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    Home Page > Movies & DVD > Silence

    SILENCE

    Tra i più attesi!!! - Martin Scorsese porta sul grande schermo il drammatico capolavoro dello scrittore giapponese Shûsaku Endô incentrato sul tormentato rapporto tra il cristianesimo e la cultura nipponica. Il film, basato sul romanzo di Shusaku Endo del 1966, esamina il problema spirituale e religioso del silenzio di Dio di fronte alle sofferenze umane - ANTEPRIMA in Vaticano il 1° Dicembre 2016 - RECENSIONE ITALIANA e Preview in English by Peter Debruge (www.variety.com) - Dal 12 Gennaio 2017

    "Il tema che Endo analizzava nel suo libro era presente nella mia vita da sempre, fin da quando ero molto, molto giovane. Sono cresciuto in una famiglia profondamente cattolica ed ero molto coinvolto nella pratica religiosa. I miei principi e le mie idee sono ancora basati sulla spiritualità del cattolicesimo in cui ero immerso da bambino, una spiritualità che ha a che fare con la fede... In questo momento della mia vita penso continuamente alla fede e mi pongo domande sulla debolezza, sulla condizione umana e sono questi i temi del libro di Endo".
    Il regista e co-sceneggiatore Martin Scorsese

    (Silence; USA/TAIWAN/ITALIA/MESSICO 2015; Dramma storico; 161'; Produz.: Production Companies Emmett/Furla Films/Cappa Defina Productions/Cecchi Gori Pictures/Corsan/Sikelia Productions/Waypoint Entertainment; Distribuz.: 01 Distribution)

    Locandina italiana Silence

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    Trailer

    Titolo in italiano: Silence

    Titolo in lingua originale: Silence

    Anno di produzione: 2015

    Anno di uscita: 2017

    Regia: Martin Scorsese

    Sceneggiatura: Martin Scorsese e Jay Cocks

    Soggetto: Dal libro di Shûsaku Endô (1966), pubblicato in Italia con il titolo Silenzio, Corbaccio editore (2013):

    - "Signore, mi ha afflitto il tuo silenzio"
    - "Io non tacevo. Soffrivo accanto a te"

    PRELIMINARIA - Trama del libro:

    Nagasaki, 1633: l'indomito padre gesuita Cristóvão Ferreira, che da anni si batte in Giappone per diffondere il cristianesimo, ha rinnegato la vera fede ed è diventato un apostata: questa è la notizia sconvolgente che giunge a Roma. La Compagnia del Gesù decide allora di inviare in Oriente due giovani fratelli, Sebastião Rodrigues e Francisco Garrpe per compiere un'indagine all'interno della chiesa locale. I due gesuiti però, partiti pieni di ideali e di entusiasmo, si scontrano ben presto con la dura realtà del Giappone dei Tokugawa e delle persecuzioni. I sospetti cristiani vengono costretti dalle autorità giapponesi a calpestare immagini sacre: chi si rifiuta viene torturato e ucciso, mentre chi accetta viene deriso e costretto a vivere ai margini della società, rifiutato tanto dalla comunità cristiana quanto dai giapponesi. La vita in Giappone si fa sempre più difficile per Rodrigues che ora vive in prima persona le persecuzioni e che finisce, evangelicamente, per essere tradito dall'amico Kichijiro, il suo "Giuda", mentre implora Dio di rompere il suo "silenzio".

    A proposito del romanzo:

    Fin dal primo momento in cui ha letto Silence, Scorsese ha deciso che ne avrebbe fatto un film. Il romanzo di Shusaku Endo Silence (Chinmoku), ambientato in Giappone nell’epoca Kakase Kirishitan (dei ‘cristiani nascosti”), è stato considerato un testo di grande livello e definito dai critici come uno dei migliori romanzi del XX secolo. Pubblicato nel 1966, Silence è stato premiato in Giappone con il prestigioso Tanazaki Prize, poi è stato tradotto in inglese nel 1969 e da allora è stato pubblicato in tanti paesi in tutto il mondo.
    Silence, diventato subito un bestseller in Giappone dove ha venduto oltre 800.000 copie, inizia con uno scandalo storico per la Chiesa: l’apostasia avvenuta in Giappone di un superiore gesuita, padre Christovao Ferreira che, rinnegata la sua religione, si è convertito al buddismo e ha sposato una donna giapponese.

    Cast: Andrew Garfield (Padre Sebastian Rodrigues)
    Adam Driver (Padre Francisco Garrpe)
    Liam Neeson (Padre Chistovao Ferreira)
    Tadanobu Asano (Interprete)
    Ciaran Hinds (Padre Alessandro Valignano)
    Issei Ogata (Inquisitore Inoue)
    Shin'ya Tsukamoto (Mokichi)
    Yoshi Oida (Ichizo)
    Yôsuke Kubozuka (Kichijiro)
    Nana Komatsu (Monica)
    Ryo Kase (Cristiano)
    Michié (Moglie Tomogi)

    Musica: Kathryn e Kim Allen Kluge

    Costumi: Dante Ferretti

    Scenografia: Dante Ferretti

    Fotografia: Rodrigo Prieto

    Montaggio: Thelma Schoonmaker

    Effetti Speciali: R. Bruce Steinheimer

    Makeup: Noriko Watanabe (direttrice)

    Casting: Ellen Lewis

    Scheda film aggiornata al: 09 Febbraio 2017

    Sinossi:

    In breve:

    Il film segue due giovani missionari gesuiti, padre Sebastian Rodrigues (Andrew Garfield) e padre Francisco Garupe (Adam Driver) che, alla ricerca del loro insegnante e mentore scomparso Padre Chistovao Ferreira (Liam Neeson), esercitano il loro ministero tra gli abitanti di un villaggio perseguitati per il loro credo religioso. Allora in Giappone i signori feudali e i Samurai erano decisi a sradicare il cristianesimo dal paese e quindi tutti coloro che si professavano cristiani erano arrestati e torturati, costretti all’apostasia, a rinnegare la loro fede o ad essere condannati a una morte lenta e dolorosa.

    Synopsis:

    In the seventeenth century, two Jesuit priests face violence and persecution when they travel to Japan to locate their mentor and to spread the gospel of Christianity.

    Two Jesuit priests, Sebastião Rodrigues and Francis Garrpe, travel to seventeenth century Japan which has, under the Tokugawa shogunate, banned Catholicism and almost all foreign contact. There they witness the persecution of Japanese Christians at the hands of their own government which wishes to purge Japan of all western influence. Eventually the priests separate and Rodrigues travels the countryside, wondering why God remains silent while His children suffer.

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    Non sta a cuore solo a Martin Scorsese. Il 'silenzio di Dio' preoccupa ogni cristiano che si trova in gravi difficoltà: "Dio mio perché mi hai abbandonato?" è l'espressione più umana nella sovrana spiritualità di Cristo. E' lo smarrimento tipico della natura umana, quella che cerca, anela, dubita, rinnega e a volte ama di nuovo, lasciandosi andare, cullare, dalla speranza. Ma Martin Scorsese è forse uno dei pochi cineasti d'autore doc, se non persino l'unico, ad avere tutti i numeri per raccogliere sulle spalle tutto il carico di responsabilità per parlarne in un certo modo sul grande schermo. Nel modo che non cerca l'impatto immediato. Anche se nel suo Silence non mancano certo scene d'impatto. Emotivo, s'intende bene. Ma corteggia lo spettatore traghettandolo in un viaggio lento, talora sofferto quasi in sinergica soggettiva con i protagonisti, di cui, è più che certo, rimarrà traccia memorabile nel tempo. Di formazione profondamente

    cattolica, Martin Scorsese ha sempre guardato oltre la cortina dei dogmi e delle convenzioni per tuffarsi nelle profondità di un'esplorazione lenticolare, meticolosa, con letture dal linguaggio trasverso: basta ricordare L'ultima tentazione di Cristo ma anche e soprattutto il magnetico Kundun, dall'anima buddista. Questa volta per Martin la sfida è stata doppia. Che questo drammatico spaccato di 'storia umana di fronte al mistero divino' sia derivata dal best seller di un giapponese potrà sorprendere. Ma Shusaku Endo (1923-1996) è stato, oltre che uno dei maggiori scrittori giapponesi, uno dei pochi autori del suo Paese a scrivere da un punto di vista cristiano. Perciò il loro incontro artistico, all'incrocio della storia e della fede, nell'aria da oltre vent'anni, sembrava inevitabile. Ora, la finestra storica aperta da Silence sul martirio di missionari cristiani gesuiti nel Giappone del XVII secolo, ancora di stampo marcatamente feudale, pone sotto i riflettori l'incontro-scontro tra due culture opposte

    e per molti versi inconciliabili, prima ancora che tra due religioni diverse (ma non senza alcuni cruciali punti di contatto) come il Cristianesimo di marca cattolica e il Buddismo. Ma lo sguardo cristiano non pone qui ostacoli né barriera alcuna all'imperfezione dell'approccio occidentale con l'Oriente, in odore di un qualcosa di molto prossimo alla 'colonizzazione'. Offrire qualcosa in cui credere, una fede a contadini analfabeti e affamati di una luce in fondo al tunnel delle loro misere vite, poteva avere effetti collaterali di cui forse non sempre si è tenuto conto. Anche questo è un qualcosa su cui Silence invita a riflettere.

    Un soggetto come questo sprigiona tanta sofferenza umana quanto spiritualità da tutti i pori. Il primo fotogramma, da manuale, raccoglie l'essenza del film. La subliminale immagine visiva, proiezione reale o metaforica, dell'estraneità, del silenzio dell'uomo braccato che si nasconde, che si fa silhouette per farsi invisibile, 'in un

    Paese in cui non cresce niente perché è una palude', si direbbe dell'anima prima che ambientale. La subliminale immagine visiva del silenzio. Anche quello di Dio, prima che dell'uomo impaurito dall'Inquisizione. Se non vi fosse la coriacea ossatura storica che ordisce una trama ben delineata potremmo anche avere l'impressione di trovarci di fronte ad una nuova meditazione in celluloide di Terrence Malick. Domina la voice over che riflette, implora in dolorosa preghiera, facendosi largo lentamente tra le innumerevoli stazioni di una reiterata via crucis a più voci. Martin Scorsese sa farsi portavoce di una spiritualità altrettanto alta ma anche molto umana, terrena, concreta, palpabile anche nel protagonismo delle strabilianti scenografie e costumi di Dante Ferretti. Il respiro profondo di una ruralità dall'incomparabile verismo che diventa uno dei due polmoni del film. Congiunto al respiro di una sofferenza umana a tutto tondo, della carne e dello spirito. E' questo il respiro

    che prende anima e corpo oltre le cortine di quella fitta e densa coltre di umidità. Umidità da cui affiora lentamente la prima delle molte a seguire, scene di martirio. Dopo non staremo più a chiederci perché le sorgenti di acqua calda siano chiamate 'inferni'.

    Com'è possibile che l'indomito padre gesuita Chistovao Ferreira (un intenso Liam Neeson anche per il poco tempo che resta in campo), da anni in prima linea in Giappone per diffondere il Cristianesimo, abbia abiurato? Abbia rinnegato la fede diventando un apostata e vivendo come un giapponese, con moglie e figli? La notizia, mentre raggiunge la Compagnia di Gesù a Roma, sconvolge gli increduli giovani fratelli Padre Sebastiao Rodriguez (un sorprendente Andrew Garfield nel suo ruolo più complesso ed elevato) e Francisco Garrpe (Adam Driver) che vogliono mettersi in viaggio per verificare di persona la situazione a dispetto dell'evidente pericolo in corso. E' il Giappone nell'epoca dei

    Kakase Kirishitan (dei 'cristiani nascosti'). Ed è dunque il Giappone dei Tokugawa e delle truci persecuzioni. I sospetti cristiani vengono costretti dalle autorità giapponesi a calpestare le immagini sacre: chi si rifiuta viene torturato e ucciso. L'autorità locale coincide con la figura dell'inquisitore. E l'inquisitore Inoue di Issei Ogata non poteva essere figura più melliflua, leziosa, insolente e implacabilmente sanguinaria. Figura di cui fanno presto la loro conoscenza, Rodriguez/Garfield e Garrpe/Driver, nel corso di quel tortuoso viatico che prende avvio con la più improbabile delle guide. Kichijiro (Yôsuke Kubozuka) è una sorta di relitto umano, emblema iconico di un vero e proprio condensato di fragilità e debolezze umane, un amico presto tradotto in un neo Giuda, mentre anche i più convinti ideali e la fede più entusiasta vacillano come i birilli presi di mira da un principiante in una sala da bowling. Mentre a cadere del tutto sono invece le

    teste dei molti innocenti sospetti cristiani, torchiati fino alla morte. In questa lunga, distillata litania della sofferenza, del corpo e dell'anima, lenta e implacabile come un'agonia, la 'voice over' di Rodriguez/Garfield si interroga, e implora Dio di rompere quell'insostenibile silenzio, dilaniata dal dolore di tante vittime innocenti che non può salvare. Ed è proprio in questo stillicidio di dolorosa sofferenza, attraversando una messe di sequenze chiave, che Scorsese riesce nel piccolo grande miracolo. Il piccolo grande miracolo di filmare il silenzio di Dio. Ce n'è una in particolare che ne celebra l'essenza. E lo incontra proprio là, dove quel silenzio si fa più assordante.

    Ma il Silence di Endo - così come il film che Martin Scorsese ne ha derivato - non è soltanto, per usare le parole di Papa Francesco "un'esemplare storia di cristianesimo". Non è solo una storia del passato, è una storia che continua ad essere attuale. Non

    a caso di recente è spuntata la definizione di "un romanzo dei nostri tempi". E' Paul Elie a scrivere sulle autorevoli colonne del "New York Times" che Silence "Ambienta nel passato missionario tanti problemi religiosi che ci affliggono oggi, la rivendicazione di verità universali in società diverse, il conflitto tra una professione di fede e la sua espressione e l’apparente silenzio di Dio mentre i credenti sono trascinati nella violenza in suo nome".

    Secondo commento critico (a cura di PETER DEBRUGE, www.variety.com)

    Martin Scorsese rounds out his trilogy of faith-focused epics with this challenging, yet beautiful spiritual journey.

    Only in the real world do humans possess free will, whereas any film about the nature of belief effectively requires the director to play God, forcing them to answer the very questions they often set out to raise. Despite this paradox, in the history of cinema, there have been many great films about Christian faith — though not nearly enough: Carl Theodor Dreyer’s “Ordet,” Robert Bresson’s “The Diary of a Country Priest,” Jean-Pierre Melville’s “Léon Morin, Priest.” Now, add to that Martin Scorsese’s “Silence,” which marks the culmination of a nearly 30-year journey to adapt Japanese novelist Shūsaku Endō’s tale of a 17th-century Jesuit missionary faced with the dilemma of whether to apostatize.

    And yet, judged in broadly cinematic terms, “Silence” is not a great movie, despite having been directed by one of the

    medium’s greatest masters at a point of great maturity (this is the last film one might expect to immediately follow the bacchanalian excess of “The Wolf of Wall Street”). Though undeniably gorgeous, it is punishingly long, frequently boring, and woefully unengaging at some of its most critical moments. It is too subdued for Scorsese-philes, too violent for the most devout, and too abstruse for the great many moviegoers who such an expensive undertaking hopes to attract (which no doubt explains why Scorsese was compelled to cast “The Amazing Spider-Man” actor Andrew Garfield and two “Star Wars” stars).

    Still, viewed through the narrow prism of films about faith, “Silence” is a remarkable achievement, tackling as it does a number of Big Questions in a medium that, owing to its commercial nature, so often shies away from Christianity altogether. Considering the dominant role religious belief plays in the lives of so many, it’s

    surprising, even scandalous, that so few films face the subject head-on. “Silence” is the largest, most serious-minded examination of faith since Terrence Malick’s “The Tree of Life,” rounding out a trilogy on the subject from the director of “Kundun” and “The Last Temptation of Christ.”

    At the core of “Silence” lies the dilemma: What does it mean to apostatize? Though the screenplay (which Scorsese adapted with Jay Cocks, his collaborator on “The Age of Innocence” and “Gangs of New York”) intends for us to consider this question on some deep teleological level, the film would do well to engage with it first in more literal terms. For those not already versed in the finer points of Christian dogma, “apostasy” is the act by which someone renounces his faith, represented in the particular context of this film by placing one’s foot upon a fumi-e (or religious carving of Mary or Jesus). Here,

    apostasy is the weapon by which 17th-century Japanese officials, threatened by European colonial powers and the missionary faith they brought with them, sought to combat the spread of Christianity among peasants receptive to the notion that their suffering might be lifted in heaven.

    In Scorsese’s comparably low-key “Kundun,” the future Dalai Lama learns the Four Noble Truths of Buddhist teaching. “What are the causes of suffering?” his teacher asks, to which his pupil responds, “Pride. Pride causes suffering.” This is a priceless insight, and one that Garfield’s character, a presumptuous young “padre” named Sebastião Rodrigues, might do well to learn. Though Rodrigues imagines his greatest obstacle to be God’s silence (he prays constantly, and yet He never responds), the story hinges on the character’s seemingly unbreakable arrogance — a dimension significantly downplayed in Garfield’s self-effacing performance. Instead, the actor focuses on Rodrigues’ doubt, as reflected in the dense clouds of fog

    and mist that permeate much of the film.

    If “Apocalypse Now” was a modern twist on “Heart of Darkness,” then “Silence” could fairly be viewed as Scorsese’s own take on that paradigm. Call it “Soul of Murkiness.” Together with another Portuguese priest, Francisco Garrpe (Driver, who looks the part, his lean, angular face reflecting the severity of classic religious icons), Rodrigues petitions his Jesuit superior (Ciarán Hinds) to let them travel to Japan to investigate the fate of their mentor, father Cristóvão Ferreira (Liam Neeson) — who’s effectively the film’s AWOL Kurtz. Their only clue is a long-delayed letter, which tells of unspeakable torture practices visited upon Christian priests and converts alike in an attempt to discourage the spread of the religion, coupled with rumors that Ferreira ultimately apostatized and now lives with a wife as a Japanese.

    For the sincerely devout Rodrigues, the mission represents an opportunity to do good, offering

    salvation to the savages, but also a shot at glory. He makes the journey — which, in a two-hour-and-41-minute movie, passes in the blink of an eye — in full awareness that he could be martyred for his actions. With martyrdom comes divine reward (including the possibility of special visions, a privileged place in heaven, and eventual sainthood), and in Endō’s novel at least, he yearns for the opportunity.

    The reality that awaits Rodrigues and Garrpe is every bit as hellish as they had imagined, and then some, and Scorsese renders these scenes of torture — boiling water drizzled over exposed flesh, women wrapped in straw and set on fire — with the same unflinching detachment Pier Paolo Pasolini did the sadism of his infamous, incendiary final film, “Salò, or the 120 Days of Sodom.” And yet, Rodrigues persists, consciously risking his safety in order to locate and serve the “Kakure

    Kirishitan” (or “hidden Christians”), who have been forced underground by these terrible punishments, inquiring as to Ferreira’s whereabouts with each fresh encounter.

    The first Japanese the missionaries encounter is a wily ex-Christian named Kichijiro (Yôsuke Kubozuka), whose sneaky, social-outcast behavior suggests the way Toshiro Mifune might play the role of Gollum. Kichijiro has apostatized once already, and he will again before the movie ends, repeatedly betraying his faith and returning to beg forgiveness. Generally speaking, the casting of the Japanese characters favors actors who look like ghoulish exaggerations — like the rude caricatures found in Tintin comics, their teeth and fingernails smeared in grime. Compared with the humanely depicted natives of Roland Joffe’s more conventionally accessible/satisfying “The Mission,” the Japanese here come across as frighteningly “other,” almost animalistic. An unnerving inquisitor named Inoue (Issey Ogata) has a wheedling voice and faux-gracious manner that suggests the Japanese equivalent of Christoph Waltz’s Nazi

    colonel in “Inglourious Basterds.”

    This style of representation marks a troubling, but no doubt deliberate choice on Scorsese’s part — especially compared with Garfield’s bare-chested, fabulously coiffed Rodrigues. Underscoring where our sympathies are expected to lie, the missionary outsiders all speak English (with wildly varied Portuguese accents), while the comparably heathen locals communicate in subtitled Japanese. Unlike Endō’s own big-screen adaptation of his novel, filmed by Japanese director Masahiro Shinoda in 1971, here, the local becomes the “other” — especially since the second half of the film concerns the two priests’ captivity and the sadistic attempts to convince them that Japan is a “swamp” where their religion “does not take root.”

    Rodrigues is prepared for martyrdom, but not for the Japanese inquisitor’s more diabolical scheme, which involves torturing other Christians until he apostatizes. Worse still, Rodrigues watches as his cohort achieves the martyrdom he seeks (in a horrific beachfront scene that rings

    strangely hollow). Through it all, Rodrigues continues his appeal to God, praying for guidance, but receiving only … silence. Until he doesn’t.

    The film’s last hour is by far its most challenging, as Scorsese goes out of his way to avoid some of the sweeping, free-associative techniques Malick has innovated for spiritual cinema, turning instead to the austere model of Bresson, Dreyer, and others that “Last Temptation” screenwriter Paul Schrader once described as “transcendental cinema,” in which powerless protagonists struggle against forces beyond their control. Whereas Endō’s novel allows omniscient access to Rodrigues’ deep internal conflict, the film leaves audiences at arm’s length, forcing us to scrutinize Garfield’s face for psychological insights that, for most, are too complex to expect us to interpret on our own.

    For non-believers in particular, when Neeson resurfaces, his arguments, intended as the cruelest temptation, will instead sound perfectly logical. What Ferreira describes as “the most powerful

    act of love that has ever been performed” feels like a no-brainer, with no catharsis to ease the anti-climax. From the Crusades to the Spanish Inquisition, when one considers all the cruelty that religion has exerted on the world, it seems almost unfair to focus on this footnote in world history, where priests were punished for their beliefs, the way early Christians were thrown to the lions.

    And yet, these paradoxes surely aren’t lost on Scorsese, who has created a taxing film that will not only hold up to multiple viewings, but practically demands them. Here, as ever, he brings an arresting visual sense to the project, reteaming with production designer Dante Ferretti and DP Rodrigo Prieto to create evocative widescreen tableaux, shot on celluloid and shrouded in mist and shadow, while relaxing some of his flashier techniques (with its Peter Gabriel score and aggressive cutting, “Last Temptation” feels dated today

    in a way that the director clearly intends to avoid here). What little music “Silence” does contain is featured so faintly as to be almost subliminal, leaving ample room for engaged audiences to personalize the viewing experience, while frustrating those grasping for clues as to the precise emotional reaction Scorsese intends. That’s a risky move, as is the dramatic way he breaks the silence in the end. Those who put their faith in Scorsese may find it challenged as never before by his long-gestating passion project.

    Pressbook:

    PRESSBOOK COMPLETO in ITALIANO di SILENCE

    Links:

    • Martin Scorsese (Regista)

    • Liam Neeson

    • Andrew Garfield

    • Ciaran Hinds

    • Tadanobu Asano

    • Adam Driver

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    • WOLFMAN - INTERVISTA agli attori BENICIO DEL TORO ed EMILY BLUNT (A cura dell'inviata SONIA CINCINELLI) (Interviste)

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    Galleria Video:

    Silence - trailer

    Silence - trailer (versione originale)

    Silence - spot TV

    Silence - spot 'Speranza'

    Silence - intervista video ad Adam Driver 'Padre Francisco Garupe' (versione originale sottotitolata)

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