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UNA COMMOVENTE STORIA DI IMMIGRAZIONE MA ANCHE UN INNO D'AMORE ALLA FAMIGLIA
Dalla I. Festa del Cinema di Roma
"E' la storia di una giovane ragazza che parte da Calcutta e approda a New York, che è quasi esattamente lo stesso mio percorso. Mi è sembrata una storia profondamente umana sui milioni di noi americani che abbiamo lasciato una casa per un'altra e abbiamo imparato che cosa significhi realmente mescolare il vecchio e il nuovo... Di tutti i miei film, credo che 'Il destino nel nome-The Namesake' sia quello più personale. Quando ho letto il libro di Jhumpa (Lahiri), mi è sembrato di incontrare una persona che comprendeva completamente il mio dolore, conosceva il mio stato d'animo e le esperienze che stavo vivendo, e mi sono detta che dovevo comprare immediatamente i diritti del romanzo... Avevo l'opportunità di unire questi due mondi emozionanti (New York e Calcutta) che conosco e amo e in cui ho vissuto tutta la vita. Volevo anche catturare visivamente il senso di vertigine e stordimento che provano gli immigranti che fisicamente si trovano in un luogo, mentre con l'anima sono altrove".
La regista Mira Nair
(The Namesake, USA 2006; dramma; 122'; Produz.: Mirabai Films/Cine Mosaic; Distribuz.: Twentieth Century Fox Italia)
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Titolo in italiano: Il destino nel nome-The Namesake
Titolo in lingua originale:
The Namesake
Anno di produzione:
2006
Anno di uscita:
2006
Regia: Mira Nair
Sceneggiatura:
Sooni Taraporevala
Soggetto: Dal libro omonimo di Jhumpa Lahiri, edito in Italia da Marcos Y Marcos, prodotto da Lydya Dean Pilcher, Mira Nair.
Cast: Kal Penn (Gogol Ganguli)
Tabu (Ashima Ganguli)
Irrfan Khan (Ashoke Ganguli)
Jacinda Barrett (Maxine Ratliff)
Zuleikha Robinson (Moushumi Mazoomdar)
Musica: Nitin Sawhney
Costumi: Arjun Bhasin
Scenografia: Stephanie Carroll
Fotografia: Frederick Elmes (ASC)
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Sinossi:
"Poco dopo la celebrazione del loro matrimonio combinato, Ashoke e Ashima lasciano la soffocante Calcutta per approdare in un'invernale New York dove iniziano la loro vita insieme. Praticamente sconosciuti l'uno all'altra, la vita della coppia prende una svolta decisiva quando nasce il loro figlio. Nella fretta di dargli un nome, Ashoke decide di chiamarlo Gogol, come il celebre autore russo: è un nome che ha un legame con un passato segreto e, come spera Ashoke, un futuro migliore. Ma la vita per Gogol non è facile come i genitori avevano sperato. Nei panni di un adolescente americano di prima generazione, Gogol (Kal Penn) deve imparare a tracciare una sottile linea di confine tra le radici bengalesi e l'americanità acquisita per poter trovare la sua identità. Mentre Gogol tenta di forgiare il proprio destino - rifiutando il nome, frequentando una ricca ragazza americana (Jacinda Barrett), decidendo di studiare architettura a Yale - i suoi genitori restano attaccati alle tradizioni bengalesi. Ma i loro percorsi continuano a intrecciarsi finché Gogol inizia a scoprire i legami tra il mondo che i suoi genitori si sono lasciati alla spalle e il nuovo mondo che si apre davanti a lui...".
>Dalla scheda preliminare del film<
Nota: Si ringrazia Emanuela Semeraro dello Studio Nobile Scarafoni per la cortese collaborazione.
Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)
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VIATICO POETICO TRA HUMOR E DRAMMA, NEL SEGNO DELLA RICERCA MULTIPLA DELLA PROPRIA IDENTITA’ E ARMONIA INTERIORE. IL FILM PIU’ BELLO E PERSONALE IN SENO ALL’INTERA FILMOGRAFIA DI MIRA NAIR, QUI COME NON MAI TOTALMENTE TESA A FARCI RESPIRARE DALL’INTERNO LA CULTURA INDIANA IN RELAZIONE A PROBLEMATICHE A CARATTERE SOCIAL-MORALE RICONOSCIBILI SUL PIANO UNIVERSALE. CAST E REGIA DA OSCAR IN UN FILM-ELEGIA: UN ATTO D’AMORE CHE HA GENERATO UN’OPERA D’ARTE
Non vi è dubbio che di tutti i suoi film, questo de Il destino nel nome-The namesake sia quello più personale della regista Mira Nair, di origini indiane migrata a New York. E non solo perché vi sono tratti della storia in cui si è riconosciuta sul piano di un’analoga esperienza, sia sul registro del viaggio di immigrazione, sia su quello della perdita di un proprio caro. Il destino del nome è un film bellissimo - un atto d’amore per un’opera |
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d’arte - che dà l’impressione di essere veramente stato vissuto a pelle, dall’interno, fino a srotolarsi sotto i nostri occhi toccando le corde più sensibili dello scrigno emozionale di ognuno, imponendosi senza alcuna arroganza, anzi, con estrema delicatezza, quale viatico poetico e persino scioccante. Queso film è talmente intimo e profondo, e pur universale, da riuscire a trasmettere allo spettatore, rendendolo estremamente partecipe, un intero universo di sensazioni e di problematiche che vanno oltre i problemi di immigrazione e di accettazione in società diverse. Muovendo dal respiro più profondo e intenso di quella cultura indiana che Mira Nair non ha certamente mai dimenticato nel suo percorso in celluloide ed ovviamente anche come persona, si riallaccia al ‘nuovo mondo’ dalle illimitate possibilità, dalle imperdibili opportunità soprattutto per il futuro dei figli di una giovane coppia: l’America, in particolare New York. Con Il destino nel nome Mira Nair intesse uno scenario bipolare, |
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interattivo malgrado la diversità e la non immediata intercomunicazione di due città cosmopolite, emblemi di mondi molto diversi tra loro: l’India (Calcutta) e l’America (New York), il paese caldo e quello freddo, quello folkloristico, colorato e festosamente caloroso, intimamente legato a rituali e tradizioni locali e quello visto come ‘triste’ ed estremamente anticonformista. Uno scenario bipolare su cui si innestano storie personali intercalate tra aspetti specifici e problematiche universali, di comunicazione e comprensione tra genitori e figli, tra giovani coppie in matrimoni o relazioni miste o della medesima etnìa. Così, facendo perno su un cast da Oscar, prendono avvio le diverse esperienze generazionali, a cominciare dai genitori di Gogol/Nick (Kal Penn), Ashoke (Irrfan Khan) e Ashima (l’incantevole e bravissima Tabu). Esperienze colte sul nascere, carezzate fin nei minimi dettagli e sfumature, sviluppate con tenero affetto (esteso anche alle ambientazioni, architetture, paesaggi e umili finestre aperte sull’intima quotidianità) e con i |
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tempi necessari, in modo da farci respirare dall’interno ragioni, scelte, azioni, comportamenti ed eventi che muovono i passi e le riflessioni dei nostri protagonisti: dalle melanconiche soggettive iniziali di Ashima, spaesata giovane sposina indiana per matrimonio combinato che proprio in America scoprirà l’amore e l’affiatamento con il marito, attraverso le piccole difficoltà quotidiane e un senso di affetto e del rispetto tra coniugi, da cui noi occidentali doc forse dovremmo trarre qualche ispirazione e imparare qualcosa. Una cultura che non si è mai negata a se stessa e di cui la Nair coglie ogni alito nel quotidiano vivere e in cerimonie cruciali come matrimoni, battesimo e funerale. Un viatico a tratti felice e persino umoristico, a tratti drammatico con la sua punta di diamante ben acuminata che, comunque, apre e chiude emblematicamente nel segno di una valigia adagiata su una testa nel bel mezzo di una folla in una stazione |
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ferroviaria.
Come di solito succede, nel dramma, paradossalmente Gogol ritroverà se stesso, inizierà un processo di recupero della propria, autentica identità, non cercando più di rinnegarla fin dal nome, uscendo dai cliché americani con l’illusione di sentirsi pienamente integrato e riaffrontando se stesso, dopo un paio di relazioni fallimentari, una con un’americana e una con una bengalese, il che spinge ad una riflessione in merito: i problemi di coppia e l’amore vanno ben oltre i limiti e confini di etnìe diverse.
Questioni di identità dunque, ma del resto, come si fa a rinnegare il proprio nome di nascita quando si viene a sapere perché e come ci è stato imposto? E’ questa una delle schegge più poetiche, nel ricco caleidoscopio che la Nair sfoggia con Il destino nel nome, quasi una storia a parte, o meglio, una storia nella storia, l’anima della storia che, se vogliamo, sotto questo profilo assume le |
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proporzioni di una ‘ricerca multipla di identità e di armonia interiore’, di cui vale la pena esser partecipi fino in fondo leggendo, o rileggendo, a seconda dei casi, Il cappotto di Nikolai Gogol, lo scrittore russo tanto caro ad Ashoke, il padre di Gogol/Nick, quel cappotto, come ci dice il personaggio, da cui tutti siamo usciti.
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Commenti del regista
"Sooni (Taraporevela) e io ci siamo scambiate appunti molto di frequente. Per me è assolutamente essenziale che nei miei film ci siano lacrime e risate, perciò abbiamo usato tutte le opportunità a nostra disposizione per dare rilievo alle scene più umoristiche e commoventi del libro".
A proposito dell'attore Kal Penn (Gogol Ganguli):
"Kal (Penn) mi ha commosso, ecco. E' onesto e garbato ed è riuscito a catturare l'angoscia e la goffaggine di Gogol, e il suo processo di maturazione. E' un ruolo emotivamente vicino a Kal, che ne vede i punti in comune con la storia della sua famiglia e delle sue origini...".
Riguardo alla storia d'amore tra Ashoke e Ashima (genitori di Gogol):
"Il loro amore è profondo ma poco convenzionale. Quando si sposano, sono dei completi sconosciuti l'uno per l'altra; poi, nel corso degli anni, li osserviamo mentre si innamorano lentamente. Il loro amore non è fatto di frasi tenere o di bigliettini, ma si manifesta attraverso gli sguardi. E' un amore avvolto nel rispetto delle apparenze, sotto le quali si celano calore, passione, umorismo e qualche stravaganza, come qualsiasi nuovo amore del giorno d'oggi".
Parte della bellezza del romanzo di Jhumpa Lahiri è la relazione tempestosa di Zuleikha e Gogol, malgrado tutto ciò che hanno in comune:
"Nessuno dei personaggi è banale. Il fatto che Maxine sia una privilegiata dell'Upper East Side non significa che sia superficiale o miope riguardo ad altre culture. Quanto a Moushimi, il suo essere una bengalese-americana che ha frequentato l'università a New York, ha studiato letteratura francese e condivide lo stesso retroterra di Gogol non garantisce che i due vivranno felici e contenti per sempre. L'amore è più complicato di così".
New York e Calcutta, due metropoli accomunate da un senso di umanità brulicante e di passione:
"Per me era importante riuscire a catturare il colore, la vibrazione, la bellezza e le affinità di queste due città straordinarie. Entrambe sono piene di fermento ed energia creativa, perciò per me il linguaggio della strada è diventato un elemento importante per legare i due mondi".
Commenti dei protagonisti:
KAL PENN (Gogol Ganguli):
"Mi considero molto americano, ma credo che le storie sugli immigranti aiutino a delineare l'esperienza americana. Una delle cose che mi piacciono di più nella vicenda è che evidenzia l'illusorietà dell'idea tradizionale secondo cui i giovani americani abbiano un particolare aspetto o una particolare tradizione che li identifichi. Penso che la vicenda ci riporti all'idea originaria dell'esperienza americana, cioè alle molteplici magnifiche storie delle persone che sono venute qui da tutto il mondo piene di speranze e di promesse".
E, riguardo al momento particolare in cui si rade la testa:
"E' un momento molto emozionante nella vita di Gogol, per cui sapevamo che non poteva funzionare soltanto ricorrendo al trucco. Ecco perché ho deciso di radermi veramente la testa. Alla fine, la scena è stata faticosa molto più dal punto di vista emotivo che fisico. I capelli ricrescono, ma l'esperienza che Gogol vive resterà per sempre dentro di lui".
TABU (Ashima Ganguli):
"Da un lato, 'Il destino nel nome-The Namesake' è un film sull'America, dall'altro tratta un argomento che tocca tutti: la famiglia. Si rivolge alla moltitudine di persone provenienti da un'infinità di paesi che hanno fatto dell'America la propria casa, pur tentando di mantenere viva la cultura di origine e di trasmetterla alle generazioni successive. Credo che questa sia un'esperienza unica e straordinaria che interessi tutti noi".
IRRFAN KHAN (Ashoke Ganguli):
"Ashoke non è un uomo che parla dei propri sentimenti. Si tiene tutto dentro e in superficie appare sempre calmo, anche se nell'intimo non lo è. Ecco la grande sfida: permettere al pubblico di vedere che cosa accade dentro Ashoke semplicemente attraverso la sua presenza. Penso che questo sia il tipo di personaggio che si sviluppa e approfondisce con il progredire del film... L'America mi affascina. E' un paese fantastico dove accade un'infinità di cose che diventano fonte di ispirazione. Questa esperienza mi ha aiutato a capire l'attrazione di Ashoke per New York e per il modo di vivere americano, nonostante il suo senso di solitudine".
JACINDA BARRETT (Maxine Ratliff):
"Ciò che accade tra Gogol e Maxine è qualcosa in cui tutti possono identificarsi. Tutti conoscono quel periodo nella vita
in cui si cresce e, all'improvviso, ci si sente più vicini ai genitori, anche nel momento in cui ci si allontana da loro. E' un momento delicato nella vita di chiunque. Mi ha veramente commossa questo desiderio di trovare una propria identità e di capire a quale mondo si appartiene".
ZULEIKHA ROBINSON riguardo al suo personaggio (Moushumi Mazoomdar):
"E' la tipica ragazza che da bambina era poco attraente e non si trovava bene con nessuno. Poi è cresciuta, è andata a Parigi, ha avuto svariate storie e ha sviluppato un forte senso di sé. Riesce a catturare Gogol con la sua irrequietezza, penso. Ma sono attratti l'uno dall'altra anche perché condividono la stessa esperienza: entrambi sono originari del Bengala ma sono cresciuti in America o a Londra e ora, per la prima volta, dopo aver frequentato persone esterne alla loro cultura, possono dire: 'capisco questa persona che ho davanti, capisco il mondo da cui proviene".
Links:
• Mira Nair (Regista)
Galleria Fotografica:
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