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    Home Page > Movies & DVD > American Pastoral

    AMERICAN PASTORAL

    Il debutto alla regia dell'attore Ewan McGregor - RECENSIONE ITALIANA e PREVIEW in ENGLISH by ANDREW BARKER (www.variety.com) - Dal 20 OTTOBRE

    (American Pastoral; USA 2016; Drammatico; 108'; Produz.: Lakeshore Entertainment; Distribuz.: Eagle Pictures)

    Locandina italiana American Pastoral

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    See SHORT SYNOPSIS
    Trailer

    Titolo in italiano: American Pastoral

    Titolo in lingua originale: American Pastoral

    Anno di produzione: 2016

    Anno di uscita: 2016

    Regia: Ewan McGregor

    Sceneggiatura: John Romano

    Soggetto: Da un romanzo di Philip Roth (Pastorale americana, trad. di Vincenzo Mantovani, Einaudi, Torino, 1998, pp. 423)

    PRELIMINARIA - IL LIBRO:

    Pastorale americana (American Pastoral) è un romanzo scritto nel 1997 da Philip Roth. In esso si racconta la vita del suo personaggio principale, Seymour Levov ("lo svedese", o "the Swede"), ed in particolare come le sue grandi doti personali ed i suoi enormi sforzi non siano sufficienti ad evitare un disastro familiare. Con questo libro Roth vinse il Premio Pulitzer per la narrativa del 1998.

    La cornice di Pastorale americana è il 45° ritrovo degli allievi di una scuola superiore cui partecipa Nathan Zuckerman, un personaggio che compare quale alter-ego dell'autore in diversi romanzi di Roth.

    Trama (Cornice e Vita dello "svedese"):

    Cornice:

    Al ritrovo degli ex-alunni della sua scuola, Zuckerman incontra il suo vecchio amico Jerry Levov, che gli racconta brevemente i tragici eventi della vita di suo fratello maggiore Seymour, che il giovane Nathan aveva idolatrato per via delle sue doti sportive. Nel resto del romanzo Zuckerman ricostruisce una biografia immaginaria dello "svedese", basandosi sui suoi ricordi di due brevi incontri avuti con lui negli ultimi anni, sul racconto di Jerry e su alcuni ritagli di giornale. Nei due incontri Seymour appare felice e fin troppo soddisfatto della sua vita e dei tre figli avuti dalla seconda moglie, ma evita di parlare del suo primo matrimonio se non facendo qualche riferimento agli shock che avevano colpito la sua famiglia; la conversazione con Jerry rivela che questi shock riguardano soprattutto Merry, la figlia nata dal primo matrimonio dello "svedese". La ricostruzione immaginaria della vita di Seymour si limita a questo primo matrimonio e termina nel 1974.

    La vita dello "svedese":

    Seymour Levov nasce e cresce a Newark, in New Jersey. Suo padre è di origini ebraiche e possiede una piccola fabbrica di guanti in rapida espansione, la Newark Maid. Seymour viene presto soprannominato "lo svedese" per via della sua capigliatura bionda, dei suoi occhi blu e del suo bell'aspetto nordico; eccelle in tre sport (baseball, basket e football), cosa che lo rende una sorta di eroe nella scuola che frequenta. Più tardi egli sostituisce il padre alla guida della Newark Maid e sposa Dawn Dwyer, una cattolica di origini irlandesi, ex Miss New Jersey.

    La vita dello "svedese" è apparentemente perfetta, con una famiglia armoniosa, affari soddisfacenti ed una bella casa immersa nella natura delle zone rurali del New Jersey. Il principale problema sembra essere il fatto che Merry (unica figlia di Seymour) balbetta. Ma, mentre infuria la Guerra del Vietnam ed i disordini razziali degli anni sessanta distruggono il centro di Newark, Merry, ormai sedicenne, diventa sempre più ribelle e politicizzata e si unisce all'organizzazione politica di estrema sinistra dei Weathermen. La "vita pastorale" di Levov viene distrutta quando Merry compie un attentato dinamitardo contro un ufficio postale, uccidendo una persona e dandosi poi alla fuga.

    Nei successivi 5 anni Levov cerca in tutti i modi di tenere assieme quel che resta della propria famiglia e persino di riportare Merry a casa. Ma nell'ultima giornata descritta nel romanzo queste illusioni si dissipano definitivamente e le vite personali dei protagonisti vanno completamente in pezzi, mentre sullo sfondo le udienze dello scandalo Watergate scuotono gli Stati Uniti.

    Cast: Jennifer Connelly (Dawn)
    Ewan McGregor (Seymour 'Swede' Levov)
    Dakota Fanning (Merry Levov)
    Uzo Aduba (Vicky)
    Rupert Evans (Jerry Levov)
    Molly Parker (Dr. Sheila Smith)
    David Strathairn (Nathan Zuckerman)
    Valorie Curry (Rita Cohen)
    Peter Riegert (Lou Levov)
    Mark Hildreth
    Hannah Nordberg (Merry Levov all'età di 12 anni)
    Emily Peachey (Infermiera dell'ospedale)
    Ocean James (Merry Levov all'età di 8 anni)
    David Whalen (Bill Orcutt)
    Chris McCail (Apprendista)

    Musica: Alexandre Desplat

    Costumi: Lindsay McKay

    Scenografia: Daniel B. Clancy

    Fotografia: Martin Ruhe

    Montaggio: Melissa Kent

    Makeup: Michaela A. Sulka

    Casting: Deborah Aquila e Tricia Wood

    Scheda film aggiornata al: 06 Novembre 2016

    Sinossi:

    IN BREVE:

    La storia ruota intorno a Seymour “Swede” Levov, un uomo d'affari ebreo, ex atleta leggendario negli anni del liceo, che vive in New Jersey negli anni '60. Swede è sposato con una ex reginetta di bellezza (Connelly) e i due hanno una figlia adolescente (Dakota Fanning): la sua è una vita apparentemente perfetta. Eppure, a disturbare questo equilibrio ci si mette proprio la figlia che si ribella allo status quo e diventa una rivoluzionaria pronta a compiere un atto di terrorismo pur di manifestare il suo dissenso contro la guerra in Vietnam.

    SHORT SYNOPSIS:

    Set in postwar America, a man watches his seemingly perfect life fall apart as his daughter's new political affiliation threatens to destroy their family.

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    EWAN MCGREGOR AL SUO NOTEVOLE DEBUTTO ALLA REGIA SI FA INTERPRETE A TUTTO TONDO DEL 'REQUIEM' PER UN SOGNO: QUELLO DELLA 'PASTORALE AMERICANA' GIA' AGOGNATA E ANDATA IN FRANTUMI SULLE ROCCE DELL'IPOCRISIA NEL CAPOLAVORO LETTERARIO DI TIM ROTH. MA NON E' SOLO. AL SUO FIANCO, AMBIZIOSO ED ESIGENTE, IN UN CAST CHE CE LA METTE TUTTA PER MANTENERSI AL SUO LIVELLO, JENNIFER CONNELLY E DAKOTA FANNING, QUI STRAORDINARIAMENTE AMPLIFICATE DI SEGNO

    Provate a ripercorrere con la coda dell'occhio della mente la vita nota di un mito. Così come lo avete conosciuto, anche piuttosto da vicino. Una cassa di risonanza nella comunità ed oltre. Un uomo di grande talento, baciato dalla fortuna. Almeno così avete pensato fino ad oggi. E lo hanno pensato tutti. La cover patinata dell'incarnazione del tipico sogno americano. E poi, un bel giorno, molti anni dopo, sorpassata l'adolescenza, la maturità, alle soglie della terza età, ecco che voltandosi

    indietro, l'incanto si frantuma, fino a svanire del tutto. La dorata crosta di superficie inizia a spaccarsi e a mostrare tutto il bruciaticcio celato fino a quel momento al suo interno. Un bel contrasto. E' esattamente questo il contrasto al centro delle pagine di Tim Roth, un guru della letteratura americana, prima ancora che al centro delle immagini di Ewan McGregor: tra l'apparire e l'essere, tra il sogno e la realtà, tra verità apparente e autentica falsità. Ed ecco che... la Pastorale americana è servita, con tutte le sue insite contraddizioni. Compresa l'idea di un uomo felice e realizzato, di quelli che ce l'hanno fatta, su tutta la linea, e invece...

    E invece... metti una casuale rimpatriata di vecchi compagni di scuola, Classe Superiore 1951, dove approda il Nathan Zuckerman di David Strathairn, mentre osserva vecchie foto che innescano una fiumana dei ricordi, e tutto cambia. Il quadro non muta la

    sua cornice ma di sicuro il soggetto rappresentato. L'incontro con il suo vecchio amico Jerry Levov (Rupert Evans), apre così gli occhi di chi (il Nathan di Strathairn) aveva accarezzato la copertina di quell'immagine tanto dorata quanto falsa, con il vero racconto dei tragici eventi che hanno travolto la vita vera di suo fratello maggiore Seymour, detto 'lo svedese' (Ewan McGregor immerso fin nelle viscere nell'immensità del suo oceano che da azzurro si fa inferno infuocato). Quel mito che da ragazzo Nathan - e non solo lui - aveva idolatrato per le sue doti sportive. E non è che l'inizio di una biografia ben diversa da come se l'era immaginata.

    Voce fuori campo e vecchi reportage in bianco e nero dell'America del dopoguerra - proprio quando nasce il sogno americano, coltivato come un prezioso e delicato fiore in ogni casa, proprio quando tutto spinge con speranza ed ottimismo verso

    una meritata rinascita del Paese - aprono il varco al racconto vero, sulla cresta di quell'ondata di energia contagiosa che alimenta l'animo della gente prima di vedere l'altro lato della grande mela: con tutte le contraddizioni legate alla guerra in Vietnam, le annose questioni razziali con le sue sanguinose rappresaglie tra polizia e popolazione di colore. Come dare torto al regista/attore Ewan McGregor quando afferma: "Mi interessa lo scontro di prospettive. Trovo attuale la fine del sogno americano"!

    Se si può muovere qualche critica all'ambiziosissimo progetto con cui Ewan McGregor, senza rinunciare al primo protagonismo incarnando proprio 'lo svedese' Seymour Levov - superbamente impeccabile! - affrontando per la prima volta anche la regia, è un certo didascalismo cui non sa rinunciare mentre tratteggia la rivisitazione di questo percorso ad personam speculare ai contrasti e alle contraddizioni dell'America di quegli anni. Ma a giudicare da quel che succede al momento qua

    e là, si direbbe, per l'appunto, con un inquietante colpo di coda nell'attualità. Didascalismo che va a scandire certi passaggi appuntati sugli inizi dorati del suo personaggio, fatti di successi nell'America degli anni Cinquanta: professionali (affari soddisfacenti), e familiari (una bella casa immersa nella natura delle zone rurali del New Jersey, moglie e figlia a declinare armonia). Gli iniziali contrasti con il padre per un matrimonio misto (di fede ebraica e cristiana) sono presto appianati e le nozze con la Miss New Jersey Dawn di Jennifer Connelly - mai così profonda e variegata in fasi di vita molto diverse tra loro in un unico personaggio - diventa realtà. Così come la nascita della figlia Merry, adorata e coccolata anche attraverso gli sforzi per correggere un persistente problema di balbuzie, tale da richiedere l'attenzione di una psicoterapeuta. Le due giovani interpreti di Merry all'età di 8 e 12 anni servono bene

    il personaggio prima che raggiunga l'età adolescenziale con Dakota Fanning, qui forse al suo primo ruolo di autentico rilievo e di una certa levatura di interpretazione. Ma l'incantesimo si incanta proprio mentre infuria la Guerra del Vietnam ed incalzano i disordini razziali che negli anni Sessanta hanno distrutto il centro di Newark. E' qui che Merry/Fanning, ormai sedicenne, ancora balbuziente - interessante l'anilisi psicoanalistica del problema! - diventa sempre più ribelle, aggressiva e critica nei confronti del perbenismo borghese dei genitori, finché non si lega all'organizzazione politica di estrema sinistra dei Weathermen. Ed è proprio questo il momento in cui la 'vita pastorale' dello 'svedese' - lo chiama così persino la bellissima moglie Dawn/Connelly - viene distrutta, sull'onda di un attentato dinamitardo contro un ufficio postale, in cui ci rimette la vita il gestore, e di cui Merry, scomparsa nel nulla, sembra responsabile. Non è che l'inizio di un'odissea personale

    che Ewan McGregor dipinge sul grande schermo nello 'svedese' con i colori forti, dei fatti e dei sentimenti, di grande intensità e coinvolgimento emotivo: gli si perdona qualche eccesso in alcune sequenze, tra cui quelle legate alla sedicente amica e collega militante della figlia. Una 'pastorale americana' colpita e affondata come in 'battaglia navale'. Un'illusione alimentata dall'ipocrisia, anche se non sempre consapevole.

    E' in questo modo, portando l'elettivo cast all'altezza del suo poderoso fianco, caricato di sguardi carichi di ansiogeni punti di domanda, tanto quanto dei vuoti operati da disperazione e sofferenza, che McGregor ricrea l'odio della figlia e dei numerosi militanti come lei, e tutto l'amore che, a dispetto di tutto, gli trabocca dal cuore inarrestabile, mentre negli anni attraversa uno stravolgimento dietro l'altro, in quella vita ormai crivellata di ferite come i buchi in una fetta di formaggio gruyere. Tutto inizia a sgretolarsi nelle sue mani, e, soprattutto,

    nella sua mente. Col tempo sopraggiunge la consapevolezza di aver tentato per il meglio di ognuno, ma di aver sbagliato qualcosa e se lo chiede a voce alta, rivolgendo la domanda alla persona sbagliata, ad un poliziotto. Quando e dove ho sbagliato? Quando è successo? La risposta è netta e cruda: 'questo deve chiederlo a se stesso'. Solo lui può provare a darsi una risposta. E' l'avvio di un doloroso percorso interiore che McGregor sa condurre agevolmente salpando acque sicure, guidato da un navigatore interno che va in automatico con il tocco dell'artigiano. La 'pastorale mcgregoriana' ha dunque se non altro il pregio di esser riuscita a non deragliare facendosi carico di trasporre sul grande schermo "un romanzo di quattrocento pagine che finisce con un punto interrogativo". E pure con l'approvazione dell'autore che ha 'benedetto' il film definendolo "l'unica trasposizione cinematografica davvero all'altezza di un suo libro". Beh, come inizio

    promette bene! Perciò, lunga vita al neo regista e felice proseguo al palpitante interprete Ewan McGregor.

    Secondo commento critico (a cura di Andrew Barker, www.variety.com)

    Ewan McGregor's directorial debut is as flat and strangled as Philip Roth's novel is furious and expansive.

    Much like his beloved New York Mets, the novels of Philip Roth have repeatedly frustrated the grandest hopes of many a fervent follower, at least as far as film is concerned. From Ernest Lehman to Robert Benton, Barry Levinson, and most recently James Schamus, the author’s peculiar brew of existential angst has simply proven too elusive for filmmakers great and small.

    And so it proves for first-time director Ewan McGregor, whose “American Pastoral” tackles the greatest of Roth’s late-period works with obvious admiration and attempted fidelity, only to see the beating heart of the book slip further and further from his grasp with every scene. Groping for grand tragedy and finding only actorly melodrama, shooting for political contrarianism but landing instead on reactionary conventionalism, “American Pastoral” is as flat and strangled as

    its source is furious and expansive.

    In addition to directing, McGregor also stars as the ill-fated protagonist Seymour “Swede” Levov, and the director has done his lead actor no favors here. In the novel, Swede is a figure of immense tragic irony — a Greatest Generation Newark Jew who successfully passes as an upper-class North Atlantic WASP, only for the transition to destroy him in ways he never could have predicted, when the “indigenous American berserk” of the late 1960s turns all of his accomplishments into indictments, his humanist liberalism into weakness. Yet McGregor’s Swede feels neither fish nor fowl, a bland everyman who’s neither recognizably Semitic nor recognizably all-American, and this fundamental miscasting sets the tone for the rest of the film.

    A high school sports hero in his Jewish neighborhood of Weequahic, Swede grows up to marry a shiksa beauty queen, Dawn (Jennifer Connelly), move his family to a

    Norman Rockwell-esque farm while still running his father’s glove factory in Newark, and sire a precocious daughter named Merry (played as a young child with effortless agility by Hannah Nordberg, and as a teenager with effortful commitment by Dakota Fanning). Sensitive, too smart for her own good, and afflicted with a severe stutter, Merry grows up to become a 16-year-old radical obsessed with the horrors of the Vietnam War.

    After one too many provocations, Swede forbids his daughter from traveling to New York on weekends to meet with her activist friends, advising her to bring her war home to their sleepy country town instead. Perhaps taking his advice too literally, Merry disappears into thin air on the same day that a bomb explodes in the town’s general store, killing the proprietor. As years go by, both Swede and Dawn struggle to deal with their nebulous grief: Swede searches tirelessly for his

    missing daughter, in whose innocence he desperately still wants to believe, while Dawn suffers a breakdown and finds solace in plastic surgery. Then, just as the dust has started to settle, Swede is visited by a figure claiming to know of Merry’s whereabouts, a psychological sadist in hippie clothing named Rita Cohen (Valorie Curry).

    Aside from smoothing out the novel’s knotted chronology, adding a few moments of un-Rothian sentimentality, and excising the memorable deployment of a dinner fork, McGregor and scripter John Romano stay largely faithful to the book, including its modern-day framing device featuring Roth’s frequent alter-ego, Nathan Zuckerman (David Strathairn). And yet they seem to have gotten the formula backwards: The Zuckerman scenes are clunky and meaningless without the freewheeling intricacies of the aging writer’s prose — had they been excised entirely from this film, the only victim would have been some rather dodgy old-age makeup — and the

    otherwise linear narrative structure misses the poignant juxtapositions (between the idyllic and nightmarish visions of both Merry and America itself) that allowed Roth’s novel to sing.

    Which is a shame, particularly as this election season sees America on the verge of a different sort of indigenous berserk. Though certainly unsympathetic to the Aquarian era’s counter-cultural radicals, Roth’s novel is not anti-leftist. Rather, it’s anti-extremist, mourning the heartlessness of any movement that attacks systems without considering the actual living people who inhabit those systems, any cause that would fail to see the essential difference between a mild-mannered bourgeois businessman like Seymour (who is himself antiwar, and proud of paying his factory’s black employees a living wage), and the bloodthirsty imperialists dropping bombs on Vietnamese villagers. It’s a delicate balance that the novel maintains, and the film botches it almost entirely, giving us a vision of the antiwar movement that’s closer to

    the cartoonish extremes of “Forrest Gump” than anything else. (Right down to the groan-worthy use of Buffalo Springfield’s “For What It’s Worth.”)

    Nonetheless, it’s Curry’s Rita, as the embodiment of this caricatured ’60s, who stands out most starkly from the rest of the cast, giving her scenes a jolt of wild, woolly unpredictability. That energy goes largely missing elsewhere, as McGregor allows his actors an admirable degree of freedom, yet neglects to give their emotions the proper framing. Connelly in particular supplies an actor’s workshop of solidly delivered scenes, but her character never really gains any sort of dimensionality. Peter Riegert offers some mild Borscht Belt shtick as Swede’s father, while Uzo Aduba, as his longtime secretary Vicky, comes the closest to bringing the best out of the leading man. As Newark explodes into civic unrest, Vicky and Swede argue over who will stay the night to protect the factory, eventually

    deciding to remain there together. Theirs is a scenario and a relationship rife with class and racial tensions, but the actors play those tensions subtly, carefully, internally, offering a teasing glimpse of what this film could have been.

    Perle di sceneggiatura


    Pressbook:

    PRESSBOOK COMPLETO in ITALIANO di AMERICAN PASTORAL

    Links:

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    • AMERICAN PASTORAL: il best seller di Tim Roth si traduce in un film diretto dall'attore Ewan McGregor al suo debutto in regia. Dal 20 Ottobre (Anteprime)

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    American Pastoral - trailer

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