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    Home Page > Movies & DVD > Cesare deve morire

    CESARE DEVE MORIRE: ISPIRATA AL GIULIO CESARE SHAKESPEARIANO LA DOCU-FICTION DEI FRATELLI TAVIANI

    RECENSIONE ITALIANA - VINCITORE dell'ORSO D'ORO per il 'MIGLIOR FILM' al 62. Festival del Cinema di Berlino (9-19 Febbraio 2012) - PREVIEW in ENGLISH by Jay Weissberg (www.variety.com) - Dal 2 MARZO

    "Fu un’amica a noi cara che ci disse di essere stata poche sere prima a teatro, e di avere pianto; non le succedeva da anni. Andammo a quel teatro, e quel teatro era un carcere. Il carcere di Rebibbia, sezione di Alta Sicurezza. Attraverso cancelli e inferriate arrivammo davanti a un palcoscenico, dove una ventina di detenuti, di cui alcuni ergastolani, dicevano Dante, la Divina Commedia. Avevano scelto alcuni canti dell’Inferno e ora nell’inferno del loro carcere rivivevano il dolore e il tormento di Paolo e Francesca, del conte Ugolino, di Ulisse… Li raccontavano ciascuno nel proprio dialetto, confrontando a tratti la storia poetica che evocavano con la storia della propria vita. Ci ricordammo le parole, e il pianto, della nostra amica. Sentimmo il bisogno di scoprire con un film come può nascere da quelle celle, da quegli esclusi, lontani quasi sempre dalla cultura, la bellezza delle loro rappresentazioni. Proponemmo al loro regista interno, Fabio Cavalli, il “Giulio Cesare” di Shakespeare. Lo abbiamo realizzato con la collaborazione dei detenuti, girando nelle loro celle, nei cunicoli per l’ora d’aria, nei bracci della sezione e infi ne sul loro palcoscenico. Abbiamo cercato di mettere a confronto l’oscurità della loro esistenza di condannati con la forza poetica delle emozioni che Shakespeare suscita, l’amicizia e il tradimento, l’assassinio e il tormento delle scelte diffi cili, il prezzo del potere e della verità. Entrare nel profondo di un’opera come questa signifi ca guardare dentro se stessi: soprattutto quando si lasciano le tavole di un palcoscenico per tornare a chiudersi dentro le pareti di una cella".
    Il registi e sceneggiatori Paolo e Vittorio Taviani

    (Cesare deve morire; ITALIA 2012; docu-fiction drammatica; 76'; Produz.: Kaos Cinematografica in collaborazione con RAI Cinema; Distribuz.: Sacher Distribuzione)

    Locandina italiana Cesare deve morire

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    Trailer

    Titolo in italiano: Cesare deve morire

    Titolo in lingua originale: Cesare deve morire

    Anno di produzione: 2012

    Anno di uscita: 2012

    Regia: Paolo
    Vittorio Taviani

    Sceneggiatura: Paolo e Vittorio Taviani con la collaborazione di Fabio Cavalli

    Soggetto: Ispirato al Giulio Cesare shakespeariano.

    Cast: Cosimo Rega (Cassio)
    Salvatore Striano (Bruto)
    Giovanni Arcuri (Cesare)
    Antonio Frasca (Marcantonio)
    Juan Dario Bonetti (Decio)
    Vittorio Parrella (Casca)
    Rosario Majorana (Metello)
    Vincenzo Gallo (Lucio)
    Francesco De Masi (Trebonio)
    Gennaro Solito (Cinna)
    Francesco Carusone (Indovino)
    Fabio Rizzuto (Stratone)
    Maurilio Giaffreda (Ottavio)

    Musica: Giuliano Taviani e Carmelo Travia

    Fotografia: Simone Zampagni

    Montaggio: Roberto Perpignani

    Casting: Fabio Cavalli

    Scheda film aggiornata al: 25 Novembre 2012

    Sinossi:

    IN BREVE:

    Un luogo insolito: la Sezione di Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia. Protagonisti: i suoi detenuti, dei quali alcuni segnati dalla “fine pena mai”. Come storia quella del Giulio Cesare shakespeariano, che alla fine viene rappresentato con successo sul palcoscenico del carcere.

    Di giorno in giorno, nelle celle, nei cubicoli dell’ora d’aria, nei bracci della Sezione il film racconta come, attraverso prove che sempre più coinvolgono i detenuti nel profondo, prende forza la grande tragedia, scoprendo nello stesso tempo le cadenze oscure della loro vita quotidiana di condannati.

    SYNOPSIS:

    The performance of Shakespeare’s Julius Caesar comes to an end and the performers are rewarded with rapturous applause. The lights go out; the actors leave the stage and return to their cells. They are all inmates of the Roman maximum security prison Rebibbia. One of them comments: ‘Ever since I discovered art this cell has truly become a prison’.
    Filmmakers Paolo and Vittorio Taviani spent six months following rehearsals for this stage production; their film demonstrates how the universality of Shakespeare’s language helps the actors to understand their roles and immerse themselves in the bard’s interplay of friendship and betrayal, power, dishonesty and violence. This documentary does not dwell on the crimes these men have committed in their ‘real’ lives; rather, it draws parallels between this classical drama and the world of today, describes the commitment displayed by all those involved and shows how their personal hopes and fears also flow into the performance.
    After the premiere the cell doors slam shut behind Caesar, Brutus and the others. These men all feel proud and strangely touched, as if the play has somehow revealed to them the depths of their own personal history.

    Commento critico (a cura di SARA MESA)

    I fratelli Taviani tornano a farsi sentire-vedere attraverso un film sempre in bilico tra finzione e realtà, che riesce a far emergere in maniera inedita e dirompente la verità di una situazione e di uno stile di vita a noi quasi completamente sconosciuti. Come sia possibile che questo avvenga per mano di due giovani ottantenni è facilmente spiegabile: l’arte non ha né età né luogo e può essere incontrata ed applicata da tutti, basta coglierne l’essenza. Questo ci dimostrano i carcerati che interpretano abilmente Shakespeare fra le strette sbarre della loro cella, riassaporando un briciolo di libertà ad ogni battuta pronunciata e questo è quello che vogliono farci capire i numerosi registi (non bisogna infatti dimenticare l’importante ruolo del regista teatrale Fabio Cavalli) di quest’opera.

    Il passaggio dal colore vivo della prima scena, in cui i detenuti esplodono in un gioioso urlo liberatorio al termine dello spettacolo, al bianco e nero

    contrastato del resto del film segna l’entrata nel mondo alienante e alienato dei protagonisti. La loro presentazione avviene attraverso i provini per l’assegnazione delle parti nella tragedia, in quel momento i loro caratteri iniziano a delinearsi insieme alle condanne che devono scontare nell’area di massima sicurezza del carcere di Rebibbia.

    Man mano che si procede con la messa in scena di Giulio Cesare però, il loro stato di reclusi viene lentamente dimenticato e la rappresentazione assume una connotazione preponderante, al punto tale da venire infastiditi quando, con un suggerimento del regista o un’interruzione degli attori, siamo costretti a ricordarci che stiamo assistendo solo alla registrazione delle prove di una compagnia teatrale. Più si va avanti e più il penitenziario e i loro occupanti si trasformano in uno scenario perfetto per la storia e si integrano nella narrazione. Le uniche parti del film che stonano sono infatti quelle in cui i

    detenuti esternano meccanicamente le loro sensazioni ed esperienze passate. Il doverle far emergere esplicitamente in un momento predefinito li mette in difficoltà e fa perdere loro l’incredibile capacità di comunicarle attraverso gli sguardi e i gesti che compiono durante l’interpretazione. I personaggi dell’opera di Shakespeare non sono altro che “uomini d’onore”, come loro, e sono spinti dalle stesse forti pulsioni che hanno spinto loro a compiere gli atti che li hanno portati a vivere fra quelle mura. Tutto ciò emerge in modo naturale e fisiologico, per questo risulta superfluo esprimerlo a parole. L’utilizzo del dialetto d’origine da parte degli attori poi conferisce un grado di veridicità alla messa in scena difficile da eguagliare.

    I registi non rinunciano ad incorniciare tutto ciò all’interno di un quadro profondamente cinematografico. Il passaggio tra una scena e l’altra è spesso segnato da una dissolvenza, i primi piani si alternano fluentemente con i campi medi e

    la musica sempre in armonia con lo svolgersi dell’azione enfatizza i momenti più pregnanti dello spettacolo.

    L’orso d’oro a Berlino permetterà a questo film di godere di una visibilità e un successo meritati che altrimenti non sarebbero stati possibili. Il circuito di opere di questo genere infatti, solitamente è talmente ridotto da raggiungere esclusivamente un pubblico di nicchia. Speriamo quindi che il raggiungimento delle grandi masse possa stimolare i produttori e soprattutto i finanziatori statali ad investire in un genere di cinema che sia capace di stimolare gli occhi, la mente e il cuore in egual misura.

    Secondo commento critico (a cura di JAY WEISSBERG, www.variety.com)

    Venerable helmers Paolo and Vittorio Taviani have taken the well-worn idea of prison theatricals and fashioned it into an attractive yet only superficially thought-provoking semi-docu with "Caesar Must Die." "Semi" because every line appears carefully rehearsed, including personal asides, though the prisoners and their incarceration are very real. Staging Shakespeare's "Julius Caesar" with criminals adds a significant amount of extra-textual food for thought, but it's uncertain whether the Taviani brothers are clear on what it all should mean. Result is an intriguing, at times impressive, curiosity that could be sprung from fest lock-up for short-term parole on limited arthouse screens.

    The high-security section of Rome's Rebibbia prison -- temporary (or not) home to Mafia figures, murderers, drug traffickers, etc. -- has been staging plays in its own theater for years. The Tavianis collaborate with Fabio Cavalli, the director in charge of these perfs, to produce "Julius Caesar" within the prison walls

    while incorporating some of the convicts' thoughts, trimming the play and expounding on concepts while inviting the men to adapt the Italian translation into their own dialects.

    Opening and closing, in color, show snippets of the actual stage production with the audience, while the bulk of the pic, shot in striking black-and-white, moves throughout the jail and includes scenes, rehearsals and the prisoners' reactions. Though the Tavianis want to emphasize the pathos of incarceration, their decision to use various prison locales lessens the sense of a restrictive space; in a final scene with Brutus (Salvatore Striano) and Cassius (Cosimo Rega), the thesps are shot against a white sky accompanied by sounds of nature. A subsequent shot of the men returning to their cells is meant to bring auds back to reality, yet the earlier image of them surrounded by a limitless firmament turns the cells into a theatrical construct.

    So

    does the knowledge that Striano was released in 2006, returning to Rebibbia for this production (he made his acting debut in 2008's "Gomorrah"). Though he's a powerful actor, his insertion among the convicts serving their sentences shakes up the helmers' presumed objective, to force auds to contemplate questions of inner and outer freedom, and the ineluctable humanity that remains whether restrained by real or metaphorical walls.

    In this the pic is only partially successful. Notwithstanding the sobering contemplation of imprisoned lives, viewers can't ignore the fact that these guys aren't exactly Jean Valjeans, and they're in high security for a reason. It's a salutary notion that prison theatricals offer a safe haven for the soul even in stir, and its role in rehabilitation feels very real. But what is the viewer meant to take away after watching convicted criminals staging a play about a traitorous murder? Given the popularization of

    the Mafia stereotype, there's an odd sensation springing from lines in the play dealing with "honor," generating unintended reactions leaning more toward comedy than drama.

    There are moments, when the men react to concepts in the play or their lives, that feel far too scripted; the guys probably said the lines at one time, but their repetition for the camera is jarring in its lack of spontaneity. Unquestionably the film works best when sticking to the play. For the most part, the changes made to the Shakespeare (via Italian translation) maintain the Bard's conception of character, though the use of dialects can be startling for sharp-eared auds. When Decius (Juan Dario Bonetti) says, "Fresh, fresh, this morning" he sounds more like an itinerant egg seller than a Roman general. Some speeches appear to have gone through distracting post-production dubbing.

    While practically all the men do justice to their roles, the

    real standout is Giovanni Arcuri's Caesar. His powerful physique, expressive demeanor, palpable presence and ease with his lines should have helmers calculating how much time he's got left inside before they can cast him in future roles.

    Lensing by Simone Zampagni, the Tavianis' assistant cameraman on their recent pics, showcases starkly handsome black-and-white, straightforward and memorable, although some may find the visuals wear their "arty" credentials a bit too self-consciously. While music is generally kept to a minimum, there's an unfortunate repetition of a mournful alto-sax theme, and having tunes well up for the line "Rome, city without shame" unnecessarily pushes a point.

    Bibliografia:

    Nota: Si ringrazia lo Studio Nobile Scarafoni

    Pressbook:

    PRESSBOOK ITALIANO di CESARE DEVE MORIRE

    Links:

    • CESARE DEVE MORIRE - INTERVISTA a PAOLO e VITTORIO TAVIANI & CO. tra cui NANNI MORETTI (A cura dell'inviata SARA MESA) (Interviste)

    • 62. Festival del Cinema di Berlino (9-19 Febbraio 2012) - ORSO D'ORO AL FILM DEI FRATELLI TAVIANI 'CESARE DEVE MORIRE' (Speciali)

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