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    Home Page > Movies & DVD > Knight of Cups

    KNIGHT OF CUPS

    Un uomo, tentazioni, celebrità ed eccessi. Cast 'all star' (tra cui Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman) per il visionario mistico della celluloide Terrence Malick (La sottile linea rossa, Tree of Life)

    Dalla 65. Berlinale (5-15 Febbraio 2015) - RECENSIONE ITALIANA e PREVIEW in ENGLISH by JUSTIN CHANG (www.variety.com) - Dal 9 NOVEMBRE

    (Knight of Cups; USA 2013; Dramma romantico; 118'; Produz.: Dogwood Films/Waypoint Entertainment; Distribuz.: Adler Entertainment)

    Locandina italiana Knight of Cups

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    Celluloid Portraits:



    See SHORT SYNOPSIS
    Trailer

    Titolo in italiano: Knight of Cups

    Titolo in lingua originale: Knight of Cups

    Anno di produzione: 2013

    Anno di uscita: 2016

    Regia: Terrence Malick

    Sceneggiatura: Terrence Malick

    Cast: Christian Bale (Rick)
    Natalie Portman (Elizabeth)
    Cate Blanchett (Nancy)
    Brian Dennehy (Joseph)
    Antonio Banderas (Tonio)
    Wes Bentley (Barry)
    Freida Pinto (Helen)
    Isabel Lucas (Isabel)
    Teresa Palmer (Karen)
    Imogen Poots (Della)
    Armin Mueller-Stahl (Fr. Zeitlinger)
    Peter Matthiessen (Christopher)
    Cherry Jones (Ruth)
    Jason Clarke (Johnny)
    Nick Offerman (Scott)
    Cast completo

    Musica: Hanan Townshend

    Costumi: Jacqueline West

    Scenografia: Jack Fisk

    Fotografia: Emmanuel Lubezki

    Montaggio: Geoffrey Richman e Mark Yoshikawa

    Makeup: Keith Sayer

    Casting: Lauren Grey

    Scheda film aggiornata al: 23 Novembre 2016

    Sinossi:

    "C'era una volta un giovane principe che il padre, il re d'Oriente, inviò in Egitto a cercare una perla. Quando il principe arrivò, la gente gli porse una tazza. Una volta bevuto, si dimenticò di essere il figlio del re, dimenticò anche la perla e cadde in un sonno profondo". Il padre di Rick era solito leggere al figlio, ancora ragazzino, questa storia. La strada per l'Oriente ora si trova di fronte a Rick. Riuscirà a intraprenderla?

    Knight of Cups segue l’odissea di Rick (Christian Bale), scrittore errante tra le luci di Los Angeles e Las Vegas, alla ricerca di amore e di se stesso. Nonostante si stia muovendo all’interno di un mondo fatto da ville, resort, spiagge e locali, alimentato dal desiderio e dal piacere, Rick è alle prese con un difficile rapporto con il fratello (Wes Bentley) e il padre (Brian Dennehy). La sua missione, volta a rompere l'incantesimo della sua disillusione, lo porta ad affrontare una serie di avventure con 6 donne seducenti: Della la ribelle (Imogen Poots); la sua ex moglie dottoressa (Cate Blanchett); Helen la modella (Freida Pinto); una donna a cui aveva fatto male in passato, Elizabeth (Natalie Portman); Karen la spogliarellista vivace e spensierata (Teresa Palmer); e l’innocente Isabel (Isabel Lucas), che lo aiuterà a trovare un modo per andare avanti.

    Rick si muove stordito in uno strano e travolgente paesaggio ipnotico, ma riusciranno la bellezza, l’umanità e i ritmi della vita intorno a lui a svegliarlo da questo torpore? Più a fondo andrà la sua ricerca, più il suo viaggio diventerà la destinazione stessa del suo errare.

    Gli sembra che le donne sappiano molto più di lui. Lo avvicinano al cuore delle cose, al mistero. Ma è tutto inutile. Le feste, i flirt, la carriera: nulla lo soddisfa. Eppure, ogni donna, ogni uomo che ha incontrato nel corso della sua vita è servito, in qualche modo, come guida, come messaggero.

    La strada per l’est si snoda davanti a lui. Si metterà in viaggio? Oppure il coraggio lo abbandonerà? Rimarrà sveglio? O lascerà che sia solo un sogno, una speranza, una fantasia passeggera?

    Il viaggio è appena cominciato

    Settimo film del regista Terrence Malick, Knight of Cups (il titolo rimanda alla carta dei tarocchi raffigurante un romantico avventuriero guidato dalle sue emozioni) offre una visione della vita moderna e allo stesso tempo un’esperienza intensamente personale riguardante memoria, famiglia e amore.

    SHORT SYNOPSIS:

    Once there was a young prince whose father, the king of the East, sent him down into Egypt to find a pearl. But when the prince arrived, the people poured him a cup. Drinking it, he forgot he was the son of a king, forgot about the pearl and fell into a deep sleep.

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    Non è la prima volta che Hollywood finisce nell'occhio del ciclone posta alla gogna proprio sul grande schermo. Potrebbe suonare come un colossale paradosso ma... tant'è. Se però a fare una "corrosiva critica all’edonismo di Hollywood" è Terrence Malick (I giorni del cielo, La sottile linea rossa, The Tree of Life, To the Wonder...) le cose potrebbero andare diversamente... E tant'è...

    C'è chi per sbirciare nel proprio destino e per sapere quale direzione prendere nella vita consulta i tarocchi, chi cercando una guida si affida alla fede cristiana, chi a quella buddista, o animista, chi ai propri pensieri, ai propri ricordi, tentando di discernere la buona dalla cattiva semente, mentre avanza in un percorso apparentemente senza fine, imboccando vicoli antitetici che non garantiscono niente. Come un pellegrino, un viandante che ha smarrito la strada, che sogna mentre cerca il nutrimento e un giaciglio dove posare il capo per ritrovare le forze

    (alita su Knight of Cups il The Pilgrim's Progress/Il pellegrinaggio del cristiano di John Bunyan). Per poi riprendere il cammino con la mente sgombra e il cuore aperto, con fiducia e sicurezza, avendo trovato un senso anche alle proprie sofferenze, inevitabili e ... benedette. C'è chi affronta una sola di tutte queste cose e già può essere troppo. Terrence Malick, le affronta tutte insieme.

    L'elettivo artista e cineasta che da tempo ormai filosofeggia sul grande schermo con i pennelli e i colori dell'universo cosmico ed umano, conducendoci sulle vie della meditazione e del silenzio, avventurandosi alla ricerca della Verità, nelle boscaglie più impenetrabili dei simboli e delle metafore, delle allegorie e dei segni, con l'immancabile presenza fissa del mare, caleidoscopio multiforme e cangiante come un oracolo, beh, si, Terrence Malick le abbraccia tutte, quelle diverse cose, quelle diverse strade, quelle diverse scelte. Se lo può permettere. E lo sa fare

    come nessun altro mai. Eppure questa volta c'è qualcosa che lo sovrasta e che per poco non lo inghiotte. Lo si può amare od odiare. La sua è e resta una lingua a parte. Sarebbe assurdo cercare una trama nel senso classico del termine in un film di Terrence Malick, ma sarebbe anche sbagliato dire che non ci sia. Per essere c'è. Solo che è cangiante e sfuggente come l'acqua che scorre, non solo nel mare, magari nei rigagnoli stagnanti tra il cemento cittadino, o tra i vortici cristallini di piscine da urlo.

    C'è. Va solo cercata e afferrata, proprio come il protagonista Rick (Christian Bale a tutto campo), scrittore errante tra le luci di Los Angeles e Las Vegas, alla ricerca di amore e di se stesso, in questa nuova 'via crucis' in celluloide che si esprime con il lessico metaforico-allegorico fin dal titolo Knight of Cups (il cavaliere

    di coppe). Titolo che richiamandosi alla carta dei tarocchi raffigurante un romantico avventuriero guidato dalle sue emozioni intende parafrasare la visione della vita moderna all'altezza di un’esperienza personale fatta di memorie, famiglia - il difficile rapporto con il fratello (Wes Bentley) e il padre (Brian Dennehy) - e amore: la ribelle Della (Imogen Poots); l'ex moglie dottoressa Nancy (Cate Blanchett); la modella Helen (Freida Pinto); una donna a cui aveva fatto male in passato, Elizabeth (Natalie Portman); la spogliarellista Karen (Teresa Palmer); l’innocente Isabel (Isabel Lucas). E come ogni 'via crucis' che si rispetti ha le proprie stazioni, il viatico destrutturato alla Malick di Rick/Bale si concede come unica tessitura di sostegno la struttura in capitoli (La luna, L'appeso, L'eremita, Il giudizio, La Torre, La Papessa... Libertà...) incastonata nel nervo portante di una fiaba orientale, quella letta dal padre al proprio figlio ancora ragazzino.

    "C'era una volta un giovane principe che

    il padre, il re d'Oriente, inviò in Egitto a cercare una perla. Quando il principe arrivò, la gente gli porse una tazza. Una volta bevuto, si dimenticò di essere il figlio del re, dimenticò anche la perla e cadde in un sonno profondo".

    Una bella metafora che conduce dritta dritta verso analogo viaggio, verso la stessa meta: The Tree of Life. E come potrebbe essere altrimenti? L'albero della vita, in fondo, non è che il simbolo e il cuore di tante religioni diverse, ma anche del darwinismo. L'albero della vita incarna natura, spirito e... vita, appunto. Quella vita combattuta ogni giorno con o senza amore, in armonia, o avvelenati dall'odio e dai contrasti, vissuta o non vissuta, strascicata, annebbiata, intossicata. E di intossicazioni in quel di Hollywood se ne intendono bene, tanto quanto di quella 'dolce vita' - chiamiamola dolce! - fatta di letti caldi di sesso sempre diverso,

    di feste, lustrini, paillettes, piscine, strip club. Mentre girato l'angolo, imperano malattia ed indigenza. Gocce. Gocce, spruzzate in ogni dove, più volte, shakerate con scorci di una Los Angeles notturna psichedelica, così come di spicchi di natura nella natura, o spicchi di natura migrati in elettive dimore cittadine. I luoghi laici dello spirito raggiunto con la pratica yoga. Tutti motivi raccolti, frazionati e ripartiti quasi per ogni capitolo del film, frammisti a un vero e proprio torrente di monologhi interiori. Davvero molte le voci fuori campo. Troppe! L'unica pista di sceneggiatura esistente fatta eccezione per pochi framezzi di dialoghi reali. Un terremoto di immagini talora pesanti come macigni che solo per la frazione di secondo che restano in campo non hanno modo di far danno o di ferire, mentre altre restano, o tornano, persino troppo, non concedendo il respiro necessario a messaggi di immensa portata, liquidati invece in fugaci battute

    (vedi la voce fuori campo sul registro della sofferenza). Vero è Malick sa essere sensazionale quando insiste allo stesso modo, magari per contrasto, sulle vivide conseguenze di una malattia così come su primissimi piani icona di sex appeal.

    E dunque non è certo una questione di trama. C'è. Anche questa volta. Una trama alla Malick, naturalmente. Eppure, mai come questa volta Terrence Malick si è rivelato tanto barocco e terribilmente ridondante. Questa volta non si può fare a meno di raccogliere qua e là una ripetitività sfiancante, in un 'anda e rianda' di elementi che sembrano avere come unico scopo quello di lavorarti ai fianchi fino a sfinirti, come in un combattimento di boxe, condotto su 8 round, come per l'appunto i capitoli di Knight of Cups. Probabilmente la metafora più calzante per il percorso di ricerca del protagonista, ma formalmente ed esteticamente più debole, dove immagini di rara bellezza, tra

    scorci cittadini, rughe di interni o di esterni, rughe di natura e di anime, tra colore e bianco e nero, sovrimpressioni e riflessioni, tra Arte ed Arte, magari scovata in qualche Museo (è il caso di una delle installazioni di Metropolis II al Los Angeles County Museum), alle volte sfuggono con la rapidità di un lampo nel cielo in odore di un temporale. In mezzo a tanta baroccheggiante ridondanza, a tratti esasperata ed esasperante, il contrasto regna sovrano - ma questo è un pregio oltre che un motivo firma! - anche sul corredo musicale (è qui all'opera il compositore Hanan Townshend di To the Wonder) che consegna lo scettro alla colonna portante più antica, epica, di marca biblica quasi da 'peplum'. Il segno che quella fiaba orientale aleggia come metafora sugli umori di questo spaccato di esistenza moderna in cerca. Quella perla è la chiave di tutto. Peccato che non

    abbia la consueta purezza di luce cui Malick ci aveva abituati ma che è probabile ritroveremo nel prossimo viaggio: Voyage of Time: Life's Journey. Un viaggio speciale, come sempre 'evocativo', ancora nel tempo, ancora nella vita e nello spirito dell'esistenza!

    Secondo commento critico (a cura di JUSTIN CHANG, www.variety.com)

    CHRISTIAN BALE PLAYS A LOST SOUL ADRIFT IN HOLLYWOOD IN TERRENCE MALICK'S LATEST IMPRESSIONISTIC DRAMA.

    You go into a Terrence Malick movie expecting a gorgeous collage of sound and image, but not necessarily the sight of a neon-lit strip club, a Caesars Palace pool party, or a fashion shoot where a model is told to pose like “a dirty f—ing housewife.” In other words, there’s something at once vividly familiar and strikingly different about “Knight of Cups,” a feverish plunge into the toxic cloud of decadence swirling around a Los Angeles screenwriter gone to seed. Having made contemporary American life seem both recognizable and alien in “To the Wonder,” Malick now extends that film’s tender romantic ballet into a corrosive critique of Hollywood hedonism — a poisoned valentine to the industry by way of a Fellini-esque bacchanal. Those who have had their fill of the director’s impressionistic musings

    will find his seventh feature as empty as the lifestyle it puts on display; for the rest of us, there’s no denying this star-studded, never-a-dull-moment cinematic oddity represents another flawed but fascinating reframing of man’s place in the modern world.

    With “To the Wonder” (2012) and now “Knight of Cups,” plus a still-untitled drama and the documentary “Voyage of Time” still to come, Malick has settled into a deeply personal and unusually productive vein, albeit one that all but his staunchest admirers may find wanting compared with his celebrated earlier work. Absent the grand historical subjects of “The Thin Red Line” and “The New World,” or the cosmic glories of “The Tree of Life,” the director has turned his focus on attractively forlorn wanderers set adrift in the present day, pursued by a restless, roving handheld camera that blurs their visions, memories, private moments and encounters with others into one convulsive

    stream of consciousness. To see our 21st-century reality from Malick’s exalted perspective (mediated once again by the superb eye of d.p. Emmanuel Lubezki) is to feel at once astonished and mildly deflated; it’s as if he were encouraging us to look at our everyday surroundings anew, but also working overtime to extract something profound from the overriding banality of modern life.

    At the same time, given how few filmmakers of Malick’s stature have made this kind of moral and spiritual inquiry so central to their work, it’s hard not to be taken with a movie that opens with an audio excerpt from “The Pilgrim’s Progress” (recited by John Gielgud), then pauses for some stunningly beautiful images of the aurora borealis as seen from outer space, before settling on the figure of a bedraggled-looking Christian Bale walking around a lonely desert landscape. A narrator (voiced by Ben Kingsley) recounts an ancient tale

    of a knight from the East who was sent westward by his father in search of a magnificent pearl, but drank from a fateful cup that caused him to fall into a deep slumber. We can safely infer that Bale’s character (identified as “Rick” in the closing credits) is meant to be a latter-day stand-in for that knight, a Hollywood type who has embraced la dolce vita and lost his sense of self in the process. “All those years, living the life of someone I didn’t know,” Rick murmurs in voiceover, the preferred method of communication for this otherwise tight-lipped character.

    If that sounds like too simplistic a premise for a 118-minute feature, the result is sufficiently sprawling and formally bold to propel the viewer’s attention forward, guided in part by the glitziness of the L.A. locations (abetted by Malick’s regular production designer, Jack Fisk) and the dynamic movement of the

    camera. Following a violent earthquake that rattles the foundations of Rick’s Santa Monica apartment, we find ourselves immersed in the lazy rhythms of life as he has come to know it — conveyed in brief sensory snippets of him speeding down the 405 in a convertible, hanging around seemingly empty studio lots (Warner Bros. and Paramount make fleeting appearances), visiting the CAA compound in Century City, and cavorting with all manner of lissome young women in nightclubs and hotel suites. The pulsating background music in these scenes stands in jarring contrast to the passages of Grieg, Chopin, Pachelbel, Debussy, Arvo Part and other selections that otherwise flood the soundtrack in classically Malickian fashion, complemented by a recurring seven-note progression that forms the basis of the score by “To the Wonder” composer Hanan Townshend.

    The Knight of Cups is an explicit reference to one of the cards of the tarot, marking Rick

    as someone who is restless, artistic, romantic and adventurous by temperament. Many of the other figures in Rick’s life are introduced with their own handy tarot symbols, lending the proceedings a somewhat cleaner, more episodic structure than usual; in perhaps Malick’s most nakedly autobiographical touch, Rick is revealed to have two younger brothers, one of whom died tragically young (and is referred to as “the Hanged Man”). His other brother (Wes Bentley) is a volatile figure prone to ferocious physical and emotional outbursts, most of which are directed at their aging father (Brian Dennehy) — his tarot card is “the Hermit” — whose pride in Rick’s achievements is tempered by disapproval of the life he now leads.

    That life, and indeed the movie itself, is largely consumed with the comings and goings of many, many beautiful women, and if “To the Wonder” seemed sexually forward compared with the director’s earlier work,

    then “Knight of Cups” often feels downright transgressive. While there are no straight-up sex scenes, there is ample female nudity, a suggestion of a threesome, and what is surely the first instance of erotic toe sucking in Malick’s oeuvre. The women themselves include the petite, pink-wigged Della (Imogen Poots), who tags along with Rick for a while; Karen (Teresa Palmer), a stripper he runs around with in Vegas; and Helen (Freida Pinto), a gorgeous model he first encounters at a gaudy party attended by a veritable who’s-who of bigscreen and smallscreen talent; these include Antonio Banderas, Jason Clarke, Nick Kroll and Joe Lo Truglio, among others. Whether these actors were hired for walk-on appearances, or cast in larger roles that were then whittled down to mere seconds of screen time (probably the former, but you never know), this is one setting where Malick’s penchant for casting A-list talent feels more

    germane than usual.

    While there is mercifully less of the incessant earth-mother spinning and twirling from “To the Wonder,” the women here still do plenty of dancing and running about, often with our hero in ardent pursuit; the film’s signature shot finds Rick walking along the beaches of Malibu with one of his fetching paramours in tow, frequently pausing to dip their feet in the surf. A more substantial kind of romantic drama emerges along with the film’s two top-billed actresses: Cate Blanchett surfaces in flashback as Rick’s ex-wife, a hard-working doctor whom we see growing disenchanted with her increasingly unmoored spouse, while Natalie Portman appears later on as Elizabeth, a married woman who has a brief fling with Rick and finds herself pregnant and guilt-stricken shortly thereafter.

    Despite the strong emotional undercurrents in these scenes, the feeling persists that these excellent actors — particularly Blanchett, her striking features and natural expressiveness

    fascinatingly at odds with the prevailing aesthetic — are being confined by their fundamentally archetypal roles. At this point, too, there is something inevitably reductive about Malick’s primary conception of women as love interests passing through the revolving door of Rick’s life, a problem that would grate more if the man himself were less of a cipher. Even allowing for the director’s way of treating actors as vessels for his themes and ideas, and his gift for using blocking and body language to convey meaning, it’s hard not to notice the degree to which Bale’s magnetism has been drained away here.

    Similar things were said of Ben Affleck in “To the Wonder,” of course, but he had less onscreen charisma in the bank to start with, which made sense for the reserved, emotionally indecisive man he was playing. Rick, although similarly hard to read, could have at least conveyed a modicum

    of the creative spark or energy that ostensibly brought him to his current high-low point; the press synopsis describes him as a “comedy writer,” but there’s little in the film — or indeed, in Malick’s largely humorless style — to bear out that description.

    Unsurprisingly for a filmmaker who has steered clear of any conventional or commercially driven rubric over the course of his four-decade career, “Knight of Cups” reveals little interest in dissecting the industry at hand or providing any concrete insights into the art-making process. Malick remains concerned almost entirely with interior states; with the spiritual connections that are forged and ruptured between individuals; and with the grim consequences of a life lived in continual exposure to the world and its most corrupt elements. (In that respect, one movie it clearly recalls is Sofia Coppola’s “Somewhere,” another example of an auteur employing a highly specific, image-driven cinematic language to

    explore celebrity ennui.) It’s a moralistic stance that may in and of itself cause certain viewers to recoil, particularly when Dennehy’s earnest, prayerful father figure and Armin Mueller-Stahl as a grave-looking priest are on hand to nudge Rick back toward the straight and narrow.

    Those tarot references aside, Malick’s view remains a deeply and unapologetically Christian one; Rick’s story may echo that of the lost knight, but it also has obvious roots in the parable of the prodigal son, and throughout “Knight of Cups” you can just about make out the voice of a father patiently, insistently calling his wayward child home. It’s that instinctive compassion that keeps the film from turning crushingly didactic, along with the myriad aesthetic pleasures afforded by the Malick’s typically dense layering of image, sound and music. Shooting in Los Angeles for the first time (on a mix of 35mm, 65mm and digital formats), he proves

    particularly attentive to the ambient drone of traffic and the glittering lights of downtown at night. Once more, too, he finds poetic contrasts between an untamed wilderness and a glassy modernist cityscape — or in this case, between the natural splendor of the ocean and the beautiful prison of a swimming pool.

    Perle di sceneggiatura

    C’era una volta un giovane principe che fu mandato dal padre, il re dell’Est, fino in Egitto, allo scopo di trovare una perla. Quando il principe arrivò la gente versò lui da bere in una coppa. Non appena il principe bevve dimenticò di essere il figlio di un re, perse memoria della perla e cadde in un sonno profondo.
    Il padre di Rick gli leggeva spesso questa favola da bambino. Rick (Christian Bale) è un autore di commedie che vive a Santa Monica. Rick desidera qualcosa di diverso, qualcosa che vada oltre la vita che conosce, ma non sa cosa sia, né come trovarlo.
    La morte di suo fratello Billy grava su di lui come un’ombra. Suo padre Joseph (Brian Dennehy) prova a causa di questa perdita degli enormi sensi di colpa. L’altro fratello, Barry (Wes Bentley), sta attraversando un periodo difficile e si è appena trasferito a Los Angeles dal Missouri, dove sono cresciuti, e Rick lo sta aiutando a rimettersi in piedi.
    Rick cerca distrazione in compagnia delle donne: Della (Imogen Poots); Nancy (Cate Blanchett), una dottoressa con la quale è stato sposato; una modella di nome Helen (Freida Pinto); Elizabeth (Natalie Portman), che ha messo incinta; una spogliarellista che si chiama Karen (Teresa Palmer); e una giovane donna che lo aiuta a guardare avanti, di nome Isabel (Isabel Lucas).

    Bibliografia:

    Nota: Si ringraziano Adler Entertainment e Livia Delle Fratte (Ufficio Stampa)

    Pressbook:

    PRESSBOOK COMPLETO in ITALIANO di KNIGHT OF CUPS

    Links:

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    Knight of Cups - trailer

    Knight of Cups - trailer (versione originale)

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