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    Roma, Centro Sperimentale di Cinematografia - DAL 7 GENNAIO A ROMA IL CINEMA TREVI RIPRENDE LA SUA REGOLARE PROGRAMMAZIONE CON 'BERNARDO BERTOLUCCI, PRIMA E DOPO LA RIVOLUZIONE

    Il 13 gennaio in programma: 'Dinamogrammi Carioca. 3 film di Julio Bressane (À rebours)'; il 14 gennaio 'La famiglia dal Novecento ai giorni nostri tra cinema e psicoanalisi'; Domenica 15 gennaio riprende e si conclude la RETROSPETTIVA su BERNARDO BERTOLUCCI

    04/01/2012 - Roma, 4 Gennaio 2012 - Dopo un anno di stop forzato, il Cinema Trevi riapre nel segno di BERNARDO BERTOLUCCI con una RETROSPETTIVA COMPLETA delle sue opere proprio nel momento in cui il regista, impegnato sul set del nuovo film, sta spostando ulteriormente i confini della sua filmografia. Quindi cinema del passato che si intreccia con il presente ed è già nel futuro, nello spirito della Cineteca Nazionale, chiamata ad accendere riflessioni retroattive con lo sguardo però ben piantato sui nuovi orizzonti della visione. Per riannodare i fili che ci legano allo spettatore ideale, che BERTOLUCCI così prefigurò: «Uno spettatore molto passivo che riuscisse a trovare nell’ora e quarantacinque minuti di una proiezione lo spazio per dormire almeno dieci minuti e durante questi dieci minuti sognare, vincendo così la propria passività». A questo spettatore capace di alternare visioni e sogni, proponiamo le nostre (re)visioni cinematografiche, ripartendo dal regista italiano che più ha sperimentato sul crinale del tempo. Prima e dopo un’ipotetica rivoluzione, che segna uno spartiacque fra sogni e disincanto, furori giovanili e analisi post(ume).

    Si può tracciare una linea d’ombra e collocare al di qua e al di là i film di BERTOLUCCI e, all’interno dello stesso film, dividere le sequenze: prima e dopo lo schiaffo del padre al figlio ne La luna, lo sparo di Ultimo tango a Parigi, la scoperta della verità ne La strategia del ragno, l’omicidio ne Il conformista, prima e dopo un evento decisivo che ridefinisce un ordine, sovvertendo il precedente, ma solo apparentemente, perché «il passato non muore, non è neppure mai passato» (Faulkner). Il fantasma del passato aleggia in tutto il cinema di BERTOLUCCI imponendo, sempre, un rendez-vous con se stessi, e in questa persistenza del tempo risuona, imponente, il battito della Storia: come per magia il privato diventa pubblico, il microcosmo, spesso provinciale, ricostruito fedelmente dal regista, assurge a centro dell’universo. Uno spettatore, sicuramente ideale, MARTIN SCORSESE, ha ricordato così la presentazione di Prima della rivoluzione al New York Film Festival nel 1964: «Sono lì seduto al buio e guardo. Che cosa vedo? Vedo una composizione in bianco e nero che non avevo mai visto prima, mi sento preso da un senso di entusiasmo. Succede qualcosa tra me e le immagini che non ha niente a che fare con la mia possibilità, a quel tempo, di capire il film. […] Forse capisco poco, ma anche se non capisco non importa, perché misteriosamente il senso si ricompone in modo poetico». Quelle immagini superavano le barriere geografiche unendo, idealmente, due giovani (BERTOLUCCI classe 1941, a 23 anni aveva già diretto due film!, SCORSESE, classe 1942), uniti dalla medesima cinefilia, di cui offriamo un’ulteriore testimonianza prolungando l’omaggio a BERTOLUCCI con un ricordo di un suo caro amico, cinefilo alle estreme conseguenze, Enzo Ungari. E con Ungari ricordiamo Gianni Amico, Kim Arcalli, Pierre Clementi, Maria Schneider (alla quale è dedicato un ulteriore omaggio, a fine mese), le presenze-assenze di un cinema orfano di padre, fino alla riconciliazione finale de La luna, ma sempre alla ricerca di fratelli, anch’essi ideali. Tutti sognatori: THE DREAMERS.

    BERTOLUCCI ha sempre parlato un linguaggio universale, il linguaggio del cinema, e questo gli ha permesso di dialogare con il mondo, eppure il suo paese, il suo piccolo mondo antico, reale o immaginario, lo ha sempre stimolato, facendo di lui il più internazionale dei registi italiani, il più italiano dei (grandi) registi internazionali.

    Si ringraziano Mediaset per la proiezione in dvd de La commare secca e Archivio Nazionale Cinema d’Impresa/CSC per le proiezioni de Il canale e La via del petrolio.

    sabato 7

    ore 17.00

    La commare secca (1962)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto: Pier Paolo Pasolini; sceneggiatura: P.P. Pasolini, Sergio Citti, B. Bertolucci; fotografia: Gianni Narzisi; scenografia e costumi: Adriana Spadaro; musica: Piero Piccioni; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Francesco Ruiu, Gabriella Giorgielli, Giancarlo De Rosa, Marisa Solinas, Vincenzo Ciccora, Lorenza Benedetti; origine: Italia; produzione: Compagnia Cinematografica Cervi, Cineriz; durata: 89’

    Sul greto del Tevere viene ritrovato il cadavere di una prostituta. Il sottobosco della microcriminalità romana viene passato al vaglio degli inquirenti in un susseguirsi di bugie e piste false. «La Commare secca, lo sapevo già prima di iniziare a girarlo, sarebbe stato giudicato un film pasoliniano: eppure io credo, anche a distanza di tanti anni, che la tensione che tiene unito il film è uno sforzo stilistico di differenziazione da Pasolini. In questo è pasoliniano: in quanto proprio il suo contrario. In fondo io avevo fatto Accattone, avevo visto Pasolini lavorare […] e volevo mettermi davanti a quello stesso mondo sottoproletario per verificare se era possibile guardarlo con un’ottica diversa» (Bertolucci). «Io credo che mentre la mia idea estetica è un’idea di un mondo frontale, massiccio, romanico, chiaroscurale, a tutto tondo, statuario, invece l’idea di Bertolucci è un’idea più elegante, moderna, cioè un’idea impressionistica, poiché i pittori che sono alla radice sono gli impressionisti francesi, e il cinema francese anche» (Pasolini).

    Proiezione in dvd per gentile concessione di Mediaset - Ingresso gratuito

    ore 18.45

    Il canale (1966)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto e sceneggiatura: B. Bertolucci; voce narrante: Riccardo Cucciolla; fotografia: Ugo Piccone; musica: Egisto Macchi; montaggio: Roberto Perpignani; origine Italia; produzione: Corona Cinematografica, Rai; durata: 11’

    Realizzato durante le riprese della seconda parte de La via del petrolio, Il canale racconta la vita nel canale di Suez e il contrasto tra le tradizioni e il progresso portato dal petrolio. Cucciolla legge una poesia di Rimbaud.

    a seguire

    La via del petrolio (1967)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto, sceneggiatura e testo: B. Bertolucci; consulenza: Alberto Ronchey; voci: Nino Castelnuovo, Mario Feliciani, Giulio Bosetti, Nino Dal Fabbro, Riccardo Cucciolla; fotografia: Ugo Piccone, Luis Saldanha, Giorgio Pelloni, Maurizio Salvadori; musica: Egisto Macchi; montaggio: Roberto Perpignani; origine: Italia; produzione: Patara Film per Eni, Rai; durata: 140’

    Documentario industriale commissionato dall’Eni e trasmesso dalla Rai all’inizio del 1967. Suddiviso in tre parti, Le origini, Il viaggio, Attraverso l’Europa, Bertolucci film il percorso del petrolio dall’estrazione in Persia al porto di Genova e da lì alle raffinerie in Baviera, mescolando realtà e finzione. «Credo che il cinema sia sempre documentaristico, e cioè che sia sempre in qualche modo cinema-verità, ma poi faccio il cinema-verità alla maniera hollywoodiana, un cinema-verità sempre camuffato, travestito. Ne La via del petrolio ho fatto invece direttamente del documentario, del reportage, e quando ci ripenso oggi penso che sia un film molto raté (ma non l’ho più rivisto da allora). Certo che quando l’ho fatto cercavo in ogni modo di allontanarmi dal documentario, mi interessava ad esempio il côté pionieristico dei perforatori, o il côté anarco-individualista dei piloti degli elicotteri: cercavo di proporre una certa tensione narrativa» (Bertolucci).

    a seguire

    La salute è malata (1971)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto e sceneggiatura: B. Bertolucci; fotografia: Renato Tafuri; montaggio: Franco Arcalli; origine: Italia; produzione: Unitelefilm; durata: 33’

    Documentario d’inchiesta che spazia tra la borgata Gordiani, dove fu girato Accattone, una sezione romana del Pci e l’ospedale San Camillo per sottolineare i mali del sistema sanitario. Fu proiettato sulle facciate dei palazzi romani, da un proiettore fissato sul tetto di una macchina, durante le elezioni del 1971. «La cosa più importante […] è che era la prima volta in Italia che una cinepresa entrava in un ospedale. Tutto fu possibile solo grazie alla collaborazione di alcuni sindacalisti e documentò le condizioni incredibili e disastrose che c’erano nei nostri ospedali, dove i ricoverati dovevano dormire nei corridoi o addirittura nei bagni. Dopo un’oretta di lavoro la direzione del San Camillo ci mise tutti alla porta» (Bertolucci). Altro titolo, emblematico: I poveri muoiono prima.

    ore 22.00

    Prima della rivoluzione (1964)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto e sceneggiatura: B. Bertolucci; collaborazione alla sceneggiatura: Gianni Amico; fotografia: Aldo Scavarda; musica: Gino Paoli, Ennio Morricone; montaggio: Roberto Perpignani; interpreti: Adriana Asti, Francesco Barilli, Allen Midgette, Cristina Pariset, Cecrope Barilli, Gianni Amico; origine: Italia; produzione: Iride Cinematografica; durata: 111’

    Il giovane Fabrizio, rampollo di un’agiata famiglia parmigiana, rinuncia a sposare la fidanzata per seguire le sue convinzioni politiche e dopo la morte del suo amico Agostino si lega sentimentalmente a una giovane zia. La sua spinta rivoluzionaria a poco a poco si spegne. «È importante guardare in faccia la propria ambiguità e cercare di superarla. Sono ambiguo perché sono un borghese, come Fabrizio nel film, e io faccio dei film per allontanare dei pericoli, delle paure che ho, paura della debolezza, della viltà. Perché io esco da una borghesia terribile perché è astutissima, perché ha previsto tutto e perché accoglie a braccia aperte il realismo e il comunismo. E questo liberalismo è evidentemente la maschera della sua essenziale ipocrisia» (Bertolucci). Da segnalare la presenza di Morando Morandini nel ruolo di Cesare.

    domenica 8

    ore 17.00

    Agonia (ep. di Amore e rabbia, 1969)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto: da un’idea di Puccio Pucci, Piero Badalassi; sceneggiatura: B. Bertolucci; fotografia: Ugo Piccone; scenografia: Lorenzo Tornabuoni; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Roberto Perpignani; interpreti: Julian Beck, Living Theatre, Milena Vukotic, Giulio Cesare Castello, Adriano Aprà, Fernaldo Di Giammatteo; origine: Italia/Francia; produzione: Castoro Film, Anouchka Film; durata: 28’

    Film a episodi che rilegge in chiave moderna il Vangelo. Gli altri episodi sono diretti da Lizzani, Pasolini, Godard e Bellocchio, mentre l’episodio di Zurlini divenne un film a se stante (Seduto alla sua destra). Bertolucci inscena l’agonia di un uomo malato, prossimo alla morte, al quale misteriose creature risvegliano dubbi sulla sua vita. «La perfezione dell’improvvisazione collettiva, in un notevole crescendo, dalla meditazione solitaria di Julian Beck sul suo letto funereo all’apparizione crudamente tangibile, poi al brulicare aggressivo dei suoi “fantasmi”, rimorsi e viltà, offre la visione solida e del tutto credibile di una realtà onirica; l’impressione potente di un svolgimento “in tempo reale”: il tempo, appunto, di un’agonia» (Jacques Aumont).

    a seguire

    Partner (1968)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto e sceneggiatura: B. Bertolucci, Gianni Amico, ispirato a Il sosia di Fëdor Dostoevskij; fotografia: Ugo Piccone; scenografia: Francesco Tullio Altan; costumi: Nicoletta Sivieri; musica: Ennio Morricone; montaggio: Roberto Perpignani; interpreti: Pierre Clementi, Tina Aumont, Stefania Sandrelli, Sergio Tofano, Giulio Cesare Castello, Antonio Maestri; origine: Italia; produzione: Red Film; durata: 108’

    Giacobbe, un giovane professore che insegna teatro all’Accademia d’arte drammatica, incontra il suo doppio, che inizia a sostituirsi a lui per compiere azioni che non aveva mai avuto il coraggio di fare. «È un film malato, come sono malati molti dei film fatti nella seconda metà degli anni ’60 e nei primissimi anni ’70. Nessuno di noi, credo, aveva raggiunto un rapporto sereno con il proprio inconscio, allora» (Bertolucci). «Non è solo un film tecnicamente e stilisticamente nuovo, ma è addirittura un nuovo modo di fare il cinema. Un cinema che non coinvolge sentimentalmente lo spettatore, ma lo obbliga ad essere giudice: un cinema privato della sua forza di attrazione, ma pieno di una misteriosa e provocatoria forza di espulsione» (Pasolini). Brevi apparizioni di molti giovani registi teatrali e cinematografici (presenti o futuri): Giancarlo Nanni, Alessandro Cane, Giampaolo Capovilla, Umberto Silva, Salvatore Samperi, David Grieco.

    ore 19.15

    Il conformista (1970)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto: dal romanzo omonimo di Alberto Moravia; sceneggiatura: B. Bertolucci, Franco Arcalli; fotografia: Vittorio Storaro; scenografia: Ferdinando Scarfiotti; costumi: Gitt Magrini; musica: Géorges Delerue; montaggio: Franco Arcalli; interpreti: Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda, Pierre Clémenti, Gastone Moschin, José Quaglio; origine: Italia/Germania/Francia; produzione: Mars Film, Marianne Productions, Maran Film; durata: 112’

    Il professor Marcello Clerici viene incaricato dalla polizia segreta fascista di eliminare a Parigi, dove deve recarsi in viaggio di nozze, il suo ex professore di filosofia, Quadri. Si invaghisce della moglie di Quadri e questo rende più difficile e tormentata la sua missione… «Il conformista è un film sul passato; io non ho conosciuto gli anni ’30, quindi l’unica memoria che ne ho viene da tutto il cinema di quell’epoca: Renoir, Sternberg, Ophüls, ecc.» (Bertolucci). «Ha preso il partito di suggerire i sommovimenti dell’epoca attraverso piccoli atti quotidiani, così come ha scelto un’angolatura da feuilleton cinematografico anni ’30 per stigmatizzare i suoi sicari da operetta. Ma, d’un tratto, la sua voce si incrina. Le notazioni vanno crescendo fino al doppio assassinio nella foresta, scena atroce dove il fascismo appare a viso scoperto. Così si trovano riuniti nella stessa condanna un regime e uno stile di vita: il fascismo e la spensierata società che ne ha fatto da precursore» (Gilles Jacob).

    ore 21.15

    Ultimo tango a Parigi (1972)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto: B. Bertolucci; sceneggiatura: B. Bertolucci, Franco Arcalli; fotografia: Vittorio Storaro; scenografia: Maria Paola Maino, Philippe Turlure; costumi: Gitt Magrini; musica: Gato Barbieri; montaggio: Franco Arcalli; interpreti: Marlon Brando, Maria Schneider, Jean-Pierre Léaud, Massimo Girotti, Maria Michi, Giovanna Galletti; origine: Italia; produzione: P.E.A., Les Productions Artistes Associés; durata: 129’

    Un uomo di mezz’età e una ragazza si incontrano casualmente in un appartamento in affitto, che farà da scenario a travolgente relazione sessuale e, in controluce, umana. «Ero partito per fare un film su una coppia, ma invece ho fatto un film su due solitudini. Esattamente nel momento in cui Maria sorpassa Marlon per strada e si volta a guardarlo, ho compreso che ciascuno dei due era condannato alla solitudine» (Bertolucci). «La prima di Ultimo Tango a Parigi […] ha avuto luogo in chiusura del New York Film Festival, il 14 ottobre 1972. Questa data dovrebbe diventare una pietra miliare nella storia del cinema […]. Questo dev’essere il più potente film erotico mai realizzato, e potrebbe diventare anche il film più liberatorio che ci sia […]. Ho cercato di descrivere l’impatto di un film che ha lasciato in me l’impressione più forte in quasi vent’anni di carriera. Questa è una pellicola di cui la gente continuerà a dibattere, credo, finché esisteranno i film» (Pauline Kael). Un film imperdibile che ha riscritto la storia del cinema (e della censura…).

    lunedì 9

    chiuso

    martedì 10

    ore 17.00

    La strategia del ragno (1970)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto: dal racconto Tema del traditore e dell’eroe di Jorge Luis Borges; sceneggiatura: B. Bertolucci, Eduardo De Gregorio, Marilù Parolini; fotografia: Vittorio Storaro, Franco Di Giacomo; scenografia e costumi: Maria Paola Maino; montaggio: Roberto Perpignani; interpreti: Giulio Brogi, Alida Valli, Pippo Campanini, Franco Giovannelli, Tino Scotti, Alle Midgette; origine: Italia; produzione: Red Film, Rai; durata: 99’

    Athos Magnani arriva a Tara per cercare la verità sulla morte del padre, ucciso dai fascisti nel 1936. «“Tara” è come la parola detta da un bambino che incomincia a parlare; forse è il modo per dire “cara” alla madre. Non a caso questa città è nata dopo 2 o 3 mesi che avevo iniziato l’analisi, nel momento cioè di grandissimo entusiasmo per la scoperta freudiana. […] Non è assolutamente Parma [il film è girato a Sabbioneta]; Tara rappresenta anzi la rinuncia a Parma, forse perché questo bisogno di condannare la cultura paterna, io l’ho sentito in modo particolare, e credo sia presente un po’ in tutti i miei film» (Bertolucci). «L’opera è fra le più suggestive del nuovo cinema italiano, caratterizzata dalla magica ambiguità delle atmosfere e dall’aerea leggerezza della struttura narrativa che fondendo con grande sapienza un corposo realismo padano e surreali contemplazioni crepuscolari, trasmette un’inquietudine onirica profondamente segnata dalla malinconia di non poter conoscere il perché dei comportamenti umani e a non poter sfuggire alla presenza della morte» (Grazzini).

    ore 18.45

    Novecento (1976)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto e sceneggiatura: B. Bertolucci, Franco Arcalli, Giuseppe Bertolucci; fotografia: Vittorio Storaro; scenografia: Gianni Quaranta, Ezio Frigerio; costumi: Gitt Magrini; musica: Ennio Morricone; montaggio: Franco Arcalli; interpreti: Burt Lancaster, Donald Sutherland, Robert De Niro, Gérard Dépardieu, Alida Valli, Sterling Hayden; origine: Italia/Francia; produzione: P.E.A., Les Productions Associées; durata: 315’

    Cinquanta di storia italiana dall’inizio del Novecento alla Liberazione in una corte della Bassa attraverso le vicende parallele di Olmo, figlio di mezzadri, e Alfredo, figlio del padrone e suo successore. «Mentre giravo Novecento tutto cambiava lentamente: il paesaggio, le stagioni, gli attori, la troupe, la mia faccia. La vita andava avanti e il film continuava come se non avesse mai dovuto fermarsi. Dopo un anno di riprese, vivere e filmare erano diventati una cosa sola e io, senza rendermene conto, non desideravo più che il film finisse» (Bertolucci). «Novecento, se non ci inganniamo, prefigura assai bene per Bertolucci un futuro in cui il rigore ideologico non viene meno ma si stempera in un lirismo esistenzialiggiante, il concetto si fa sentimento e quel recupero della cultura nazional-popolare che gli sta a cuore agisce più da lievito poetico che politico. A Cannes qualcuno oggi dice che Bertolucci è l’unico grande erede di Luchino Visconti. Se fosse vero, per qualche aspetto lo avrebbe già superato» (Grazzini).

    mercoledì 11

    ore 17.00

    La luna (1979)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto: B. Bertolucci, Franco Arcalli, Giuseppe Bertolucci; sceneggiatura: B. Bertolucci, G. Bertolucci, Claire People; fotografia: Vittorio Storaro; scenografia: Maria Paola Maino, Gianni Silvestri; costumi: Lina Nerli Taviani, Pino Lancetti; montaggio: Gabriella Cristiani; interpreti: Jill Clayburgh, Matthew Barry, Veronica Lazar, Renato Salvatori, Alida Valli, Laura Betti; origine: Italia; produzione: Fiction; durata: 142’

    Il figlio di un soprano di successo vive una profonda crisi adolescenziale, con conseguente uso di droghe, che l’amore della madre, spinto agli eccessi, non può a colmare. Film chiave nella filmografia di Bertolucci che fa i conti definitivamente con la figura paterna. «Il primo ricordo di mia madre – avevo sui due anni – riguarda me seduto dentro un cestino sulla sua bicicletta e la guardo. […] E improvvisamente vidi la luna nel cielo della sera. E c’era una confusione nella mia mente fra l’immagine della luna e quella del volto di mia madre» (Bertolucci). «Un lieto fine? Può sembrarlo. Un finale da melodramma? Certamente. Non fate caso all’ira degli imbecilli che a Venezia è salita al cielo cercando di sommergere La Luna. È un finale da canto spiegato, come un’onda alta di emozione. Colma un film cui si può rimproverare, forse, un incompleto controllo della materia narrativa. Come in altri film di Bertolucci, è un difetto per eccesso di generosità, fatto di sconfinamenti, fratture, liriche accensioni, sperperi romantici, rimandi simbolici troppo ostentati. Perché dovremmo preferirgli le piccole virtù di tanti altri registi?» (Morandini).

    ore 19.30

    La tragedia di un uomo ridicolo (1981)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto e sceneggiatura: B. Bertolucci; fotografia: Carlo Di Palma; scenografia: Gianni Silvestri; costumi: Lina Nerli Taviani; musica: Ennio Morricone; montaggio: Gabriella Cristiani, con Elvio Sordoni, Fiorella Giovanelli; interpreti: Ugo Tognazzi, Anouk Aimée, Ricky Tognazzi, Laura Morante, Victor Cavallo, Vittorio Caprioli; origine: Italia/Usa; produzione: Fiction cinematografica, The Ladd Co.; durata: 116’

    L’industriale parmense Primo Spaggiari assiste, impotente, al rapimento del figlio Giovanni. Dopo qualche giorno però apprende che suo figlio è morto. Incapace di dare la tragica notizia a sua moglie, decide di far finta di niente. Ma nel frattempo c’è un’indagine parallela dell’antiterrorismo che sospetta della veridicità della morte di Giovanni, essendo questi simpatizzante di certi gruppi radicali. Il sospetto è che Giovanni avrebbe potuto essere complice dei rapitori, al fine di colpire il proprio padre padrone. «Nel suo primo montaggio il film durava 3 ore e 15’ […]; poi è diventato di 2 ore e 40’; adesso è di un’ora e 55’. In una di queste versioni, seguivamo [Tognazzi] mentre tornava a casa per prendere lo champagne; attraversava la strada e veniva investito da un camion. L’autista si fermava, scendeva dal camion per vedere che cosa era rimasto di Ugo, ma non c’era alcun cadavere; allora l’autista, assolutamente terrorizzato, risaliva sul camion e si dava alla fuga. A questo punto ritrovavamo [Ugo] in ufficio, che finiva di sognare – “Aaah!” –, prima di svegliarsi del tutto! Era un altro finale. I miei film, di solito li lascio andare da soli, ma qui ho pensato che dopo la sequenza della balera, dove l’emozione era così forte con la resurrezione di Giovanni, non c’era più bisogno di proseguire» (Bertolucci). «[La tragedia di un uomo ridicolo] comunica, e con parecchia forza, e se comunica disagio e malessere, se pone domande e non offre risposte, questa, per il film, non è una colpa. Nel caso specifico, e secondo me, un merito» (Valmarana).

    ore 21.30

    Il tè nel deserto (1990)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto: dal romanzo di Paul Bowles; sceneggiatura: B. Bertolucci e Mark Peploe; fotografia: Vittorio Storaro; scenografia: Gianni Silvestri, con la collaborazione iniziale di Ferdinando Scarfiotti, Andrew Sanders; costumi: James Acheson, con Frank Gardiner; musica: Ryuichi Sakamoto, Richard Horowitz; montaggio: Gabriella Cristiani, con Elvio Sordoni; interpreti: John Malkovich, Debra Winger, Campbell Scott, Jill Bennett, Timothy Spall, Paul Bowles; origine: Inghilterra/Italia/Usa; produzione: Sahara Ltd Co., Tao Film, The Aldrich Group; durata: 132’

    «Port e Kit si amano, ma sanno che non riusciranno più ad essere felici insieme. Amarsi senza felicità… L’amore come ricatto che unisce due persone per sempre, nella consapevole assenza della felicità. Due persone si amano, si adorano, ma sono infelici. Non riescono a vivere l’amore in quanto amore, ma soltanto come qualcosa di orribilmente conflittuale e di molto triste. Il loro viaggio attraverso il deserto, per cercare di ricostruire un rapporto che si è frantumato in mille pezzi, è parallelo al viaggio che fanno dentro se stessi per ricostruire le proprie identità perse nella osmosi coniugale, nel continuo rispecchiarsi uno nell’altro. Oggi, se mi guardo intorno, vedo molte, tante persone così…» (Bertolucci). «Ci sono film memorabili per il loro stile. Altri lo sono per la pienezza del sentimento di cui il loro stile si anima. Il tè nel deserto è uno di questi. Non solo è il più bel film di Bertolucci, ma anche uno dei più commossi e struggenti di tutta la storia del cinema» (Siciliano).

    giovedì 12

    ore 17.00

    L’ultimo imperatore (1987)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto: dall’autobiografia di Aisin Gioro Pu Yi, Da imperatore a cittadino; sceneggiatura: B. Bertolucci, Mark Peploe, con la collaborazione iniziale di Enzo Ungari; fotografia: Vittorio Storaro; scenografia: Ferdinando Scarfiotti, con Gianni Silvestri, Giovanni Giovagnoni, Maria Teresa Barbasso; costumi: James Acheson, Ugo Pericoli (divise); musica: David Byrne, Ryuichi Sakamoto, Su cong; montaggio: Gabriella Cristiani con Elvio Sordoni; interpreti: John Lone, Joan Chen, Peter O’Toole, Wu Jun Mei, Ying Ruocheng, Victor Wong; origine: Inghilterra/Cina/Italia; durata: 162’

    «Nel 1908, il piccolo principe Pu Yi è designato a salire sul trono del Drago all’età di solo 3 anni… Quando avviene la rivoluzione del 1911, la Cina diventa una repubblica; tocca all’ex Figlio del Cielo, privo ormai di ogni potere, rimanere confinato con la sua corte nella gabbia dorata della Città proibita, prima di esserne espulso nel 1924 da un generale ribelle. […] Il successo planetario de L’ultimo imperatore farà di questo finto kolossal hollywoodiano – in realtà una superproduzione indipendente europea condotta dall’inglese Jeremy Thomas, che si rifà altrettanto alla tradizione dell’Aida verdiana o della Turandot di Puccini – l’evento che contribuì a legare nuovamente l’antico “Impero di mezzo” al resto del mondo, come aprirà pure la strada del cinema cinese ai maggiori festival internazionali» (Fabien S. Gerard). «L’idea dell’arte come bene collettivo (ma anche come creatività collettiva) e l’indifferenza di fronte all’individuo-artista sono state le più difficili da accettare tra tutte le diversità cinesi e la domanda che mi pongo nelle mie quasi quotidiane visite al set in cui gireremo per le prime dieci settimane di riprese è sempre la stessa, ossessiva: qual è il segreto della Città Proibita?» (Bertolucci). «Con il coraggio che ci vuole, Bertolucci si affaccia sulle profondità dell’inconscio e cerca di raccontare le sue emozioni esistenziali. Insomma, nonostante i rischi che comporta la formula del kolossal d’autore, il Nostro sembra tornato sulla via maestra: L’ultimo imperatore è l’opera di un cineasta pienamente maturo, pronto per chissà quante altre imprevedibili avventure» (Kezich).

    ore 20.30

    Piccolo Buddha (1993)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto: B. Bertolucci; sceneggiatura: B. Bertolucci, Rudy Wurlitzer, Mark Peploe; fotografia: Vittorio Storaro; scenografia e costumi: James Acheson; musica: Ryuichi Sakamoto; montaggio: Pietro Scalia; interpreti: Ying Ruocheng, Bridget Fonda, Chris Isaak, Alex Wiesendanger, Sogyal Rinpoche, Jigme Kunzang; origine: Gran Bretagna/Francia; produzione: Sahara Ltd Co., Ciby 2000; durata: 141’

    Un bambino di Seattle viene individuato da un gruppo di religiosi tibetani quale possibile reincarnazione del Venerabile Lama Dorje, deceduto otto anni prima in esilio in America. Inizialmente reticente, il padre del bambino accetta l’invito del vecchio Norbu di accompagnare suo figlio nell’Himalaya. «Mi sono chiesto più volte: io dove sto se l’Occidente insegna la paura della morte e se l’Oriente vive la reincarnazione come la condanna a ritornare nel ciclo infernale di nascite e morti, ri-nascite e ri-morti, […] tranne per quei pochi che riescono a raggiungere l’illuminazione e il nirvana? Ebbene, […] penso di avere trovato un piccolo posto proprio sullo spartiacque tra queste due posizioni e di aver imparato a credere nell’idea dolce di reincarnazione intesa come pensiero che rimane, che muta, che viene raccolto e trasmesso da altri» (Bertolucci). «La ragione che fa di Piccolo Buddha un evento […] dal punto di vista della tecnologia cinematografica è questa: siamo di fronte al primo film di grande rilevanza dai tempi di Lawrence d’Arabia, girato su una pellicola a 70mm, una pellicola il cui formato consente dei risultati di definizione e nitidezza dei dettagli, spettacolarità dell’insieme di gran lunga superiori al tradizionale CinemaScope a 35mm» (Storaro). «Dopo trent’anni passati a fare film appassionatamente scettici, Bertolucci ha firmato qui un’opera della più sofisticata semplicità. Il suo trionfo sta nel farci vedere il mondo del Buddhismo attraverso i suoi occhi. Risplende come innocenza reincarnata» (Richard Corliss).

    venerdì 13

    Dinamogrammi Carioca. 3 film di Julio Bressane (À rebours)

    Il cinema di Julio Bressane è un cinema esplosivo. Un condensato di istanze, di istinti, di saperi, la cui potenza (dynamis) fa deflagrare la lettera (gràmma) in un matrimonio profano e barbaro officiato dalle immagini e dai suoni che nel rito del cinema celebrano il dislimite (e l’allucinazione) dell’atto del conoscere (che Bressane stesso detourna in un concetto forse più preciso: «noomanzia - suggestioni intuizioni che parlano della saggezza, dell’intelligenza, della conoscenza, dell’osservazione metodica e sperimentale. La forma sensibile come segno di una realtà invisibile. CINEMANZIA)».

    I suoi film più recenti testimoniano con inedito rigore (e rinnovata sregolatezza) il processo di mise en abîme di alcuni snodi chiave della cultura occidentale, il suo traslarsi attraverso la lingua, il suo scriversi anagrammatico, sincopato, balbettante, il suo contaminarsi. Sao Jeronimo e Cleòpatra sono in questo senso (insieme a Sermoes) il vertice di una ricerca genealogica unica nel suo genere. In un percorso rosselliniano (assecondando l’ordine cronologico della Storia) a ritroso, proponiamo una calata (tra le molte possibili) nelle profondità del lavoro di scavo e scoperta di Bressane, nell’arte dinamogrammatica di questo grande flaneur tropicalista, a partire da quella sorta di autoritratto ovale (e capolavoro sconosciuto) che è A erva do rato.

    In «nonostante milano», foglio-rivista di “anonimi glossatori della vita alienata”, troviamo una felice consonanza bressaniana (via Aby Warburg): «L’arte dinamogrammatica, degno complemento all’indagine genealogica, ci invita a una ulteriore acrobazia: scrivere del presente né all’indicativo né al condizionale, bensì al potenziale (dire il possibile che agguata negli interstizi del dato); in un tono che non sia descrittivo (appiattendosi su quel che c’è) né normativo (pontificando di quel che dovrebbe essere), bensì allusivo, lasciando affiorare sulla superficie del vissuto le tensioni irrisolte che lo innervano segretamente. Perché ogni immagine, ogni oggetto storico – e dunque ogni gesto, nostro o altrui – cela in sé “uno stato di tensione massima ma non polarizzata”: è solo il contatto con il “tempo di ora” a produrre la ionizzazione. A trasformare la dynamis in dinamite».

    Programma a cura di Fulvio Baglivi e Donatello Fumarola

    ore 17.00

    A Erva do Rato (L’erba del topo, 2008)

    Regia: Julio Bressane; soggetto: liberamente tratto dai racconti A Causa Secreta e Um Esqueleto di Machado de Assis; sceneggiatura: J. Bressane, Rosa Dias; fotografia: Walter Carvalho; scenografia: Jorge de Tharso; musica: Guilherme Vaz; montaggio: Rodrigo Lima; interpreti: Alessandra Negrini, Selton Mello; origine: Brasile; produzione: TB Produções, Republica Pureza Filmes; durata: 80’

    «Ribrezzo del topo e convivio con uno scheletro, sono due engrammi che sopravvivono, l’uno all’ombra dell’altro, in alcune righe di A Causa Secreta e Um Esqueleto, due racconti di Machado de Assis, notevolissimo scrittore brasiliano. A Erva do Rato è stato creato dentro queste due linee durature, marcanti. Lo stile machadiano, di taglio locale e planetario, doppia, sdoppia, sconvolge la trama, invade compartimenti, salta muri, economizza nella lingua un cosmo, scalfisce un’immagine pellicolare… Tangaracà, acacia selvatica sensibile, che gli antichi portoghesi chiamavano “erba del topo”, è veleno e antidoto, indigeno, preistorico. Dinamogramma di un mondo nascosto, ma pulsante, sublime sonnambulismo fisico, parafisico, fantasma di lunga durata… Sul tappeto multicolore qualcosa resta, nello spessore delle ossa qualcosa rimane…» (Bressane).

    Versione originale con i sottotitoli in italiano

    ore 18.30

    Sao Jeronimo (San Girolamo, 1999)

    Regia: Julio Bressane; soggetto e sceneggiatura: J. Bressane; fotografia: José Tadeu Ribeiro; scenografia: Rosa Dias; costumi: Maria Aparecida Gavaldao; musica: Fabio Tagliaferri; montaggio: Virginia Flores; interpreti: Everaldo Pontes, Hamilton Vaz Pereira, Helena Ignez, Bia Nunes, Silvia Buarque, Balduino Lellis; origine: Brasile; produzione: TB Produçoes; durata: 78’

    «Lo sfondo della vita di JRNM è la caduta dell’Impero romano. È la fine di un mondo, JRNM incarna il momento in cui si imponeva il saccheggio del meglio di un mondo che si stava chiudendo. La questione è questa. Creare una nuova parola in una lingua trasformata. Creare una nuova mentalità. Trasformare, adattare, contrabbandare alcune gemme del passato (greco-latino) nel nuovo mondo (cristiano) inevitabile e emergente. Il fatto di portare avanti questa impresa per l’umanità e lontano da essa, nel deserto, è ciò che stupisce e affascina. Questa epopea del testo, del deserto, di quell’uomo in lotta, questo è cinema. E le sue creazioni verbali, metafore, profusione di immagini, improvvisazioni: cinema. Un commentatore di JRNM, Maurice Testard, pensa che le tre biografie scritte da JRNM sui monaci del deserto – Malco, Ilarione e Paolo – siano così fantasiose e suggestive da sembrare un misto di western e Walt Disney… e qui siamo già nel film. Un film che mescoli Intolerance di Griffith, il deserto di John Ford, Greed di Stroheim e il Vangelo secondo Matteo di Pasolini. Scelgo alcune pagine tra i molti libri, in una prosa divisa per capitoli, sequenza per sequenza, quadro per quadro, presento questo incredibile segno: Girolamo» (Bressane).

    Versione originale con i sottotitoli in italiano

    ore 20.00

    Incontro con Julio Bressane, Simona Fina, Enrico Ghezzi, Roberto Turigliatto

    a seguire

    Cleopatra (2007)

    Regia: Julio Bressane; sceneggiatura: J. Bressane; fotografia: Walter Carvalho; scenografia: Moa Batsow; costumi: Ellen Millet; musica: Guilherme Vaz; montaggio: Rodrigo Lima; interpreti: Alessandra Negrini, Miguel Falabella, Bruno Garcia, Josie Antello, Karine Carvalho, Adriana Oliveira; origine: Brasile; produzione: Grupo Novo de Cinema e TV Ltda, Filmes de Rio de Janeiro; durata: 116’

    «Questo piccolo film tratto da un grande tema, il tema della tirannia, è la leggenda di Cleopatra dalla prospettiva della lingua portoghese. Immagine forgiata nell’immaginario della lingua, la cui forza risiede nella sua lirica. Lirica, tragica, musicale, immersione della passione nella ragione, meticciato intellettuale, incrocio di culture… ecco Cleopatra!» (Bressane).

    Versione originale con i sottotitoli in italiano - Ingresso gratuito

    sabato 14

    La famiglia dal Novecento ai giorni nostri tra cinema e psicoanalisi

    Cinema e psicoanalisi hanno diversi punti in comune: nati e sviluppatisi nello stesso periodo storico, hanno continuato ad influenzare, con la propria ricerca, la cultura e l’arte da versanti diversi. Anche se il cinema non ha un presupposto terapeutico, alcuni aspetti della sua indagine hanno, tra l’altro, la capacità di stimolare e mettere in luce talune dinamiche psichiche , nascoste alla coscienza dello spettatore, in questo avvicinandosi alla ricerca ed alla pratica psicoanalitica. I film hanno, d’altronde, modalità espressive affini a quelle dei sogni e dell’immaginario, utilizzando quel registro iconico che la Psicoanalisi indaga quale livello fondamentale per la simbolizzazione psichica e la pensabilità. Partendo da un incontro fecondo d’interessi la Società Psicoanalitica Italiana e il Centro Sperimentale di Cinematografia hanno da alcuni anni avviato delle iniziative comuni, tra cui il ciclo “Cinema/Psicoanalisi” , articolato con delle proiezioni mensili al cinema Trevi. Dopo che negli scorsi anni si è messo l’accento sulla figura del padre ed alcuni aspetti del femminile, nel 2012 sarà il tema della famiglia al centro delle proiezioni e dei dibattiti. Le vicissitudini e le dinamiche familiari hanno da sempre interessato e investito le riflessioni non solo psicoanalitiche, ma anche sociologiche, storiche ed antropologiche. La ricerca psicoanalitica, nel suo studio a fini terapeutici dei livelli profondi della psiche, ha focalizzato nell’evoluzione dei rapporti familiari la matrice di molti disturbi mentali (basti ricordare, a tale proposito, la centralità del triangolo edipico), da qui l’interesse e il progetto di un ciclo di proiezioni che copra un periodo che va dalla fase tra le due guerre fino ai nostri giorni, capace di mettere l’accento sull’evoluzione ed i cambiamenti della e nella famiglia, aldilà di talune dinamiche che ne costituiscono il nucleo fondante. Verranno proiettati film dei più importanti registi italiani che hanno contribuito ad approfondire nel tempo il tema della famiglia. Parteciperanno agli incontri, introdotti e coordinati da Fabio Castriota, Presidente del Centro Psicoanalitico di Roma, diversi registi, critici e psicoanalisti della Società Psicoanalitica Italiana.

    ore 17.00

    Gli indifferenti (1964)

    Regia: Francesco Maselli; soggetto: dal romanzo omonimo di Alberto Moravia; sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, F. Maselli; fotografia: Gianni Di Venanzo; scenografia: Luigi Scaccianoce; costumi: Marcel Escoffier; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Claudia Cardinale, Rod Steiger, Shelley Winters, Tomas Milian, Paulette Goddard, Consalvo Dell’Arti; origine: Italia/Francia; produzione: Vides Cinematografica, Lux Film, Ultra Film, Compagnie Cinématographique de France; durata: 115’

    «Anche quelli che non apprezzano Moravia riconoscono che nel 1929, quando si impose con Gli indifferenti, egli scrisse il suo romanzo più valido e, per quei tempi, più nuovo. Gli schemi narrativi, infatti, li aveva presi dalla vecchia letteratura – la famiglia in sfacelo, la madre anziana con l’amante ricco, il figlio orgoglioso e dolente, la figlia che, quasi per convenienza, sposa l’amante della madre – ma li aveva rivestiti di un clima esistenzialistico ante litteram, di un senso di impotenza di fronte al marcio della vita, di una nauseata indifferenza di fronte al crollo di tutti gli antichi valori, e questo aveva conferito loro una innegabile modernità, trasformando, oltre a tutto, ogni personaggio nel ritratto preciso di un’epoca e di una società. […] Maselli, convinto nell’universalità dei temi del romanzo e credendo che potessero essere trattati anche al di fuori dell’epoca in cui erano sorti, ha volutamente sfocato attorno ad essi la cornice degli Anni Trenta (pur accettandone fogge e costumi) e ha guardato a quei personaggi, quasi sempre in primo piano, come se fossero di oggi, con angustie, nausee, angosce, noie, facilmente riferibili a quelle di cui soffrono i contemporanei; senza accorgersi, invece, che quelle sofferenze non solo erano tipiche di quegli anni, ma che il modo con cui Moravia le aveva espresse era preso in prestito dalla vecchia letteratura» (Rondi).

    ore 19.00

    Storia di ragazzi e di ragazze (1989)

    Regia: Pupi Avati; soggetto e sceneggiatura: P. Avati; fotografia: Pasquale Rachini; scenografia: Daria Ganassini, Giovanna Zighetti; costumi: Graziella Virgili; musica: Riz Ortolani; montaggio: Amedeo Salfa; interpreti: Lucrezia Lante Della Rovere, Davide Bechini, Felice Andreasi, Massimo Bonetti, Alessandro Haber, Mattia Sbragia; origine: Italia; produzione: Duea Film, Unione Cinematografica, Rai; durata: 99’

    «Un lungo pranzo rurale di febbraio celebra il fidanzamento tra una ragazza di campagna divenuta dattilografa e un ragazzo di città, mette a confronto la famiglia contadino-operaia di lei e la famiglia medio borghese di lui con i loro conflitti e segreti. Il film corale di Pupi Avati, interpretato benissimo da “ventisei protagonisti”, girato in bianco e nero, ambientato nel 1936 fascista, omaggio al ricordo del fidanzamento dei genitori del regista, diretto con felice maestria, sentimento intenso, delicatezza e umorismo, è davvero bello» (Tornabuoni). «Il fascino della grande tavolata contadina è un archetipo che al cinema ha sempre funzionato. Non ho inventato niente. Mi interessava invece quello che accade intorno a quella tavolata, e che ho cercato di raccontare con una miscela, propria del mio modo di fare cinema, credo, di comico, drammatico e struggente» (Avati).

    ore 20.45

    Incontro moderato da Fabio Castriota con Pupi Avati e Italo Moscati

    a seguire

    Amarcord (1973)

    Regia: Federico Fellini; soggetto e sceneggiatura: F. Fellini, Tonino Guerra da un’idea di F. Fellini; fotografia: Giuseppe Rotunno; scenografia e costumi: Danilo Donati; musica: Nino Rota; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Bruno Zanin, Pupella Maggio, Armando Brancia, Ciccio Ingrassia, Magali Noël, Alvaro Vitali; origine: Italia/Francia; produzione: F. C. Produzioni, P.E.C.F.; durata: 127’

    L’adolescenza di Titta in un immaginario paese della Romagna, che evoca la Rimini felliniana, fra un padre antifascista, la madre bigotta, uno zio fascista, l’altro in manicomio, i compagni di scuola, la tabaccaia, Gradisca… «Quasi tutto Amarcord è danza macabra su un ilare sfondo e palio dei buffi fra quinte sinistre, con pause di assorto rapimento e amare discese agli inferi dove l’infanzia, quell’infanzia, alimenta le nostre nevrosi, la vocazione al patetico e al rissoso. Emozione e fantasia, invenzione d’artista e padronanza assoluta del mestiere si danno la mano in uno spettacolo senza ombra di intellettualismo dove nulla è vero, perché tutto è ricostruito (anche il mare), e tuttavia la realtà, portata al limite del tripudio onirico, ha come non mai peso e spessore, abitata da attrazioni e ripulse, attese e spaventi, che sono il tessuto della vita e il suo controcampo elegiaco. [...] Federico Fellini ha detto con Amarcord, sull’Italia degli anni fascisti, forse più e meglio di tanti storici di professione. Dobbiamo essere grati al suo talento» (Grazzini).

    Ingresso gratuito

    domenica 15

    ore 17.00

    Io ballo da sola (1996)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto: B. Bertolucci; sceneggiatura: Susan Minot, B. Bertolucci; fotografia: Darius Khondji; scenografia: Gianni Silvestri; costumi: Louise Stjernsward; musica: Richard Hartley; montaggio: Pietro Scalia; interpreti: Liv Tyler, Sinead Cusak, Jeremy Irons, Jean Marais, Rachel Weisz, Stefania Sandrelli; origine: Italia/Francia/Gran Bretagna; produzione: Recorded Pictures Company, UGC Images; durata: 118’

    Dopo il suicidio della madre, la diciannovenne Lucy (Liv Tyler) arriva da New York per trascorrere l’estate in Toscana, presso i Grayson, una coppia di vecchi amici dei suoi: lo scultore Ian Greyson (Donald McCann) e la moglie Diana (Sinead Cusak). Durante la permanenza Lucy scoprirà chi è il suo vero padre e perderà la verginità con un ragazzo (Ignazio Olivia) che la ama. «Credo che sia la saggezza del personaggio di Lucy, sia la leggerezza del tocco arrivino dal mio ultimo film. Sono stati i buddhisti a farmi capire i mali dell’ego ipertrofico che affligge la nostra società. […] In Io ballo da sola mi sembra di esserci senza mai esibire il mio io attraverso acrobazie arbitrarie della mdp. […] Ma c’è dell’altro: c’è un mio viaggiare all’indietro, per dimenticare quel che ho fatto e identificarmi in un personaggio giovanissimo; c’è un mio ritorno alle radici, […] persino a Ultimo tango, dove Marlon Brando era una figura paterna […]. C’è un’armonia ritrovata, che credevo dispersa» (Bertolucci). «È ammirevole l’uso eloquente degli spazi nella villa, con la presenza incombente, invadente delle grandi sculture rosse di Matthew Spender che oppongono la loro mole e il loro stile di arte primitiva d’Africa o d’Oceania alla sofisticazione estenuata dei personaggi. È molto interessante l’uso del colore nella fotografia di Darius Khondji: toni dolci per il meraviglioso paesaggio toscano, e per i personaggi colori puri, di violenza espressiva antinaturalistica. Soprattutto colpisce l’assenza di dramma, anche negli episodi e gli scontri più aspri, tutto avviene con grande serenità, senza cinismi e senza gravi conseguenze, nel fluire pacato d’una naturalezza esistenziale» (Tornabuoni).

    ore 19.00

    L’assedio (1998)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto e sceneggiatura: B. Bertolucci, Clare People, dal racconto The Siege di James Lasdun; fotografia: Fabio Cianchetti; scenografia: Gianni Silvestri; costumi: Metka Kosak; musica: Alessio Vlad; montaggio: Jacopo Quadri; interpreti: David Thewlis, Thandie Newton, Claudio Santamaria, John C. Ojwang, Massimo De Rossi, Cyril Nri; origine: Italia/Gran Bretagna; produzione: Navert, Fiction Film, Mediaset, BBC Television Centre; durata: 94’

    «A Roma, in una casa in piazza di Spagna, un eccentrico musicista inglese (Thewlis) ospita Shandurai (Newton), studentessa africana che lavora per lui come domestica: per dimostrarle il suo goffo amore venderà i mobili della casa e pagherà così la liberazione del marito, incarcerato in Africa per le sue idee liberali. Sceneggiato dal regista con la moglie Clare People […], una riflessione sull’amore che passa – come sempre nel cinefilo Bertolucci – attraverso l’amore per il cinema. Il rigore del racconto si veste così di uno stile altrettanto rigoroso, nel quale i continui movimenti di macchina e le invenzioni visive […] dimostrano come il cinema sappia ancora narrare in maniera nuova una storia in fondo scontata, e in cui proprio la ricchezza visiva favorisce nuovi spessori interpretativi (la storia di un amore “impossibile” si colora di letture evangeliche, psicoanalitiche)» (Mereghetti). «L’assedio è un film percorso dai brividi di piacere e di paura di qualcuno che per due anni si è interrogato molto su dove sta andando il cinema. Non che io sia arrivato a delle conclusioni, però avverto profondamente un […] cambiamento storico, epocale, della stessa portata o almeno simile al passaggio dal muto al sonoro o dal bianco e nero al colore» (Bertolucci).

    ore 20.45

    The Dreamers - I sognatori (2003)

    Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto: dal romanzo The Holy Innocents di Gilbert Adair; sceneggiatura: B. Bertolucci, G. Adair; fotografia: Fabio Cianchetti; scenografia: Jean Rabasse; costumi: Louise Stjernsward; montaggio: Jacopo Quadri; interpreti: Louis Garrel, Eva Green, Michael Pitt, Robin Renucci, Anna Chancellor, Jean-Pierre Léaud; origine: Italia/Francia/Gran Bretagna; produzione: Peninsula Films, Fiction Films, Medusa Films, Recorded Pictures Company; durata: 130’

    Nella Parigi del 1968 alla Cinémathèque, il giovane americano Matthew (Michael Pitt) conosce Isabella (Eva Green) e suo fratello Théo (Louis Garrel). Si rinchiudono in casa, in assenza dei genitori, lanciandosi in esplorazioni sessuali sempre più torbide sennonché la realtà fuori (il maggio parigino) li induce a scendere in strada e a prendere posizione. «Noi dicevamo spesso che avremmo voluto dare una macchina da presa a chiunque. Io lo penso ancora, così ognuno potrebbe raccontare il proprio, di Sessantotto. Forse chi ha vissuto [quel periodo lo] ha trovato diverso rispetto alla propria esperienza, oppure è rimasto imbarazzato della nostalgia. Il film è diretto più ai giovanissimi, che allora non c’erano. Vorrei avere una macchina del tempo per poterli condurre in quell’epoca» (Bertolucci). «L’amore per il cinema, citato e mimato anche nei momenti più drammatici (il tentato suicidio alla “Mouchette”) non è un vano gioco erudito, ma una dolente confessione: il film di cui credevamo di essere solo spettatori, è la storia della nostra vita» (Carabba).

    LA REDAZIONE

    Nota: Si ringrazia Susanna Zirizzotti (Ufficio Stampa Centro Sperimentale di Cinematografia).


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