendo. Avevo deciso di fare un film a Lampedusa dopo aver incontrato il dott. Bartolo, la sua umanità, la sua esperienza. Sentivo che era necessario per chiudere il film tornare a quell’incontro. Così è stato. Sono andato da Bartolo, ma con la camera, l’ho accesa e ho filmato la sua testimonianza, il suo racconto. Come accadde la prima volta, guardando il monitor del suo computer, dove è raccolto l’intero archivio di vent’anni di soccorsi, Bartolo è riuscito a trasmettere con le sue parole, la sua umanità, la sua immensa serenità il senso della tragedia e il dovere del soccorso e dell’accoglienza. Ecco, questo mi serviva per chiudere il film
    ".
    Gianfranco Rosi 

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