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    COME DIO COMANDA: DOPO 'IO NON HO PAURA' TORNA DI NUOVO LA COPPIA AMMANITI-SALVATORES PER UN'ALTRA DRAMMATICA STORIA CHE DALLA PAGINA MIGRA SULLA CELLULOIDE

    "Il primo a dirlo è stato proprio Niccolò Ammaniti. Per trarre un film dal suo romanzo ricco di 500 pagine e di una miriade di personaggi sorprendenti, tragici e comici, bisognava essere drastici e rinunciare a tante cose. Andare al cuore del romanzo, a quel rapporto tra padre e figlio che è la linfa emozionale della storia. Rinunciare all’affresco umano e sociale e concentrarci sulla dimensione ancestrale di questo rapporto: un lupo e il suo cucciolo...".
    Il regista e co-sceneggiatore Gabriele Salvatores

    (Come Dio comanda ITALIA 2008; drammatico; 103'; Produz.: RAI CINEMA/COLORADO FILM in collaborazione con 'Friuli Venezia Giulia Film Commission'); Distribuz.: 01 Distribution)

    Locandina italiana Come Dio comanda

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    Celluloid Portraits:




    Trailer

    Titolo in italiano: Come Dio comanda

    Titolo in lingua originale: Come Dio comanda

    Anno di produzione: 2008

    Anno di uscita: 2008

    Regia: Gabriele Salvatores

    Sceneggiatura: Niccolò Ammaniti, Antonio Manzini e Gabriele Salvatores

    Soggetto: Tratto dall'omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti edito da Mondadori.

    Cast: Filippo Timi (Rino Zena)
    Elio Germano (Quattro Formaggi)
    Fabio De Luigi (Beppe Trecca)
    Angelica Leo (Fabiana)
    Alvaro Caleca (*)
    (*) per la prima volta sullo schermo

    Musica: Mokadelic

    Costumi: Patrizia Chericoni e Florence Emir

    Scenografia: Rita Rabassini

    Fotografia: Italo Petriccione

    Scheda film aggiornata al: 25 Novembre 2012

    Sinossi:

    Provincia del Nord Italia. Una landa desolata alle pendici di maestose montagne. Case sparse e costruite lungo una superstrada in mezzo a enormi depositi di legna, centri commerciali e neon. Qui vivono un padre e un figlio. Rino e Cristiano Zena. Rino è un disoccupato, meglio un lavoratore precario. Cristiano fa le scuole medie. Il loro è un rapporto d’amore tragico e oscuro. Soli combattono contro tutto. Rino educa suo figlio come può. Come sa. Cristiano lo ama, lo venera, lo considera il suo faro, la sua guida spirituale. Un amore sbagliato, ma potentissimo. Hanno un solo amico. Si chiama Quattro Formaggi. Che non sta tanto bene. Per via di un incidente, la sua testa non funziona più come prima. Quattro Formaggi vive per Rino, adora Cristiano, e passa le sue giornate in casa costruendo uno strano presepio, fatto di pupazzi, soldatini, bambole e oggetti che lui recupera dalle discariche della città...

    Dal >Press-Book< di Come Dio comanda

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    Il cane abbaia già a schermo ancora oscurato, prima che la macchina da presa apra l’obiettivo sul volto di un ragazzo che dorme, di lì a poco svegliato dal padre con modi tuttaltro che dolci. Ma noi ce lo aspettavamo da Rino Zena (un ottimo Filippo Timi, Saturno contro, Signorina Effe). E se lo aspetta ogni lettore del libro di Niccolò Ammaniti, che già sa fino in fondo ed è curioso di vedere come Gabriele Salvatores abbia gestito questa truce storia ‘borderline’ per il grande schermo. Dopo Io non ho paura sembra esser nato tra Ammaniti e Salvatores un felice sodalizio, al punto che lo scrittore è anche co sceneggiatore del film e senz’altro consenziente della scelta di affidarsi ad una sintesi, in qualche modo obbligata dalla celluloide rispetto all’insistito libero spaziare consentito dalla pagina scritta. I passaggi successivi l’incipit che vi abbiamo appena descritto inaugurano difatti una sintesi serrata

    che Gabriele Salvatores manterrà ferrea per tutta la prima parte del film: il fotogramma successivo ritrae difatti Cristiano alle prese con il problema ‘cane da zittire’ quando, suggestivamente, la pistola con il suo colpo in canna spara anche il titolo del film Come Dio comanda sullo schermo totalmente nero.

    Una sintesi necessaria e perfetta - là dove non si lesinano però i primissimi piani - salvo alcuni passaggi, dove questa si impone un po’ a discapito della giusta prospettiva e profondità del personaggio. Qualche flash in più non avrebbe difatti guastato ad esempio, nei confronti di Rino Zena, tratteggiato per schegge, per quanto piuttosto incisive, e non sufficientemente inquadrato invece nella sua sgangherata realtà di alcoolista, fumatore e con problemi di salute già in corso. Il suo crollo improvviso nel bosco è ben chiaro a chi ha letto il libro ma non fino in fondo a chi la storia la

    sta solo apprendendo per la prima volta sul grande schermo.
    Lo sviluppo sembra accordato con maggiore generosità alla seconda parte del film, sul filo delle intensificate dinamiche introspettive di Cristiano (Alvaro Caleca per la prima volta sul grande schermo) e dello straordinariamente tragico Quattro Formaggi, cui dà volto e anima ampiamente stratificati un Elio Germano (N, Mio fratello è figlio unico, Tutta la vita davanti, Il passato è una terra straniera) in stato di grazia, in quella che si impone all’attenzione come la sua performance migliore.

    Nel novero di qualche licenza rispetto al testo scritto brilla di luce propria il finale completamente diverso da quello scelto per il suo libro da Niccolò Ammaniti. Lo scrittore si fermava infatti sull’applauso della gente al passaggio della bara della giovane uccisa, quando Cristiano, presente al suo funerale e martoriato nell’anima e nel corpo, dopo aver dubitato profondamente del padre, sulla base di quelle che si

    erano presentate davanti ai suoi occhi come incontrovertibili prove della sua responsabilità per l’accaduto, arrivando ad occultare il cadavere per evitare a lui il carcere e a se stesso l’istituto, viene improvvisamente folgorato da una verità che gli scaturisce da dentro, dal suo amore grande, ricambiato, per questo padre sgangherato ma paradossalmente un vero padre, al di là dei discutibilissimi metodi educativi. Così dopo un mea culpa recitato in silenzio, Cristiano giungeva a gridare la sua verità percepita, quella dettata dal cuore: “Non è stato mio padre!”. Una verità gridata più a se stesso come una liberazione che non alla folla di astanti assorbita dal fragore degli applausi. Se in questo caso Cristiano aveva ritrovato in fondo al suo cuore la risposta all’atroce dubbio, quasi una sorta di fede ritrovata nell’innocenza del padre, pur senza sapere la reale dinamica dei fatti, nel film Salvatores, evidentemente con l’assenso dello stesso Ammaniti,

    ha optato per un finale alternativo, là dove Cristiano ha invece modo di toccare con mano l’estraneità del padre alle violenze fino alla morte subite dalla ragazza. Allo stesso tempo però Salvatores ha anche trovato il modo di concludere la cosa senza scadere di livello rispetto al finale originale, anzi, si può senz’altro affermare che qui, in particolare, tocca vette emotive così alte da irrorare la sequenza di una commozione davvero sublime.

    Commenti del regista

    "Il primo a dirlo è stato proprio Niccolò Ammaniti. Per trarre un film dal suo romanzo ricco di 500 pagine e di una miriade di personaggi sorprendenti, tragici e comici, bisognava essere drastici e rinunciare a tante cose. Andare al cuore del romanzo, a quel rapporto tra padre e figlio che è la linfa emozionale della storia. Rinunciare all’affresco umano e sociale e concentrarci sulla dimensione ancestrale di questo rapporto: un lupo e il suo cucciolo.
    A differenza di 'Io non ho paura', che rispecchia fedelmente il romanzo da cui è tratto, qui dovevamo tagliare, ferire, a volte tradire. Ci sono film che, come i bambini, crescono e acquistano, un po’ alla volta, una vita propria.
    E quando scegli gli attori, che è già metà dell’opera di costruzione di un personaggio, è bello poi vederli interpretare la musica che hai scritto e, magari, cambiarla. Così ti sembra nuova. E puoi immaginarti perfettamente i luoghi dove ambienterai il tuo film, ma poi arrivi in un posto, osservi un cielo o il greto di un fiume e la storia che vuoi raccontare fiorisce, si illumina, prende forza, anche se quel luogo è così diverso da quello che avevi in mente. Questo film è cambiato tante volte nelle nostre teste, ma un giorno è diventato adulto, ci ha guardato negli occhi e noi abbiamo dovuto fare i conti con lui. Capannoni industriali, fabbriche, casette a schiera, centri commerciali, immense segherie, cumuli di alberi tagliati e accatastati ordinatamente… Ma intorno, tutto intorno, le montagne e i boschi impenetrabili, i fiumi che si inabissano, lasciando scoperti i sassi dei greti asciutti, come deserti, acque trattenute dalle dighe tra le gole delle montagne, una terra che trema e freme: la natura che ti accerchia, pronta a riprendersi quello che le hai strappato o che hai cercato di governare, pronta a rompere gli argini e a travolgerti in una notte di tempesta. E a liberare la parte animale che è in te. Come in Shakespeare. C’è un 'prima', c’è una notte tempestosa e c’è un 'dopo'. Ci sono tre personaggi: c’è un re, padre-padrone, c’è un figlio principe adolescente e c’è un 'fool', un matto, un buffone. E, spesso, i personaggi di Shakespeare nel primo atto si raccontano al pubblico, nel secondo atto naufragano su isole deserte, si perdono di notte in boschi intricati o in lande desolate nel mezzo di una tempesta e, nel terzo atto, escono trasformati da quell’esperienza. Gli adolescenti crescono e il padre, dio, re, padrone appare ai loro occhi, finalmente, solo come un uomo. Anche il padre Rino, il figlio Cristiano e il fool Quattro Formaggi, si ritrovano di notte, in un bosco, durante una tempesta… Rino, Cristiano e Quattro Formaggi sono tre personaggi scomodi, tre persone che non vorremmo incontrare, tre disgraziati che hanno imboccato la 'cattiva strada'. Definitivamente soli, alla ricerca di una qualsiasi identità, magari, come nel caso di Rino, preconfezionata e costruita per giustificare la rabbia che nasce in conflitti scatenati da ragioni economiche o che nasconde quel senso di disperazione che sempre più spesso abita questi anni in cui viviamo. Ma, come canta De André: 'C’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore sulla cattiva strada'.
    Abbiamo dovuto camminare al loro fianco. Li abbiamo osservati con comprensione, a volte con affetto, anche se dicono e fanno cose spaventose. Ho dovuto condividere questo amore tra Rino e suo figlio, questo amore assoluto, totale e sbagliato, che invidio e che non so se sarei capace di provare. Rendere 'leggera' la parte tecnologica. Non far sentire agli attori la macchina da presa, le luci, la scenografia, i microfoni. Dare libertà. Non cercare altri punti di vista se non quello di un osservatore in mezzo ai personaggi, molto vicino a loro. Ad altezza d’uomo. E’ solo Dio che guarda il mondo dall’alto. Ma dov’è Dio in questa landa desolata?
    Il film è girato praticamente tutto con la macchina in spalla, muovendoci con gli attori, spiandoli senza dare loro riferimenti fissi. Li abbiamo seguiti sotto la pioggia o nel fango, ci siamo infilati nelle loro risse o nei loro abbracci, senza interromperli, infradiciandoci e sporcandoci con loro. Ci siamo buttati addosso più di 150.000 litri d’acqua oltre alla pioggia, quella vera. Con temperature intorno allo zero e vento e fango. Sono cose che aiutano. É come essere in guerra: non c’è bisogno di fingere, né di 'recitare'. Non c’è mai stato un elenco di inquadrature o uno story board. Il film è stato, invece, realizzato con più piani sequenza che poi sono stati interrotti e incrociati in montaggio, girando comunque dall’inizio alla fine le singole scene senza interrompere la ripresa. Rimanere sempre agganciati all’emozione, anche nel montaggio. Se un personaggio entra in un corridoio, non occorre farglielo percorrere per intero. Il pubblico non ha bisogno di vedere l’esterno di un ospedale per capire che la scena che sta guardando si svolge in una stanza di ospedale. Ho chiesto ai musicisti, il gruppo romano Mokadelic, di non scrivere la musica 'per' il film. Ho chiesto di avere dei brani ispirati al film e ai suoi personaggi e di avere questa musica prima delle riprese. Per lasciarci influenzare dalla musica e non usarla per 'vestire' meglio il film. Girare con la musica. Musica concreta, che si sente che è suonata da qualcuno. Ma senza voce che canta, senza parole. Quel che resta del rock dopo il diluvio. Ci sono anche tre vere canzoni 'pop' che sentiamo venire dalla radio o dalle cuffiette dell’I-Pod. E che fanno uno strano effetto messe nel contesto in cui si trovano. Come ascoltare una canzone d’amore mentre si commette un omicidio. Sarebbe bello che questo film avesse un livello narrativo che continua a bruciare, ma non si consuma mai. Come il rock
    ".

    Commenti dei protagonisti:

    FILIPPO TIMI (Rino Zena):

    "Non hai niente da difendere, se non la rabbia di quel niente.
    Sembro un cane quando respiro… a brevi singhiozzi, quasi affogassi sempre da un momento all’altro.
    Credevo di essermi abituato al rumore dei camion che sfrecciano sulla strada e al cane di merda
    che rompe i coglioni. É il mal di testa che mi sveglia, mi sveglia troppo…peggio del mal di denti…diventa un dolore che non ha pace, che non dà pace… un dolore senza testa e senza coda.
    Una lucertola verde…che ti sibila nel cervello fino ai nervi degli occhi. Non lo so se nel cervello ci stanno i nervi degli occhi e neppure se gli occhi abbiano il cervello… ma secondo me nel cervello ci stanno tutti i nervi come un enorme matassa di cavi elettrici, e questa lucertola di dolore ci gode a uncinare qualsiasi cavo gli capiti sotto le zampe.
    Rino è un animale ferito, che sanguina, e quel dolore colora tutto il mondo. Come fai ad abbracciare qualcuno, se stai con le mani a tamponarti una ferita?
    ".

    ELIO GERMANO (Quattro Formaggi):

    "Per il personaggio di Quattro Formaggi non siamo partiti da studi sulla malattia mentale, non
    abbiamo incontrato personaggi disturbati o visto video di pazienti di ospedali psichiatrici affetti da
    schizofrenia, abbiamo preso riferimenti più letterari.
    Shakespeare, per esempio, i fool delle sue commedie. Puck del 'Sogno di una notte di mezza
    estate', tra tutti. Come se Quattro Formaggi fosse un folletto, uno spirito della foresta, asessuato,
    puro, tenero, dolce, ma anche poi improvvisamente violento, bestiale. Come un animale. Come un bambino. Proprio da questi due ultimi riferimenti sono partito per il mio studio. Dal comportamento dei bambini, soprattutto dai tre ai cinque anni, nella prima scoperta della propria sessualità e dal comportamento degli animali (delle scimmie, in particolare, che ci somigliano di più). Mi è parsa subito interessante quell’armoniosa adesione alle pulsioni che li accomuna, completamente priva
    di morale, e quella curiosità ossessiva verso le cose, quella ricerca continua d’amore, che è
    bisogno di conferme, di sicurezze, di protezione. Per tutto ciò che riguarda la casa e i costumi e l’aspetto in generale di 'Quattro', c’è stata molta
    collaborazione tra tutti i reparti. L’abbiamo praticamente costruito insieme, perché è un personaggio che non parla mai direttamente di sé, raccontano tutto la casa in cui abita, gli oggetti che ha, i vestiti che indossa. Non avremmo potuto lavorare a compartimenti stagni. Sul set poi si è trattato solo di dare vita a tutto. Dico 'solo' perché mai come in questo caso la macchina da presa è stata leggera e quasi invisibile.
    Non eravamo noi attori a metterci a sua disposizione, ma lei che veniva a cercarci, se ne aveva
    voglia. Come su un palcoscenico senza quinte e senza quarta parete, dove il pubblico è dovunque o non
    c’è
    ".

    Links:

    • Gabriele Salvatores (Regista)

    • Elio Germano

    • Filippo Timi

    • Fabio De Luigi

    1

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    Come Dio comanda.mov

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