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    STILL ALICE: IL DRAMMA NEL DRAMMA! QUANDO UNA MALATTIA COME L'ALZHEIMER COLPISCE UN MEDICO (JULIANNE MOORE)

    Dal 22 GENNAIO - GOLDEN GLOBE 2015 alla 'MIGLIOR ATTRICE DI UN FILM DRAMMATICO' (JULIANNE MOORE) - Capri Hollywood 2015 - IX. Festival Internazionale del Film di Roma - Gala - RECENSIONE ITALIANA e Toronto Film Festival 2014 - PREVIEW in ENGLISH by PETER DEBRUGE (www.variety.com)

    (Still Alice; USA 2014; Drammatico; 99'; Produz.: BSM Studio/Backup Media/Big Indie Pictures/Killer Films; Distribuz.: Good Films)

    Locandina italiana Still Alice

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    Titolo in italiano: Still Alice

    Titolo in lingua originale: Still Alice

    Anno di produzione: 2014

    Anno di uscita: 2015

    Regia: Richard Glatzer e Wash Westmoreland

    Sceneggiatura: Richard Glatzer e Wash Westmoreland

    Soggetto: Dall'omonimo romanzo di Lisa Genova.

    Cast: Kristen Stewart (Lydia Howland)
    Julianne Moore (Dr. Alice Howland)
    Kate Bosworth (Anna)
    Hunter Parrish (Tom Howland)
    Alec Baldwin (Dr. John Howland)
    Erin Darke (Jenny)
    Victoria Cartagena (Prof. Hooper)
    Shane McRae (Charlie)
    Stephen Kunken (Dr. Benjamin)
    Eha Urbsalu (la madre di Alice Howland)

    Musica: Ilan Eshkeri

    Costumi: Stacey Battat

    Scenografia: Tommaso Ortino

    Fotografia: Denis Lenoir

    Montaggio: Nicolas Chaudeurge

    Casting: Kerry Barden, Ro Dempsey, Allison Estrin, Hunter Lydon e Paul Schnee

    Scheda film aggiornata al: 04 Febbraio 2015

    Sinossi:

    IN BREVE:

    La dottoressa Alice Howland (Julianne Moore) è una rinomata docente di neuroscienze alla Columbia University. Felicemente sposata e madre di tre figli, Alice non presta molta attenzione alle piccole cose che le sfuggono di mente fino al giorno in cui, perdendosi nel suo quartiere, si rende conto che le sta accadendo qualcosa di terribilmente sbagliato. Ciò sarà solo l'inizio di una lunga lotta contro una precoce forma di morbo di Alzheimer, una battaglia che dovrà affrontare per continuare ad essere la Alice di sempre.

    IN DETTAGLIO:

    A cinquant’anni, Alice Howland ha tutto: una cattedra in linguistica presso la Columbia University, un marito amorevole e tre figli stupendi. La sua vita si divide tra la famiglia e il lavoro e lei ne è felicissima. Ma quando Alice si reca a Los Angeles per tenere una lezione presso l’Università UCLA, qualcosa di inaspettato le accade. A metà di una frase dimentica un termine importante e resta ad aspettare imbarazzata di trovare un sinonimo. E’ una cosa piuttosto insolita per un professore del suo calibro. Dopo aver trascorso del tempo assieme alla figlia Lydia, che nonostante la riluttanza della madre, aspira a diventare un’attrice, Alice fa ritorno a New York. Lì, le capita un secondo episodio inquietante. Mentre fa il suo solito jogging attorno al campus, Alice perde del tutto conoscenza. Decide di tenere la cosa nascosta alla famiglia e inizia a vedere un neurologo che le prescrive una serie di test. Lei è convinta di avere un tumore al cervello, mentre il dottore avanza un’ipotesi ancor più devastante: Alzheimer precoce. A questo punto, Alice si arrende e si confida col marito, John. La reazione iniziale di John è di scetticismo. Quando accompagna Alice alla sua successiva visita dal dottore, suggerisce l’idea di fare un test genetico e il dottore concorda. Sfortunatamente, i testi di Alice risultano positivi al gene presenilin-1, indicatore dell’Alzheimer precoce ereditario - una rara forma della malattia, che ha il 50% delle possibilità di essere trasmesso anche nei suoi figli.
    Durante una riunione famigliare, Alice dà la notizia. I figli rimangono sconvolti e fanno fatica a elaborare la cosa. Nel corso delle settimane successive, Alice deve affrontare le conseguenze che la sua malattia ha sul suo matrimonio, sulla sua famiglia e il suo lavoro.
    Fingendo di essere stata mandata da un parente, Alice va a visitare una vicina casa di cura per malati di Alzheimer. Posta di fronte a un destino che non riesce ad accettare, prende una drastica decisione che influenzerà radicalmente il suo futuro, nel momento in cui raggiungerà l’incapacità totale. Ma l’estate trascorsa al mare porta un senso di rinnovamento ed Alice combatte contro il suo destino per cercare di proteggere la sua vita, i suoi affetti e se stessa.

    SHORT SYNOPSIS:

    Alice Howland, happily married with three grown children, is a renowned linguistics professor who starts to forget words. When she receives a devastating diagnosis, Alice and her family find their bonds tested.

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    Il suo compleanno con la famiglia riunita intorno ad un tavolo: il marito Dr. John Howland (Alec Baldwin), tre figli grandi, Anna (Kate Bosworth ), Lydia (Kristen Stewart) e Tom (Hunter Parrish), ormai per lo più fuori dalle mura domestiche, con una vita propria, degli obiettivi, per quanto non sempre condivisibili. E' il caso di Lydia, che vuole fare l'attrice e si è legata ad una compagnia teatrale sui generis che richiede finanziamenti anziché elargirli. Una sorta di illusione tutta rischi assolutamente priva di solide fondamenta, fonte di preoccupazione e di dissenso da parte della madre. Lei. L'unica vera incontrastata protagonista. La dottoressa Alice, con una cattedra in linguistica presso la Columbia University, la cui prima conferenza serve a tracciare le prime coordinate di un ritratto di donna estremamente intelligente, forte e davvero in gamba. In grado di arrivare alla pubblicazione di un testo importante mentre si è cresciuta tre

    figli. E' importante sapere questo di lei perchè di lì a poco, ad appena 50 anni, intelligenza, personalità, professione e rapporti interpersonali, verranno seriamente ed irrimediabilmente compromessi dalla scoperta di una malattia genetica tra le più devastanti di nostra conoscenza: l'Alzheimer. Malattia i cui effetti degenerativi sui neuroni, sulla memoria e sulla corretta funzionalità cerebrale, ci sono ben noti.

    Chi meglio di Julianne Moore poteva dare corpo e anima a questa grande donna, costretta a vedersi diventare piccola e deficitaria, a vedersi sgretolare sotto gli occhi, prima in forma cosciente e riconoscibile, poi in misura sempre più inconscia e travolgente, la propria identità e la corrispondente interconnessione col mondo? Con Alice, Julianne Moore si è già aggiudicata un Golden Globe, mentre si attendono gli esiti della sua nomination agli Oscar. Eppure, per quanto costituisca il perno motore dell'intero dramma - un colossale dramma - Still Alice, diretto da Richard Glatzer

    e Wash Westmoreland (Non è Peccato–La Quinceañera, The Last of Robin Hood), resta un film 'epidermico' e tiepido, con tutto il rispetto per il tracciato di una malattia inquietante e imbarazzante come questa. Si, imbarazzante, al punto da far sbottare in un conato di rabbia Alice/Moore in questi termini: "Odio quello che mi sta succedendo, vorrei avere il cancro, piuttosto". E non manca di fornire una spiegazione logica.

    Muovendo dal libro omonimo scritto da Lisa Genova nel 2007, il film di Glatzer-Westmoreland, traccia un grafico dagli umori scientifico-analitici. Un tracciato inesorabilmente in progress che dai primi segnali sospetti manifestati nel corso di un allenamento di jogging, giunge a sfiorare le corde più drammatiche nella fase più avanzata della malattia, mostrandone, attraverso la sensibilità e la maestria interpretativa della Moore, l'espressione palpabile della devastante corrosione neuro-cerebrale, fermandosi però al momento in cui, da qualche parte, ogni tanto spunta la vera Alice, quella

    ancora connessa, sia pure per pochi momenti, con le espressioni emotivamente più ricche della nostra linguistica, magari legate all'arte del racconto e dell'interpretazione. Il delicato finale che vede Lydia (Stewart) alle prese con un racconto alla madre Alice/Moore nella sua fase più degradata, mentre celebra questo genere di connessione intermittente, indica anche l'unica terapia possibile per una malattia senza scampo come questa: l'amore, il vero protagonista e il senso più profondo di quel racconto. Tutto il resto resta compresso sul limitare di pareti confinanti. A cominciare da Kristen Stewart nelle vesti della figlia Lydia - ma questo, alla luce degli innegabili limiti dell'interprete non sorprende - per finire persino con Alec Baldwin, che nei panni del marito John non riesce a centrare emotivamente il suo personaggio: alla fin fine, come in sosta sulle sponde del fiume in piena che passa sotto i suoi occhi, mentre intanto corrode la mente della

    nostra Alice, inondandola di disperazione, attacchi di panico (quando oltre a non ricordare alcune parole non trova neppure la porta del bagno), di pianto ma anche di un auto controllo che gronda sofferenza, smarrimento e, inevitabilmente, solitudine.

    Tra l'inizio e la fine del film si frappone dunque un intermittente Alice che soffre senza rinunciare alla sua lotta personale, alla sua battaglia per rimanere 'ancora Alice' il più a lungo possibile: "Io non soffro, io sto lottando, lotto per essere parte delle cose, per rimanere connessa con cio' che ero una volta. Continuo a ripetermi: vivere nel momento e' tutto cio' che posso fare". Ma gli unici sforzi vengono da Julianne Moore in Alice, e al suo ritrovarsi "ad apprendere l'arte del perdere ogni giorno", mentre il maggiore senso di compartecipazione da parte della regia si appunta sul primo momento di smarrimento della protagonista, raccolto in una prolungata soggettiva che impone alla

    macchina da presa una ripresa avvolgente, vorticosa, innestata con una visione appannata degli edifici e delle cose che la circondano. Il resto si spalma su un rigor di cronaca che, se per fortuna riesce ad evitarsi le cadenze di un patetismo in odore di mélo, certo è che nulla ha a che vedere ad esempio con l'autorialità del Michael Haneke di Amour.

    Secondo commento critico (a cura di PETER DEBRUGE, www.variety.com)

    JULIANNE MOORE PLAYS A WOMAN SLOWLY DISAPPEARING WITHIN HER OWN BODY IN THIS SENSITIVE AND RESTRAINED LOOK AT EARLY-ONSET ALZHEIMER'S

    When the movies deal with Alzheimer’s, they nearly always approach it from the vantage of the family members who are painfully forgotten as loved ones lose their memories. “Still Alice” shows the process from the victim’s p.o.v., and suddenly the disease isn’t just something sad that happens to other people, but a condition we can relate to firsthand. Julianne Moore guides us through the tragic arc of how it must feel to disappear before one’s own eyes, accomplishing one of her most powerful performances by underplaying the scenario — a low-key approach that should serve this dignified indie well in limited release.

    Based on the novel by neuroscientist Lisa Genova, “Still Alice” gives new meaning to the phrase, “It happens to the best of us.” Columbia professor Alice Howland

    is the sort of character who, even without Alzheimer’s to contend with, is accomplished and interesting enough to warrant her own movie. She has achieved much in her 50-odd years, both as a respected scholar and mother of three grown children, played by Kristen Stewart, Kate Bosworth and Hunter Parrish.

    For the otherwise healthy Alice, there’s no good reason why Alzheimer’s should strike now, nearly 15 years before it traditionally occurs, although, as her doctor points out, the condition can actually be harder to diagnose in intelligent people, since they’re capable of devising elaborate work-arounds that mask the problem. Genova’s book hit especially close to home for husband-and-husband helmers Richard Glatzer and Wash Westmoreland (“Quinceanera”), since Glatzer suffers from ALS — another degenerative condition that systematically attacks one’s sense of self.

    At first, it’s just a word that goes missing in the middle of one of Alice’s linguistics lectures. But the situation

    gets scarier when she loses track of where she is during her daily jog. Since Alice’s disease involves short-term memory loss, a number of the tests she faces are ones the audience can take alongside, with the inevitable result that we start to reflect on the blind spots in our memory. Forgetting things isn’t unusual even among perfectly healthy adults, making it easy to identify with Moore, who plays her initial concerns quite casually.

    It’s not until Alice learns that the disease is hereditary that the severity of her situation sets in: As if it weren’t bad enough that she will eventually cease to recognize her own children, Alice may also be responsible for passing the condition along to them. This is a tragedy, pure and simple, and yet the directing duo refuses to milk the family’s situation for easy tears. Instead, the idea is to put us inside Alice’s head.

    We experience disorientation as she would, suggested by a shallow depth of field where things shown out of focus appear to be just beyond her comprehension.

    Alice’s diagnosis calls for a form of grieving, during which she tries coming to terms with the fact that life as it had previously existed is now over. She tells the department chair at Columbia U., where she taught, about her Alzheimer’s and is promptly dismissed from her position. She gets lost in her own home and is easily overwhelmed whenever she steps out of it. Though her husband John (Alec Balwin) aims to be supportive, he refuses to let her condition derail his own professional life. Alice begs him to take a year off work so they can be together before she’s too far gone to experience her own life, making visits to retirement homes and making contingency plans (a bottle of sleeping pills

    stashed at the back of a dresser drawer) for the day when she can no longer answer a series of personal questions about her life.

    The directorial couple must have gone through something very similar when Glatzer’s ALS kicked in, forcing him to accept that his body had become his greatest enemy. The pair bring that personal connection to the writing process, emphasizing Alice’s emotions over those of her various family members — although Stewart, whose character steps in as caregiver at one point, gets several intimate, unshowy scenes with Moore. The helmers have made a conscious decision to keep things quiet, commissioning a score from British composer that doesn’t tell you how to feel, but rather how she feels: lost, emotional and anxious most of the time.

    Clearly, Glatzer has not yet given up, and neither does Alice, despite her relatively rapid degeneration. It’s a devastating thing to watch the light

    of recognition dwindle in her eyes, to see the assertive, confident lecturer that she had so recently been reduced to the nervous, scared woman we see delivering one last speech at an Alzheimer’s society confab. After the stiff lifelessness of “The Last of Robin Hood,” the helmers have made a near-total recovery, shooting things in such a way that activity is constantly spilling beyond the edges of the frame, giving the impression that characters’ lives continue when they’re not on camera, even as Alice’s seems to be closing in around her. Just as her kids look for ever-fainter signs of their mother behind those eyes, we lean in to watch Moore the actress turn invisible within her own skin.

    Perle di sceneggiatura

    Alice (JULIANNE MOORE): "Io non soffro, io sto lottando, lotto per essere parte delle cose, per rimanere connessa con cio' che ero una volta. Continuo a ripetermi: vivere nel momento e' tutto cio' che posso fare".

    Bibliografia:

    Nota: Si ringraziano Good Films e Laura Poleggi (QuattroZeroQuattro)

    Pressbook:

    PRESSBOOK COMPLETO in ITALIANO di STILL ALICE
    ENGLISH PRESSBOOK of STILL ALICE

    Links:

    • Erin Darke

    • Julianne Moore

    • Alec Baldwin

    • Kate Bosworth

    • Kristen Stewart

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    Galleria Video:

    Still Alice - trailer

    Still Alice - trailer (versione originale)

    Still Alice - clip 'Discorso della farfalla'

    Still Alice - clip 'A pranzo con la figlia'

    Still Alice - clip 'Discorso dell'alzheimer'

    Still Alice - clip 'Dal medico'

    Still Alice - clip 'Discorso agli studenti'

    Still Alice - clip 'Discorso di Alice con la figlia sulle sensazioni della malattia'

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