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    Home Page > Movies & DVD > Troppa grazia

    TROPPA GRAZIA

    RECENSIONE - VINCITORE del Premio Label di Europa Cinémas al Festival del Cinema di Cannes 2018 - Quinzaine des Réalisateurs - Dal 22 Novembre

    "Penso che nessuno sappia veramente perché nasce una storia. Alla fine credo sia giusto così. Forse non c’è un perché, forse c’è soltanto un come. La prima volta che mi è 'apparsa' Lucia è stato all’improvviso. L’ho vista passeggiare da sola, in un grande centro commerciale, senza motivo. Ma ho sentito subito un carattere, uno spirito indipendente, un po’ 'selvatico'. Ho pensato che forse viveva in una cittadina di provincia. Forse Lucia aveva passato la sua infanzia su un bellissimo campo. Mentre la seguivo, sentivo un peso dentro di lei, che aveva a che fare con il sentimento di un quotidiano senza fughe. Un peso che evidentemente era anche il mio, così forte che all’improvviso è successo l’impensabile: Lucia si gira ed ecco quella ragazza con il velo sul capo che la fissa e le dice, con la serietà di un’altra epoca: 'Vai dagli uomini…'. Lucia la guarda e, spaventata, le risponde (e io con lei): 'Ma vacci tu…'. E sono scoppiato a ridere. Non ci potevo credere. Ecco, onestamente è cominciata così. Con una risata. Nell’attimo di quella risata si sono toccati degli estremi. Il sentimento improvviso e fuori luogo del Mistero, e la nostra vita che lo sfiora in modo anche banale: il mistero immobile e potente da una parte, e il 'giorno per giorno' friabile e confuso dall’altra. Le domande profonde che sentiamo, le risposte scomposte e improvvisate che diamo e ancora di più quelle che evitiamo. La verità e la menzogna. 'Troppa grazia' si è presentato da subito come un film di estremi che si toccano e si scontrano. Ma lì per lì ero confuso, non riuscivo a capire come mai proprio io dovessi fare un film con la Madonna. Alla fine mi sono appuntato l’immagine, ho pensato che fosse bella e folle e sono passato ad altro. Solo qualche anno dopo, sempre all’improvviso e senza un perché, sono ritornate le voci della Madonna che chiede 'Sei andata dagli uomini?' e di Lucia che le risponde ansiosa 'Senti io non vado dagli uomini, questo è un problema tuo, lo capisci?'. E di nuovo mi sono messo a ridere. Ho cominciato a scrivere il film. Ma, devo essere sincero, non in modo del tutto consapevole. In una prima stesura quello che mi prendeva e mi faceva andare avanti giorno per giorno è che ridevo tantissimo. Avvertivo anche che, proprio per la sua eccentricità, questa storia poteva ancora diventare tante cose diverse: da una sit-com irriverente a una riflessione sul sentire religioso di oggi… Erano veramente troppe possibilità. A fare la differenza è stato che in poco tempo ero già cotto di Lucia, coinvolto con lei in un rapporto completamente empatico. Come fai a non voler bene a una che alla Madonna risponde 'Ti ho già detto di no! Ma cosa fai, insisti come i bambini?'. Mettendomi nei suoi panni mi sono chiesto: e se succedesse a me? Ma non in un film, proprio nella mia vita: io come reagirei? Queste domande hanno annullato ogni distanza tra me e lei ed è stato questo che, tra tante possibilità, ha portato alla fine il film a trovarne una sola. Come penso debba essere. Questo non è, evidentemente, un film di tema religioso. Perché non è un film sulla capacità di credere in Dio oppure no. Ma è sulla capacità di Credere Ancora, nonostante il nostro non essere più bambini. Di sentire, di immaginare. La Madonna del film non è quella del racconto religioso, ma la 'Madonna di Lucia', semplicemente. L’espressione schizofrenica di quella capacità di credere che è propria dell’infanzia, che Lucia ha soffocato per tanto tempo e che torna da lei giustamente molto arrabbiata, per impedirle di disfarsi completamente della sua parte vivente. Ad apparirle non poteva essere nessun altro: ciò che ci affascina della Madonna – al di là dell’iconografia che ci arriva dall’infanzia – penso sia l’intransigenza. Uno sguardo che ha una nettezza d’altri tempi, e che dice a un presente tutto dedito ai compromessi: tu non sei tutto. Una 'Madonna' che si fa portatrice di un implacabile e scomodissimo richiamo etico ed esistenziale, l’ultimo, che Lucia fa a sé stessa e alla sua vita: 'Bisogna dire la verità Lucia, la vita è corta'. Per questo amo Lucia, perché non capisce ancora completamente ciò che le sta succedendo, perché anche se non se n’è ancora accorta e non può accorgersene perché lo sta vivendo, ha accettato di vivere la sua vita finalmente e fino in fondo e con tutto quello che comporta e costa. La fatica di ridare cittadinanza dentro di noi alla complessità dei sentimenti, al mistero imprevedibile del sentire quello che non c’è".
    Il regista, co sceneggiatore, soggettista e co montatore Gianni Zanasi

    (Lucia's Grace; ITALIA/SPAGNA/GRECIA 2018; Commedia; 110'; Produz.: Pupkin Production con Rai Cinema in coproduzione con Oplon Film, Strada Productions, Smallfish Spain; Distribuz.: BIM Distribuzione)

    Locandina italiana Troppa grazia

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    Trailer

    Titolo in italiano: Troppa grazia

    Titolo in lingua originale: Lucia's Grace

    Anno di produzione: 2018

    Anno di uscita: 2018

    Regia: Gianni Zanasi

    Sceneggiatura: Gianni Zanasi, Giacomo Ciarrapico, Michele Pellegrini e Federica Pontremoli

    Soggetto: Gianni Zanasi.

    Cast: Alba Rohrwacher (Lucia)
    Elio Germano (Arturo)
    Giuseppe Battiston (Paolo)
    Hadas Yaron (La Madonna)
    Carlotta Natoli (Claudia)
    Thomas Trabacchi (Guido)
    Daniele De Angelis (Fabio)
    Rosa Vannucci (Rosa)
    Teco Celio (Giulio Ravi)

    Musica: Niccolò Contessa (edite da Sony/Atv Music Publishing); Stefano Campus (Suono in presa diretta)

    Costumi: Olivia Bellini

    Scenografia: Massimiliano Sturiale

    Fotografia: Vladan Radovic

    Montaggio: Rita Rognoni, Gianni Zanasi

    Casting: Stefania Valestro

    Scheda film aggiornata al: 30 Dicembre 2018

    Sinossi:

    Lucia è una geometra che vive da sola con sua figlia. Mentre si arrangia tra mille difficoltà, economiche e sentimentali, il Comune le affida un controllo su un terreno scelto per costruire una grande opera architettonica. Lucia nota che nelle mappe del Comune qualcosa non va, ma per paura di perdere l’incarico decide di non dire nulla. Il giorno dopo, mentre continua il suo lavoro, viene interrotta da quella che le sembra una giovane "profuga". Lucia le offre 5 euro e riprende a lavorare. Ma la sera, nella cucina di casa sua, la rivede all’improvviso, davanti a lei. La "profuga" la fissa e le dice: "Vai dagli uomini e dì loro di costruire una chiesa là dove ti sono apparsa..."

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    Ci è sempre piaciuta una cifra! Già all’altezza de Il papà di Giovanna (2008) di Pupi Avati. Ma devo dire che da allora la nostra Alba Rorhwacher (La solitudine dei numeri primi, Lazzaro felice) si è portata su vette che non hanno nulla da invidiare a certe punte di diamante internazionali. Anzi, direi che sono davvero in poche le attrici italiane che riescono ad esprimersi sul piano della recitazione con tale ‘candore’ interiore. Un’anima che sa farsi trasparente ed entrare in contatto con lo spettatore nel modo più semplice e minimalista possibile. Un volto ‘acqua e sapone’ di un lirismo naturale e naturalmente artistico. Alba sembra uscita dal pennello di un pittore veneto in pieno rinascimento e riesce a bucare lo schermo senza bisogno di alcun artificio. Questa volta, in Troppa grazia, eccentrico dramedy di Gianni Zanasi (regista che d’ora in poi terrò volentieri d’occhio!), azzarda una svolta inedita nell’identikit

    di un personaggio contemporaneo che suscita tenerezza mentre muove al sorriso, inseguendo una bella metafora che è quella di ascoltare la voce interiore dell’onestà prima di tutto, della cosa giusta da fare costi quel che costi. E la leggerezza e l’ironia con cui levitano i messaggi contenuti in Troppa grazia non ne sminuiscono di certo la portata, enorme e pungente, tragicomica come la miseria dell’essere umano sempre più condizionato, anzi, direi piuttosto, sempre più soggiogato, dal compromesso e dal tornaconto politico ed economico. In questo scenario la Lucia di Alba rappresenta l’inconsapevole ed incidentale testata d’angolo che va naturalmente a contrapporsi alla realizzazione di uno scempio edilizio in piena natura. Una natura che va bene così com’è, a patto che non si abbiano velleità di interventi impropri, basati per di più su planimetrie contraffatte, non corrispondenti al reale. Così, mentre l’architetto, l’ufficio Stampa e il politico paesano di turno (il

    Paolo di Giuseppe Battiston) plaudono al progetto, riconducibile sotto il comun denominatore delle cosiddette ‘grandi opere’ – chi è in piccolo sogna sempre in grande anche quando grande non è! – la geometra Lucia/Rorhwacher, già ragazza madre e pure single – il film si avvia proprio sull’onda di un litigio che sfocia nella separazione dal compagno Arturo (Elio Germano) – felice di aver ottenuto almeno un incarico, indispensabile per sbarcare il lunario, si rende ben presto conto di esser stata spinta in una trappola senza sbocco. Ma l’idea che una ‘sventurata’ (nel film Paolo/Battiston la definisce una ‘disgraziata’) come Lucia non potesse creare problemi si rivelerà di lì a poco priva di fondamento.

    Il tema dell’abuso edilizio da parte di un ente pubblico come un Comune, spia dalle cortine della vicenda personale della nostra Lucia, da cui occhieggia per la verità pure il motivo dell’assuefazione massificata attraverso la figura del padre

    musicista jazz che ha preferito smettere di suonare confidando nel numero maggiore di followers su facebook. Vicenda personale sempre in primo e primissimo piano comunque. Ma è quell’elemento X, assolutamente imprevisto e non contemplato neppure dalla più fervida fantasia, a diventare il sale della storia oltre che una buona ‘scusa’ per dirla come deve esser detta, rivendicando la denuncia di un diffuso e ben noto mal costume, e la responsabilità morale della coscienza personale. Senonché il fatidico elemento X di cui sopra si rivela così roboante da rischiare il ridicolo. Eh si, perché è nientemeno che la Madonna ad entrare in campo per buttare all’aria i piani attraverso lo strumento elettivo della geometra Lucia. E la giovane Hadas Yaron è la scelta migliore che si potesse fare per evitare il ridicolo e l’assurdo. Le cose invece acquisiscono nuovo significato e il ‘marchingegno’ funziona a dovere nel servire il messaggio fino

    in fondo. Non a caso Lucia la scambia per una ‘profuga’, prima che diventi per lei una presenza ossessiva e logorante, oltre che un buon motivo per essere guardata a vista come una pazza, quando la cosa diventa di dominio pubblico. Ed ecco aprirsi un percorso di vana autodifesa per la sgomenta Lucia che non riesce a credere di vedere e sentire la Madonna, una “tosta”, che pur di scuoterla fin nel profondo della sua coscienza, imponendole di agire invece di accettare il compromesso, la prende letteralmente per i capelli e la “mena” pure. E Alba é davvero sensazionale in questo suo iter ‘ai confini della realtà’, illuminata di quella ‘grazia’ che sente come un cappio al collo, un giogo da cui non riesce a sfuggire. In altre mani, devo dire che la faccenda sarebbe scivolata nel surreale a braccetto con il risibile, ma in questo caso, anche dal punto

    di vista registico oltre che interpretativo, devo dire che tutto scorre come un fiume nel proprio alveo in modo stupefacente. E trovo che sia sempre valido oggi per il regista Gianni Zanasi (La felicità è un sistema complesso) un passo critico di Paolo Mereghetti che ne definì a suo tempo lo stile: "i luoghi comuni della 'finzione all'italiana' sono aggirati, evitati o ribaltati (...) con una leggerezza e una ironia che conquistano". Che conquistano, appunto. E il finale aperto, intonso e pur così metaforicamente cristallino, apre uno squarcio a quella ‘grazia’ che, a conti fatti, non è mai troppa!

    Secondo commento critico (a cura di La parola al film)







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    Pressbook:

    PRESSBOOK ITALIANO di TROPPA GRAZIA

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    • Alba Rohrwacher

    • Giuseppe Battiston

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