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    Home Page > Movies & DVD > Gambit

    GAMBIT: NEL REMAKE DELL'OMONIMO FILM DEL 1966 COLIN FIRTH E CAMERON DIAZ, CON ALAN RICKMAN E STANLEY TUCCI. AL TIMONE DELLA SCENEGGIATURA NIENTEMENO CHE I FRATELLI COEN!

    RECENSIONE - Dal 21 FEBBRAIO

    "GAMBIT: sorprendente e spiazzante mossa iniziale con la quale il giocatore sacrifica un punto a favore dell'avversario per assicurarsi un vantaggio strategico in una fase più avanzata del gioco. GAMBIT, scritto dai fratelli Coen è un'arguta commedia sullo scontro tra culture nella quale la rigidità di Harry Dean - risultato dell'educazione ricevuta in una severa scuola pubblica – viene messa a contrasto con la totale incoscienza e spontaneità di P.J. E' come se avessero messo insieme Cary Grant e Carole Lombard... Non conosco bene il film originale e a mio avviso l'unica cosa che i due film hanno in comune è la presenza di un uomo che ha un piano ben preciso in mente".
    Il regista Michael Hoffman

    "Non credo che possiamo definirlo un remake, perché questo film è molto diverso da quello dal quale prende ispirazione".
    L'attore Colin Firth

    "La sceneggiatura è stata scritta dai fratelli Coen che sapevano sin dall'inizio che non avrebbero diretto il film. Ciononostante, il loro mondo e il loro cinema sono facilmente riconoscibili. Durante le prove, capita spesso ad attori e registi di immaginare come migliorare una scena o un dialogo. Si dicono cose tipo: e se cambiassi l'ordine delle parole in questa frase? Se dicessi questo prima di quest'altro? Insomma si fanno 'esperimenti'. Questa volta però ci siamo resi conto che alla fine tornavamo sempre alla versione originale perché la scrittura dei Coen possiede un ritmo perfetto, quasi musicale. Non si può eliminare neanche una parola perché facendolo è come se si togliesse un numero da un'equazione: si otterrebbe un risultato diverso che sicuramente non funzionerebbe. Ogni volta che abbiamo provato a cambiare qualche cosa ci siamo ritrovati dove eravamo all'inizio".
    L'attrice Cameron Diaz

    (Gambit; USA 2012; Comedy-Noir; 89'; Produz.: Crime Scene Pictures/Michael Lobell Productions; Distribuz.: Medusa Film)

    Locandina italiana Gambit

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    See SHORT SYNOPSIS
    Trailer

    Titolo in italiano: Gambit

    Titolo in lingua originale: Gambit

    Anno di produzione: 2012

    Anno di uscita: 2013

    Regia: Michael Hoffman

    Sceneggiatura: Ethan e Joel Coen

    Soggetto: Remake dall'omonimo film Gambit (in Italia Gambit - Grande furto al Semiramis), diretto nel 1966 da Ronald Neame con Herbert Lom, John Abbott, Michael Caine, Roger C. Carmel e Shirley MacLaine.

    PRELIMINARIA - SIGNIFICATO DEL TERMINE 'GAMBIT':

    GAMBIT: sorprendente e spiazzante mossa iniziale con la quale il giocatore sacrifica un punto a favore dell'avversario per assicurarsi un vantaggio strategico in una fase più avanzata del gioco.

    Cast: Alan Rickman (Lionel Shahbandar)
    Cameron Diaz (PJ Puznowski)
    Colin Firth (Harry Deane)
    Stanley Tucci (Martin Zaidenweber )
    Cloris Leachman (Nonna Merle )
    Togo Igawa (Takagawa)
    Tom Courtenay (Maggiore Wingate )
    Senem Temiz

    Musica: Rolfe Kent

    Costumi: Jenny Beavan

    Scenografia: Stuart Craig

    Fotografia: Florian Ballhaus

    Montaggio: Paul Tothill, A.C.E.

    Effetti Speciali: Mark Holt (supervisore)

    Makeup: Gemma Low

    Casting: Elaine Grainger e Lucinda Syson

    Scheda film aggiornata al: 20 Marzo 2013

    Sinossi:

    IN BREVE:

    Harry Deane (Firth), curatore di mostre londinese, organizza un'astuta macchinazione per raggirare l'uomo più ricco d'Inghilterra, l'avido collezionista Lionel Shabandar, (Rickman) convincendolo ad acquistare un falso dipinto di Monet. Come esca, recluta una regina del rodeo texana, (Diaz) che si farà passare per donna il cui nonno mise le mani sul dipinto alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

    IN DETTAGLIO:

    Harry Deane, interpretato (Colin Firth), è un curatore di mostre e lavora per il magnate dei media Lionel Shabandar (Rickman), avido collezionista di opere d'arte. Shabandar è egocentrico, brusco, vanaglorioso e molto avido e quindi - o almeno è questa l'opinione di Harry – è maturo per abboccare all'amo e cadere in un tranello che lo porterà ad acquistare un agognatissimo Monet che completerebbe la sua già inestimabile collezione privata.
    L'ingegnoso complotto ideato da Harry coinvolge anche il suo amico The Major (Courtenay) artista di talento che sarà incaricato di realizzare il falso Monet – del quale Harry certificherà l'autenticità – e di inventare una storia credibile per spiegare come il quadro sia giunto a lui: il dipinto sarebbe scomparso durante la Seconda Guerra Mondiale ricomparendo all'improvviso in una specie di campeggio in Texas dove PJ lo avrebbe ereditato dal nonno, un soldato che ha combattuto in Europa. O almeno questa è la storia che racconteranno a Shabandar.
    Quando Shabandar verrà a conoscenza delle rocambolesche vicende del quadro – grazie ad alcuni indizi piazzati ad arte da Harry – convocherà immediatamente PJ a Londra per intavolare una trattativa per l'acquisto del quadro. E' a questo punto che i piani di Harry cominceranno ad andare comicamente a rotoli...

    SHORT SYNOPSIS:

    An art curator enlists the services of a Texas steer roper to con a wealthy collector into buying a phony Monet painting.

    Harry Dean's plan to steal a painting from one of the world's richest men is missing one final component - the participation of a beautiful woman to act as his gambit. In Nicole, he meets someone who appears to be the perfect candidate, but Harry himself becomes enraptured with her, causing his plan to take a series of wrong turns.

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    REGIA TIEPIDA, SCENEGGIATURA VIRTUOSA TRA IL SINUOSO, LO 'SCOLLACCIATO' E IL KITSCH, CAST DI TUTTO RISPETTO CON UN COLIN FIRTH DISINVOLTO NEL DRAMMA QUANTO NELLA COMMEDIA

    Quando da qualche parte in seno al 'making of' di un film si individua il nome dei fratelli Coen (El Grinta, Non è un paese per vecchi), sia pure non necessariamente coinvolti a 360° come in questo caso, in cui per l'appunto si limitano alla sceneggiatura, lasciando onori e oneri di regia al Michael Hoffman di The Last Station, i pruriti sulle aspettative montano come le allergie in primavera. La fiducia da parte del cinefilo, così come dello spettatore non propriamente sprovveduto, si accorda sulla parola, così come i prodotti alimentari il cui marchio è sinonimo di garanzia. E i pruriti crescono in maniera esponenziale se a questo si aggiunge un cast a dir poco interessante come il quartetto qui chiamato alla ribalta: con Colin

    Firth (Il discorso del re, A Single Man) in testa che, nei panni dell'ingessato e succube curatore di mostre londinese Harry Dean, si dimostra egregiamente a proprio agio nella commedia quanto nel dramma, seguito a ruota dalla ruspante esuberanza texana di Cameron Diaz nelle vesti della regina del rodeo, alias spennatrice di polli, PJ Puznowski, nonché da Alan Rickman in formato collezionista d'arte (Lord Lionel Shabandar), tanto avido quanto cafone egocentrico, gretto e bieco, autoreferenziale ostentatore delle sue ricchezze quanto della sua ignoranza. Eppure, per quanto ricca di spunti brillanti, brani dello script indubbiamente umoristici, una recitazione che certo non delude - fatta eccezione per il respiro a fiato corto del personaggio di Stanley Tucci, alquanto 'mortificato' per spazio e definizione, e per di più arginato dietro la risibile staccionata dello stereotipo dell'esperto d'arte di matrice germanica - questo Gambit solletica appena il sorriso mentre se ne apprezzano i contorni

    da commediola degli equivoci - ma Roberto Benigni ha saputo fare di meglio su quei registri - almeno finché non si inciampa in alcune cadute di stile alquanto kitsch del tipo illustrato nella sequenza che registra un colpo di flatulenza da parte di una signora nella stanza del più elegante e lussuoso degli alberghi, il Savoy, sicura di non avere testimoni.

    Totalmente a prescindere dall'originale Gambit-Grande furto a Seramis diretto nel 1966 da Ronald Neame con Herbert Lom, John Abbott, Michael Caine, Roger C. Carmel e Shirley MacLaine, pellicola del resto poco conosciuta e all'epoca di scarso successo, di cui peraltro lo stesso regista Michael Hoffman del nuovo Gambit- Una truffa a regola d'arte non sembra essersi preso granché cura, la nuova 'criminal comedy', gratifica il proprio McGuffin, incarnato dall'Arte e dal suo mondo fatto di loschi traffici e da verità spesso apparenti, tanto quanto i rigori di una pretestuale 'autenticità',

    del suo riscatto 'ad personam', cavalcando al contempo le note farsesche ed irridenti nei rispetti di sedicenti critici ed esperti d'arte (quanto già tratteggiato in maniera più seria da Giuseppe Tornatore ne La migliore offerta) in odore dell'ennesimo 'fuoco di paglia'. E la truffa-riscatto risponde bene al nocciolo della questione espresso concisamente in una sola parola dal titolo originale: non a caso Gambit si riferisce alla sorprendente e spiazzante mossa con cui all'inizio il giocatore sacrifica un punto a favore dell'avversario prima di accaparrarsi il vantaggio strategico in una fase più avanzata del gioco.

    Ad incorniciare lo 'scollacciato' affresco in groppa alla grezza, se non proprio grottesca, natura di PJ - dominante la scorza di un fisico palestrato da urlo della Diaz - cadenzata dalla sua personale cornucopia di irriverenti proverbi, sono delegati il delizioso siparietto in punta di sketch d'animazione, in apertura sui titoli di testa - quasi parente dell'introduzione

    animata di monicelliana memoria (Armata Brancaleone, 1966) - e la voce fuori campo del Maggiore falsario Wingate (Tom Courtney) che, in una sorta di psicoanalisi semi burlesca dai toni suadentemente colloquiali e naturalmente ironici, è sempre pronta a presentarci qua e là schegge di situazioni e personaggi tra il surreale e il grottesco. Apprezzabile anche il vezzo strutturale che prende al laccio - tanto per rimanere in termini da rodeo - lo spettatore su un giro di sequenze che di lì a poco scopriamo solo immaginate dal protagonista, accostate poi, per contrasto, a quanto invece succede nella realtà dei fatti. Motivo che per altri versi serpeggia un pò in tutta la pellicola flirtando con lo humour leggero degli equivoci, ma alla fin fine, una volta usciti dal cinema, ci si chiede perché, con un tal dispiegamento di forze, nulla abbia sedimentato quanto basta a ricordare una sola sequenza memorabile. Di

    contro, ce ne sovviene una assolutamente dimenticabile: il 'live karaoke' di PJ con la grottesca delegazione giapponese!

    Bibliografia:

    Nota: Ufficio Stampa Lucherini Pignatelli

    Pressbook:

    PRESSBOOK ITALIANO di GAMBIT

    Links:

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    Gambit - trailer

    Gambit - trailer (versione originale)

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