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    DIETRO QUELLA BANDIERA UNA DELICATA STORIA DI AMICIZIA E CORAGGIO, SOPRAVVIVENZA E SACRIFICIO

    "Contiene molti intrecci di storie e questo rende interessante il libro ('Flags of Our Fathers')... Oltre, naturalmente, alla famosa fotografia scattata da Rosenthal della AP. C’è qualcosa di speciale in questa fotografia. Nessuno sa cosa sia, si sa solo che ci sono degli uomini impegnati a compiere un’azione: innalzare l’asta di una bandiera, e magari è proprio questo il modo in cui i ragazzi della foto hanno visto sé stessi. Ma nel 1945, quest’immagine è diventata il simbolo di una guerra. Momento di riscatto per una delle battaglie più sanguinose di quella guerra, la fotografia simboleggia tutto ciò che era in ballo, tutto ciò per cui i soldati combattevano. E quando scopri quello che è successo a quei ragazzi ed il modo in cui sono stati ritirati dalla guerra e rispediti a casa per andare in giro a stimolare gli americani ad acquistare le 'obbligazioni di guerra', rimangono dentro tante emozioni contrastanti, soprattutto se si hanno 19, 20, 22 anni... Nella maggior parte dei film di Guerra con i quali sono cresciuto, c'erano i buoni ed i cattivi. Ma la vita non è così. In questi film non si tratta di vincere o di perdere. Si tratta di capire gli effetti che la guerra produce sugli esseri umani e su quelli che perdono la vita molto precocemente".
    Il regista Clint Eastwood
    (Flags Our Father USA 2006; dramma storico di guerra; 131'; Produz.: Malpaso/Amblin Entertainment; Distribuz.: Warner Bros Pictures Italia)

    Locandina italiana Flags of Our Fathers

    Rating by
    Celluloid Portraits:



    (Comment by PATRIZIA FERRETTI) - War heroes from yesterday and today, but who’s the hero on a war, both yesterday and today? Any form of justification for war is pure illusion, sometimes even vain and foolish, when, in the name of presumed victories or truthfully and in the name of deliberate heroism manufactured for the purpose to conceal an awful lie, people make up a reason to celebrate, maybe around a symbol, to the fake hope of an inexistent victory. We should be talking about losses, doesn’t matter how the countries involve end up. Clint Eastwood send a message about what’s a true, real war looks like and about what kind of hypocrite fantasies the people hide behind when they look at a flag as something to hang in their living-room as a souvenir. In order to achieve this effect, Clint Eastwood uses flashbacks that are almost monochromatic of young men fighting in the first line. But “Flags of Our Fathers” talks about the American discrepancy, how the respectable Americans talks about heroism, just the one “made in U.S.A. by U.S.A. people” without pay attention to any form of racism that this can cause, and it shows that [the U.S.A.] is unwilling to recognize as its’ own sons those who fighting on the first line for their Country, but with a different background. An ambitious and sophisticated movie that lacks of some reflections in some slow passages. But the message that Clint Eastwood sends out there doesn’t fall on deaf ears, on the contrary it’s loud and clear. - (Translation by MARTA SBRANA, Canada)
    Trailer

    Titolo in italiano: Flags of Our Fathers

    Titolo in lingua originale: Flags of Our Fathers

    Anno di produzione: 2006

    Anno di uscita: 2006

    Regia: Clint Eastwood

    Sceneggiatura: William Broyles Jr. e Paul Haggis

    Soggetto: Tratto dall'omonimo best-seller di James Bradley con Ron Powers.

    Cast: Ryan Phillippe (John “Doc” Bradley)
    Jesse Bradford (Rene Gagnon)
    Adam Beach (Ira Hayes)
    John Benjamin Hickey (Keyes Beech)
    John Slattery (Bud Gurber)
    Jamie Bell (Ralph “Iggy” Ignatowski)
    Paul Walker (Hank Hansen)
    Robert Patrick (Colonello Chandler Johnson)
    Neal McDonough (Capitano Severance)
    Melanie Lynskey (Pauline Harnois)
    Thomas McCarthy (James Bradley)
    Chris Bauer (Comandante Vandegrift)
    Judith Ivey (Belle Block)
    Myra Turley (Madeline Evelley)
    Joseph Cross (Franklin Sousley)
    Cast completo

    Musica: Clint Eastwood (arrangiate e dirette da Lennie Niehaus)

    Costumi: Deborah Hopper

    Scenografia: Henry Bumstead

    Fotografia: Tom Stern

    Scheda film aggiornata al: 25 Novembre 2012

    Sinossi:

    "E’ l’immagine più significativa della Guerra del Pacifico – l’attimo immortalato da una macchina fotografica in cui cinque Marines e un Ufficiale Sanitario della Marina americana issano la bandiera americana sul Monte Suribachi, nei giorni della sanguinosa battaglia per il presidio giapponese di Iwo Jima, isola sperduta con spiagge scure e cave di zolfo. Per gli uomini ritratti nella fotografia, sollevare la bandiera rappresentava solo una formalità, ma per quelli che erano rimasti in patria, quest’immagine significava ritornare a credere al concetto di eroe. Quell’immagine ha catturato l’immaginazione degli americani che erano avidi di speranza e stanchi di una guerra che sembrava interminabile. Ha dato alle madri un motivo per credere che i propri figli sarebbero tornati vivi dal fronte, ed un significato a quelle madri che piangevano i figli che non sarebbero più tornati.
    Sull’onda dei sentimenti suscitati dalla fotografia, i sopravvissuti fra i sei soldati diventati ormai famosi vengono fatti ritornare negli Stati Uniti per essere messi al servizio della patria, non sul campo di battaglia, ma tra le folle adoranti che volevano essere vicine agli 'eroi' e che firmavano assegni per sostenere la guerra.
    Solo tre dei sei soldati sono sopravvissuti – John 'Doc' Bradley (Ryan Phillippe), l’Ufficiale Sanitario della Marina; Ira Hayes (Adam Beach), un timido americano di origini pellerossa e Rene Gagnon (Jesse Bradford), un portaordini militare che non ama fare fuoco con il suo fucile.
    I tre soldati della famosa bandiera interpretano alla perfezione il ruolo degli eroi, girano instancabilmente in tutto il paese, stringono mani, pronunciano le parole giuste nei microfoni degli intervistatori ed il potere provocato dalla loro immagine riscatta la debolezza che la nazione ha dimostrato in guerra. Ma intimamente scoprono che parallelamente ai loro amici e fratelli che sono caduti sul campo di battaglia, anche una parte della loro anima non lascerà mai la terra scura di Iwo Jima... Basato sul best-seller di James Bradley, Flags of Our Fathers narra la battaglia di Iwo Jima attraverso gli occhi di uno dei sei soldati della foto e racconta la storia del viaggio di un figlio alla scoperta del ruolo di suo padre nella famosa fotografia della AP, ed attraverso quella fotografia, a distanza di sessant’anni, descrive non solo chi fosse suo padre come uomo ma anche i compagni con i quali combatteva, che poi ha pianto... Flags of Our Fathers è un’analisi formidabile della guerra, osservata da lontano ma vissuta dai soldati sul campo di battaglia. Storia delicata di amicizia e coraggio, sopravvivenza e sacrificio sullo sfondo dell’ampio e caotico scenario della battaglia di Iwo Jima, il film coglie il momento dell’immagine immortalata dalla macchina fotografica di Joe Rosenthal e l’impatto che quell’attimo ha avuto non solo sulla nazione che è rimasta galvanizzata da tale immagine, ma anche sugli uomini fotografati dal suo obiettivo".

    Dal >Press-Book< di Flags of Our Fathers

    Nota: Si ringraziano Valerio Roselli e Maria Scoglio dell'Ufficio Stampa Warner Bros per la cortese collaborazione.

    Commento critico (a cura di Patrizia Ferretti)

    EROI DI OGGI ED EROI DI IERI: MA CHI E’ L’EROE IN UNA GUERRA, DI IERI COME DI OGGI? UNA QUALSIASI GIUSTIFICAZIONE DELLA GUERRA E’ PURA ILLUSIONE, A TRATTI PERSINO VANESIA E INSENSATA, QUANDO IN NOME DI VITTORIE PRESUNTE O REALI E E DI UN EROISMO VOLUTO E CONFEZIONATO AD HOC, A MASCHERAMENTO DI UN’ORRENDA MENZOGNA, SI INVENTA UN MOTIVO PER FESTEGGIARE, MAGARI ATTORNO A UN SIMBOLO, ALLA SPERANZA FANTASMA DI UNA VITTORIA CHE NON ESISTE. PERCHE’ E’ DI PERDITA CHE SI DOVREBBE PARLARE, SEMPRE E COMUNQUE VADANO LE SORTI DI ENTRAMBI I CONTENDENTI. QUESTO IL MESSAGGIO LANCIATO ALL’OGGI, PARLANDO DELLE BANDIERE DI IERI, DA CLINT EASTWOOD, MOSTRANDO ATTRAVERSO DEI FLASHBACK QUASI MONOCROMI DI RAGAZZI IN PRIMA LINEA CHE COSA E’ LA GUERRA REALE E DIETRO QUALI IPOCRITE FANTASIE SI TRINCERANO COLORO CHE GUARDANO AD UNA BANDIERA COME A UN CIMELIO DA APPENDERE NEL PROPRIO SALOTTO DI CASA. MA ‘FLAGS

    OF OUR FATHERS’ LA DICE LUNGA ANCHE SULLE CONTRADDIZIONI DELL’AMERICA PERBENISTA CHE INNEGGIA ALL’EROISMO PURCHE’ DI MARCA STATUNITENSE, PECCANDO ANCORA DI RAZZISMO, E MOSTRANDOSI RESTIA A RICONOSCERE COME FIGLI SUOI CHI, PUR PARTE INTEGRANTE DEL PAESE E UGUALMENTE COMBATTENTE IN PRIMA LINEA, APPARTIENE AD UNA DIVERSA ETNIA DI ORIGINE. UN FILM AMBIZIOSO E SOFISTICATO CHE PECCA SOLO DI QUALCHE FLESSIONE DI TROPPO NEI TEMPI CINEMATOGRAFICI DI ALCUNI PASSAGGI UN PO’ FIACCHI. MA IL MESSAGGIO LANCIATO DA CLINT EASTWOOD NON CADE CERTO NEL VUOTO, ANZI, ARRIVA FORTE E CHIARO

    Come non richiamare alla memoria il mitico Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg? E forse non è un caso che proprio Spielberg sia il coproduttore di Flags of Our Fathers. Con questa nuova, ambiziosa e sofisticata prova in celluloide, Clint Eastwood sembrerebbe infatti omaggiare di proposito l’opera spielberghiana che sul tema della guerra lo ha preceduto. Ma la considerazione non deve trarre

    in inganno. Il film di Eastwood si riallaccia a Spielberg solo per alcune schegge, là dove non si rinuncia a mostrare il lato mostruoso, e rivoltante da ogni punto di vista, di quella guerra di cui si parla a specchio delle molte altre anche recenti. Certe sequenze sulla spiaggia, alcuni tratti intimisti delle due storie, di Spielberg e di Eastwood, camminano su un binario parallelo, per discostarsene poi fin dalla scelta di fondo: mentre Spielberg per il suo Salvate il soldato Ryan si è affidato a star del calibro di Tom Hanks e Matt Damon, tra gli altri, Eastwood rinuncia deliberatamente a gestire un tema come questo della guerra sfruttando il protagonismo di star molto conosciute al grande pubblico. Così, non solo si è limitato alla regia e alla composizione delle musiche, lasciando per questa volta ad altri l’onere della recitazione, ma non ha cercato neppure per il resto del

    cast attori di fama internazionale, preferendo semplicemente interpreti in grado di servire questa storia con il giusto grado di sensibilità e grazia, pur in un contesto di riferimento inevitabilmente spietato e cruento. E Flags of Our Fathers non è neppure un film di guerra nel senso letterale del termine, o almeno non solo di quello. Lo sguardo è appuntato su una storia particolarissima, ben diversa da quella di Spielberg, legata ad una foto in cui dei marines issano la bandiera statunitense, evento con un inaspettato, esagerato e talora fuorviante, effetto di risonanza. Per farci capire che cosa sia in realtà la guerra nella sua efferata e sanguinaria essenza, e come d’altra parte può essere diverso il grado di percezione sul piano identitario tra la gente, Eastwood opera attraverso intensi flashback rivissuti ad occhi aperti dai marines, già sul campo di battaglia e, al loro ritorno negli Stati Uniti ritenuti

    eroi proprio per aver issato quella bandiera. Un simbolo di vittoria, il motivo di una nuova speranza, sia sul piano generale che su quello privato di madri o padri che provano a lenire il proprio dolore per i figli caduti e perduti per sempre, guardandoli, o almeno credendo di riconoscerli, ritratti in quella foto che li immortala intenti ad issare la bandiera. Evento di cui il film rimarca pro e contro con alcuni ‘dietro le quinte’ non privi di disgustose strumentalizzazioni, a cominciare da quando, già sul campo di battaglia, vedendo quanto sprone aveva dato quel gesto agli altri soldati, con grande risonanza sulla popolazione, giunge il politico di turno che la vuole per sé, costringendo i ragazzi ad issarne una seconda in sostituzione della prima. Non sia mai che il corpo dei marines e soprattutto chi li guida debba deludere, per quanto decisamente a malincuore, il capriccio di un

    esponente del potere magari desideroso di appendere un cimelio nel proprio salotto!
    Così, le atrocità della guerra reale che noi vediamo e assorbiamo per intensità attraverso quei flashback messi in risalto da sapienti movimenti di macchina e da un sonoro studiato a dovere per una grande efficacia, stridono e contrastano, volutamente, con i festeggiamenti degli ‘eroi’ e con schegge di visioni ipocrite e strumentali che mettono a nudo alcuni focali contraddizioni dell’America perbenista, cieca e sorda di fronte ad una realtà di cui si preferisce non conoscere il vero volto ma che i ragazzi, invece, hanno visto, vissuto a pelle e nelle viscere oltre che respirato a pieni polmoni, di persona e in primo piano. Un esempio tra i tanti di queste contraddizioni si appunta sul dilagare invasivo delle riproduzioni della fatidica foto: oltre che sui giornali, in versione poster o persino in sculture di piccolo e grande formato, fino all’esemplare

    di grande pasticceria, là dove ai soldati festeggiati e disgustati da tutta questa messa in scena festaiola a scopo di lucro - la raccolta dei bonus per proseguire i finanziamenti della guerra in corso - viene richiesta la preferenza tra cioccolato e fragola per lo sciroppo che andrà a rendere ancora più dolce e gustosa la sculturina nivea che viene loro offerta come dessert. Non è difficile immaginare che cosa riecheggi nelle mente di quei soldati (così come nello spettatore) il primo piano del liquido rosso fragola che pian piano va a contaminare quel candore. Quel che riecheggia nella mente e nel cuore di quei ragazzi, già in estremo imbarazzo per dover gestire tutto quella stucchevole adulazione in nome dell’eroismo, è il grido incalzante e reiterato che chiama a gran voce ‘Infermiere!’, grido con cui, non a caso, si apre il film.

    Nelle sequenze di guerra poi, vi è un indiscusso

    coprotagonismo affidato ad una fotografia patinata, seppiata, giocata unicamente su una gamma quasi monocroma di grigi, dialetticamente sposati con un nero fumoso tanto quanto l’atmosfera ricreata da raffiche di spari in grado di spruzzare per aria grossi cumuli di terra, più e più volte. Una monocromìa virata a tratti su un verde tenue affine alle tute mimetiche di quei soldati, sorpresi talvolta da riprese dall’alto appostati e disseminati sul campo di battaglia quasi fossero parte integrante e permanente dell’arredo paesaggistico. Una monocromìa che si direbbe anche speculare al reiterato, macabro gioco al massacro della guerra reale, un po’ diversa da quella ‘ideale’, fantasticata dall’innneggiamento insensato di folle, rapite da un entusiastico delirio di massa, là dove, non a caso, le cromìe si rinforzano e riprendono vivacità. C’è chi, tra i soldati, non regge alle adulazioni e ai festeggiamenti di questa colossale messa in scena, come il ragazzo indiano che,

    alla fine, perennemente in stato di ubriachezza e irreversibilmente sconvolto dalla guerra come dal rifiuto della sua identità di indiano in America, torna sul fronte di guerra. Personaggio chiave per mettere in luce schegge ancora pulsanti di razzismo in un’America che non guarda in bocca a tanti eroismi quando si tratta di etnie di marca non statunitense purosangue.
    La confezione generale del film non è tuttavia delle più travolgenti e tradisce tratti un po’ fiacchi, allineato sullo stile documentaristico. Ma con questa storia, avviata sul simbolo-evento della bandiera e narrata - in parte come voce fuori campo, in parte in diretta - per bocca di un sopravvissuto al figlio di un compagno giunto alla stagione autunnale della vita in quella fase che volge al termine, Clint Eastwood riesce ugualmente a trasmettere il suo messaggio forte e chiaro: in una guerra non c’è vittoria e non ci sono eroi, se non

    quelli partoriti dalla nostra mente per alimentare l’illusione di stare meno male per una questione riducibile, alla fine dei conti, solo ad una immane perdita, sia sul piano umano che morale, e da qualunque parte si guardi.

    Commenti del regista

    A proposito dei ragazzi Marines della bandiera:

    "Man mano che procedono i tour promozionali in tutti gli Stati Uniti, i ragazzi ottengono una grande celebrità, partecipano a feste e la gente di ogni luogo dedica loro molta attenzione. Deve essere stato abbastanza scombussolante per questi ragazzi. Anche se a Iwo Jima ne avevano viste di cotte e di crude, sanno che molte persone hanno visto cose peggiori... Diventare personaggi pubblici e rispondere alle aspettative della gente che erano terribilmente alte, ha messo sotto pressione questi ragazzi, al punto che si sono dovuti impegnare per cercare di alleggerire tale pressione ed alcuni di loro non ci sono riusciti... Erano solo un gruppo di ragazzini che erano appena usciti dal periodo della Depressione, e per molti americani non erano tempi facili... Molti di questi ragazzi entravano nei Marines o si arruolavano nell’Esercito con coscienza, credevano in quello che stavano facendo. Ci credevano e perseveravano".

    A proposito della battaglia di Iwo Jima:

    "Ho partecipato al 60° anniversario a San Francisco, ed ho trascorso molto tempo con i veterani. Hanno raccontato molti fatti. Ho conosciuto un uomo, che viene citato anche nel libro, che si chiamava Danny Thomas. Anche lui era Ufficiale Sanitario, come John Bradley. Non ha mai parlato di Iwo Jima, allo stesso modo di John Bradley. Non ha mai parlato della guerra. E’ tornato a casa ed ha continuato a vivere la sua vita. Ma quando è invecchiato, ha deciso che era giunto il momento di parlarne.
    Ho trascorso un paio di ore a parlare con lui, ed il suo racconto è stato molto emozionante, descriveva quali fossero i suoi sentimenti a quel tempo. Erano persone eccezionali
    ".

    Commenti dei protagonisti:

    RYAN PHILLIPPE(Crash, Gosford Park) (l'Ufficiale Sanitario della Marina John “Doc” Bradley, che presta soccorso agli altri soldati sul campo di battaglia):

    "John Bradley non è un uomo complicato. E’ onesto, semplice e diretto. Si prova una grande libertà ad interpretare un uomo come lui. E’ un uomo che non mente, che non pretende di essere diverso da come è. E’ un grande uomo. Ho sentito una forte responsabilità nel garantire che venisse interpretato nel modo più onesto e completo possibile... La mia famiglia ha una lunga tradizione militare. Mio padre era in Marina durante la Guerra in Vietnam, ed anche i miei zii hanno prestato servizio militare lì. Entrambi i miei nonni hanno combattuto durante la Seconda Guerra Mondiale. Essere in grado di rendere omaggio a queste persone è una grande responsabilità per me, ed anche un onore".

    JESSE BRADFORD (Happy Endings, Ragazze nel pallone) (Rene Gagnon, il militare che coltiva e celebra la popolarità arrivatagli con le promozioni pubbliche delle obbligazioni di guerra prima di sviluppare una profonda comprensione dei sacrifici che essa rappresenta):

    "Rene ha 19 anni quando gli capita tutto questo. E’ una sorta di 'mammone', non tagliato esattamente per la guerra. Però, è anche un ragazzo che cerca di fare bene le cose. Fa tutto quello che gli viene chiesto... Aveva 19 anni, cercava di fare le cose giuste; penso che fosse vulnerabile, ma che fosse anche un eroe a modo suo. Riteneva fermamente che quello che stavano facendo per lo sforzo bellico fosse assolutamente necessario ed io desideravo rappresentarlo sotto una luce positiva".

    ADAM BEACH (Windtalkers, Smoke Signals) (l'indiano Ira Hayes):

    "Ira è un tipico eroe di guerra sotto molti aspetti. Ha combattuto in tre delle battaglie più sanguinose del Sud Pacifico, ed è riuscito a sopravvivere a tutte e tre. Tutto quello che vuole è tornare sul campo di battaglia, con i suoi compagni, a combattere fianco a fianco. Non riesce ad accettare il fatto di essere al sicuro mentre i suoi amici, i suoi fratelli, sono ancora al fronte, a combattere contro gli orrori della guerra. Non riesce proprio ad accettarlo... avendo assistito alla morte del suo migliore amico solo la settimana prima... Ma come era riuscito a farlo? Io non ci sarei riuscito... ma aveva un lavoro da svolgere. Credo pensasse che se doveva farlo, allora avrebbe dovuto farlo al meglio. E sono riusciti a raccogliere più soldi di qualsiasi altra raccolta fondi di guerra".

    BARRY PEPPER (Salvate il Soldato Ryan, Il miglio verde) (Michael Strank, sergente nonchè leader del reparto):

    "E’ il tipo di ragazzo che ispira gli altri a dare il meglio di se stessi per tutto quello che lui riesce a dare di sé... Ogni racconto di chiunque avesse combattuto con lui riferiva del grande leader che questo uomo era, un grande uomo, che insegnava agli altri con il suo esempio (e a proposito del respiro delle scene): "Penso che l’idea di Clint fosse di non sottoporci ad un addestramento fisico... Penso che volesse che le scene fossero più sulla vita sui campi di battaglia: dei ragazzi che erano stati buttati dentro un uniforme e dentro alla confusione. Le emozioni scaturiscono organicamente in una situazione come quella".

    RYAN PHILLIPPE a proposito del personaggio di Pepper, Mike Strank:

    "Mike Strank aveva 25 anni quando combattè la guerra ad Iwo Jima; gli altri ragazzi del reparto avevano 18 o 19 anni... Era il veterano incallito delle battaglie. La cosa buffa è stata che quando Barry è arrivato per interpretare quel ruolo, anche il suo ruolo con noi è diventato un po’ come quello di Strank: aveva recitato in ‘Salvate il soldato Ryan’ ed in ‘Fino all’ultimo uomo.’ Con questa esperienza nei film di guerra, è diventato il leader e ci insegnava cosa fare".

    Altre voci dal set:

    L'autore del best-seller cui si è ispirato il film, JAMES BRADLEY:

    "Non ho mai deciso di scrivere un libro... Avevo deciso di scoprire perchè mio padre fosse così silenzioso. Ho preso la decisione di scrivere il libro solo quando mi sono accorto che tutti conoscevano la fotografia, ma che nessuno conosceva la sua vera storia".

    TOM STERN (direttore della fotografia):

    "E’ un grande affresco, ma è anche una storia molto personale. Ci sono state molte opportunità visive che potevano far lasciare fuori tali aspetti... L’aspetto del film doveva cercare di rappresentare il contenuto emotivo... C’è qualcosa che Clint ed io abbiamo cercato di fare in ‘Mystic River’ e ‘Million Dollar Baby,’ e che in entrambi i film ha funzionato. E’ un gioco di colori, di desaturizzazione e di neri solidi molto, molto, molto intensi che danno quell’aspetto che riflette bene ciò che accade nei personaggi".

    Bibliografia:

    Sito ufficiale: "www.flagsfourfathers.it"

    Links:

    • Clint Eastwood (Regista)

    • Scott Eastwood

    • Thomas McCarthy

    • Jamie Bell

    • Robert Patrick

    • John Benjamin Hickey

    • Paul Walker

    • Melanie Lynskey

    • Jayma Mays

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    Galleria Video:

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