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    RECENSIONE DI FRANCO PATRUNO DALLE PAGINE DE "L'OSSERVATORE ROMANO"

    (The Nativity Story/Nativity, USA 2006; religioso; 101'; Produz.: New Line Cinema; Distribuz.: Eagle Pictures)

    Locandina italiana Nativity

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    Celluloid Portraits:




    Titolo in italiano: Nativity

    Titolo in lingua originale: The Nativity Story

    Anno di produzione: 2006

    Anno di uscita: 2006

    Regia: Catherine Harwicke

    Sceneggiatura: Mike Rich

    Cast: Keisha Castle-Hughes (Maria)
    Shohreh Aghdashloo
    Hiam Abbass
    Eriq Ebouaney
    Ciaran Hinds
    Oscar Isaac (Giuseppe)
    Gabriele Scharnitzky
    Alexander Siddig

    Musica: Mychael Danna

    Costumi: Maurizio Millenotti

    Scenografia: Stefano Maria Ortolani

    Fotografia: Elliot Davis

    Scheda film aggiornata al: 25 Novembre 2012

    Sinossi:

    "In una piccola città, una ragazza di una modesta famiglia viveva la sua adolescenza lavorando per dare un aiuto alla sua famiglia. Un giorno, tornando a casa, le viene data la notizia che dovrà fidanzarsi con un uomo della sua stessa città. Mentre comincia ad abituarsi all'idea dell'imminente matrimonio, le accade un avvenimento ancora più sconvolgente... la visitazione di un Angelo. L'Angelo le 'annuncia' che partorirà un bimbo, il figlio di Dio. La volontà di Dio sta per compiersi. E grazie a questo, il mondo cambierà per sempre".

    Dal sito >www.eaglepictures.it<

    Commento critico (a cura di FRANCO PATRUNO)

    Franco Patruno in
    "L'OSSERVATORE ROMANO",
    domenica 26 novembre 2006)

    UNA GARBATA E SOBRIA STRUTTURA NARRATIVA ACCOMPAGNA IL CAMMINO DELLA SACRA FAMIGLIA

    Con la leggerezza di una tradizione popolare il film “Nativity” esprime l’evento con felice fantasia ricostruttiva

    Già dalle prime immagini il film Nativity, presentato da alcuni come un “kolossal” natalizio… mi sembrò degno di interesse ed estremamente delicato nella forma, nella costruzione non eclatante della messa in scena e in un montaggio narrativo sobrio e non gridato.
    Merito indubbio della regista statunitense Catherine Harwicke, già autrice di Thirtheen e di Lord of Dogtown, film che hanno riscosso buone critiche, ma decisamente poco conosciuti dal grande pubblico. L’autrice colloca infatti la vicenda evangelica della premessa e della nascita di Cristo in una Palestina ritrovata dopo indagini attente dei luoghi d’origine in quel di Matera, ambiente fisico che naturalmente si presta ad essere plasmato cinematograficamente per trasformarsi in spazio biblico. Anche l’attenta cura sia degli

    interpreti non famosi, ma con un’esposizione spontanea e sincera, che della costumistica con origine etniche precise e documentate, ha favorito una presentazione per immagini e per sequenze felicemente collegate ed intrecciate tra di loro.
    E’ apparso chiaro anche il riferimento iconografico, che in più punti ha tratto ispirazione da certa pittura ottocentesca vicina ai Preraffaelliti, senza indulgere all'oleografia dei Nazareni.
    Questa scelta, già di per se stessa non votata al sensazionalismo e strutturata in modo da presentarsi come accattivante, riceve consacrazione nella sequenza della notte della Natività, dove la leggerezza di una tradizione popolare che richiama anche i presepi napoletani inserisce l'opera all'interno di una felice fantasia ricostruttiva.
    Ma poco varrebbero queste annotazioni di carattere opportunamente iconico se non fossero sostenute da una sceneggiatura consequenziale e dinamica, e allo stesso tempo non ci fosse l'apporto di una recitazione interiorizzata e portata all'indagine psicologica dei personaggi biblici. Anche le scene che riportano l'astio di

    Erode non sono mai schematiche, perché ci viene presentata la figura din un'esistenza in crisi, quasi persa nel vuoto ed assolutamente incapace di comprendere i segni dei tempi.
    Molto bella la ricostruzione della vicenda dei Re Magi, in cui si può avvertire l'individuazione di ogni ruolo e l'intelligenza e compunzione di chi è attirato non tanto da segni strepitosamente clamorosi, ma - e ripetola terminologia - da una straordinaria e "pagana" lettura dei tempi provvidenziali di Dio.
    Il momento degli incontri è giocato su un doveroso silenzio ed anche il chiaro rapporto con la pittura veneta del Cinquecento (soprattutto dei Bassano) rivela che l'autrice con tutta probabilità ha visto ed ammirato una sequenza magistrale di Cammina, cammina di Ermanno Olmi, nella quale però gli approcci figurativi erano rivolti alla pittura lombarda del primo Cinquecento.
    Il montaggio, dicevo all'inizio, si mostra funzionale alla storia, cioè l'accompagna, la rende docile grazie a scene alternate, vivace

    ed anche drammatica, nelle sequenze tragiche della Strage degli Innocenti. Anche in questo caso la Harwicke si rifà ad una vasta produzione pittorica, segno della sua cultura e delicatezza visiva.
    Le scene di massa non vogliono vivere di una messa in scena sensazionalistica sul modello di produzioni tipicamente americane degli anni Cinquanta e Sessanta, ma rivelano sempre e comunque la presenza delle esistenze personali. Con ciò si vuole affermare che non si tratta mai di semplici individui, ma, ripeto, di persone.
    La struttura narrativa accompagna la Sacra Famiglia nelle vicissitudini storiche, nella povertà del pellegrinaggio di fuga, nella sensibile attenzione alle crisi di coscienza di chi, come Giuseppe, non vuole "rimandarla" esponendo la Vergine Maria al pubblico ludibrio.
    La fedeltà all'inquieto silenzio di decenni descritto nei VAngeli dopo le due Annunciazioni a Maria e Giuseppe, è un pregio della regista ma anche di tutto il cast che, chiaramente, ha partecipato con condivisione di

    sentimenti all'itinerario ripercorso dalla stessa autrice.
    Certo, non ci troviamo di fronte al Vangelo secondo Matteo di Pasolini e neppure si può confrontare quest'opera con Il Messia di Rossellini, film, il secondo, per la televisione, che purtroppo ha circolato prevalentemente in cineforum e cinema d'essai, perché diverse sono le intenzionalità.
    Per i due autori italiani non c'era primariamente lo scopo di raggiungere quella che oggi chiamiamo audience; cioè entrambi percorrono singole intuizioni nate in diversi contesti: Pasolini impostò la sceneggiatura dopo una lettura del Vangelo sinottico alla Cittadella d'Assisi, mentre Rossellini da tempo meditava su questo tema con modalità diverse da quelle cinematografiche (come era stato negli anni Cinquanta per i suoi Fioretti di San Francesco).
    I loro film cercano esplicitamente una meta poetica e, credo senza dubbi, la raggiungano. Nativity nasce in altro contesto di committenza e di produzione ed è in questo contesto che, come genere, raggiunge quegli accenti di delicatezza

    e di garbo sopra delineati.
    In altri termini, se alcuni film a sfondo biblico hanno dimostrato dei limiti, questo, anche per finalità catechistiche intese in senso non meramente didattico, raggiunge esiti positivi perché non ha inteso "mostrare" i dati dei Vangeli (soprattutto i racconti d'infanzia di Luca e Matteo), ma favorirne la diretta lettura.

    Nota: Si ringrazia M. P. Forlani per la cortese collaborazione.

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