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    Home Page > Movies & DVD > Hotel Rwanda

    HOTEL RWANDA: L’ANCORA DELLA SALVEZZA DA UN GENOCIDIO TRIBALE

    Dopo dieci anni, i politici di tutto il mondo sono giunti in pellegrinaggio in Ruanda per chiedere perdono ai sopravvissuti e come fanno sempre, hanno dichiarato che ‘una cosa del genere non dovrà ripetersi mai più’. E invece sta già accadendo di nuovo in Sudan, in Congo, o in qualche altro posto dimenticato da Dio e dagli uomini dove la vita umana vale meno di zero. Luoghi dove la dignità di uomini e donne come Paul e Tatiana ci fa vergognare”.
    Il regista Terry George

    (Hotel Rwanda, CANADA/GRAN BRETAGNA/ITALIA/SUD AFRICA 2004; drammatico; 121’; Produz.: Miracle Pictures/Seamus e Inside Trak; Distribuz.: Mikado)

    Locandina italiana Hotel Rwanda

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    Celluloid Portraits:


    Trailer

    Titolo in italiano: Hotel Rwanda

    Titolo in lingua originale: Hotel Rwanda

    Anno di produzione: 2004

    Anno di uscita: 2004

    Regia: Terry George

    Sceneggiatura: Terry George e Keir Pearson

    Soggetto: Terry George e Keir Pearson

    Cast: Don Cheadle (Paul Rusesabagina)
    Sophie Okonedo (Tatiana Rusesabagina)
    Nick Nolte (Colonnello Oliver)
    Joaquin Phoenix (Jack)

    Desmond Dibe (Dube)
    David O’Hara (David)
    Cara Seymour (Pat Archer)
    Fana Mokoena (Generale Augustin Bizimungo)
    Hakeem Kae-Kazim (George)
    Tony Kgoroge (Gregoire)
    Mosa Kaiser (figlia di Paul)
    Mathabo Pieterson (figlia di Paul)
    Ofentse Modisellr (Roger Rusesabagina)
    Roberto Citran (sacerdote)

    Musica: Andrea Guerra (Musiche aggiunte: Rupert Gregson-Williams Afro Celt Sound System)

    Costumi: Ruy Filipe

    Scenografia: Tony Burrough e Johnny Breedt

    Fotografia: Robert Fraisse

    Sinossi:

    Il film si ispira alla vera storia di Paul Rusesabagina (Don Cheadle), direttore di un hotel a quattro stelle in Rwanda che negli anni Novanta. Nella specifica circostanza del più sanguinoso conflitto della recente storia africana tra le due etnie Hutu e Tutsi, Paul si fa eroicamente carico di aiutare oltre 1200 persone ospitandole nel proprio albergo e sottraendole ad un genocidio tra i più atroci che una guerriglia tribale abbia mai potuto generare. Si tratta non di un tragico capitolo tra i tanti che hanno afflitto e che affliggono il Terzo Mondo ma del dramma di una fetta di umanità che chiama oggi in causa le responsabilità della comunità internazionale, soprattutto nei riguardi di quel milione di persone che è rimasto ucciso nelle strade della capitale Kigali, nell’arco di cento giorni infernali, con la ‘benedizione’ del resto del mondo che è restato a guardare.

    Commento critico (a cura di Patrizia Ferretti)

    La voce fuori campo di una stazione radio a schermo completamente buio dà l’avvio ad una delle storie più agghiaccianti trasposte dalla realtà alla celluloide. Questa storia, che si appunta sul sanguinoso conflitto di marca tribale consumato nel 1994 a Kigali, capitale del Ruanda, prova purtroppo che il regresso regna ancora sovrano da molti punti di vista: a cominciare da quello della ‘valutazione’ delle persone, del loro peso, non nel senso della dignità umana, così come dovrebbe essere, quanto del colore della pelle e/o della portata economico-sociale. Ancora oggi, questa fetta di Africa rappresentata dal popolo ruandese, resta evidentemente ‘di fronda’, per usare un’espressione più elegante di quella pronunciata con contrizione e rammarico dal Colonnello Oliver (Nick Nolte): “… siete spazzatura…”. Proprio grazie a questo concetto, desunto a seguito del consulto con il direttivo delle Nazioni Unite, il Colonnello si trova difatti con le mani legate e impossibilitato ad arginare

    fattivamente il genocidio in atto: “Abbiamo ordine di non intervenire”. Così il mondo è stato a guardare senza poter di fatto fermare una tragedia umana che ha peraltro lasciato dietro di sé gravi ferite non ancora del tutto cicatrizzate. Sembra un paradosso, eppure le 1268 persone che hanno salvato la propria vita da quella folle carneficina, lo devono ad un unico uomo, Paul Rusesabagina (Don Cheadle) che il regista di origine irlandese Terry George (lo sceneggiatore di In nome del Padre e il regista di Una scelta d’amore) ha incontrato direttamente in Belgio per ascoltare la vicenda ruandese direttamente dalla fonte primaria: un uomo comune divenuto un eroe per aver trovato il coraggio di aprire le porte dell’albergo a quattro stelle che stava dirigendo, alla propria famiglia e a un popolo in fuga da morte certa. Ciò che ha spinto il regista George a sottoporre all’attenzione del pubblico una storia

    come questa attraverso la trasposizione sul grande schermo, è stata proprio quella di far vergognare l’Occidente per l’incapacità (o meglio, la scarsa volontà) ad intervenire tempestivamente e fattivamente per impedire il massacro di un milione di persone, tra cui numerosi bambini. E non poteva essere altrimenti. Se questo film, che ha peraltro il patrocinio di Amnesty International, tuttora impegnata sul campo a sostegno delle popolazioni sopravvissute per arginare vecchi (e nuovi) problemi ereditati da quel drammatico capitolo, non si impone per particolari doti stilistiche in senso cinematografico, riesce a figurare, e non è poco, l’anima di un popolo, sintetizzata, per contrasto, in due specifiche sequenze: all’inizio, con panoramiche paesaggistiche animate da note musicali tipiche del luogo che calano lo spettatore nell’atmosfera calda, essenziale, ma molto vivace e colorata dal tocco, come dire, ‘informale’, della capitale ruandese. Lo scorrere di una vita che scarta da lussi o vezzi particolari, ma con

    una dimensione e una cultura proprie, un mondo soffocato nella tragedia, celebrata in quel che può considerarsi il climax , con la sequenza forse più sconvolgente dell’intero film: quando nel viaggio di ritorno con le provviste per i rifugiati dell’albergo, tra le nebbie dell’alba di un nuovo giorno, il camion balzella su ostacoli non ben precisati, fin quando Paul non scende per rendersi conto, restando travolto dall’atroce realtà, rotolando egli stesso su una strada ricoperta di centinaia di cadaveri, una sorta di cimitero a cielo aperto, con numerosi bambini, tra gli adulti, uccisi a colpi di macete.
    Il motivo dei ripetuti riscatti di persone tutsi mediante il pagamento di somme di denaro poi, ha portato comprensibilmente ad eleggere Paul Rusesabagina quale “Schlinder africano”. E questo evidenzia il concetto truce che ha animato sia chi quel denaro lo ha incassato con i ruandesi, sia chi, in passato, lo ha incassato per lasciar

    andare degli ebrei: il concetto di un manipolo di vite umane viste come merce di scambio e non come identità di singole persone. Ma a che servono trasmissioni su trasmissioni in nome della memoria storica, “per non dimenticare”, se svoltato l’angolo, oltre mezzo secolo più tardi, in altro contesto, si ripetono gli stessi terrificanti errori ? E’ senz’altro questo il messaggio portante di Hotel Rwanda. Una storia che doveva essere raccontata ma che, ci pare, sia stata distribuita con parsimonia tale, da rendere necessario cercare la città dove viene proiettata, magari in qualche saletta di un piccolo cinema d’essai. E questo malgrado il lancio onorevole come la selezione ufficiale 2005 all’Internationale Filmfestspiele a Berlino. Ci si vergogna troppo e allora va bene una proiezione ‘in sordina’? La cosa più tragica e preoccupante comunque, stando a quanto dichiarato dallo stesso regista Terry George, è che il Ruanda non sembra essere

    un caso isolato: “Dopo dieci anni, i politici di tutto il mondo sono giunti in pellegrinaggio in Ruanda per chiedere perdono ai sopravvissuti e come fanno sempre, hanno dichiarato che ‘una cosa del genere non dovrà ripetersi mai più’. E invece sta già accadendo di nuovo in Sudan, in Congo, o in qualche altro posto dimenticato da Dio e dagli uomini dove la vita umana vale meno di zero. Luoghi dove la dignità di uomini e donne come Paul e Tatiana ci fanno vergognare”. Dobbiamo almeno essere grati ad un cinema, raro ma presente, che prova a farsi vessillo di protezione contro l’indifferenza verso tragedie umane su qualsiasi registro. Ed è questo il segno che ha contraddistinto, sia pure su piani diversi, questo Hotel Rwanda di Terry George, così come il Cuore sacro di Ferzan Ozpetek, usciti peraltro quasi in contemporanea.



    Bibliografia:

    Sito ufficiale: www.mgm.com/ua/hotelrwanda

    Links:

    • Terry George (Regista)

    1

    Galleria Video:

    hotel rwanda.mov

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