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    Home Page > Movies & DVD > Babel

    'BABEL': LA GENESI COME METAFORA PER PARLARE DI BARRIERE E FRONTIERE DENTRO L'UOMO

    'Premio per la Regia al FESTIVAL di CANNES; Vincitore ai 'GOLDEN GLOBES 2007' come 'MIGLIOR FILM DRAMMATICO';
    I bellissimi di ‘CelluloidPortraits’
    "Barriere e frontiere non sempre sono visibili e fisiche. I confini sono dentro di noi e il pregiudizio esiste all'interno della nostra cultura. E nello stesso modo possono essere abbattuti... A un livello convenzionale' (e talvolta le convenzioni sono utili per raccontare delle storie) si può dire che 'Babel' parla della non comunicazione, ma per me in ultima analisi è su quanto gli esseri umani siano fragili e vulnerabili e quando si spezza un anello si spezza tutta la catena. Non è necessario perdersi nel deserto del Marocco o nel quartiere di Shibuya per sentirsi isolati. La solitudine e l'isolamento più terribili sono quelli che sperimentiamo con noi stessi, con le mogli e i figli... Ho cercato di cogliere l'idea della comunicazione umana nel suo complesso, le sue ambizioni, la sua bellezza e i suoi problemi, con una parola. Ho preso in considerazione molti titoli, ma quando ho pensato alla storia della genesi, ho sentito che era la metafora del film. Ognuno di noi ha la sua lingua, ma condividiamo tutti la stessa struttura spirituale".
    Il regista Alejandro González Iñárritu

    (Babel, USA 2006; drammatico; 144'; Produz.: Anonymous Content, Zeta Film e Central Films; Distribuz.: 01 Distribution)

    Locandina italiana Babel

    Rating by
    Celluloid Portraits:




    Titolo in italiano: Babel

    Titolo in lingua originale: Babel

    Anno di produzione: 2006

    Anno di uscita: 2006

    Regia: Alejandro González Iñárritu

    Sceneggiatura: Guillermo Arriaga

    Soggetto: Soggetto di Alejandro González Iñárritu e Guillermo Arriaga.

    Cast: Brad Pitt (Richard)
    Cate Blanchett (Susan)
    Gael Garcìa Bernal (Santiago)
    Kôji Yakusho (Yasujiro)
    Adriana Barraza (Amelia)
    Rinko Kikuchi (Chieko)
    Said Tarchani (Ahmed)
    Boubker Ait El Caid (Yussef)
    Elle Fanning (Debbie)
    Nathan Gamble (Mike)
    Mohamed Akhzam (Anwar)
    Peter Wight (Tom)
    Adbelkader Bara (Hassan)
    Mustafa Rachidi (Abdullah)
    Driss Roukhe (Alarid)
    Cast completo

    Musica: Gustavo Santaolalla

    Scenografia: Brigitte Broch

    Fotografia: Rodrigo Prieto (ASC, AMC)

    Scheda film aggiornata al: 25 Novembre 2012

    Sinossi:

    Quattro storie ambientate in tre diverse parti del mondo: Marocco, Messico e Giappone. Una segue una coppia americana in crisi (Richard/Brad Pitt e Susan/Cate Blanchett) che, vittima di una sparatoria mentre è in vacanza sulle montagne del Marocco si ritrova a lottare per sopravvivere. Atto di terrorismo oppure no? Ma il punto è che si tratta di americani in Marocco, un paese musulmano, la cui lingua e i cui costumi sono un enigma continuo. E il paradosso implicito nella relazione tra i personaggi… è un esempio di una definizione più intima di non comunicazione… Un altro dramma personale si appunta sulla storia di due bambini coinvolti nell’incidente del bus di turisti, non tanto per mettere in luce le conseguenze, quanto per evidenziare “il crollo morale di una famiglia musulmana strutturata su forti principi spirituali” che si ritrova ad assistere impotente al frantumarsi di quei principi. Si vede poi la storia di una bambinaia messicana che lavora nella ricca California e che, pur di non mancare al matrimonio del figlio, decide di portare con sé i due bambini americani che le sono stati affidati, attraversando illegalmente i confini. Uno spunto narrativo come un altro per riassumere la situazione di migliaia di persone che per entrare negli States, affrontano le regole del governo messicano e di quello americano, di fatto lasciate al loro destino da entrambi i due paesi, prive di leggi adeguate sull’emigrazione. Un’altra storia ancora è quella in cui un padre vedovo cerca di entrare emotivamente in relazione con la figlia sordomuta in una città come Tokyo. Un’adolescente che ricerca esperienze sessuali, mai consumate perché rifiutata, per avere affetto, per sentirsi accettata e per riuscire a superare inevitabili problemi di comunicazione.

    Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)

    MANCANZA DI COMUNICAZIONE, SOLITUDINE, FRAGILITA’ E VULNERABILITA’ UMANA SONO LE PUNTE DI UN EICEBERG DI QUOTIDIANA SOPRAVVIVENZA NEL XXI SECOLO. IN UNA CACOFONIA DI VOCI UMANE IL REGISTA DI AMORES PERROS E DI 21 GRAMMI ALEJANDRO GONZÁLES IÑÁRRITU CREA SOTTO I NOSTRI OCCHI, AMMALIATI DAL SUO STILE SPIAZZANTE, UNA SORTA DI ‘BABELE’ CONTEMPORANEA, CON I SUOI INELUTTABILI DRAMMI, MA CON UNO SPIRAGLIO APERTO ALLA RICOSTRUZIONE. LO STESSO LINGUAGGIO DEL FILM E’ IL MODO IN CUI GLI ARTISTI POSSONO SUPERARE I CONFINI E LA NON COMUNICAZIONE TRA LE PERSONE: ABBATTERE LE BARRIERE CON LA LINGUA DELLE IMMAGINI E DELLA MUSICA, STIMOLATORI EMOZIONALI UNIVERSALI

    Quattro storie procedono in parallelo, in un rapporto di apparente estraneità iniziale, scorrendo per frammenti e intrecci ad incastro prima di mostrarci l’effetto d’insieme del mosaico finale. Un parametro di confezione questo, che si profila ormai come motivo firma del regista di Amores Perros e di 21 grammi

    Alejandro Gonzáles Iñárritu. Con quattro storie che si dipanano in tre diverse parti del mondo, Marocco, Messico e Giappone, prende vita una sorta di cacofonia di voci umane, ideale alla presa di coscienza di un problema del XXI secolo che sembra aver raggiunto il suo climax: la mancanza di comunicazione. Questa volta però Iñárritu, pur non rinunciando a inquietitudini e tensioni, sembra ridurle a schegge molto più ‘tollerabili’, indirizzando lo spettatore verso possibili percorsi di ricostruzione, per quanto non privi di rinunce e passanti per un certo grado di sofferenze interiori. Così, ad esempio, rispetto allo stesso 21 grammi, con Babel Iñárritu riesce ad essere meno confuso e in qualche modo più lineare e anche più positivo. Come dichiarato da lui stesso, il titolo ammicca metaforicamente al nocciolo tematico del film che difatti si riallaccia alla Babele biblica, il cui mito si dice proprio all’origine della mancanza di comunicazione del

    genere umano. Babel rende così protagonista un caleidoscopio di incomunicabilità, o comunque, di comunicazione difficile e di solitudini variamente stratificate all’esterno e all’interno di persone molto diverse tra loro, per etnìa, area geografica, bagaglio culturale e personale. A rimarcare la diversità sul piano linguistico sta il mantenimento nel film, delle lingue originali di riferimento in ogni situazione, che lo spettatore seguirà supportato dai sottotitoli, fatta eccezione per l’inglese (e non si capisce a questo punto perché), doppiato come di consueto, in italiano.

    Cosa ci potrebbe succedere in situazioni di emergenza in un paese che non è il nostro, quando comunicare, essere compresi e poter concretizzare richieste di vitale importanza può risultare non solo difficile ma spesso impensabile? E cosa potrebbe succedere in situazioni di emergenza tra familiari o semplicemente dentro di noi? Iñárritu ce ne dà un’immagine alquanto sfaccettata e non soltanto tramite l’abbraccio intrecciato di quattro storie, ma anche attraverso

    quel sottotesto che vive sullo sfondo di queste. L’esempio più eclatante si appunta sull’interpretazione completamente travisata, affatto corrispondente al vero, data al mondo dalla stampa televisiva, pronta a sciacallare e a fare di incidenti, del sensazionalismo privo di fondamento, non provato. Come dimostrato nel film, non si trattava in effetti di attentato terroristico, quanto di una ‘bimbettata’ di due ragazzi marocchini, causata da una fuorviante educazione da parte degli adulti che, malgrado le buone intenzioni e ferrei principi, affidano con leggerezza delle armi in mano a bambini o poco più.

    La resa e l’efficacia del messaggio è semplicemente straordinaria, giocata sapientemente su un condensato di soggettive, primissimi piani e planate d’insieme su paesaggi eterogenei quanto simili dal punto di vista del desolante vuoto esterno, specchio di quello interiore dei protagonisti. Storie di persone diverse dunque, portate alla deriva e agli estremi di sopravvivenza sia sul piano fisico che psicologico proprio

    a causa di barriere/frontiere culturali e linguistiche. Un esempio macroscopico di suggestive soggettive si appunta su quelle, numerose e intense, della ragazza sordomuta asiatica, soprattutto, ma non solo, in discoteca. Qui il sonoro viene meno a vantaggio dell’incalzante scorrere di immagini coordinate da un montaggio sempre più frenetico e serrato, dove il veloce flasheggiare delle luci psichedeliche e la musica assordante quando non è in vigore lo stop audio, va ad alternare le soggettive della ragazza a quelle, indirette, dello spettatore: l’impressione è quella di trovarsi all’interno dello schermo e di vivere dal vivo quella stessa esperienza. Ed è questo uno stratagemma cui Iñárritu ricorre spesso in altre diverse situazioni, al di là delle soggettive della ragazza sordomuta, là dove, per scelta, privilegia lo scorrere di frammenti di immagine, di scorci parziali e d’insieme, anch’essi coinvolti nel gioco prediletto di intreccio e di incastro: qui di nuovo il sonoro della

    storia si annulla, sovrastato quasi completamente da musiche e canti in linea con l’etnìa e l’ambientazione in scena al momento. Deve essere questo il concetto cui ha fatto riferimento lo stesso regista a proposito della scelta narrativa del film, evitando deliberatamente il racconto delle storie dei personaggi partendo da un punto di vista esterno. Si doveva partire dai personaggi e non dalla visione del regista, e il fatto di scegliere come interpreti, oltre a star del calibro di Brad Pitt e Cate Blanchett, anche attori non professionisti, nati e cresciuti nelle città di cui si parla nel film, ha favorito la concretizzazione del cosiddetto processo di ‘ascolto e assorbimento’, per una presa di coscienza, oltre che di conoscenza, diretta, di usi e costumi dei luoghi scelti, con un tocco di marca neorealista, particolarmente spiccato quando applicato sui primi piani dei ragazzi e sulle stesse ambientazioni in diversi siti del

    Marocco. Le rispettive abitudini quotidiane di quella gente e dei loro luoghi di origine, sono gli altri co-protagonisti a tutti gli effetti dei personaggi principali, perfettamente in grado, a tratti, di rubare la scena agli stessi attori, in quanto ritratti in primi e primissimi piani con lo stratagemma tecnico cui abbiamo appena fatto riferimento: stacco audio e sovrimpressione di musiche e canti etnici. E’ così che affiora, calando gradualmente il velo di mistero che lo offusca, il poliedrico volto della Babele di Iñárritu, uno struggente affresco su incomunicabilità e solitudini di un genere umano che, malgrado tutto, si intravede capace di mille risorse e che alla fine una qualche via d’uscita, se non proprio l’ideale, è sempre in grado di imboccarla.

    Ma Iñárritu sembra corteggiare la ricerca di intensità espressiva e di efficacia narrativa su più livelli. Oltre alla già menzionata dinamica interattiva che gioca con lo stop audio si serve

    infatti di medesimi frammenti in ripresa ambivalente: la m. d. p. si focalizza sulla stessa scena e sullo stesso dialogo, se pure in momenti diversi del film, riprendendoli prima da un lato - inquadrando la casa abitata dai figli piccoli sotto la custodia della domestica quando il padre li contatta telefonicamente - poi dall’altro - inquadrando il padre in ospedale al telefono, intento a fare la stessa telefonata di cui lo spettatore è già a conoscenza. Frammenti, incastri di immagini e di emozioni cui Iñárritu ci ha ormai abituati, ma questa volta ci ha riservato qualche accorgimento tecnico in più e qualche tragico epilogo in meno. Anche i colori sono chiamati in causa - arancio per il Marocco, rosso vivo per Messico, rosso violaceo per il Giappone - a costruire questo grande mosaico contemporaneo, viscerale e umanissimo, come mai prima d’ora lambito da un inedito tocco poetico.


    IN DVD (Commento a

    cura di ENRICA MANES)


    Note tecniche: Edizione cofanetto due dischi-Audio 5.1 DTS e Dolby Digital: italiano, lingua originale Dolby Digital 5.1 ; sottotitoli: italiano, inglese

    Contenuti speciali:
    DISCO 2:
    - Making of con commento del regista Alejandro Gonzales Inarritu a numerose delle scene salienti del film.
    Commento diretto sul set, location, backstage e interviste ai protagonisti durante le riprese.

    Per la particolarità degli ambienti e dei luoghi in cui il film è girato, viene data dal regista peculiare attenzione alle differenti culture; si commenta la scelta delle location, dei dialoghi, delle traduzioni (per quanto riguarda la parte berbera, messicana e giapponese) e sono inserite interviste dirette con i protagonisti, le comparse e gli attori designati e scelti tra la popolazione del luogo (questo accade in particolare per il villaggio berbero nel caso dei ragazzi protagonisti e della loro famiglia, come della famiglia della guida e dei soccorritori dei coniugi americani).
    Attenzione anche alle interpretazioni suggerite

    ed ai messaggi che si intende lanciare con il film, presenti attraverso il commento diretto di Alejandro Inarritu (regista) e di Gael Garcia Bernal (per la parte messicana) .

    Buoni i sottotitoli in lingua italiana che rendono fruibile ad ogni tipo di pubblico tanto il film quanto i contenuti del Making of.

    Il commento del regista Gozales Inarritu al suo film traccia le coordinate per la sua piena comprensione e per riflettere sulle tante tematiche sottese e che danno luogo ad una serie di interessanti interpretazioni via via che scorrono i commenti in diretta e di pari passo con le riprese.
    È il regista che porta per mano lo spettatore e lo guida alla comprensione più profonda del film - documento proposto.
    Particolare attenzione è data al commento logistico e della scelta delle location, unito alle problematiche delle differenti culture che, nel film come nella diretta, divengono uno dei punti

    nodali.
    All’interno dell’ampia parentesi culturale che questo making of traccia, assume particolare rilievo quello della musica in uno scambio tra la cultura berbera, americana e messicana.
    (Premio Oscar per Miglior Colonna Sonora).
    Il regista ci tiene a farsi portavoce e tramite, narratore e protagonista con questo contributo che si colloca a metà fra film a sè stante e intervista aperta in cui storie di destini di persone legate da rapporti inaspettati e di lontananze che poi avvicinano, si avvicinano e vanno oltre le barriere delle civiltà.
    Perché tutti siamo uguali quando la necessità è comunicare.
    La nostra Babele visiva, psicologica, corporea e linguistica quotidiana viene presentata sul set diretto delle riprese dalla viva voce del regista e dei protagonisti, tecnici, comparse e attori.
    Una guida verso ed attraverso storie fatte di sentimenti profondi che vengono allo scoperto, quando il solo grido è “aiuto” e l’unica via è farlo uscire, quando incomprensione si trasforma in dialogo

    e il sentimento sfocia in quei semplici gesti che ci si teneva dentro da troppo, troppo tempo.
    Inarritu parla di Babel come di “un film che parte con le differenze, ma che alla fine unisce e si presta a molteplici interpretazioni”.
    Culture diverse, persone diverse, paesi diversi e lingue che si innestano in una storia unica e densa di significati.
    Babele come lingue che non sono conosciute, come il linguaggio di una ragazza sordomuta che abita in Giappone, come la lingua berbera del paesino sperduto in Marocco, come quello che una coppia vorrebbe dire ma non esce dalle labbra.
    Babele come i grattacieli e le luci delle discoteche di Tokyo, come le città gremite in cui una ragazza passa inosservata mentre cammina sul marciapiede, come quei suoni che lei non può sentire, come il turbine delle pastiglie drogate.
    Babele come spirito di evasione dal quotidiano e desiderio di esprimere quell’urlo che

    batte dentro al cuore ma che non viene fuori, un dolore profondo represso e la fuga.
    Da se stessi, dalla realtà, lo stesso spirito che porta una coppia di americani in Marocco, la ricerca del senso, del dolore che li divide e li ammutolisce.
    Babele come frontiere di Stato ed ambasciate, come vincoli di tempo e spazio che appendono la vita a un filo o a un elicottero, ad un ambulanza che non arriva mai, come la burocrazia, o come il deserto, immenso nel silenzio.
    Eppure il deserto sembra non avere confini, ha un significato particolare nelle riprese e nelle scelte di regia, mescolare tutte insieme le culture, fare da ponte tra il Marocco e il territorio americano di San Diego, mescolare polvere a polvere e lo stesso vento che spira.
    E che cambia.
    Una Babele di sentimenti vissuti talvolta nella confusione, talvolta nel silenzio, mondi divisi che un evento fortuito e drammaticamente vero

    unisce; un fatto che mette in subbuglio la vita quotidiana di un’adolescente in cerca di se stessa, di un evento che irrompe in un villaggio marocchino e si scontra con la vita e con la morte.
    Il sentimento intenso che ognuno dei protagonisti vive in prima persona durante le riprese e che questo making of svela come un film dentro il film.
    Dalla ragnatela di sentimenti ancora aggrovigliati nella trama, si dipana lentamente un filo che conduce lo spettatore, lo guida dentro ai cuori e le realtà e mostra la diversità, i bisogni, le speranze e gli uomini, in una sorta di caccia all’anima nel vivere quotidiano.
    E ci si accorge di come le barriere non siano le lingue o le culture, ma solo pregiudizio e opportunismo.
    Il pullman, con a bordo i gitanti americani terrorizzati all’idea di attentati, parte lasciando la donna ferita al villaggio berbero, la distanza tra americani

    e messicani è ancora forte e la frontiera diventa un crocevia di terrore e diffidenza, storie vere narrate dal regista.
    E nel deserto dei destini incrociati passano insieme tragedia e speranza e nasce quel dialogo che pareva morto per sempre.
    Il momento per comprendere gli errori e la verità e per lasciare libero campo ai sentimenti, con lo sguardo al passato e lasciandolo fluire ora che le barriere sono cadute, in un dolore che unisce e rende tutti uguali.
    C’è chi fugge con il pullman e si tira indietro davanti alla necessità ed al bisogno e non vuole vedere né sapere, e chi si stringe attorno ai coniugi americani.
    Quella gente del villaggio che neanche li conosce e che non parla la stessa lingua.
    Una trama che parte divisa, ma che unisce, oltre la lingua e i deserti dell’anima.
    E un making of che quasi è un film dentro il film, in cui tematica per tematica invita alla spiegazione ed alla riflessione.
    Quanto il film, e in un concetto strettissimo di contatto ed integrazione ad esso, il making of è un ricco contenuto speciale che permette un automatico e sensibile coinvolgimento emotivo, attraverso la scelta di tematiche forti ma non esasperate, spiegate una ad una e condotte tramite una narrazione regolare, fortemente sentimentale e per questo fortemente incisiva.
    Strumento insieme di guida, riflessione e denuncia, vale l’acquisto del dvd anche solo per questo splendido ed intenso contributo.

    Voto al DVD: *****/5 e menzione di lode

    Commenti del regista

    A proposito della coppia americana in crisi (Richard/Brad Pitt e Susan/Cate Blanchett):
    Dall’esterno, sembrano una coppia che si è persa nel deserto, mentre in realtà sono una coppia perduta che si ritrova nella solitudine.

    A proposito del racconto della bambinaia messicana che riassume i problemi dell’emigrazione:
    Per me, che negli US sono un emigrante, raccontare una storia sul confine non è stata una scelta, ma un imperativo morale”.

    E riguardo alla realtà della ragazza sordomuta a Tokyo:
    Quando toccare o essere toccato dalle parole non è un’opzione, allora il corpo diventa uno strumento, un’arma o un invito”.

    Il messaggio e il senso del film:
    Credo che le lingue possano paragonarsi a un miraggio che ci svia e ci confonde. Possono farci diffidare di persone che individuiamo come altri. Ma credo anche che non ci sia modo migliore per abbattere le barriere della lingua delle immagini e della musica. Le immagini non hanno bisogno di traduzione, perché stimolano emozioni universali. Il film è la cosa più simile all’Esperanto”.

    Un occhio di riguardo al Messico:
    La società americana ha una serie di pregiudizi sul Messico, così ho voluto mostrare il paese attraverso gli occhi dei bambini, che sono innocenti e vogliono scoprire. Quello che si può giudicare sporco, eccentrico e povero, agli occhi dei bambini può apparire divertente, colorato e diverso”.

    Lavorare con attori non professionisti:
    "Lavorare con persone che non sono attori è stata una grande sfida, ma ha reso tutto più realistico. Quando abbiamo iniziato il casting, ho capito che gli attori marocchini non apparivano affatto gente del deserto. La loro pelle era troppo morbida, erano troppo ben messi. E allora il dipartimento del casting, formato da due francesi e un collaboratore messicano, ha scelto falegnami, programmatori di computer, semplici proprietari di negozi...".

    A proposito del personaggio Santiago:
    "...il carattere complicato di Santiago... rappresenta un certo tipo di uomo messicano, che è amabile, amichevole e entusiasta, ma che, quando beve, diventa irresponsabile e pieno di risentimento. 'Definisce anche quello che alcuni messicani che attraversano il confine ogni giorno sentono per le autorità americane. La rabbia improvvisa di Santiago non dipende da quella notte o dal fatto che è ubriaco, ma da anni di umiliazioni e risentimento".

    Gli ostacoli della comunicazione hanno riguardato lo stesso regista:
    "Fortunatamente in Marocco ho avuto la collaborazione di Hiam Habbas, una persona che mi ha aiutato a costruire un legame emotivo con gli attori non professionisti arabi. Senza di lei, non ci sarei mai riuscito. Lo stesso vale per Mariko e rieko in Giappone. Mariko, che traduceva il linguaggio dei segni, mi ha permesso di comunicare con i membri sordi del cast e, insieme, abbiamo colmato il gap. Rieko, la mia traduttrice di giapponese, ha fatto in modo che la mia voce fosse ascoltata e capita, il che, date le circostanze, non era un compito facile".

    Altre voci dal set:

    Il direttore della fotografia RODRIGO PRIETO:
    "Volevamo rappresentare visivamente i percorsi emotivi dei personaggi attraverso l'uso di diversi materiali di repertorio e format. Sapevamo che sottili differenze tra la qualità delle immagini di ogni storia, come la grana della pellicola, la saturazione del colore, potevano accentuare l'esperienza di essere in posti diversi geograficamente e emotivamente. poi abbiamo unito in digitale i diversi format degli obiettivi usati in negativo, esattamente come tutte le culture e le lingue di questo film si combinano insieme".

    Il direttore delle musiche e compositore GUSTAVO SANTAOLALLA:
    "'Babel' è il mio terzo film con Alejandro González Iñárritu. Con 'Amores Perros' e '21 Grammi' abbiamo sviluppato un linguaggio musicale particolare che ci aiuta a entrare in relazione con l'essenza umanistica, viscerale e profonda del film. La sfida di 'Babel', le cui quattro storie si svolgono in luoghi molto diversi del mondo, era trovare un suono, uno strumento guida che unisse tutti i personaggi e i luoghi conservando un'identità senza sembrare la musica dei documentari del National Geographic. Io ho trovato uno strumento arabo chiamato oud, antenato della chitarra spagnola e del koto giapponese".

    Links:

    • Alejandro González Iñárritu (Regista)

    • Cate Blanchett

    • Brad Pitt

    • Michael Peña

    • Rinko Kikuchi

    • Elle Fanning

    • LA BELLA E LA BESTIA - INTERVISTA al regista CHRISTOPHE GANS (Interviste)

    • LA BELLA E LA BESTIA - INTERVISTA all'attore VINCENT CASSEL (Interviste)

    • LA BELLA E LA BESTIA - INTERVISTA all'attrice LÉA SEYDOUX (Interviste)

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