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    Home Page > Movies & DVD > Jackie

    JACKIE: NATALIE PORTMAN INDOSSA I PANNI DI JACQUELINE (JACKIE) KENNEDY

    Seconde visioni - Cinema sotto le stelle: 'The Best of Summer 2017' - 3 NOMINATIONS agli OSCAR 2017: Migliore Attrice protagonista (Natalie Portman); Migliori costumi (Madeline Fontaine); Migliore Colonna Sonora (Mica Levi) - Da Venezia 73. - Dal 23 Febbraio - RECENSIONE ITALIANA e PREVIEW in ENGLISH by Guy Lodge (www.variety.com)

    "Nel primo giorno di set, quando ho posizionato la macchina da presa per inquadrare Natalie Portman truccata da Jacqueline Kennedy pronta per recitare, l'ho guardata e le ho detto 'questa distanza non va bene, vieni più vicino... più vicino... ancora più vicino'. Ecco, solo a questo punto è nato 'Jackie' ... Volevo raggiungere qualcosa di intimo per sentire quello che sentiva lei... Jackie è stata un’apripista, ma non so se può essere paragonata a Michelle Obama, credo che ogni esperienza sia differente. Mi piace però pensare che probabilmente tra poco festeggeremo, con Hillary Clinton, il primo presidente donna e che la moglie di John Kennedy abbia contribuito in qualche modo a questo processo di emancipazione".
    Il regista Pablo Larraìn

    (Jackie; USA/CILE/FRANCIA 2016; Biopic drammatico; 100'; Produz.: Jackie Productions in associazione con Wild Bunch/Fabula/LD Entertainment/Protozoa Pictures/Why Not Productions ; Distribuz.: Lucky Red)

    Locandina italiana Jackie

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    Titolo in italiano: Jackie

    Titolo in lingua originale: Jackie

    Anno di produzione: 2016

    Anno di uscita: 2017

    Regia: Pablo Larrain

    Sceneggiatura: Noah Oppenheim

    Cast: Natalie Portman (Jacqueline Kennedy)
    Peter Sarsgaard (Robert Kennedy)
    Billy Crudup (Giornalista)
    Greta Gerwig (Nancy Tuckerman)
    John Hurt (Prete)
    Max Casella (Jack Valenti)
    Sunnie Pelant (Caroline Kennedy)
    Beth Grant (Lady Bird Johnson)
    Corey Johnson (O'Brien)
    Marla Aaron Wapner (Dallas Kennedy Fan)
    David Caves (Clint Hill)
    John Carroll Lynch (Lyndon B Johnson)
    Richard E. Grant (Bill Walton)
    Caspar Phillipson (John F. Kennedy)
    Georgie Glen (Rose Kennedy)
    Cast completo

    Musica: Mica Levi

    Costumi: Madeline Fontaine

    Scenografia: Jean Rabasse

    Fotografia: Stéphane Fontaine

    Montaggio: Sebastián Sepúlveda

    Effetti Speciali: Hank Atterbury (coordinatore)

    Makeup: Valérie Chapelle e Fabienne Gervais

    Casting: Lindsay Graham, Jessica Kelly, Mathilde Snodgrass e Mary Vernieu

    Scheda film aggiornata al: 30 Giugno 2017

    Sinossi:

    In breve:

    Il film racconta i primi quattro giorni di Jacqueline (Jackie) Kennedy (Natalie Portman) dopo l'assassinio del marito, il presidente John F. Kennedy, quando perse l'amore della sua vita e si dovette confrontare con l'amore di una nazione.

    Synopsis:

    An account of the days of First Lady, Jacqueline Kennedy, in the immediate aftermath of John F. Kennedy's assassination in 1963.

    Following the assassination of her husband, First Lady Jacqueline Kennedy fights through grief and trauma to regain her faith, console her children, and define her husband's historic legacy.

    Jackie is a searing and intimate portrait of one of the most important and tragic moments in American history, seen through the eyes of the iconic First Lady, then Jacqueline Bouvier Kennedy (Natalie Portman). Jackie places us in her world during the days immediately following her husband's assassination. Known for her extraordinary dignity and poise, here we see a psychological portrait of the First Lady as she struggles to maintain her husband's legacy and the world of "Camelot" that they created and loved so well.

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    First Lady a 34 anni, moglie del Presidente John F. Kennedy (JFK), due bambini piccoli, una casa restaurata con classe - la sua fama di raffinata cultrice di arredi, moda e arti all'epoca ha mietuto proseliti emulatori - e non immaginare minimamente l'imminente catastrofe all'orizzonte. Ed ecco che l'imperscrutabile icona di uno status symbol invidiabile per eccellenza, tale da fare tendenza si frantuma nei mille pezzi che danno il via ognuno ad un nuovo immaginario ritratto di Jacqueline Kennedy. Nella realtà spesso virato nel negativo, riparato e suturato ad hoc nella finzione del film Jackie. Un emblema e un enigma in cui, con un certo sfrontato coraggio ed ostinata determinazione, si infiltra, per uno sguardo intimo ed intimista, la macchina da presa del regista cileno Pablo Larraín (Il Club, Neruda). Così la mitica Jacqueline Kennedy diventa Jackie, l'iconico volto dotato di un'anima rivista e corretta da Natalie Portman all'insegna di

    una cifra sofisticata e sfumata su una rabbia rappresa, e dalla lente d'ingrandimento apposta su di lei da una regia volutamente lenticolare e minimalista. Il tratto stilistico che ha regalato al film 3 Nominations (per ora possiamo parlare solo di questo) agli Oscar 2017 (Migliore Attrice Protagonista - Natalie Portman, Migliori Costumi e Migliore Colonna sonora) anche se, fuori dalle grandi fauci patriottiche statunitensi e fuori dall'epicentro JFK, qui relegato in sordina, di questo ritratto immaginario potevamo fare anche a meno. A che scopo se, come pare, la personalità di Jacqueline Kennedy doveva restare sospesa e incerta quale è stata, cercare di ricreare sfumature caratteriali e di circostanza che, volenti o nolenti, ne recuperano un'immagine, se non proprio di stampo agiografico, come certi passi della sceneggiatura rimarcano senza troppi pudori, almeno del genere che reclama comprensione e una certa ammirazione?!

    Pablo Larraín ha scelto una griglia di per sé basculante tra

    fiction e verità, tra verità d'immagine e verità che neppure la protagonista poteva lasciar affiorare con disinvoltura con chicchessia. La Casa Bianca non poteva e non può essere per nessuna First Lady un Club di amicizia e di stima reciproca, anche se 'l'ancella' Nancy incarnata da Greta Gerwig nei toni dimessi e discreti come da copione tenderebbe a rappresentare il simbolo di questo. Una griglia che si aggancia ad un resoconto volutamente trasmesso da Jackie/Portman stessa al giornalista (Billy Crudup), sulla settimana che abbraccia più il dopo che il prima dell'assassinio del Presidente degli Stati Uniti John Kennedy. E il montaggio fa lo slalom tra questo resoconto, il tour condotto in precedenza da Jackie all'interno delle stanze della Casa Bianca, rigorosamente in un bianco e nero sgranato e nebuloso come ogni repertorio televisivo doc che si rispetti, per quanto esso stesso radicato nella rivisitazione fiction di Larraín, mentre si cavalcano

    schegge di ricordi, schegge di quel dolore intimo e allo stesso tempo spettacolo di dominio pubblico che impone scelte organizzative per le esequie del Presidente. Esequie pensate in grande. E in maniera del tutto impropria. C'era bisogno di guardare allo storico funerale di Lincoln con tanto di interminabile corteo e quadrighe di cavalli? Ma è quel che di Jackie emerge come verità più probabile. Quella che, a dispetto della sua giovane età, sapesse esattamente dove andare e che sapesse esattamente di mettere nel conto dei rospi da ingoiare: tra cui ad esempio sopportare tradimenti. Elemento questo sfumato tra le righe di una sceneggiatura elegantemente accomodata sugli scalini più sicuri, come la confidenziale conversazione con un prete (il compianto John Hurt), onde evitare autentiche cadute, e non solo di stile. Ma tra i rospi da ingoiare c'erano d'altra parte anche esigenze di un protocollo scomode o da lei ritenute inappropriate e

    che, non di rado, sembra aver scavalcato con robusta determinazione ed impeto emotivo.

    La Jackie ritratta da Portman per Larraín raccoglie così la contraddittorietà delle molte e complesse sfumature caratteriali del personaggio ma non si sa resistere alla tentazione di esprimere in qualche modo un'opinione a suo favore, in modo da farla finalmente riconciliare col mondo. Quel mondo che tanto l'ha criticata per il suo perseverante non badare a spese quando si trattava di arredi, moda e investimenti d'arte. Persino il consorte presidenziale John, come lei stessa con vaga amarezza ammette mentre ricorda, glielo rimproverava ripetutamente, salvo dichiarare alla stampa che lei era riuscita a fare della Casa Bianca una sorta di percorso intercomunicante tra le diverse fasi della Storia degli Stati Uniti, mettendo in relazione tra loro i diversi Presidenti.

    La Jackie di Larraín vuole rappresentare una riflessione sulla fede, sulla storia, sul mito, sulla perdita. Ma se si

    voleva far conoscere davvero fino in fondo l'iconica donna Jacqueline Kennedy dietro la First Lady detronizzata ante litteram, scartando dal pietismo e dai macabri dettagli del momento dell'assassinio di JFK e dagli spicchi temporali nelle immediate vicinanze, forse non ci saremmo dovuti limitare ad uno scorcio di storia così tragicamente circoscritto, perché Jackie è andata avanti, anche dopo. E forse il dopo avrebbe potuto dirci qualcosa di più e di meno incensante sul suo conto. Ma se non altro, dalle parole di Jackie/Portman, si sono ribaditi alcuni punti fermi, i veri e propri cardini che dovrebbero alimentare la vera politica affinché i conflitti della mitica Camelot di re Artù oggi non abbiano più luogo. Lo storico Presidente degli Stati Uniti Abrahm Lincoln può essere ricordato per aver liberato dalla schiavitù oltre quattro milioni di americani, fermato la Guerra di Secessione, JFK, John Kennedy, come amareggiato riflette il fratello Bob (Peter

    Sarsgaard), "per cosa sarà ricordato? Non c'è stato il tempo...". Ma c'è stato per ribadire almeno quei valori di uguaglianza e di pace che ancora oggi sfuggono. Forse rispolverando la pur controversa First Lady Jacqueline Kennedy (Jackie) dell'ex Partito Democratico negli anni Sessanta si era pensato di propiziare l'elezione a Presidente degli Stati Uniti di una donna come Hilary Clinton. Una donna dell'oggi, altrettanto controversa, che con Jackie potrebbe condividere se non altro la forza di carattere, un'ambizione sopra le righe e la connaturata tendenza a pensare in grande, cavalcando l'eleganza del guardaroba più che delle maniere e della sostanza. E a spendere di conseguenza. Ma ancora una volta la storia ha dato partita vinta a Camelot. E in ogni modo sarebbe stata una battaglia persa, perché mancava il terzo elemento, quello del puro ideale che un tempo aveva riunito i cavalieri alla tavola rotonda per salvare Camelot. Ma si

    sa che le tavole rotonde oggi non vanno più di moda. Ci sono solo quelle piene di spigoli o, tutt'al più, stanze ovali in cui non sempre ci si incontra per delle importanti decisioni da prendere.

    Secondo commento critico (a cura di GUY LODGE, www.variety.com)

    Chilean helmer Pablo Larraín makes an extraordinary English-lingo debut with this daring, many-leveled portrait of history's favorite First Lady.

    “Nothing’s ever mine, not to keep,” the newly widowed Jacqueline Bouvier Kennedy mordantly observes midway through “Jackie,” Pablo Larraín’s relentlessly close-up take on history’s most iconized First Lady. She says it as she looks around the palatial House that tragedy is forcing her to swiftly vacate — and with Ladybird Johnson already perusing fabric samples, to boot — but she’s speaking of far more than just the roof over her head.

    Eschewing standard biopic form at every turn, this brilliantly constructed, diamond-hard character study observes as the exhausted, conflicted Jackie attempts to disentangle her own perspective, her own legacy and, perhaps hardest of all, her own grief from a tragedy shared by millions. Provocative and entirely unsentimental in the speculative voice given to its subject’s most private thoughts on marriage, faith

    and self-image, and galvanized by Natalie Portman’s complex, meticulously shaded work in the lead, “Jackie” may alienate viewers expecting a more conventionally sympathetic slab of filmed history. But in his first English-language project, Chilean director Larraín’s status as the most daring and prodigious political filmmaker of his generation remains undimmed.

    Larraín is currently on a creative tear after his inventive literary study “Neruda” wowed Cannes mere months ago; any concerns that he might have gone soft on us by taking on an American prestige project are allayed before a word of dialogue is spoken in “Jackie.” Rather, it’s the first eerie, keening notes of the score by Mica Levi that put our fears to rest, even as everything else is set tinglingly on edge: No director who’d choose Levi, the young British experimental musician who gave “Under the Skin” its haunting siren’s wail, to aurally steer his film has any plans

    to play it safe. Coolly handsome as the film is, it’s a collation of aesthetic choices that push us persistently and ever-so-subtly into the discomfort zone. Sebastián Sepúlveda edits it into non-sequential shards of memory, jaggedly disarranged in the manner of post-traumatic consciousness, while cinematographer Stéphane Fontaine’s searching close-ups repeatedly step an inch too far into its subject’s already frail personal space.

    But it’s Noah Oppenheim’s remarkable screenplay, not drawn from any credited sources, that takes the most startling liberties with Jackie’s fiercely guarded privacy. Even at her most emotionally riven, she’s portrayed here as a woman in canny control of her identity, switching between different masks for press, public and associates, and wearing none only when truly alone.

    A breathtaking sequence finds Jackie, finally unaccompanied in her wing of the White House, swirling through rooms, necking vodka, popping pills and listening with rueful irony to Richard Burton’s Broadway recording of “Camelot.”

    Imagined or not by the filmmakers, it’s a version of Jackie Kennedy she’d never have counted on anyone ever seeing, not least given her painstaking personal dedication to preserving and displaying domestic evidence of the House’s previous inhabitants. “Objects and artefacts survive for far longer than people,” she tells the camera, a nervous smile plastered on her face, in her famous television special “A Tour of the White House with Mrs. John F. Kennedy.” “They represent history, identity and beauty.” “Jackie,” for its part, seeks to represent its subject beyond the cultivated objects and images we associate with her, from that bloodstained, bubblegum-pink suit downwards.

    The filming of that televisual tour, nearly two years before the events of November 22, 1963, is one frame by which “Jackie” hangs its cross-hatched impressions of her state of mind in the days following her husband’s death. The other is an arranged interview with Life

    journo Theodore H. White (credited in the film merely as “The Journalist,” and watchfully played by Billy Crudup), conducted a mere week after the event, during which a composed, tart-tongued Jackie taunts him with fragmentary reveals of her true self, while forcing him into complicity with her disguise. “Don’t think for one second I’m going to let you publish that,” she chides sharply, seconds after giving a teary, sense-led recollection of the shooting itself. Whether that fleeting, wrenching display of grief was a momentary lapse or a teasing, cynical put-on is one of many questions invited by Portman’s intricate performance — so layered in its sense of internal motivation and manipulation that the actress’s fine technical approximation of Kennedy’s froggy tone and phrasing seems the least of its achievements. (It may just trump her Oscar-winning turn in “Black Swan” as the most high-wire feat she’s ever pulled off.)

    Between these two

    interview-led passages, Larraín and Oppenheim (stepping up hugely from previous writing credits on “Allegiant” and “The Maze Runner”) capture their protagonist in significantly less studied form: The immediate aftermath of the assassination throws up one wearying practical dilemma after the next as she attempts to find time and space to mourn. With her brother-in-law Bobby (Peter Sarsgaard) raging at their rudely curtailed political influence, Jackie regards the funeral arrangements as a critical opportunity to assert and cement JFK’s legacy — at a time when her advisors would like to keep the matter as low-key as possible.

    Between sparring negotiations over the appropriate course of action, all too few officials pause to ask or even consider how she’s feeling. The film, on the other hand, invites us to listen in on her spontaneous confessions, whether to her friend and aide Nancy Tuckerman (a lovely, understated Greta Gerwig) or a candid Irish Catholic

    priest (John Hurt) — both in scenes that could derail these otherwise rigorous proceedings with conveniently cathartic sentiment, but wind up adding further emotional and intellectual nuances to the character. After opening up to the priest about the chillier patches of her marriage, he encourages her to take comfort in happier memories. “I can’t — they’re mixed up in all the others,” she replies.

    “Jackie’s” intelligently disordered assemblage of facts and feelings is likewise difficult to parse. For away from its piquant, sometimes incendiary observations on celebrity, politics and the present-tense construction of history, the film is also a stirring, deeply upsetting account of individual grief at any level of scrutiny. The complicated, colliding feelings of anger, confusion and cold acceptance that come with any personal loss are mapped out here with a sense of fine-tuned chaos, with Levi’s astonishing score somehow playing them all: a lilting, hopeful flute note carried

    on an alien wash of strings, or a militaristic death march thrumming behind a graceful flutter of piano.

    While he feels her pain, Larraín is also loath to leave his subject alone: The most intimate scenes of “Jackie” are often its most gasp-inducing, whether she’s washing blood out of her hair in the shower or telling her children why Daddy’s not coming home. Some viewers will take issue with the boundaries, or lack thereof, in this lucid portrait, but by deftly shuffling through her many reflections and self-reflections, Larraín crucially never lays claim to the “real” Jackie. “When something’s written down, does that make it true?” she asks White, placing the authenticity of his profile further in doubt, before smirking, “They have television now.” In this rich, challenging, endlessly teasing film, on the other hand, the screen provides just as many places to hide.

    Pressbook:

    PRESSBOOK COMPLETO in ITALIANO di JACKIE

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