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    Home Page > Movies & DVD > American Sniper

    AMERICAN SNIPER: BRADLEY COOPER SARA' UN CECCHINO AMERICANO PER CLINT EASTWOOD, SOPRAGGIUNTO A SOSTITUIRE STEVEN SPIELBERG NELLA REGIA

    THE BEST OF 'CINEMA SOTTO LE STELLE' (Cinema all'aperto - Estate 2015)

    6 NOMINATION agli OSCAR 2015: MIGLIOR FILM - Produttori: Clint Eastwood, Robert Lorenz, Andrew Lazar, Bradley Cooper e Peter Morgan; MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA Bradley Cooper; MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE Jason Hall; MIGLIOR MONTAGGIO (Joel Cox e Gary D. Roach); MIGLIOR SONORO (John Reitz, Gregg Rudloff e Walt Martin); MIGLIOR MONTAGGIO SONORO (Alan Robert Murray e Bub Asman) - RECENSIONE ITALIANA e PREVIEW in ENGLISH by JUSTIN CHANG (www.variety.com) - Dal 1° GENNAIO

    "Ho girato vari film che raccontano storie di guerra, ma questo è stato molto emozionante per me perché racchiude sia le missioni di guerra di Chris, che molti aspetti della sua vita personale che lo rendono ancora più interessante. Il film mostra come la guerra possa segnare una persona e metter anche delle forti pressioni su tutta la famiglia. Fa bene ricordare cosa sia in ballo quando le persone vanno in guerra e rendersi conto del grande sacrificio che comporta. Per questo motivo ho creduto che potesse essere una storia molto importante da raccontare... Chris è cresciuto con questo mantra, trasmessogli dalla sua infanzia. Esistevano alcune persone nate per proteggere e lui sapeva che era uno di questi. Il suo forte senso di protezione lo ha sempre spinto a ritornare in missione, anche se poi si trovava a dover affrontare il dilemma di lasciare la famiglia. Era uno di quelli che voleva sempre andare oltre".
    Il regista e co-produttore Clint Eastwood

    "Ero interessato al viaggio di un guerriero del suo calibro... cosa lo avesse spinto a combattere e cosa gli è costato. Sappiamo tutti che la guerra è un inferno, ma in questo film ho voluto mostrare che la guerra è umana".
    Lo sceneggiatore e co-produttore Jason Dean Hall

    (American Sniper; USA 2013; Biopic; 132'; Produz.: 22 & Indiana Pictures/Mad Chance Productions/Malpaso Productions; Distribuz.: Warner Bros. Pictures Italia)

    Locandina italiana American Sniper

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    See SHORT SYNOPSIS
    Trailer

    Titolo in italiano: American Sniper

    Titolo in lingua originale: American Sniper

    Anno di produzione: 2013

    Anno di uscita: 2015

    Regia: Clint Eastwood

    Sceneggiatura: Jason Dean Hall

    Soggetto: Basato sul libro American Sniper: The Autobiography of the Most Lethal Sniper in U.S. Military History di Chris Kyle, Scott McEwan e Jim DeFelice. Nel libro il protagonista Kyle descrive le sofferenze della guerra dopo essere rimasto ferito due volte e aver perso due cari amici.
    La vera storia di un ex Navy Seal (Chris Kyle, morto un anno fa), segnata da 160 uccisioni da lunga distanza, a suo dire ricalcolate e diventate addirittura 255.
    Chris Kyle è un valoroso soldato, o, per meglio dire, "il cecchino più pericoloso che ci sia mai stato in America", soprannominato "Il diavolo" dai suoi nemici e "la leggenda" dai suoi fratelli Seals. Kyle detiene il record di uccisioni con il suo fucile di precisione nella storia militare USA. Il Pentagono, infatti, ha ufficialmente confermato più di centocinquanta bersagli uccisi (il record precedente era centonove). Nato in Texas, Kyle fu addestrato a sparare dal padre durante le battute di caccia. Dopo l'11 settembre è stato uno dei soldati di prima linea nella guerra al terrore, operativo sia dalla distanza che in pieno campo di battaglia con la sua pistola. Nel libro Kyle descrive le sofferenze della guerra dopo essere rimasto ferito due volte e aver perso due cari amici, un registro che non potrà certo essere trascurato dal film.

    Cast: Bradley Cooper (Chris Kyle)
    Sienna Miller (Taya Renae Kyle)
    Kyle Gallner (Goat-Winston)
    Luke Grimes (Marc Lee)
    Jake McDorman (Biggles)
    Keir O'Donnell (Jeff Kyle)
    Max Charles (Colton Kyle)
    Owain Yeoman (Ranger)
    Eric Close (Agente DIA Snead)
    Brian Hallisay (Capitano Gillespie)
    Sam Jaeger (SEAL della Marina Tenente Martin)
    Marnette Patterson (Sarah)
    Reynaldo Gallegos (Tony)
    Navid Negahban (Sceicco Al-Obeidi)
    Kevin Lacz (Dauber/Consulente Tecnico della Marina)
    Cast completo

    Costumi: Deborah Hopper

    Scenografia: Charisse Cardenas e James J. Murakami

    Fotografia: Tom Stern

    Montaggio: Joel Cox e Gary Roach

    Effetti Speciali: Steve Riley (supervisore effetti speciali)

    Makeup: Luisa Abel (capo dipartimento makeup); Patricia DeHaney (capo dipartimento acconciature)

    Casting: Geoffrey Miclat

    Scheda film aggiornata al: 29 Giugno 2015

    Sinossi:

    Chris Kyle, U.S. Navy SEAL (Bradley Cooper), viene inviato in Iraq con una missione precisa: proteggere i suoi commilitoni. La sua massima precisione salva innumerevoli vite sul campo di battaglia e mentre si diffondono i racconti del suo grande coraggio, viene soprannominato “Leggenda”. Nel frattempo cresce la sua reputazione anche dietro le file nemiche, e viene messa una taglia sulla sua testa rendendolo il primario bersaglio per gli insorti. Allo stesso tempo, combatte un’altra battaglia in casa propria nel tentativo di essere sia un buon marito e padre nonostante si trovi dall’altra parte del mondo. Nonostante il pericolo e l’altissimo prezzo che deve pagare la sua famiglia, la rischiosa missione di Chris in Iraq dura quattro anni, incarnando il motto dei SEAL, “che nessun uomo venga lasciato indietro.” Una volta tornato a casa dalla moglie, Taya Renae Kyle (Sienna Miller), e dai figli, Chris scopre che è proprio la guerra che non riesce a lasciarsi indietro.

    SHORT SYNOPSIS:

    A Navy SEAL recounts his military career, which includes more than 150 confirmed kills.

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    DI NUOVO SUL PIEDE DI GUERRA, CLINT EASTWOOD CI PORTA A SCOPRIRE 'L'UOMO DIETRO ALLE STATISTICHE'

    Clint Eastwood non è certo un novizio in tema di guerra. Non solo. Già il dittico Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima (2006) ne ha celebrato la cifra stilistica, tipica di chi è avvezzo a guardare oltre. Oltre la convenzionalità, oltre il target ordinario dell'immagine, oltre lo stesso tema, oltre le persone, per il miglior ritratto che si possa dipingere sia della storia da raccontare sia dei protagonisti che la abitano. Quello stesso dittico non aveva certo l'intenzione, nè la presunzione, di formulare giudizi. Quel dittico aveva piuttosto l'ambizione di non trascurare il diverso approccio formale, espressione di una formazione culturale altra - l'americana e la giapponese - nei confronti delle atroci assurdità della guerra, di qualunque guerra, prima di ricongiungere tutti sotto il comune denominatore di una sola umanità, figlia di

    uno stesso Creatore, fatta di paure, di doveri forzati o scelti per convinzione, di sogni, di affetti, di amori, di sentimenti, frantumati sulla punta di una granata o di una delle tante schegge vaganti tra i fumi della follia collettiva del momento. Sentimenti sopravvissuti alle persone per attraversare la storia e testimoniare all'uomo contemporaneo, forse ancora più sordo di quello vissuto in passato, il colossale errore di fondo di affidarsi al conflitto bellico per risolvere problemi, altrimenti arginabili - solo volendo e potendo - con l'unica vera arma da sempre iniquamente trascurata: la parola. Quella stessa parola, vera protagonista di quel dittico a sguardo incrociato, intessuta da Clint Eastwood sulla base di tutte quelle lettere inviate dai combattenti a più livelli e su fronti opposti. Fiumi di autentica umanità affidati alla scrittura manuale, in epoche in cui non ci si è fatti mancare l'eccellenza della fantasia, per esprimere i sentimenti

    e i pensieri più alti e nobili, che nulla avrebbero mai potuto condividere con le numerose banalità immortalate nelle chat dei social network odierni. E se dunque Clint Eastwood torna oggi a parlare di guerra con American Sniper (cecchino americano, tiratore scelto), non è certo per ripetersi, nè per tratteggiare la semplice celebrazione di un eroe di guerra quale il 'leggendario navy seal' Chris Kyle, qui ritratto con tutte le sue ombre, dall'alto di una mole fisica straordinariamente maggiorata, corrisposta da quella interiore, da Bradley Cooper (Limitless, The Words, Il lato positivo, American Hustle, Una folle passione).

    Così, per quanto oggi racconti, senza sottrarsi del tutto alla doverosa celebrazione, la parabola umana, morale e militare di una persona in particolare, ispirato dalle memorie personali (American Sniper: The Autobiography of the Most Lethal Sniper in U.S. Military History di Chris Kyle), Clint Eastwood prende le sue distanze dal biopic 'agiografico' per raggiungere

    le lande territoriali dove radica il problema. Il suo diventa un postulato analitico tanto quanto l'inquadratura nell'inquadratura dominante l'intero film: quella ripresa in seno alla grammatura millimetrica del mirino dell'arma imbracciata allo scopo di 'Uccidere qualcuno per proteggere qualcun altro'. Ecco la missione del nostro cecchino Chris/Cooper. Una missione che scava dentro fino a creare voragini. E dire che non mancano certo precedenti in tal senso. Di quanto la guerra, nelle diverse situazioni di ciascun individuo coinvolto, possa segnare indelebilmente una persona e la sua famiglia, ne abbiamo visto rimarchevoli segni con il Brothers di Jim Sheridan, in particolare con il personaggio di Sam interpretato da Tobey Maguire o, per altri versi, nello sconvolgente Nella Valle di Elah di Paul Haggis. Si potrebbero individuare anche tratti comuni col il Jarhead di Sam Mendes, senza tralasciare il livore inscenato a 360° dal The Hurt Locker di Kathryn Bigelow.

    Ma Clint Eastwood ha

    il suo metodo: si prende tutto il tempo che ritiene necessario, insistendo su passaggi che ci suonano familiari perché visti ormai più volte, come gli estenuanti addestramenti di marines, gli svariati appostamenti, i violenti blitz militari, mentre mantiene una sintesi invidiabile in altri, adottando il volta pagina in un colpo solo, da un fotogramma all'altro. E' chiaro che là dove Eastwood si dilunga, dando l'impressione di ripetersi - c'è comunque sempre l'ingresso di una variabile - lo fa per scelta. Scopriamo ben presto che è il suo modo per sfiancare lo spettatore sull'onda di una soggettiva incorporata, quella che ci permette quasi di toccare con mano, il processo di erosione fisica ed emotiva, cui si sottopone volontariamente il nostro protagonista. Il suo, del resto, è un racconto che si nega anche alla lineare cronologia degli eventi, per agganciare il senso, le motivazioni, le privazioni e le conflittualità di un uomo

    fermamente convinto del suo operato tanto quanto sinceramente legato alla famiglia creata con manifesto entusiasmo: le telefonate sul campo di guerra con la moglie sciorinano un caleidoscopio più che convincente di questo paradosso coltivato dal nostro protagonista per un tempo lungo tanto quanto quattro diverse missioni.

    Un'analisi per la quale Eastwood rinuncia anche a quello cui sembrava essersi ormai affezionato dai tempi del suo 'apprendistato' presso Sergio Leone: quei primissimi piani che celebrano il protagonista in maniera incontrastata e che, pur non escludendoli del tutto, son invece qui, nel suo American Sniper, merce piuttosto rara, o almeno rivista e corretta alla luce delle molte ombre che nascondono deliberatamente lo sguardo aperto. Eccezion fatta per situazioni straordinarie: di quelle che riescono a far tremare persino un cecchino e che hanno a che vedere con l'intimo e sconcertante rapporto dei bambini con la guerra. Il motivo serpeggia in American Sniper più e

    più volte, ora sull'onda di flashback o flashforward, ora in presa diretta, al centro della grammatura di quel mirino puntato, cui l'occhio resta perennemente incollato per una ragione ben precisa. Perché "ci sono tre tipi di persone a questo mondo: pecore, lupi e cani da pastore". Almeno questa era la convinzione del 'navy seal' Chris Kyle, che sapeva di volere e dovere appartenere alla categoria dei 'cani da pastore', soprattutto all'indomani dell'11 Settembre. Ma i confini del patriottismo ferito, il senso di protezione verso il Paese, attraverso un - evidentemente discutibile - operato di protezione, non sono mai netti per nessuno, neppure per un leggendario cecchino come Kyle, cui Eastwood ha guardato per andare oltre le statistiche, cogliendo anche l'occasione, com'è sua consuetudine, per dare una sbirciatina sul versante antagonista: la scoperta da parte dei navy seals americani della cantina degli orrori irachena, riconducibile al cosiddetto 'macellaio', ne è una

    tangibile dimostrazione.

    Dunque in American Sniper il dittico convive nel medesimo habitat: al cecchino Kyle, ne corrisponde un altro in campo iracheno, ed è straordinario toccare con mano come a siffatta lucida infallibilità oculare, corrisponda tanta nebulosità mentale ed interiore: quella che Clint Eastwood, quasi in punta di metafora, rende palpabile con il sopraggiungere della tempesta di sabbia. Una sequenza memorabile, da manuale, destinata ad entrare nella storia del cinema come esemplare per una tracciabilità che travalica l'effetto spettacolare in sè, notevole, ricercatissimo, per proiettare un mondo altro, fatto di parvenze: parvenze di verità sconfessate dal gioco più vecchio e più inutile del mondo che lacera, segna ma, a quanto pare, non insegna. American Sniper è dunque un'altra accorata lettera (l'altra, notevole, è quella del 'navy seal' deceduto letta dalla vedova al funerale) scritta di pugno dal vegliardo, eppure instancabile e lucido, Clint Eastwood: l'omaggio 'ad personam' che sa guardarsi

    intorno, scruta, analizza e osserva a fondo uno scenario che, pari ad altri precedenti - bandiera più, bandiera meno - fondamentalmente sembra animarsi sempre sulle stesse note della eterna Guerra di Piero di Fabrizio De André, a sua volta, si dice, con probabili echi della celebre poesia di Arthur Rimbaud, L'addormentato nella valle, proprio quello che nel film di Eastwood potrebbe ben corrispondere al cecchino iracheno sempre più indistinto nel cuore della tempesta di sabbia. "Sparagli Piero, Sparagli ora...", il ritornello si ripete, e si ripete. Così come l'insita macroscopica contraddizione: in American Sniper scandita in un ralenti all'insegna dell'occhio per occhio, di cecchino contro cecchino, a dispetto della distanza dei ben due km che li separa.

    Così che attraversi tempeste di sabbia o di neve, un Paese piuttosto che un altro, una persona piuttosto che un'altra, per tutto e per tutti è sempre valido il monito che in American

    Sniper Eastwood, passando per la sceneggiatura di Jason Dean Hall (a sua volta cresciuto in una famiglia di militari), fa uscire dalla bocca della moglie di Kyle, Taya (Sienna Miller): "Se pensi che questa guerra non ti cambi, ti sbagli". Ed Eastwood, attraverso il Chris Kyle affidato a Bradley Cooper, ci ha spiegato ancora una volta come e perché. Per non dimenticare! Mai!

    Secondo commento critico (a cura di JUSTIN CHANG, www.variety.com)

    A SUPERB PERFORMANCE BY BRADLEY COOPER ANCHORS CLINT EASTWOOD'S HARROWING AND THOUGHTFUL DRAMATIZATION OF THE LIFE OF NAVY SEAL CHRIS KYLE.

    A skillful, straightforward combat picture gradually develops into something more complex and ruminative in Clint Eastwood’s “American Sniper,” an account of the Iraq War as observed through the rifle sights of Navy SEAL Chris Kyle, whose four tours of duty cemented his standing as the deadliest marksman in U.S. military history. Hard-wiring the viewer into Kyle’s battle-scarred psyche thanks to an excellent performance from a bulked-up Bradley Cooper, this harrowing and intimate character study offers fairly blunt insights into the physical and psychological toll exacted on the front lines, yet strikes even its familiar notes with a sobering clarity that finds the 84-year-old filmmaker in very fine form. Depressingly relevant in the wake of recent headlines, Warners’ Dec. 25 release should drum up enough grown-up audience interest

    to work as a serious-minded alternative to more typical holiday fare, and looks to extend its critical and commercial reach well into next year.

    Although Steven Spielberg was set to direct before exiting the project last summer (just a few months after Kyle’s death in Texas at the age of 38), “American Sniper” turns out to be very much in Eastwood’s wheelhouse, emerging as arguably the director’s strongest, most sustained effort in the eight years since his WWII double-header of “Flags of Our Fathers” and “Letters From Iwo Jima.” As was clear in those films and this one, few directors share Eastwood’s confidence with large-scale action, much less his inclination to investigate the brutality of what he shows us — to acknowledge both the pointlessness and the necessity of violence while searching for more honest, ambiguous definitions of heroism than those to which we’re accustomed. In these respects and more, Kyle

    — who earned the nickname “Legend” from his fellow troops, achieved a staggering record of 160 confirmed kills, and became one of the most coveted targets of the Iraqi insurgency — makes for a uniquely fascinating and ultimately tragic case study.

    We first meet Kyle (Cooper) as he’s hunched over a rooftop overlooking a blown-out structure in Fallujah, Iraq, taking deadly aim at a local woman and her young son walking some distance away; only Kyle’s specific vantage allows him to see that they’re preparing to lob a grenade at nearby Marines. The fraught situation and its queasy-making stakes thus introduced, the film abruptly flashes back some 30-odd years to Kyle’s Texas childhood, establishing him as a skilled shooter at a young age (played by Cole Konis) as well as a brave protector to his younger brother, Jeff (Luke Sunshine). After a brief rodeo career, Cooper’s Kyle joins the ranks of

    the Navy SEALs, whose brutal training regimen — including the muddy beachfront endurance tests of the dreaded Hell Week — is depicted more extensively here than they were in last year’s military-memoir adaptation “Lone Survivor.”

    As scripted by Jason Hall (paring down Kyle’s 2012 autobiography, written with Scott McEwen and Jim DeFelice), these flashbacks form the film’s most conventional stretch, including a tartly humorous scene at a bar where Kyle charms his way past the defenses of the beautiful Taya (Sienna Miller), despite her early claim that she’d never date one of those “arrogant, self-centered pricks” who call themselves SEALs. Yet Kyle belies that description, revealing himself as a God-fearing, red-blooded American galvanized into fighting, as so many were, by the shock of 9/11 and his determination to avenge his country. Indeed, the ink is barely dry on his and Taya’s marriage license when Kyle gets shipped off to Fallujah, where

    he and his comrades are well served by his exceptional abilities as a sniper.

    It’s here that the story catches up with that tense mother-and-child setup, this time not sparing us the gruesome, inevitable aftermath. Describing his actions to a fellow soldier, Kyle breathes, “That was evil like I had never seen before” — a statement that lingers meaningfully as we watch him racking up kill after kill, efficiently dispatching the male Iraqi insurgents he spies surreptitiously arming themselves in a back alley, or driving a car bomb in the direction of American soldiers. In each of these life-or-death scenarios, Kyle must use what little time he has to swiftly assess whether his targets indeed pose an immediately actionable threat, lest he face recriminations from lawyers, liberals and other members of the Blame America First crowd (a point the book drives home far more vehemently than the film).

    Not surprisingly, Eastwood avoids

    wading into the ideological murk of the situation and sticks tightly to Kyle’s p.o.v., yielding an almost purely experiential view of the conflict in which none of the other soldiers becomes more than a two-dimensional sketch, dates and locations are rarely identified, and any larger geopolitical context has been deliberately elided. (Some details have clearly been fudged; Kyle says he’s 30 when he enlists, but he was actually in his mid-20s.) Yet the achievement of “American Sniper” is the way it subtly undermines and expands its protagonist’s initially gung-ho worldview, as Eastwood deftly teases out any number of logistical and ethical complications: Kyle’s frustration at always having to engage from a distance rather than on the ground with his comrades; the sometimes difficult collaboration between the SEALs and the less well-trained Marines, especially when they begin the dangerous task of clearing out Iraqi houses; and above all, the near-impossibility of

    figuring out whom to trust in an environment where everyone is presumed hostile.

    This becomes especially crucial when Kyle and company receive orders to take down the Al Qaeda terrorist Abu Musab al-Zarqawi and his vicious second-in-command, the Butcher (Mido Hamada), named in part for his imaginative use of power drills. The hunt for the Butcher — and, eventually, a Syrian-born sniper named Mustafa (Sammy Sheik), whose lethal precision rivals Kyle’s own — leads the troops into a series of breathless skirmishes, from a horrific Al Qaeda attack on the family of an Iraqi sheikh (Navid Negahban) to a nighttime ambush that develops as a result of Kyle’s extraordinary perceptiveness in a seemingly benign situation. Working as usual with d.p. Tom Stern and editors Joel Cox and Gary D. Roach, Eastwood handles these ambitious setpieces with an unfussy professionalism worthy of his subject, the camera maintaining a gritty, ground-level feel (with

    the exception of a few crane shots demanded by the complex staging of the film’s climactic shootout) while switching deftly among a range of perspectives that nonetheless maintain a strong continuity of action.

    Less adroitly handled are the regular cutaways to Taya and their two children back in Texas, providing necessary but over-emphatic reminders that Kyle’s loved ones are paying dearly for his military service. Taya seems to have a bad habit of catching her husband on the phone at those unfortunate moments when mortar and shrapnel are exploding around him (which is understandably often). When he’s home on leave, he’s painfully distant, reluctant to talk about his experiences and barely able to function, which is Taya’s cue to spout some gratingly obvious dialogue of the “Even when you’re here, you’re not here” variety. What works in these scenes, however, is the disquieting sense that Kyle’s normal life has shifted into

    the war zone, and that his time with his family is passing him by in fast, jarring blips; we see his kids at only brief intervals here, and the rate at which they grow up must be as startling for him as it is for us.

    In its revelation of character through action, its concern with procedure rather than politics, and its focus on an exceptionally gifted U.S. soldier struggling to make sense of his small yet essential place in a war he only partly understands, Eastwood’s picture can’t help but recall “The Hurt Locker,” and if it’s ultimately a more earnest and prosaic, less formally daring affair than Kathryn Bigelow’s film, it nevertheless emerges as one of the few dramatic treatments of the U.S.-Iraq conflict that can stand in its company. And just as “The Hurt Locker” found revelatory depths in Jeremy Renner, so “American Sniper” hinges on Cooper’s restrained

    yet deeply expressive lead performance, allowing many of the drama’s unspoken implications to be read plainly in the actor’s increasingly war-ravaged face.

    Cooper, who packed on 40 pounds for the role, is superb here; full of spirit and down-home charm early on, he seems to slip thereafter into a sort of private agony that only those who have truly served their country can know. (A late sequence shot in an impenetrable sandstorm provides the most literal possible metaphor for his own personal fog of war.) Perhaps the film’s most humanizing touch is its willingness to show Kyle not just reacting but thinking, attempting to grasp ideas that have thus far eluded him, whether he’s spending time with veterans who have lost limbs and worse on the battlefield; coming to grips with the difference between him and his reluctant-Marine brother (Keir O’Donnell); or shrugging awkwardly when someone calls him a “hero,” as

    if the word were a particularly ill-fitting sweater.

    While the circumstances of Kyle’s death add a note of tragic urgency to the film’s matter-of-fact examination of post-traumatic stress disorder, the moment itself is left offscreen, a decision that feels consistent with the scrupulous restraint that characterizes the production as a whole. The visual and editorial choices discreetly reinforce the clash between the hell of modern warfare (the color all but drained away from Stern’s images) and the purgatory of middle-class American life, accentuated by a sound mix that allows us to register the hard pop of every gunshot. While Eastwood’s musical compositions have sometimes been hit-or-miss, he’s never written a subtler score than the one here, providing faint, almost imperceptible accompaniment; in a film that encourages us to reflect as well as feel, it’s a choice that speaks volumes.

    Perle di sceneggiatura


    Pressbook:

    PRESSBOOK COMPLETO in ITALIANO di AMERICAN SNIPER

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