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    MAMMUTH: LA NUOVA, GENIALE COMMEDIA ON THE ROAD DEI REGISTI DI 'LOUISE MICHEL'

    60. Festival del Cinema di Berlino (11-21 Febbraio 2010) - RECENSIONE IN ANTEPRIMA - Dal 29 OTTOBRE

    (Mammuth FRANCIA 2010; Commedia; 90'; Produz.: GMT Productions / No Money Productions, co-prodotto da: DD Productions / Monkey Pack Films / Arte France Cinema, con la pertecipaz. di: Banque Postale Image 3 / Canal + / Cinecinema, con il supporto della: Regione Poitou Charentes / Dipartimento della Charente / Dipartimento della Charente Maritime, col partenariato di: CNC; Distribuz.: Fandango)

    Locandina italiana Mammuth

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    Celluloid Portraits:




    Trailer

    Titolo in italiano: Mammuth

    Titolo in lingua originale: Mammuth

    Anno di produzione: 2010

    Anno di uscita: 2010

    Regia: Benoît Delépine
    Gustave Kervern

    Sceneggiatura: Benoît Delépine e Gustave Kervern

    Cast: Gerard Depardieu (Serge “Mammuth” Pilardosse)
    Yolande Moreau (Catherine Pilardoss)
    Isabelle Adjani (l’amore perduto di Serge)
    Benoît Poelvoorde (il recuperatore di metalli)
    Miss Ming (Solange)
    Blutch (l'impiegato del fondo pensioni)
    Philippe Nahon (il direttore della casa di riposo)
    Bouli Lanners (il selezionatore)
    Anna Mouglalis (la ladra invalida)
    Albert Delpy (il cugino)

    Musica: Gaëtan Roussel

    Costumi: Florence Laforge

    Scenografia: Paul Chapelle

    Fotografia: Hugues Poulain

    Montaggio: Stéphane Elmadjian

    Makeup: Turid Follvick

    Scheda film aggiornata al: 25 Novembre 2012

    Sinossi:

    Mammuth, lavora in un mattatoio. E' un tipo grosso e poco loquace. Ha appena compiuto 60 anni e i suoi colleghi gli hanno organizzato una piccola festa di addio perché sta per andare in pensione. Mammuth lavora da quando ha 16 anni e da allora non ha mai saltato un solo giorno di lavoro, ma quando va a ritirare la pensione gli viene detto che 6 dei suoi precedenti datori di lavoro non gli hanno mai versato i contributi e che spetta a lui provare che ha lavorato in tutti questi anni. Per ricevere i benefici della meritata pensione, la sua unica soluzione è tornare da loro per raccogliere le certificazioni mancanti.
    Incoraggiato dalla moglie, inforca allora la sua vecchia moto, una Mammuth degli anni 70 a cui deve il suo soprannome e ritorna nei luoghi della sua giovinezza, in un viaggio che lo metterà a confronto con i suoi ex capi, i suoi vecchi amici, la sua famiglia d'origine e il ricordo del suo primo amore.
    Sulla strada, si rende conto che la gente lo ha sempre considerato un imbecille incolto. Sommerso nel dubbio, ossessionato dalle apparenze spettrali di Yasmine, il suo primo amore perduto in un drammatico incidente motociclistico, la sua ricerca per recuperare i documenti mancanti col passare del tempo si fa sempre più sterile.
    La salvezza gli viene dalla sua giovane nipote, che risveglia il poeta felice che giace dormiente dentro di lui. Invece di un lento invecchiamento verso la morte, Mammuth decide di abbracciare la vita con un nuovo inizio.

    Commento critico (a cura di ERMINIO FISCHETTI)

    Per chi ha visto Louise-Michel, assistere a Mammuth, il nuovo film dei registi Benoit Delèpine e Gustave Kervern, non sarà certo una sorpresa. Perché, parliamoci chiaro, gli autori raccontano con la stessa ironia le sorti di poveri operai fregati dal sistema lavorativo. Stavolta il protagonista è un pover’uomo, un po’ tonto, che a sessanta anni decide di andare in pensione scoprendo che non tutti i suoi datori di lavoro gli hanno versato i contributi. Decide, così, di partire, a bordo della sua vecchia moto, una Mammuth degli anni Settanta, per ottenere dai “padroni” le certificazioni mancanti. Sarà un viaggio nei ricordi e nei luoghi del proprio passato. Nuovo apologo di stampo marxista di Delèpine e Kevern, che disserta della morte sociale delle classi operaie, della perdita degli ideali politici contemporanei, della distruzione di un’economia che schiaccia sempre più i deboli e crea così fratture sempre più nette fra ricchi e

    poveri. Ma, a differenza del precedente film perde un po’ di mordente; la cattiveria è volutamente stemperata e l’opera lascia spazio ad una malinconia maggiormente accentuata, indugiando, nella vicenda, più su un passato nostalgico (anche politicamente) che su un’analisi della crudeltà del mondo odierno – questo al contrario meglio messo in evidenza dal lavoro di cassiera della compagna dell’uomo (interpretata anche stavolta da una Yolande Moreau che si rivela come sempre perfetta maschera di figura incattivita dalla brutalità della sua condizione di povera) -, più su una narrazione onirica – rappresentata dal fantasma di un amore passato - che su una visione anarchica. I registi stavolta cedono ai sentimenti in un finale fatto di speranza, che sottolinea un futuro che può migliorare solo attraverso l’acquisizione della cultura e delle ideologie passate. Una speranza metaforicamente rappresentata dalla libertà che la moto concede al suo protagonista, facendolo uscire dalla sua condizione di

    “schiavo” e divenendo una figura pensante. E, per mezzo di una sceneggiatura più malinconica, anche la struttura stilistica del film si ammorbidisce, è meno cupa, la fotografia è più morbida e sgranata, più luminosa – grazie anche alle numerose scene girate nella campagna francese -, l’uso della macchina da presa ridotto all’essenziale. Squisitamente francese, come in una fiaba, lascia nel cuore dello spettatore un desiderio di speranza, fede e libertà e il “ritrovamento” di un Depardieu in ottima forma recitativa (che avevamo dimenticato), che dà al personaggio, anche attraverso la sua ormai canonica pinguedine e un improbabile capello lungo, la giusta dose di crudele veridicità.

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