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    Home Page > Movies & DVD > Big Eyes

    BIG EYES: NELL'INEDITA INCURSIONE DI TIM BURTON NEL GOSSIP DI CRONACA ROSA APPLICATA AL MONDO DELL'ARTE L'AUTENTICA PITTRICE AMY ADAMS E IL TRUFFALDINO FALSARIO CHRISTOPH WALTZ

    La proposta di 'CELLULOIDPORTRAITS' per la FESTA DELLA DONNA 2015 - VINCITORE di 1 GOLDEN GLOBE 2015 per la 'MIGLIORE ATTRICE IN UN FILM COMMEDIA O MUSICALE' (AMY ADAMS) - RECENSIONE ITALIANA e PREVIEW in ENGLISH by JUSTIN CHANG (www.variety.com) - Dal 1° GENNAIO

    (Big Eyes; USA 2014; Biopic drammatico; 104'; Produz.: Silverwood Films/Electric City Entertainment/Tim Burton Productions/The Weinstein Company; Distribuz.: Lucky Red)

    Locandina italiana Big Eyes

    Rating by
    Celluloid Portraits:



    See SHORT SYNOPSIS
    Trailer

    Titolo in italiano: Big Eyes

    Titolo in lingua originale: Big Eyes

    Anno di produzione: 2014

    Anno di uscita: 2015

    Regia: Tim Burton

    Sceneggiatura: Scott Alexander e Larry Karaszewski

    Soggetto: Ispirato alla vera storia della pittrice Margaret Keane.

    Cast: Amy Adams (Margaret Keane)
    Christoph Waltz (Walter Keane)
    Krysten Ritter (DeeAnn)
    Jason Schwartzman (Ruben)
    Danny Huston (Dick Nolan)
    Terence Stamp (John Canaday)
    Vanessa Ross (Signora del luogo)
    James Saito (Giudice)
    Emily Fonda (Ragazza sexy)
    Jon Polito (Enrico Banducci)
    Madeleine Arthur (Jane adulta)
    Andrew Airlie (Uomo ricco)
    Stephanie Bennet (Coed)
    Elisabetta Fantone (Marta)
    Delaney Raye (Giovane Jane)

    Musica: Danny Elfman

    Costumi: Colleen Atwood

    Scenografia: Rick Heinrichs

    Fotografia: Bruno Delbonnel

    Montaggio: JC Bond

    Casting: Nicole Abellera, Heike Brandstatter, Coreen Mayrs e Jeanne McCarthy

    Scheda film aggiornata al: 10 Marzo 2015

    Sinossi:

    IN BREVE:

    Big Eyes racconta la vera storia di Margaret Keane (Amy Adams) e di suo marito Walter (Christoph Waltz), i cui dipinti dei bambini dai grandi occhi divennero un vero e proprio fenomeno negli Stati Uniti tra il 1960 e il 1970. La mano d’artista era di Margaret, ma Walter fece credere al mondo di essere il vero autore dei quadri, conquistando una fama internazionale del tutto immeritata. I due finirono con il divorziare, arrivando ad una battaglia legale senza precedenti: un duello a colpi di pennello per ristabilire la giusta paternità delle opere.

    IN ALTRE PAROLE:

    Il film ripercorre la vicenda umana e artistica dei due Keane, dalle nozze al divorzio dovuto proprio ai dissapori sulla paternità della loro prole pittorica. Margaret aveva accusato il marito, un vero genio del marketing, di essersi appropriato delle sue creazioni, smerciandole come opere sue in infinite riproduzioni a costi stracciati e facendosi bello in mille talk show. Finirono in tribunale, dove il marito cercò di farla passare per pazza e il giudice cercò la verità invitandoli a un "duello a olio". Lui rifiutò, giustificandosi con un male terribile alla spalla, lei eseguì un ritratto in cinquantatré minuti. Era il 1986: lei fu autorizzata a firmare da quel momento i quadri, e lui condannato a un risarcimento di quattro milioni di dollari.

    SHORT SYNOPSIS:

    A drama centered on the awakening of the painter Margaret Keane, her phenomenal success in the 1950s, and the subsequent legal difficulties she had with her husband, who claimed credit for her works in the 1960s.

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    LA PRIMA VOLTA DI TIM BURTON!

    Dici Tim Burton e ti vengono subito in mente atmosfere fantasy, ma anche molto 'gotiche' - da Frankenweenie concepito in corto prima ancora di esser partorito più tardi in lungometraggio, a La sposa cadavere, da Alice in Wonderland a Dark Shadows o Sweeney Todd: Il diabolico barbiere di Fleet Street, e così via. Ma la filmografia di Tim Burton non è certo un mistero per nessuno. L'unico mistero legato a Burton è quello racchiuso in alcuni suoi soggetti tradotti sul grande schermo, in cui, di solito, non tira mai un'aria primaverile.

    Se la memoria non m'inganna, mai atmosfere così solari e leggere avevano fatto breccia - ma che dico! Neanche capolino! - nella cinematografia di Tim Burton. Beh, ehm, pensandoci bene forse non è del tutto esatto: tornando qualche anno indietro, la commedia (d'altra parte spolverizzata di fantasy con un pizzico di dark) Big Fish-Le storie

    di una vita incredibile (2003) potrebbe forse contraddirmi. Comunque, non mi sento certo a disagio nel considerare Big Eyes la cosiddetta 'prima volta' di Tim Burton. Lo confermano la narrazione lineare e ben ancorata alla realtà di tutti i giorni, depurata da ogni divagazione di genere eventuale, là dove persino gli evidenti, drammatici risvolti insiti nella vicenda, sono lasciati spesso e volentieri dietro le quinte, preferendo stendere il tappeto rosso del primo protagonismo alla commedia pura, molto, alle volte persino troppo, soft.

    Big Eyes d'altra parte, è una storia pescata in uno di quegli scorci di cronaca che fanno tanto gossip e su cui la stampa - quella statunitense non fa evidentemente eccezione - si butta a capofitto per impastare a lungo, fin quando non lievita a dovere, il tormentone mediatico del momento. Non dico che questa storia, intimamente connessa all'entourage 'artistico' per così dire 'di strada' o, per meglio

    dire, 'home made', abbia la portata e il clamore dei falsi Modì - seppure, ironia della sorte, proprio Modigliani in qualche modo è qui indirettamente protagonista - resta comunque il fatto che ha rappresentato il genere di vicenda ideale a sollevare un bel polverone, di quelli che la memoria collettiva non cancella in fretta! Soprattutto quando la questione travalica le mura domestiche per raggiungere gli scranni dei tribunali, per un processo che, nella realtà, si è poi risolto a colpi di pennello più che di massime di giurisprudenza.

    Così anche Tim Burton si è lasciato contagiare dal 'dramedy' di cronaca. Peccato che in Big Eyes si sia limitato a portare sul grande schermo il gossip in tutte le sue sfaccettature possibili, lasciando in secondo piano i veri spinterogeni di tutta la vicenda: gli anni Cinquanta non sono il massimo per l'affermazione dell'espressione creativa al femminile, si sa! Neppure in America! Beh,

    d'altra parte, se si ama il lusso, l'onestà è un optional, soprattutto quando a presentare il frutto della propria creatività è una donna. Meglio un uomo: vende meglio! Per quanto la nostra protagonista, da 'sposa cadavere' o quasi, ingenua e remissiva per molti anni - sia pure per convenienza - saprà risvegliarsi in tempo - prima di rischiare di soffocare del tutto - dalla nube tossica del suo stesso torpore.

    Tim Burton lascia qui campo libero ad Amy Adams e a Christopher Waltz, entrambi superlativi e divertenti nei rispettivi panni dei coniugi Keane (Margaret e Walter) affinché possano esprimersi al meglio per dominare ogni scena: la pittrice reale e il falso pittore, spudorato venditore dell'opera altrui, a scopo di lucro - molto lucro! - e di quella fama a buon mercato che appaga il narcisismo per il quale vanno matti gli psichiatri. A cotanta esuberanza truffaldina di lui - un

    tantino violenta sotto i fumi dell'alcool per domare l'umiliante frustrazione autogenerata menzogna dopo menzogna - il buon viso a cattiva sorte di lei, volontariamente succube perchè facilmente ricattabile. E da questi due contraltari ne vedremo e sentiremo delle belle, a cavalcioni di quella serialità artigiana salita in gran fretta sul primo treno in corsa verso il businness che paga, non prima di aver strangolato la vera Arte.

    E non c'era bisogno di annacquare la sceneggiatura con banali precisazioni del tipo - gli occhi sono lo specchio dell'anima - per capire il messaggio racchiuso in quei quadri, talmente esplicito da non rappresentare certo un mistero per nessuno. In quei volti dai grandi occhi, molto simili tra loro, quando addirittura non interscambiabili - curiosa coincidenza che proprio quei grandi occhi rappresentino anche uno dei motivi firma della grafica di animazione fantasy dello stesso Burton! - la loro languida tristezza scatena fantasie emotive

    versate al pietismo. Quel che si dice, il genere di 'espressionismo' che va bene per i corridoi che precedono i magazzini di rifornimento o le toilette di bar e ristoranti. Ma si sa che, se sai vendere bene la tua merce - chi meglio di un agente immobiliare in incognito può farlo? La truffa nel proprio DNA!? - l'opinione pubblica ti troverà irresistibile. E che truffa sia! Una bugia tira l'altra, e... dopo oggi viene domani. Passano gli anni, i critici storcono il naso ma la gente comune, se non può acquistare i quadri, si accontenta di surrogati come poster e cartoline. Così l'effetto 'seriale' si eleva al quadrato: artistico e commerciale. Effetto che nulla ha a che vedere con il genere di serialità artistica alla Andy Warhol, non a caso in Big Eyes anche lui, come già Modigliani, citato, oltre che, sia pure goliardicamente, offeso.

    Il riscatto dell'Arte forse

    arriverà unito in matrimonio con il riscatto della Verità. Dico forse perchè Tim Burton non si è sporto molto oltre il primo balcone dell'autrice, votato per lo più alla mediocre serialità commerciale, con una brevissima incursione nella variante alla Modì. Gli premeva di più arrivare a mostrare il rigor di cronaca con il cameo finale di Amy Adams ritratta insieme alla vera Margaret Keane, a quanto pare tutt'oggi all'opera.

    Secondo commento critico (a cura di JUSTIN CHANG, www.variety.com)

    AMY ADAMS PLAYS THE PAINTER MARGARET KEANE IN TIM BURTON'S COLORFUL BUT SHALLOW BIOPIC.

    The eyes may be the windows to the soul, but they wind up revealing far too little in “Big Eyes,” an unpersuasive, paint-by-numbers account of the fraud perpetrated by Walter Keane, who succeeded in fooling the public and amassing a fortune by passing off his wife Margaret’s paintings as his own. Despite Amy Adams’ affecting performance as an artist and ’50s/’60s housewife complicit in her own captivity, this relatively straightforward dramatic outing for Tim Burton is too broadly conceived to penetrate the mystery at the heart of the Keanes’ unhappy marriage — the depiction of which is dominated by an outlandish, ogre-like turn from Christoph Waltz that increasingly seems to hold the movie hostage. Still, the tale’s colorfully entertaining veneer and the name talents involved should draw an appreciative number of arthouse patrons to

    the Weinstein Co. release, set to open Christmas Day.

    Although this independent production qualifies as a change of pace for Burton following the elaborate live-action fantasy worlds he’s inhabited of late, it’s plain to see what might have personally drawn him to the story of a shy, stifled artist whose creations captivated many with their eccentric fusion of the tender and the grotesque. And while there may be no overtly supernatural trappings in evidence, Burton, reteaming with his “Ed Wood” writing duo of Scott Alexander and Larry Karaszewski (whose other biopic credits include “The People vs. Larry Flynt” and “Man on the Moon”), has effectively rendered the story as a sort of 20th-century fairy tale, about a sweet damsel in distress locked away by an evil enchanter who somehow manages to keep her and the outside world under his spell for more than a decade.

    Reinforcing the storybook feel, the events are

    narrated by a side character, real-life San Francisco Examiner columnist Dick Nolan (Danny Huston), who offers pithy but clunky observations about the overweening sexism of the era and the limited options available to a Christian single mother and divorcee like Margaret Doris Hawkins Ulbrich (a blonde-wigged Adams). That presumably explains why she seems so quiveringly fragile when we first meet her in Northern California in 1958, frantically packing her things and, along with her young daughter, Jane (Delaney Raye), leaving her never-seen first husband.

    With little money and no real plan, Margaret moves with Jane to San Francisco, setting up shop at an outdoor art fair and displaying her signature paintings of forlorn-looking children with abnormally large, soulful peepers. These in turn catch the eye of the smooth-talking Walter Keane (Waltz), a successful real-estate man who has made the pursuit of art his life’s passion, in a manner of speaking. Sweeping

    the naive Margaret off her feet with his intoxicating tales of having lived and painted in Paris, where he studied at the Ecole des Beaux-Arts and drew inspiration for his many Montmartre street scenes, Walter seems too good to be true — partly because he’s a known womanizer, as Margaret’s only friend (Krysten Ritter) can attest, but also because Waltz’s wolfish, trust-me grin is a clear tipoff.

    But Margaret is anxious for a better life, desperate to keep custody of Jane and genuinely smitten with Walter, so she swiftly accepts his proposal of marriage. Not long after a blissful Hawaii wedding and honeymoon, Walter, with his keen talent for showmanship and self-promotion, begins shopping their paintings around San Francisco, eventually persuading local impresario Enrico Banducci (Jon Polito) to display them near the restrooms in his famous nightclub, the hungry i. But when passersby ignore Walter’s work and instead find themselves gravitating

    toward Margaret’s big-eyed waifs, he begins openly claiming credit for the latter, which his wife has made the mistake of signing with her new married name, “Keane.”

    In the film’s pivotal stretch, Margaret learns the full extent of her husband’s fabrications, but finds herself too shocked, betrayed and frightened to reveal the paintings’ true authorship. It’s easy enough to believe that her courage and instinctive honesty might fail her in the moment, and that she might become a willing participant in a deception that Walter says is no big deal, and yet somehow crucial to the success of their operation (“People don’t buy lady art,” he notes). It’s also understandable why the lie might become harder and harder to expose as her work becomes a cultural phenomenon. Before long, Walter is opening his own gallery; selling countless prints, posters and postcards; discussing the motivations behind his art on television; earning a

    sly endorsement from no less a lover of consumerist art than Andy Warhol and seizing every opportunity to present paintings to politicians, dignitaries and movie stars, such as Joan Crawford.

    The problem is that on some level, despite this carefully orchestrated flurry of activity, “Big Eyes” doesn’t seem to trust either the factual truth or the emotional logic of the dilemma it’s showing us. Shifting uncertainly between exaggerated comedy and tense domestic drama (and propelled both ways by Danny Elfman’s churning score), the film skips along on the surface, never really approximating the texture of an actual, lived-in marriage, or the complexities of a family situation where a woman would feel compelled to lie to her own daughter (played as a teenager by Madeleine Arthur), who’s clearly too wise and perceptive to be so fooled. And whenever Margaret’s pained reactions and increasingly bitter, sarcastic exchanges with Walter aren’t deemed expressive enough,

    Nolan’s narration is on hand to spell out the obvious (“Now the cover-up was worse than the crime!”).

    Although saddled with similarly on-the-nose dialogue and hemmed in by the essentially passive nature of her role, Adams manages to supply the film with a compelling center, showing Margaret’s tireless painting to be at once a concession to Walter’s demands, a vital creative outlet and an eloquent act of defiance. Increasingly, her paintings seem to express the silent outrage that their creator cannot, which makes it all the more unnecessary when the film has her experience visions of big-eyed people staring at her in public, in a mannered attempt to suggest her increasing guilt and anxiety over the situation.

    Her doll-like fragility eventually giving way to a hard-won resilience, Adams’ Margaret is an effortlessly sympathetic figure. Then again, one might well feel sympathy for anyone with the misfortune of being married to Walter Keane,

    played by Waltz with the sort of aggressive showboating intensity that entertains initially, but eventually gives the picture almost no room to breathe. This becomes especially apparent during the film’s second half, which includes a fiery confrontation and an amusingly over-the-top courtroom drama (presided over by a fine James Saito as the judge), and Walter goes from weasel-with-an-easel to raving psycho to clownish performance artist. A certain hamminess is built into the role, but Waltz never vanishes into it; his self-amused grin and inimitable vocal and verbal delivery make it virtually impossible to see the character for the character actor.

    In its smartest touch, the film makes time for the voices of various art-world tastemakers — namely, a local gallery curator (Jason Schwartzman) and the New York Times art critic John Canaday (a delightful Terence Stamp) — who form a sort of dryly funny Greek chorus, reacting with unconcealed horror to

    the massive success of the Keane paintings, which Canaday witheringly describes as “an infinity of kitsch.” This is the second movie in as many months (after “Birdman”) to feature a heated argument between a Times reviewer and the object of his or her derision, and it’s wise enough to view Margaret Keane’s legacy with a measure of critical detachment, acknowledging the porous boundary between art and kitsch, the frequent clash of populist and elitist sensibilities and the inherent subjectivity of a spectator’s response.

    Despite its relatively realistic setting and restrained use of visual effects, Burton’s 17th feature as a director is as meticulously designed as one would expect. Taking advantage of splendid views of San Francisco (including the Palace of Fine Arts, where the real Margaret Keane can be seen seated on a bench in the background) and Hawaii, where much of the later action is set, d.p. Bruno Delbonnel’s images

    boast a warmth and richness of color appropriate to the film’s subject, amplified by the vivid period detailing of Rick Heinrichs’ production design and Colleen Atwood’s costumes.

    Perle di sceneggiatura


    Bibliografia:

    Nota: Si ringraziano Lucky Red e Alessandra Tieri (Ufficio Stampa Lucky Red)

    Pressbook:

    PRESSBOOK COMPLETO in ITALIANO di BIG EYES

    Links:

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    • Amy Adams

    • Terence Stamp

    • Christoph Waltz

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