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    Home Page > Movies & DVD > La tigre e la neve

    CAVALCANDO L'ONDA TRAVOLGENTE DELL'AMORE, LA LINGUA UNICA DI ROBERTO BENIGNI IN CHIAVE TRAGICOMICA SI FA POESIA... E TUTTO QUESTO MALGRADO LA GUERRA IN IRAQ!

    L'impulso dentro di me è di fare il tragico, ma poi la carne è comica, le poppe, i peli che c'ho addosso mi si muovono in maniera comica...
    La storia parla di vita, di guerra, di morte, ma soprattutto di amore... L'amore fa tutto, vince ogni bruttura, regala vita, speranza... Il cinema si nutre d'amore e ha necessità di uno schermo e di sedie. Bisogna riempire l'uno e le altre
    ”.
    Il regista e attore Roberto Benigni

    (La tigre e la neve, Italia 2005; tragicommedia; 1h e 58’; Produz.: Melampo Cinematografica; Distribuz.: 01 Distribution)

    Locandina italiana La tigre e la neve

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    Celluloid Portraits:




    Trailer

    Titolo in italiano: La tigre e la neve

    Titolo in lingua originale: La tigre e la neve

    Anno di produzione: 2005

    Anno di uscita: 2005

    Regia: Roberto Benigni

    Sceneggiatura: Vincenzo Cerami e Roberto Benigni

    Soggetto: Soggetto originale di Vincenzo Cerami e Roberto Benigni

    Cast: Roberto Benigni (Attilio De Giovanni)
    Nicoletta Braschi (Vittoria)
    Jean Reno (Fuad)
    Tom Waits (nel ruolo di se stesso)
    Emilia Fox (Nancy)
    Gianfranco Varetto (Avv. Scuotilancia)
    Giuseppe Battiston (Ermanno)
    Lucia Poli (Signora Serao)
    Chiara e Anna Pirri (Emilia e Rosa)
    Andrea Renzi (Dottor Guazzelli)
    Abdelhafid Metalsi (Dottore Salman)
    Amid Farid (Al Giumeili)
    Franco Barbero (Leo)
    Simone Carella (Vigile Chostro)
    Donato CAstellaneta (Pope)
    Cast completo

    Musica: Nicola Piovani

    Costumi: Louise Stjernsward

    Scenografia: Maurizio Sabatini

    Fotografia: Fabio Cianchetti

    Scheda film aggiornata al: 25 Novembre 2012

    Sinossi:

    “Attilio è un poeta, e anche un docente di poesia in una università per stranieri a Roma. Siamo nel 2003, la guerra in Iraq non è ancora scoppiata, anche se si comincia a respirarla. Attilio sembra vivere in un mondo tutto suo, in una dimensione letteraria, incantato dalla voce alta e sublime dei poeti che ama di più. E’ un artista piuttosto conosciuto, ha da poco pubblicato una raccolta dal titolo La tigre e la neve, un libro apprezzato dagli appassionati. Le vicende del mondo sembrano solo sfiorarlo, si è innamorato di una donna che tutte le notti sogna di sposare. Si chiama Vittoria e purtroppo non vuol sapere niente di lui. Anzi si spazientisce di fronte alle allegre blandizie di quel poeta testardo e così totalmente e irragionevolmente innamorato di lei. Attilio la insegue, le fa la posta, le promette felicità eterna, si stende davanti a lei come un tappetino. Ma Vittoria, niente, non vuol saperne. Anche lei si occupa di letteratura, ma da studiosa, sta infatti scrivendo la biografia del più grande poeta iracheno il quale, dopo aver abitato a Parigi per tantissimi anni, adesso torna a Bagdad, nella sua vecchia casa, perché, nel caso in cui la guerra scoppiasse, vorrebbe trovarsi insieme ai suoi concittadini. Vittoria e Attilio lo incontrano per un momento a Roma.
    Il carattere sbadato e allegro di Attilio gli rende difficile la vita pratica, ne combina di tutti i colori, protetto da un avvocato che cerca strenuamente di cavarlo dagli impicci. Un avvocato che lo chiama continuamente al cellulare per cantargliene quattro.
    Un brutto giorno Attilio riceve una telefonata da Bagdad, è il poeta iracheno, che gli dà una tragica notizia: Vittoria è moribonda all’ospedale di Bagdad, vittima di un trauma cranico subito durante uno dei primi bombardamenti angloamericani. Era andata lì per parlare con lui e finire la sua biografia.
    Attilio non ci pensa due volte: facendo salti mortali riesce ad arrivare in Iraq lo stesso giorno, mischiandosi ai medici della Croce Rossa. Con incoscienza e un pizzico di fortuna, spinto solo dal suo folle amore, riesce ad incontrarsi col poeta iracheno e ad andare con lui all’ospedale. Attilio trova Vittoria quasi morta, senza conoscenza, gettata in un angolo di un ospedale cadente in cui non si trova neanche una benda. La situazione è disperata e la donna, per avere un minimo di speranza di sopravvivenza, avrebbe bisogno di una medicina capace di far assorbire l’edema che la sta uccidendo. In quell’ospedale non c’è nulla, allora va a cercare qualche farmacia, ma trova macerie e locali svuotati. Attilio non si rassegna, se la medicina non si trova si deve fabbricare. Rintraccia un vecchio farmacista iracheno, quasi un alchimista e, faticosamente, riesce a farsi dare una rozza ricetta per comporre il medicinale.
    Insomma Attilio, correndo di qua e di là sotto le bombe, nei disastri e nelle tragedie della guerra, attraversando posti di blocco, campi minati, battaglie e azioni di sciacallaggio, riesce piano piano a restituire la vita a Vittoria, ora sistemata alla meno peggio in un sottoscala dell’ospedale. Le trova un po’ d’ossigeno, qualche flebo. Le sta sempre accanto accudendola amorosamente, e lei non è in grado di rendersene conto perché è senza conoscenza. Tutto questo mentre il suo avvocato lo chiama ogni tanto al cellulare credendo che il suo cliente se ne stia allegro e pacifico a Roma. Il poeta iracheno gli è accanto in questa febbricitante disavventura. Capisce che per Attilio la vita di un’intera comunità non è più sacra dell’esistenza di un solo essere umano.
    Quando Vittoria, alla fine, riaprirà gli occhi e tornerà definitivamente in sé, Attilio non c’è: Il poeta è stato fatto prigioniero dopo che uno squillo improvviso del suo cellulare lo ha rivelato alle truppe dell’Alleanza.
    Così lei guarisce e torna in Italia. Lui invece, scambiato per un soldato nemico, viene messo in galera. E quando, finalmente libero, un mese dopo torna sano e salvo in Italia, i due si incontrano. Vittoria sta bene e non sa che a salvarla è stato il suo bizzarro innamorato che scrive versi. Ma una cosa è certa: Attilio non glielo dirà mai”.

    Dalla Sinossi di Vincenzo Cerami nel >Press-Book< di La tigre e la neve

    Commento critico (a cura di Patrizia Ferretti)

    "NEL MEZZO DEL CAMMIN DI NOSTRA VITA…”, ECCO UN SOGNO NEL SOGNO, L’OPERA MATURA E CONSAPEVOLE, E FORSE PER QUESTO ANCHE LA PIU’ CEREBRALE, DI ROBERTO BENIGNI REGISTA/ATTORE, QUASI UNA SINTESI AUTOREFERENZIALE DELLA PROPRIA IDENTITA’ ARTISTICA, FATTA DI COMMEDIA VELATA DI MALINCONIA, E… DI PENSIERO: FATE L’AMORE, NON LA GUERRA, IN VERSI E’ MEGLIO, PAROLA DEL POETA/LETTERATO ATTILIO/ROBERTO.

    Dopo aver visto con trepidazione questo atteso film di Roberto Benigni e scorso l’ampia rassegna stampa in merito, intendiamo dissociarci di cuore da una risposta di stampo politico o filo-partitistico, guardando anche a questo film, come al cinema in genere, nei termini di opera d’arte, e non di pura operazione imprenditoriale per la quale ogni ingrediente, secondo alcune male lingue prevenute, sarebbe stato impastato alla storia di questo sogno da fiaba, per un calcolo di ritorno sul piano del consenso pubblico nazionale ed internazionale. E non ci piace neppure pensare a nessun

    artista come ad un essere ‘disanimato’ e ‘disamorato’, capace di prendere a soggetto/pretesto temi così crucialmente drammatici come l’Olocausto (La vita è bella) o la guerra in Iraq (La tigre e la neve), per arrivare strumentalmente al cuore del grande pubblico. Sarebbe come negare la verità entusiasta dell’arte, della creazione artistica in genere. E se c’è una cosa che da sempre contraddistingue Roberto Benigni è l’entusiasmo con cui travolge tutto e tutti come un fiume in piena. Farà sicuramente parte della sua maturità artistica la scelta della commedia velata di malinconia, cifra stilistica ben demarcata sia in La vita è bella, in cui l’epilogo è però tragico, sia in La tigre e la neve, dove è invece la commedia a prevalere e dove una malinconia non distruttiva occhieggia leggiadra come una lirica appunto, suggellata pure dall’happy ending. E tuttavia, a ben guardare, magari in forma più sottesa, un po’ in

    tutto il percorso artistico benignesco sono presenti entrambe le due componenti. Lo Charlot toscano non è nato ieri.
    Ad ogni modo, più che un pretesto, la guerra in Iraq ci sembra piuttosto corrispondere all’esigenza di attribuire una qualche valenza di verità alla trasposizione poetica di quel viaggio intrapreso da Attilio/Roberto, sognato a occhi aperti e sospinto dalla forza inarrestabile dall’amore per Vittoria/Nicoletta Braschi, personificazione dell’Amore e della Poesia, una sorta di Beatrice dantesca, la Donna del Dolce Stil Novo, resa ancor più vera e viva come nella mente e nel cuore dell’artista perché trasposta nell’epoca attuale, quella della guerra in Iraq, appunto, l’epoca vissuta da Attilio/Roberto nella realtà. Una realtà fatta anche di esilaranti lezioni scolastiche (chi non vorrebbe averlo come insegnante?), di un matrimonio naufragato alle spalle e di due splendide figlie adolescenti di cui, malgrado svarioni, ritardi e incongruenze di vario genere, Attilio riesce ad occuparsi, con amore

    di padre e di amico. Anzi, ci pare che con la Tigre e la neve, non a caso anche il titolo della raccolta poetica scritta da Attilio, senza rinnegare se stesso, ovvero quell’identità farsesca che non lo lascerà mai, Roberto Benigni sia cresciuto di segno, trovando un’idea originale e perfettamente funzionante dal punto di vista cinematografico, per porgere delle riflessioni su un dramma di oggi, parlandone in maniera totalmente non allineata e sul filo della metafora più raffinata. In guerra la Cultura, e dunque la Poesia, l’Amore, sono in pericolo di morte, rischiano di essere annullati e dunque di uccidere anche i sopravvissuti nello spirito, lasciandoli vivere in una sorta di limbo che non è vera vita, e soprattutto non è vita piena. Si diceva, parlare di un dramma dei nostri giorni in maniera non allineata. Scartando cioè, dalla scontata visualizzazione degli orrori della guerra - di cui siamo già

    abbastanza bombardati con l’incalzare dei notiziari del piccolo schermo - senza nulla togliere a pregnanza di dolore e sofferenza leggibilissimi tra le righe, Benigni preferisce soffermarsi per lo più su immagini positive, come ad esempio la bimba che innocentemente disegna nel cortile di casa.
    In tutto questo suo tragicomico percorso Roberto Benigni dissemina briciole di speranza qua e là preparando lo spettatore ad un’apertura d’ali vera e propria, completa. E’ come se si sentisse impegnato in una sorta di corsa ad ostacoli e, scavalcando difficoltà dopo difficoltà, grazie alla metafora poetica, arrivasse ad esorcizzare definitivamente il male, se non quello universale perché è impossibile, almeno quello incontrato di persona strada facendo, piccola pietra simbolica delle molte altre che vanno a costruire l’edificio intero. Se ognuno nel suo piccolo, tendesse, al massimo delle sue possibilità, a fare il bene, facendo al meglio quello che sa fare, e quanto d’altro può riuscire

    a fare, il mondo sarebbe migliore. Forse è semplicemente questo il messaggio portante di questo sogno nel sogno, una poesia d’amore fatta di tanti piccoli frammenti raccolti via via in un contenitore più grande, come nelle matrioske. E Benigni, guardando anche a quanto nel film stesso consideri fondamentale trovare le parole giuste per esprimere un’emozione, questo messaggio ce lo trasmette in versi, tra citazioni nobili e meno nobili, così come le presenze esemplari di scrittori e poeti presenti al suo matrimonio sognato, o di presenze altre, tra cui Sergio Leone (Il buono, il brutto, il cattivo) trasmesso in TV e persino Claudio Villa.
    … Innamoratevi (dice Attilio/Roberto ai suoi ragazzi in classe), se non vi innamorate è tutto morto… vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto. Dilapidate la gioia, sperperate l’allegria, siate tristi e taciturni con l’esuberanza, fate soffiare in faccia alla gente la felicità… Per trasmettere la

    felicità bisogna essere felici, e per trasmettere il dolore bisogna essere felici… Siate felici, dovete patire, stare male, soffrire, non abbiate paura a soffrire, tutto il mondo soffre, eh!? E se non avete i mezzi non vi preoccupate, tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto!… E non cercate la novità, la novità è la cosa più vecchia che ci sia… fatevi obbedire dalle parole…!”. Sembra che con la lezione ai ragazzi, Attilio/Roberto abbia allo stesso tempo stilato un comunicato allo spettatore per spiegare messaggio contenutistico e cifra stilistica di questo suo nuovo film. E’ come se contemporaneamente aprisse le pagine della raccolta di Attilio, La tigre e la neve, e ne leggesse, ripercorrendola visivamente, i brani che diventano sequenze e che scorrono davanti ai nostri occhi nel percorso trasognato tipico della trasposizione poetica, coincidente con la storia/fiaba del film, ma a quel punto scopriamo che quei contenuti

    corrispondono anche allo stile adottato per esprimerli. Perché evidentemente quelle erano per l’artista Roberto Benigni semplicemente le parole giuste. E a nostro avviso lo sono state davvero.

    Così, se la cifra stilistica della commedia coniugata con la tragedia può far pensare a La vita è bella, non è detto che debba trattarsi di un’operazione strumentalmente meditata a tavolino per riscattarsi dal flop del precedente Pinocchio. A smentire questa perversa ipotesi sono tutte le altre citazioni autoreferenziali che nel film La tigre e la neve Benigni fa dei suoi precedenti cinematografici, da Johnny Stecchino allo stesso Pinocchio/clown che saltella qua e là su un campo minato cercando di evitare i punti nevralgici di un potenziale scoppio, a Il mostro, particolarmente evidente sul finale quando cammina carponi passando davanti al cancello, ma persino al visionario La voce della luna di Federico Fellini. Quando i due poeti, l’italiano Attilio/Roberto, e l’arabo Fuad/Reno riflettono pensieri

    rivolti alla luna che, oltre ad illuminare il cielo stellato, sembra voler dire la sua, mentre a far luce non sono solo le stelle ma gli scoppi dei bombardamenti in atto, non viene in mente solo Le mille e una notte, perché citato espressamente. E’ davanti a quel cielo che Fuad dice ad Attilio: “Il cielo di Bagdad è il guanciale del mondo…a 80 chilometri da qui più di tremila anni fa costruirono la Torre di Babele…”. La considerazione di Attilio sorge spontanea: “Fuad, millenni di saggezza e guarda che roba! Ma non si impara proprio nulla!?”. La risposta conclusiva di Fuad non si fa attendere: “Non sai perché si fanno le guerre? Perché il mondo è cominciato senza l’uomo e senza l’uomo finirà”.
    Un autoreferenzialismo che suona peraltro quasi come un invito a guardare a La tigre e la neve nei termini di una sorta di sintesi letterario-poetica cinematografica di

    Benigni, molto simile ad una sorta di ‘bilancio’ che, guarda caso, cadrebbe nel bel mezzo, del proprio iter artistico. E se Dante Alighieri attraverso i suoi nobili versi declama: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura…” e, come ben sappiamo, senza la sua Beatrice quale Musa ispiratrice e guida verso la salvezza si sarebbe sicuramente perso, così il nostro squinternato poeta Attilio/Roberto, sarebbe incorso nella stessa sorte senza il sostegno vivificatore della sua Musa Vittoria, l’essenza della Vita. Dove c’è Amore e Poesia ci sono Vita e Speranza. E che cosa sia la Poesia non viene certo lasciato tra le righe: “Non esiste una cosa più poetica di un’altra… la poesia non è fuori, è dentro. Cos’è la poesia? Non chiedermelo più. Guardati nello specchio. La poesia sei tu”. Non manca neppure un esempio concreto di sublimazione dell’Amore, messo in bocca al poeta arabo

    Fuad e appuntato su un episodio di vita del farmacista che vanno cercando: un esempio nobile di poeta quel farmacista! Da giovane aveva sposato la donna che amava e una volta andato in guerra, ricevuta la notizia che la moglie era stata colpita dal vaiolo rimanendo deturpata, ritornato a casa, per non darle un dolore finse di avere male agli occhi e di essere diventato cieco: li riaprì solo dodici anni più tardi quando la moglie morì.

    Ma quanto il film sia un inno all’Amore e alla Poesia lo si percepisce fin dalle prime battute, dopo il sogno del matrimonio, quando Attilio, a suo modo padre premuroso, a colloquio con una delle figlie parlano di un ragazzo “antipaticissimo, proprio odioso” e, dunque, di cui è innamorata. E poco più tardi, quando le figlie dormono a casa del padre e vengono terrorizzate da un pipistrello che svolazza sulle loro teste. Guai

    a chiamarlo “pipistrellaccio!”, Attilio mette in guardia una delle figlie: “se gli dici pipistrellaccio si offende, è pericoloso!”. Chi, meglio di Benigni poteva introdurci in questo suo cammino lirico senza rinunciare alle note irresistibilmente comiche della sua commedia? Ecco fatto! Attilio improvvisa un’esilarante invocazione in versi indirizzata all’indesiderato visitatore notturno: “Pipistrello, oh pipistrello, sei tanto bello! Sulla tua destra c’è la finestra…. Naturalmente il pipistrello vola via e, come giustamente rileva Attilio, “questa è la formula della poesia….” che assesta sul binario giusto l’ottica positiva con cui vedere le cose e rapportarsi alla vita. A suon di rime, “Caro ragno, esci dal bagno… Topo, ci vediamo dopo”, prende avvio il messaggio che il poeta Attilio/Roberto intende trasmetterci: è tutta una questione di ottica mossa dall’interno. Non è che l’inizio. La curiosità delle figlie su come si fa a diventare un poeta stimola il padre a parlare di sé e a

    rimarcare la differenza sostanziale di vedere la stessa cosa da punti di vista diversi: la visione disincantata, innocente e magicamente poetica di lui bambino, contrapposta a quella crudamente realista (“Ah chissà che mi credevo!”) della mamma riguardo al racconto del bambino fortemente emozionato dal fatto che un uccellino si fosse posato proprio sulla sua spalla. Non era questione di cattiveria o che non le piacessero gli uccellini! Attilio prende a pretesto questo ‘aneddoto’ d’infanzia per addurre a se stesso il motivo di quell’incomprensione, andando a ribadire l’importanza delle parole che si usano per esprimere un concetto, un sentimento, un’emozione. E allora: “Ci sarà nel mondo uno che di mestiere trova le parole giuste? E le sa mettere in un modo che quando gli batte il cuore a lui gli fa battere il cuore anche a quell’altro?”. Una domanda rivolta a se stesso che segna il destino di Attilio poeta ma

    che è un fondamentale inizio per lanciare e preparare il terreno ad esprimere meglio il suo messaggio di pace e di amore, con trasposizione poetica volutamente appuntata su una vicenda amara e cruda figlia dei nostri tempi: quella guerra in Iraq che diventa anch’essa, in questo cammino-sogno-metafora del poeta, un emblema delle guerre di sempre, delle atrocità e delle sofferenze a queste interrelate, con varianti sul tema, nelle diverse epoche.
    Sublimati dalla forza prorompente di un Amore, è possibile fronteggiare le avversità più truci e far sopravvivere la Cultura, la Poesia che sono e rappresentano lo spirito e la linfa vitale indistruttibili. Se muore l’Amore della sua vita, per il poeta Attilio/Roberto il mondo, che in un’altra bella metafora diventa una sorta di scenografia da smontare e arrotolarsi insieme alla luce del sole e a tutto il firmamento, è la fine, non ha più senso niente.
    La cifra stilistica

    adottata da Roberto Benigni in questo cammino riassume dunque il suo percorso di artista tradendo la predilezione di evocare, più che raccontare, la tragedia e la sofferenza umane, attraverso una comicità sua propria, usata come strumento elettivo per operare, come si è già detto, una sorta di esorcizzazione del male. Un poeta non può che edificare l’animo, non può recar danno, deve essere per forza di cose considerato inoffensivo, anche di fronte al check-in dei soldati americani quando, stracarico di medicinali, viene scambiato per un kamikaze.
    La Fede smuove le montagne e, dunque, altra sequenza insuperabile, anche i limiti e le differenze di lingua e di religione, tanto che ad Allah, cui Attilio trova probabilmente più giusto rivolgersi per levare una preghiera, trovandosi in Iraq, può senz’altro rivolgere un Padre Nostro recitato in perfetto italiano e persino con accelerata finale dovendo accoppare una mosca con il canonico e noto strumento richiesto per lo scopo, “l’arma di distruzione di massa”, ossia lo scacciamosche. Qui Benigni matura le note embrionali di La vita è bella riuscendo ad operare il miracolo di commuovere obbligando a far spazio al sorriso nel giro di pochi secondi. Non è da tutti far piangere e sorridere quasi contemporaneamente. E’ una questione di stile che evidentemente a Benigni non manca quando riesce a mettere in piedi e a far camminare un soggetto così bello e raffinato come questo. Un soggetto peraltro non facile da realizzare, con il rischio di risultare persino banale a seconda della gestione, così come d’altra parte hanno già dimostrato, ahimè!, molti prodotti made in Italy nel corso dei tempi. Anche solo per questo, La tigre e la neve meriterebbe di essere premiato.

    Perle di sceneggiatura

    Fuad/Jean Reno ad Attilio/Roberto Benigni: “Ogni persona è un abisso vengono le vertigini a guardarci dentro”.

    Attilio De Giovanni/Roberto Benigni a Fuad: “Ma io guarda! Son contento di essere nato! A me mi piace di esserci. Eh!? Io son sicuro che anche da morto mi ricorderò sempre di quando ero vivo”.

    Links:

    • Roberto Benigni (Regista)

    • Roberto Benigni

    • Jean Reno

    • Giuseppe Battiston

    • Lucia Poli

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    Galleria Video:

    la tigre e la neve.mov

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