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    12: 12 GIURATI PER 12 VERITA' NEL DRAMMA PSICOLOGICO DI NIKITA MICHALKOV, RIVISITAZIONE RUSSA DE 'LA PAROLA AI GIURATI' (1958) DI SYDNEY LUMET

    I ‘RECUPERATI’ di ‘CelluloidPortraits’
    Leone Speciale per l'insieme dell'opera alla 64. Mostra del Cinema di Venezia e Nomination Oscar 2008 come 'Miglior Film Straniero'

    "(…) Si tratta, nel nostro caso, di una storia tipicamente russa. Tutte le argomentazioni che i giurati man mano sollevano sono generate non tanto dalla dimostrazione formale della colpevolezza o meno dell’imputato, quanto da quello che ognuno di loro ha maturato nel proprio animo. (…)"
    (Note di Produzione di 12)

    (12; Russia, 2007; 153', Drammatico; Produz.: Three T Production; Distribuz.: 01 in esclusiva Rai Cinema per l’Italia)

    Locandina italiana 12

    Rating by
    Celluloid Portraits:




    Titolo in italiano: 12

    Titolo in lingua originale: 12

    Anno di produzione: 2007

    Anno di uscita: 2007

    Regia: Nikita Michalkov

    Sceneggiatura: Nikita Michalkov, Vladimir Moiseenko, Aleksandr Novototski

    Cast: Nikita Michalkov
    Sergej Makovetskij
    Sergej Garmash
    Aleksej Petrenko
    Valentin Gaft
    Jurij Stojanov
    Michail Efremov
    Sergej Gazarov
    Aleksandr Adabashjan
    Viktor Verzhbitskij
    Aleksej Gorbunov
    Roman Madjanov
    Sergej Artsybashev

    Musica: Eduard Artemev

    Fotografia: Vladislav Opeljants

    Scheda film aggiornata al: 25 Novembre 2012

    Sinossi:

    12 personaggi – 12 verità. È il racconto di 12 giurati che devono stabilire la colpevolezza o meno di un giovane ceceno accusato di aver ucciso il proprio padre adottivo, un ufficiale dell’esercito russo. Il film è una riflessione intensa sulla vita attuale, sulla necessità di prestare ascolto a chi ci vive accanto e ad aiutarlo prima che sia troppo tardi. L’azione del film si svolge all’interno di una stanza: una palestra adattata ad aula per deliberare. Come nel famoso film di Sidney Lumet La parola ai giurati , l’intera azione del film si svolge all’interno dell’aula dove sono riuniti i giurati, chiamati a stabilire la colpevolezza di un giovane accusato dell’uccisione del proprio padre adottivo. A parte la trama e pochi altri aspetti formali, le similitudini si limitano a questo. Si tratta, nel nostro caso, di una storia tipicamente russa. Tutte le argomentazioni che i giurati man mano sollevano sono generate non tanto dalla dimostrazione formale della colpevolezza o meno dell’imputato, quanto da quello che ognuno di loro ha maturato nel proprio animo. Tutte le discussioni passano attraverso il cuore e l’anima di ciascuno di essi. Le persone coinvolte sono molto diverse tra loro: un semplice operaio della metropolitana, un amministratore delegato di una grossa joint-venture russogiapponese, un gestore di un cimitero, un produttore di una piccola emittente televisiva, un tassista, un intrattenitore. Nel nostro caso si tratta di una storia molto russa, nonostante il fatto che tra i giurati ci siano un vecchio ebreo e un chirurgo di origine georgiana. La proposta di uno dei giurati, l’unico all’inizio ad avere votato contro il capo d’accusa, semplicemente di parlare un po’, fa sì che ciascuno di loro si apra. Parlano di ciò che li inquieta individualmente, della preoccupante situazione in cui versa il paese stretto in un difficile momento di transizione. Sollevano argomenti di cui di solito né la televisione si occupa né i giornali trattano, ma che sono dibattuti in ogni casa e oggetto di animate discussioni ogniqualvolta ci si riunisce in un gruppo. Sui torti e le ragioni per cui le cose nel paese non vanno così come si vorrebbe che andassero. Su come l’uomo russo non riesca vivere in modo conforme alla legge perché questa è qualcosa che non gli appartiene e lo annoia, e di come, invece, in
    Russia siano il cuore e l’anima a essere predominanti rispetto alla legge. Un cuore e un’anima di cui sono dotati ciascuno dei dodici giurati. Semplicemente in alcuni di loro questo aspetto ci mette più tempo ad affiorare a causa della spessa patina di risentimento che la storia individuale di alcuni dei protagonisti ha in loro depositato. Il più acceso sostenitore della colpevolezza del ragazzo è un tipo rude, un tassista, animato da sentimenti nazionalistici, il quale è convinto della sua colpevolezza soltanto per il fatto che è un ceceno, un “troglodita” e dunque malvagio e assassino per definizione. La linea narrativa sfocia poi nella complessa storia dei rapporti tra il tassista e il proprio figlio, portato dal padre sull’orlo del suicidio. Tanto discordano le loro opinioni, che talvolta si ha l’impressione che i giurati si siano scordati del motivo che li ha condotti lì, la necessità cioè di emettere un verdetto nei confronti del ragazzo ceceno. Lo stesso tassista è animato da un feroce odio verso tutti gli immigrati provenienti da altre città o regioni, solo per il fatto che sono diversi e che la sua Mosca non gli sembra più Mosca, tanto che il chirurgo georgiano, che non parla molto bene il russo, tenta di chiarire con lui chi questi consideri dei trogloditi: Pirosmani, Danelia, Paradzhanov, Shota Rustaveli, chi? Anche l’operaio della metropolitana, solidale in un primo momento con il tassista nel considerare gli stranieri animali tout court, si mette di punto in bianco a raccontare di un suo zio, un idraulico, trovatosi in una difficile, tragicomica situazione, e che, a causa di una sfortunata perdita al casinò, stava per diventare un terrorista prendendo in ostaggio alcune persone e facendo richiesta di riavere la somma persa al gioco. Nonostante le premesse, la situazione si risolve senza spargimenti di sangue perché… L’operaio della metropolitana fa fatica ad esprimere i pensieri che gli si affollano in testa… insomma, perché “i buoni vanno aiutati, e i cattivi vanno eliminati”. Persino il cinico attore-intrattenitore, che è in ritardo per la sua tournée e che all’inizio considera questa riunione come una fonte di ispirazione per i suoi prossimi spettacoli, all’improvviso sfocia in un monologo, dai toni tragici, sull’unico sorriso che abbia mai guadagnato quando, bambino, al capezzale della nonna morente, aveva cercato di farla svagare. Si trattava, forse, dell’unico sorriso che si era davvero guadagnato in tutta la sua vita. Perché è nauseato dal pubblico in sala che, durante i suoi spettacoli, è pronto a ridere di tutto, dalle vittime dei terremoti ai poliziotti killer. Si ride soltanto perché si ha paura. Tutto il film è costruito sul continuo alternarsi di aspetti faceti e profondamente tragici, assomigliando in questo a un’opera sinfonica che da un certo momento in poi cattura con la sua melodia, uno ad uno, tutti gli spettatori. Una melodia che va a sfiorare ciascuno di essi, trasportandoli nello spazio dello schermo e costringendoli e cercare, insieme ai dodici giurati, la propria, intima verità. Non sveleremo qui il verdetto della giuria. Il finale è un crescendo con un risvolto del tutto inaspettato di questa sinfonia psicologica. È un film che va visto. E noi speriamo che questa storia non lasci indifferenti anche gli spettatori di altri Paesi perchè, secondo noi, sebbene il sistema giuridico russo sia molto distante da quello universalmente accettato nel mondo democratico, molti dei problemi globali dell’umanità, presenti nel film, sono comuni a tutti.

    Dal Press-Book di 12

    Commento critico (a cura di ENRICA MANES)

    PRELIMINARIA:
    Remake del film di Sidney Lumet La parola ai giurati, insignito nel 1957 dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino e di tre nominations all’Oscar. Il film di Lumet traeva spunto dal lavoro teatrale di Reginald Rose che Nikita Michalkov già aveva messo in scena presso l’Istituto Teatrale Schukin di Mosca. Il film originale narra di dodici giurati dai quali dipende il destino di un ragazzo latinoamericano, accusato di parricidio. All’inizio quasi tutti votano a favore della sentenza di morte e solo uno (interpretato dal leggendario Henry Fonda) propone di analizzare il caso in tutti i dettagli riuscendo, in ultima analisi, a capovolgere il verdetto iniziale.
    Nella versione di Michalkov, l’azione si trasferisce in una Mosca innevata dove, in una palestra scolastica, dodici giurati sono chiamati a decidere della sorte di un ragazzo accusato di omicidio. Questo è il primo lavoro realizzato da Michalkov dopo otto anni. I
    due mesi in cui si

    sono svolte le riprese sono stati anticipati da un lungo periodo preparatorio di prove e di dettagliata analisi delle scene e degli episodi. Michalkov ha girato il film scena per scena, mantenendo nel corso delle riprese la logica dello
    sviluppo narrativo. Il periodo conclusivo delle riprese si è svolto ad Aberdeevka, paese nella regione di Krasnodar. Qui si sono svolte le riprese delle scene di guerra ambientate in Cecenia. Sono, come dice il regista, dei flashback del ragazzo sospettato dell’omicidio del padre adottivo. Questi episodi si “incuneano” lungo l’arco dell’azione principale del film.
    Il ragazzo ceceno è interpretato dal debuttante Apti Magamaev, mentre suo fratello minore, Abdi, interpreta il protagonista da piccolo. Abdi, di sette anni, ha stoicamente sopportato sia le riprese sotto la pioggia battente sia quelle nella cantina ghiacciata
    sotto il fuoco di fila delle mitragliatrici. Nel finale gli è toccato girare la scena nella quale si salva per miracolo dalle

    pallottole dei miliziani, ma vede i genitori morire sotto i propri occhi. Per le scene di massa sono stati utilizzati gli abitanti del luogo.
    Le musiche del film sono state composte da un amico di Nikita Michalkov, Eduard Artemev. L’evolversi del dramma psicologico viene accompagnato da una sinfonia penetrante caratterizzata da ritmi che si intensificano o si smorzano nei momenti di maggiore tensione, da passaggi carichi di lirismo fino al solenne finale. Un thriller e una sinfonia, canti popolari ceceni e il suono delle mitragliatrici, strazianti melodie e
    meditazioni sul tema della libertà: questi i principali motivi conduttori che attraversano il canovaccio del film 12.

    COMMENTO CRITICO:

    Colpisce quel taglio tutto interiore, fortemente espressivo, come solo il cinema nordeuropeo e di area russa riesce a dare, perché 12 è originale anche a dipanare la matassa di fabula a intreccio, mettendo a frutto la sua maggiore peculiarità e non mostrando, come ci si aspetterebbe, gli

    eventi per flashback di semplice giustapposizione, mentre i personaggi principali sono chiamati a stringersi in giuria per decidere la sorte del giovane imputato. Una scelta nuova e che si discosta profondamente dai tanti modelli del genere che suole invece proporre spezzoni di verità con lo scopo di dare chiave di lettura per risolvere il giallo e il dubbio.

    12 sfida i modelli ed esce dalle righe, mettendo in scena l’interpretazione del crimine attraverso dodici storie di giurati, la propria stessa vita ed esperienza narrate, messe in gioco, intimamente sceneggiate. Con un linguaggio che privilegia diversi tipi di piani, indugia sulle angolazioni e su profondità di campo. Così si crea una verità struggente, una e multiforme, perché sentita sulla pelle e che sa di solitudine, sorrisi, dolore, paure, angosce, e risate, colpe e storie amare, monologhi interiori urlati fuori dai denti in un intenso insieme di contenuti, che suscita valori, riflessione.

    E vola sulle ali di un uccellino che per caso è entrato nella stanza. Quasi che la trappola di un giudizio affrettato ed arbitrario lo avesse improvvisamente reso libero.

    Niente più prede, niente più schemi. Perché la verità non è razionale né istintiva, non ha ragione alcuna, ma è libera. Ed è solo se vissuta nel profondo.

    Commenti del regista

    "Il lavoro alla sceneggiatura ha portato a un’opera del tutto nuova e originale, di grande attualità per uno spettatore del XXI secolo. Sono convinto che il film, diventato negli anni Sessanta una rivelazione per la cinematografia mondiale, necessiti oggi di un linguaggio cinematografico del tutto nuovo che non lasci lo spettatore moderno nell’indifferenza.

    Commenti dei protagonisti:

    Sergej Makovetskij:

    "Non si tratta semplicemente di un film su dei giurati. È un film ricco di associazioni, di riflessioni, di idee. Forse offre anche una risposta su come dobbiamo affrontare la vita nel mondo d’oggi. Chi e come siamo, come viviamo e come ci rapportiamo verso noi stessi e il nostro prossimo. 12 uomini arrabbiati è una vero e proprio film rivelazione, un film-parabola. Nel film vedrete l’anima assolutamente sincera di Nikita Sergeevich e di ciascun personaggio".

    Sergej Garmash:

    "È la prima volta che lavoro con Michalkov e questo è quel caso in cui la mia qualifica di attore si è alzata. Abbiamo svolto, durante le prove, un lungo periodo preparatorio, abbiamo lavorato al testo, e la cosa più straordinaria è che il film è stato girato scena dopo scena. Cioè non cercavamo, come spesso accade sul set, di saltare da una scena".

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