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    Home Page > Movies & DVD > The Manchurian Candidate

    THE MANCHURIAN CANDIDATE - Le emozioni umane come punto di forza.

    "Racconta la vicenda di un gruppo di individui che si trovano in serio pericolo a causa di esperienze simili che non riescono a spiegare... E Marco, in particolare, tenterà di trovare una soluzione a questo mistero... anche a costo della vita".
    Tina Sinatra

    (USA, 2004; Thriller; 130’; Produz. Paramount Pictures; Distribuz. Paramount Pictures; Uip)

    Locandina italiana The Manchurian Candidate

    Rating by
    Celluloid Portraits:




    Titolo in italiano: The Manchurian Candidate

    Titolo in lingua originale: The Manchurian Candidate

    Anno di produzione: 2004

    Anno di uscita: 2004

    Regia: Jonathan Demme

    Sceneggiatura: Richard Condon, George Axelrod (script 1962), Daniel Pyne, Dean Georgaris

    Soggetto: Il film è tratto dal romanzo di Richard Condon (a cui si era ispirato George Axelrod per sceneggiare Và e uccidi diretto da John Frankenheimer nel 1962)

    Cast: Denzel Washington (Ben Marco)
    Meryl Streep (Eleanor Shaw)
    Liev Schreiber (Raymond Shaw)
    Kimberly Elise (Rosie)
    Vera Farmiga (Jocelyn Jordan)
    David Keeley (Anderson)
    Jeffrey Wright (Al Melvin)
    Sakina Jaffrey (misterosa donna araba)
    Simon McBurney (Noyle)
    Paul Lazar (Gillespie)
    Alyson Renaldo (Mirella Freeman)
    Adam Lefevre (membro del Congresso)
    Robyn Hitchcock (Laurent Tokar)
    Pablo Schreiber (Eddie Ingram)
    Tom Stechschulte (Robert Arthur)

    Musica: Rachel Portman

    Costumi: Albert Wolsky

    Scenografia: Leslie E. Rollins

    Fotografia: Tak Fujimoto

    Scheda film aggiornata al: 25 Novembre 2012

    Sinossi:

    “Mentre l’attenzione dell’intera nazione è rivolta alla campagna per le elezioni presidenziali che si avvia verso l’Election Day, un soldato lotta contro il tempo per smascherare la cospirazione che si cela dietro ciò che viene fatto credere alla gente comune… una cospirazione che mira a distruggere la democrazia stessa. Da diverso tempo ormai, il maggiore dell’esercito degli Stati Uniti Bennett Marco (Washington) non riesce a dormire… e non vuole neppure. Di giorno tiene discorsi ispirati elogiando le gesta del suo plotone nel deserto kuwaitiano e l’eroismo del sergente Raymond Shaw (Schreiber), il quale ha ricevuto la medaglia d’onore per aver salvato la pattuglia di Marco. Ma nottetempo, i ricordi del deserto si trasformano in presagi sinistri e terrificanti. In realtà, Marco sospetta che due soldati caduti nella battaglia possano essere andati incontro a un destino ben più crudele di quanto dichiarato nei resoconti ufficiali e che, forse, Shaw non è il glorioso eroe che tutti pensano.
    Quando Shaw intraprende l’avventura politica, candidandosi alla vicepresidenza sotto l’ala protettrice della madre, la discussa senatrice Eleanor Prentiss Shaw (Streep), Marco decide di verificare i suoi gravi sospetti. Ma con i vertici militari che mettono in discussione la sua salute mentale e il cordone della sicurezza che si stringe inesorabilmente intorno a Shaw, Marco si troverà a scoprire una verità scioccante e inimmaginabile prima che la corsa alla Casa Bianca si concluda”.

    (Dal Press-Book The Manchurian Candidate)

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    Complesso e affascinante thriller psicologico ad alta tensione la rivisitazione di Jonathan Demme del remake del 1962. Superbe le interpretazioni dei protagonisti Denzel Washington e Liev Schreiber con una strepitosa Meryl Streep come punta di diamante. E la suspense diventa tagliente sul filo di lunghi e sospirati intrecci di sguardi in primo piano

    Del remake del film Và e uccidi (1962) di John Frankenheimer ispirato al romanzo, che all’epoca poteva ancora esser considerato di fantapolitica, scritto da Richard Condon (in libreria edito da Fanucci), il regista Jonathan Demme (Premio Oscar come ‘Migliore Regia’ per Il silenzio degli innocenti), mantiene solo la generica e importante matrice delle implicazioni politiche e delle paure di massa che ne conseguono di fronte all’evento elezione, in questo caso vice-presidenziale. Ovvio che le paure del popolo statunitense di allora, come ad esempio l’avvento del comunismo, non sono quelle di oggi, sintetizzabili in pochi cruciali e devastanti riferimenti,

    indicati dallo stesso Demme: Al Qaeda, il terrorismo di marca religioso-fondamentalista, il potere assoluto e fuori controllo di alcune branche dell’economia, con pesanti implicazioni sulla democrazia di un Paese che vede relegata in secondo piano la voce sociale, soffocata da un circoscritto manipolo di ‘eletti’ a fare il bello e il cattivo tempo, che piaccia oppure no. Questa la nuova base di partenza di Demme che proprio Il silenzio degli innocenti ha tenuto consapevolmente ben presente anche per la struttura narrativa di The Manchurian Candidate, la sua nuova, affascinante e pur terrificante storia, sul controllo della mente e sull’abuso di potere, vale a dire un thriller con radici ben profonde sul piano psicologico ed emotivo all’insegna di una ricercata complessità, man mano sottolineata e illuminata a giorno, facendo largo uso di intervalli e incastri sul piano narrativo, di una fotografia estremamente variegata con sofisticati effetti visivi (ad esempio monocromi in

    verde o in rosso) per i reiterati flashback del Maggiore dell’esercito degli Stati Uniti Bennet Marco (Denzel Washington), ma non solo per quelli, e soprattutto, l’insistito ricorso a stringere il campo della m.d.p. su primi e primissimi piani, spesso a flusso alternato, allargando il campo per tornare a stringere di nuovo sull’intensità espressiva dei personaggi protagonisti. Personaggi per i quali peraltro Demme non poteva scegliere attori migliori, a cominciare da Meryl Streep (Premio Oscar come ‘Migliore Attrice Non Protagonista’ per Kramer contro Kramer e come ‘Migliore Attrice Protagonista’ per La scelta di Sophie, oltre ad altre ben 13 nomination), qui superba interprete della discussa Senatrice Eleonor (Ellie) Prentiss Shaw.

    Dio ci guardi dall’avere una madre come quella! Abilissima e disinvolta manipolatrice d’alto bordo, dietro le quinte in senso lato, ma con particolare attenzione rivolta al figlio e al suo raggio di azione, o per meglio dire, alla sua identità, tutto in

    funzione della sua corsa, ‘forzata’, alle elezioni per la Casa Bianca. ‘Forzata’ perché il figlio, Raymond Shaw (Liev Schreiber), membro del Congresso ed eroe decorato della Guerra del Golfo, suo malgrado, sente di non avere scelta e di essere obbligato a mettere in pratica ogni ‘categorico ordine’, travestito da ‘suggerimento’, di sua madre, di fatto la vera protagonista politica, architetto della sua vita, delle sue scelte di pensiero e operative, talvolta tragicamente operative, come uccidere qualcuno su commissione per poi non ricordarsene affatto o quasi. Drammatica e terrificante la ragione di tutto questo: l’installazione di impianti in una scapola e/o direttamente nella testa dei ‘selezionati’ per un vero e proprio lavaggio del cervello, asservito alle esigenze politiche del caso. E protagonista ad ampio spettro per un controllo globale è per l’appunto la potente senatrice Eleanor Shaw, il personaggio che conferma la sofisticata e consumata grandezza attoriale di Meryl Streep. Impareggiabile

    mattatrice del grande schermo, come al solito, non poteva calzare più a pennello di così una personalità subdola, arrivista, cinica e spietata, davvero senza scrupoli, brusca e sfrontata anche nel linguaggio, all’occorrenza, e rivestirla allo stesso tempo di sofisticata, elegante dolcezza e apparente affabilità materna.

    L’altra co-protagonista nel film è la Paura, incombente come un macigno e pur sottile insinuatrice, come di natura liquida, in quanto capace di dilagare in maniera devastante e completa e tale da erodere con forza e continuità la vita delle persone, condizionarne pesantemente i comportamenti e soprattutto le menti. In questo caleidoscopico fenomeno erosivo dilagante, ben inscenato da un regista come Jonathan Demme, ultranavigato in materia di subconscio, spiccano le altre performance autoriali di massimo prestigio, in primo luogo di Denzel Washington, nel tormentato ruolo del Maggiore Marco (che fu di Frank Sinatra nel film diretto da John Frankenheimer nel 1962), in continua tensione per la

    costante discrasia tra i ricordi personali di un‘imboscata in Kuwait vissuta in prima persona nella Guerra del Golfo e i reiterati sogni che tornano a fargli visita, tradendo una diversa realtà dei fatti da cui occhieggia una tremenda verità. Come ha sottolineato Washington stesso: “Ciò che gli viene detto di dire non è ciò che sente dentro di sé”. In secondo luogo, spicca la non facile performance di Liev Schreiber per Raymond Shaw, il candidato prescelto dalla potentissima multinazionale Manchurian, ovviamente sotto l’influsso di una schiacciante pressione da parte della suddetta senatrice, che non riesce a non eseguire alla lettera gli apparentemente involontari imput fornitigli in maniera soffocante dalla madre.

    Entrambi, Washington e Schreiber, si mostrano capaci di trasmettere appieno le sottili sfumature del loro essere, nel segno di una complessa introspezione psicologica che li vede spesso in bilico tra la consapevolezza di un dramma esistenziale di cui si scoprono gradualmente

    involontari protagonisti e l’intontimento di una coscienza presente a metà, annebbiata dal telecomando che controlla e pilota le loro menti, tenendoli in pugno così trasformati in una sorta di neo-uomini-robots. Mentre la fuorviata spietatezza della Senatrice tocca la sua punta di diamante verso le sequenze finali del film, quando, non potendo più nascondere il suo cinico coinvolgimento nell’intrigo di manipolazione mentale e dunque comportamentale del figlio, è convinta di addolcirgli la pillola usando nauseabonde e svenevoli parole di convincimento sulla legittimità del suo operato e prodigandosi in carezze quasi trattasse con un neonato: “… sei stato cambiato solo un pochino… ma guarda dove sei arrivato…!”. Suonano più o meno così alcune inesorabilmente drammatiche accentazioni, pescate in un monologo glaciale intinto in un mare di glassa. Ma è anche d’altra parte sufficiente, al figlio-fantoccio, per trovare la forza, nel groviglio dei labili e intermittenti fili di cosciente lucidità emergenti nei rari

    lassi di tempo di mancato telecomando della sua mente, e con l’aiuto dell’ex collega Marco (Washington), per dare un taglio definitivo a una situazione senza via d’uscita. Un climax che Demme avvalora sul filo di una suspense tagliente giocata su lunghi e sospirati intrecci di sguardi.

    Commenti del regista

    Quando ho deciso di cominciare a lavorare su questo remake pensavo di realizzare soprattutto un thriller simile, nell’intelaiatura narrativa, a Il silenzio degli innocenti, con ersonaggi dalla psicologia complessa che si trovano in un contesto emotivamente aggrovigliato. Tutto questo senza sottovalutare le implicazioni politiche del romanzo e del film di Frakenheimer. E’ ovvio che lo spauracchio del comunismo, agitato all’epoca, sia ormai inattuale, e le paure siano molto diverse: Al Qaeda e il terrorismo di matrice religiosa, il potere incontrollabile di alcuni settori dell’economia e l’influenza esercitata sui meccanismi della democrazia, i privilegi di pochi arroganti contro la volontà della società… Sono tutti elementi inediti”.
    (Dall’Intervista di Enrico Magrelli a Jonathan Demme, in “Film TV” 7-13 novembre 2004, anno 12, n. 45, pp. 17-18)

    Commenti dei protagonisti:

    Meryl Streep a proposito del suo personaggio: “Amo il modo in cui Ellie Shaw vienen descritta nella sceneggiatura: una donna senza età dai lineamenti dolci che nascondono un carattere e un’aggressività fuori dal comune. Era impossibile non restare affascinati da un simile personaggio”.

    Denzel Washington a proposito del suo personaggio: “Quando reciti una parte in cui si è già cimentato un altro attore, sei sempre costretto a confrontarti con la sua performance. Io ho scelto di non vedere il film originale per potermi fare un’idea personale di Marco. Si tratta di una storia molto complessa e interessante, così come complesso è il personaggio che interpreto. Ciò che Marco ricorda dell’imboscata non coincide con ciò che rivede nei suoi sogni e con quella che egli ritiene essere la verità. Da qui nasce il suo conflitto. Ciò che gli viene detto di dire non è ciò che sente dentro di sé”.

    (dal Press-Book di The Manchurian Candidate)

    Links:

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