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    SEGRETI DI FAMIGLIA: NEL DRAMMA POETICO DI FRANCIS FORD COPPOLA UNA FAMIGLIA LACERATA DA PROFONDE RIVALITA', SEGRETI E TRADIMENTI

    I ‘RECUPERATI’ di ‘CelluloidPortraits’
    Dal 27. Torino Film Festival

    (Tetro USA/ITALIA/SPAGNA/ARGENTINA 2009; 'mistery drama'; 127'; Produz.: American Zoetrope/BIM distribuzione/Istituto Nacional de Cine y Artes Audiovisuales (INCAA)/ Tornasol Films/Zoetrope; Distribuz.: BIM distribuzione)

    Locandina italiana Segreti di famiglia

    Rating by
    Celluloid Portraits:




    Trailer

    Titolo in italiano: Segreti di famiglia

    Titolo in lingua originale: Tetro

    Anno di produzione: 2009

    Anno di uscita: 2009

    Regia: Francis Ford Coppola

    Sceneggiatura: Francis Ford Coppola

    Soggetto: PRELIMINARIA:

    Segreti di famiglia è la prima sceneggiatura originale di Francis Ford Coppola da trent’anni a questa parte. E’ un dramma poetico che racconta la storia di una famiglia lacerata da profonde rivalità, segreti e tradimenti. Il film è ambientato nel quartiere bohemien di La Boca, a Buenos Aires, uno dei quartiere più vecchi della città − originariamente abitato soprattutto da immigrati italiani − dove sono nati tanti cantanti, musicisti e pittori famosi.

    Coppola ha cercato a lungo il protagonista del film prima di scegliere l’intenso e versatile attore e regista americano Vincent Gallo (Il valzer del pesce freccia, Buffalo ’66, The Brown Bunny). Tetro è uno scrittore che torna a Buenos Aires in fuga da una storia familiare difficile e da un padre-padrone, il famoso direttore d’orchestra Carlo Tetrocini, interpretato da Klaus Maria Brandauer (Mephisto, La mia Africa).

    Il film si apre con l’arrivo a Buenos Aires di Bennie, venuto da New York alla ricerca del fratello maggiore, Tetro, che non vede più da quando aveva 7 anni. Ora,
    alla vigilia del suo diciottesimo compleanno, Bennie ha deciso che non lascerà Buenos Aires senza avere scoperto perché suo fratello se n’è andato di casa senza lasciare traccia. Nell’appartamento di Tetro trova Miranda, la sua fidanzata, interpretata dall’attrice spagnola Maribel Verdú (Y Tu Mamá También, Il labirinto del fauno). Ma l’accoglienza che gli riserva il fratello non è quella che aveva sperato. Quella di Bennie è una storia di formazione. Arrivato a Buenos Aires con un’immagine idealizzata e romantica del fratello, artista di successo, Bennie si trova a fare i conti con un uomo aggressivo e tormentato. Tetro è un poeta malinconico, pieno di talento ma anche di tristezza. Sembra un uomo che ha sempre vissuto all’ombra di una personalità forte e dominante, che ha ostacolato il suo sviluppo. In questa storia familiare di antagonismi e rivalità maschili, elementi classici della tragedia greca si mescolano al tema centrale del film, che è la necessità di “distruggere” la figura paterna − simbolo della crudeltà e dell’oppressione − e di lasciarsi il passato alle spalle per realizzare il proprio
    destino. Bennie è interpretato da Alden Ehrenreich, attore esordiente scoperto da Fred Roos (produttore esecutivo del film), che per girare il film ha dovuto temporaneamente abbandonare gli studi liceali a Los Angeles.

    Nel cast internazionale figurano anche l’attrice spagnola Carmen Maura (Volver, Donne sull’orlo di una crisi di nervi), famosa in tutto il mondo per essere una delle muse di Pedro Almodóvar; e l’italiana Francesca De Sapio, che aveva già lavorato
    con Coppola nel Padrino: Parte seconda.
    Per gli altri ruoli, Coppola ha scelto alcuni dei più autorevoli divi argentini di cinema, teatro e televisione, tra cui ricordiamo Rodrigo De la Serna, Leticia Bredice, Mike Amigorena, Sofía Castiglione e Erica Rivas.

    Per Segreti di famiglia, Coppola ha voluto la stessa squadra di Un’altra giovinezza: il direttore della fotografia Mihai Malamaire, Jr.; il compositore Osvaldo Golijov; il montatore Walter Murch, e i produttori esecutivi Anahid Nazarian e Fred Roos.

    Dal >Press-Book< di Segreti di famiglia

    Cast: Vincent Gallo (Tetro)
    Maribel Verdù (Miranda)
    Alden Ehrenreich (Bennie)
    Klaus Maria Brandauer (Carlo)
    Carmen Maura (Alone)
    Rodrigo De la Serna (Jose)
    Leticia Brédice (Josefina)
    Mike Amigorena (Abelardo)
    Sofia Cstiglione (Maria Luisa)
    Francesca De Sapio (Amalia)

    Musica: Osvaldo Golijov

    Costumi: Cecilia Monti

    Scenografia: Sebastian Orgambide

    Fotografia: Mihai Malaimare Jr.

    Montaggio: Walter Murch

    Effetti Speciali: Ezequiel Borovinsky, Juan Pablo Menchon, Viktor Muller, Jirl Stamfest (...)

    Makeup: Norberto Poli

    Casting: Walter Rippell

    Scheda film aggiornata al: 25 Novembre 2012

    Sinossi:

    Giovane e ingenuo, il diciassettenne Bennie (ALDEN EHRENREICH) arriva a Buenos Aires alla ricerca del fratello maggiore, che dieci anni prima ha abbandonato la famiglia. Dopo essere emigrata dall’Italia in Argentina, la famiglia si era trasferita a New York per seguire Carlo (KLAUS MARIA BRANDAUER), padre crudele e autoritario e acclamato direttore d’orchestra. Quando Bennie ritrova il fratello, il geniale e tormentato scrittore “Tetro” (VINCENT GALLO), non è accolto a braccia aperte. Invece della figura idealizzata della sua infanzia, si trova di fronte un uomo freddo e auto-distruttivo. Tetro cammina con le stampelle, dopo un incidente in cui è stato ipnotizzato dai fari di un autobus che arrivava nella direzione contraria. Respinto dal fratello, Bennie si aggrappa alla fidanzata di Tetro, Miranda (MARIBEL VERDU), e scopre da lei che quell’incidente non è stato l’unico. Ospitato nel loro piccolo appartamento del quartiere bohemien di La Boca, Bennie trova gli scritti nascosti di Tetro, in cui il fratello rivela il vero motivo del suo allontanamento dalla famiglia. Quando Miranda, che ha cominciato ad affezionarsi a Bennie, scopre il giovane con gli scritti di Tetro, lo mette in guardia: se Tetro venisse a sapere che li ha letti, si infurierebbe. Ma Bennie non demorde e insiste per scrivere il finale mancante di una delle commedie del fratello. Quando Bennie resta vittima di un incidente e viene ricoverato in ospedale, Miranda cede e gli porta, di nascosto, il manoscritto. Tetro trova Bennie che scrive il finale, e ne nasce un litigio violento. Un grande critico teatrale, una donna che si firma come “Alone” (CARMEN MAURA), legge la commedia e la sceglie come finalista al premio letterario argentino più importante, che sarà consegnato nella sua villa, in Patagonia. Durante il viaggio attraverso la Patagonia, una notte Tetro scompare misteriosamente e Miranda, preoccupata, lo cerca lungo l’autostrada. Alla cerimonia di premiazione in Patagonia, Tetro ricompare e i due fratelli rivivono nella loro commedia la tormentata verità di un comune passato. Quella stessa sera, ricevono anche la notizia che il padre è morto. Tutta la famiglia si ritrova a Buenos Aires, ai funerali di stato, e questa volta è Bennie a scomparire nella notte: sconvolto, vaga sull’autostrada ipnotizzato dai fari delle auto che passano veloci. Tetro segue il fratello e lo salva: finalmente ha capito che sono una famiglia.

    Dal >Press-Book< di Segreti di famiglia

    Commento critico (a cura di ENRICA MANES)

    Non è un vizioso esercizio di stile quello che nel talento maturo e classico di Coppola trova la sua completezza in un dramma famigliare. Scritto e diretto interamente in prima persona, in quel dramma Coppola inserisce difatti, con peculiare attenzione, tratti autobiografici e citazioni coltissime da una letteratura e da un cinema di genere da cui trae origine la sua stessa formazione.

    Senza orpelli e senza sentimentalismi, Coppola riporta lo sguardo sulla persona e sull’intreccio, unendo filmico e profilmico in un’atmosfera e in una colonna sonora decisamente noir, per una storia dal tempo indefinito e nella quale i connotati spazio temporali si perdono fra modernità e percezioni anni ’50: negli abiti, nei dettagli, nella luce chiaroscurale del bianco e nero e nelle inquadrature che indugiano su interni e primi piani con movimenti di macchina fortemente connotativi che riportano lo sguardo ad un tempo passato che ritorna nel presente, in un

    dramma intimo di rapporti e di affetti.

    Uno scenario espressionista in cui ogni inquadratura e dettaglio sono rivestiti da una funzione fortemente simbolica di intimizzazione e nella quale si fondono le citazioni dai Racconti di Hoffmann in un teatrino dell’immaginario e del ricordo che è continuo passaggio di presente e passato in quell’universo che Angelo-Tetro costruisce intorno a sé, in quella produzione letteraria che è parte stessa della sua vita.

    Come Coppola, anche Tetro è parte di questo mondo metacinematografico e metateatrale che si nutre di un gioco raffinatissimo di inquadrature nelle inquadrature, che si tratti di interni o di vedute di palazzi e vie del quartiere di Boca e di Buenos Aires in cui la vicenda si ambienta.
    Coppola gioca con il decoupage classico e lo reinterpreta in un punto di vista moderno, con i suoi passaggi dal campo totale al semitotale fino all’inquadratura diretta del protagonista in primi e mezzi

    piani nei quali però l’azione non sempre risulta spezzata e discontinua.
    Topica l’immagine-quadro, (riferimento che rimanda al candidato Kane di Quarto potere), del padre-padrone (un Klaus Maria Brandauer che si colloca a metà fra un personaggio di Welles e il Padrino dello stesso Coppola) che si erge in gigantografia sulla parete della camera ardente al momento della veglia funebre in cui la famiglia al completo si trova riunita.

    Con una trama che rapisce lo spettatore in una spirale dai forti accenti drammatici i cui tempi narrativi hanno la sola pecca di dilungarsi un po’ troppo, Coppola modella sulla sua esperienza i protagonisti, ed anche qui, come già col Padrino rende partecipe, in passioni ed ossessioni, della propria ricerca di uomo e di artista.

    Commenti del regista

    "Fin da piccolo, ho sempre voluto scrivere storie. All’inizio, sognavo di diventare commediografo, e a 17 anni ho vinto una borsa di studio in drammaturgia e mi sono laureato in Teatro alla Hofstra University di New York. Ma credo che a quell’età il senso critico sia più sviluppato della creatività, e ero convinto di non avere alcun talento. Sono diventato il 'tecnico' dei nostri spettacoli universitari, e mentre lavoravo arrampicato sulle impalcature delle luci, guardavo il regista che dirigeva gli attori e pensavo: 'Questo potrei farlo.' Il passaggio alla regia è stato un successo e all’improvviso mi sono ritrovato a essere il regista più ricercato della Hofstra. Ma quel successo non mi consolava del mio fallimento come scrittore. Più tardi, dopo aver visto il film muto di Sergei Eisenstein Ottobre, ho cambiato nuovamente indirizzo e mi sono iscritto alla facoltà di cinema della UCLA, dove ho cominciato la specializzazione. A un certo punto, ho scoperto che gli anni passati a lavorare su soggetti, commedie e sceneggiature cominciavano a dare i loro frutti ed ero migliorato. Almeno un po’. Questo e la mia esperienza in campo teatrale mi davano un vantaggio su alcuni degli studenti. Alla fine, a 27 anni, quando ho vinto un premio per la mia sceneggiatura Pilma, ho cominciato a sentirmi un vero scrittore, e ho capito quale sarebbe stata la mia strada. Intorno ai 30 anni ho scritto sceneggiature come L’UOMO DELLA PIOGGIA e LA CONVERSAZIONE, basate in qualche modo su esperienze che avevo avuto o di cui ero stato testimone, e sognavo di diventare regista-sceneggiatore come alcuni dei grandi autori che ammiravo: LA DOLCE VITA di Federico Fellini era uscito nel 1960, e poi c’era il fascino misterioso dei film di Antonioni. Io volevo seguire le loro orme, e scrivere sceneggiature originali. Era così che immaginavo la mia vita: inventare storie, scrivere sceneggiature e poi dirigerle. In particolare, volevo scrivere un film drammatico che somigliasse a quelli che avevo amato da ragazzo, qualcosa di intenso e personale, sul genere di FRONTE DEL PORTO di Elia Kazan, o di una qualsiasi delle opere di Tennessee Williams. IL PADRINO ha cambiato tutto, perché senza neppure rendermene conto sono diventato più famoso di quanto avrei mai immaginato. E sì, scrivevo film e li dirigevo (e producevo), ma non era esattamente quello che avevo in mente. Io volevo scrivere sceneggiature 'originali'. Invecchiando, non so se sono cambiato io o l’industria cinematografica, ma ho cominciato a non essere più così sicuro di voler fare cinema, e per diversi anni non ho più girato film. Certo, mi rendevo conto che il cinema dev’essere intrattenimento, come anche il teatro, ma ero disgustato dai film tutti uguali, dalla mancanza di coraggio e inventiva, e dalla sconvolgente successione di sequel e remake di vecchi film, fumetti e perfino programmi televisivi. Succedeva la stessa cosa nell’editoria: sembrava quasi che non esistessero nuovi romanzi, solo 'bestseller'. Chiaramente, le cose erano cambiate e io non riuscivo proprio a trovare un mio spazio. Né avevo idea di come avrei finanziato e distribuito il genere di film che volevo fare, ammesso che avessi avuto le risorse necessarie per continuare a scrivere. Alla fine ho deciso che UN’ALTRA GIOVINEZZA, un film più personale ma tratto da un racconto pre-esistente, poteva essere il modo giusto per rientrare in pista. Sapevo che quell’esperienza mi avrebbe preparato a scrivere un soggetto originale e a produrre un film con lo stesso stile e lo stesso budget. Avevo già un frammento dell’idea che poi sarebbe diventata SEGRETI DI FAMIGLIA. Erano solo un paio di pagine di appunti che avevo buttato giù molto tempo fa. Parlavano di un ragazzo che cerca il fratello maggiore che se n’era andato di casa giurando di non tornarci mai più. Volevo ambientare il film in una città straniera, e ho scelto Buenos Aires perché pensavo che mi sarebbe piaciuto vivere e lavorare lì. Mi piacevano la musica, la cucina e la cultura. Così ho preso questo frammento di storia, l’ho ambientata in Argentina, e ho cominciato a scrivere la sceneggiatura mentre stavamo ancora montando UN’ALTRA GIOVINEZZA. Finito il montaggio, ero già pronto per girare un nuovo film. Abbiamo iniziato le riprese il 28 marzo, e siamo andati avanti per circa 13 settimane, con un cast e una troupe prevalentemente argentini. C’erano due attori americani, Vincent Gallo e Alden Ehrenreich, due brave attrici spagnole, Maribel Verdú e Carmen Maura, un’attrice italiana, Francesca De Sapio, e il noto attore austriaco Klaus Maria Brandauer, ma tutti gli altri attori erano argentini. Con la troupe non ho avuto problemi perché tutti parlavano inglese, oppure italiano o spagnolo. Il linguaggio del cinema e del teatro è universale, è un linguaggio che tutti conoscono e che trascende la nostra lingua d’origine. All’inizio, molti dei ruoli che avevo scritto per gli attori argentini erano ruoli minori, ma quegli attori erano talmente fantastici che ho ampliato le loro parti. Ho voluto con me la stessa squadra con cui avevo girato UN’ALTRA GIOVINEZZA: il giovane direttore della fotografia Mihai Malamaire Jr, il compositore argentino Osvaldo Golijov, il montatore Walter Murch e i produttori esecutivi Anahid Nazarian e Fred Roos. Una sceneggiatura contiene sempre spunti tratti dalla tua vita personale, e lavorando al film arrivi a comprenderli meglio, anche se non è detto che trovi tutte le risposte. In SEGRETI DI FAMIGLIA il tema principale è la rivalità tra gli uomini di una famiglia di artisti – il padre, i fratelli, gli zii e i nipoti − che cercano tutti, ognuno a modo suo, di esprimere talenti e personalità. Il fatto che la rivalità esista all’interno di una famiglia, tra persone che si vogliono bene, rende la vicenda più complessa e drammatica. Anche se la storia di SEGRETI DI FAMIGLIA non è esplicitamente autobiografica, ognuno dei personaggi incarna una parte di me. Ho scritto una storia di fantasia che però pesca nei ricordi della mia famiglia, ma anche nei film e nelle commedie che ammiravo quando ero uno studente di teatro e un aspirante commediografo. Come nella tradizione drammaturgica de 'La dolce ala della giovinezza' e 'La gatta sul tetto che scotta' di Tennessee Williams, o persino di Desiderio sotto gli olmi di Eugene O’Neill, la figura paterna di SEGRETI DI FAMIGLIA è, in un certo senso, quella di un padre 'biblico', crudele e autoritario, uno che alla fine dovrò essere distrutto perché i figli possano sopravvivere. Sin dalle origini, e persino nel regno animale, siamo tutti stati in concorrenza con gli uomini più potenti della famiglia. Mio padre non era affatto così, era gentile e ammirevole, ma essendo anche brillante e in qualche modo vanitoso, sarebbe bastato poco perché si trasformasse in un mostro. Dal primo momento in cui ho concepito questo film, me lo sono immaginato in bianco e nero. Via via che la storia prendeva forma, ho deciso di girare a colori le scene ambientate nel passato. Ho fatto questa scelta perché ormai il bianco e nero si vede raramente al cinema, mentre io trovo che ci sia qualcosa di unico nelle immagini in bianco e nero − certamente la luce. Ricordo i film di Akira Kurosawa nel bianco e nero del Cinemascope, e poi i film di Elia Kazan e Robert Bresson. Nella mia mente ho sempre associato il bianco e nero a un certo tipo di dramma poetico. Anche se i temi di questo film traggono ispirazione dalla storia della mia famiglia, sono convinto che rivestano un interesse più generale, perché rivalità di questo tipo esistono in ogni famiglia. D’altra parte, ho sempre pensato che se devi affrontare l’immensa fatica di girare un film, quel film dovrebbe almeno rispecchiare i tuoi pensieri e le tue emozioni, che sono quello che più ti rappresenta".
    Francis Ford Coppola

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