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    Roma, Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale - ECCENTRICO ITALIANO: IL CINEMA SECONDO ADRIANO CELENTANO

    Sabato 31 ottobre il CINEMA TREVI (*) inaugura un nuovo ciclo di rassegne dedicate al cinema italiano più visionario, folle e indefinibile. Si comincia con ADRIANO CELENTANO

    28/10/2009 - (*) CINEMA TREVI (Vicolo del Puttarello 25, Fontana di Trevi, Roma - tel. 06.6781206)

    Come per (In)visibile italiano, si cercherà di far riemergere dal buio opere ingiustamente misconosciute, ingiustamente dimenticate, a volte frettolosamente giudicate con pregiudizi ormai datati. Ma ancor più ECCENTRICO ITALIANO cercherà di essere trasversale superando la vetusta barriera tra cinema d’autore e cinema di genere. Filtro selettivo per questo nuovo appuntamento è la natura eccentrica, visionaria, sperimentale dell’opera, che pone spesso lo spettatore di fronte a una riflessione che non trova risposta. Si è deciso di cominciare proprio con ADRIANO CELENTANO tra i personaggi eccentrici più celebri e che nei film da lui scritti, diretti e montati ha dato prova di una visione gioiosamente folle del cinema, che coniuga volentieri l’avanguardia insieme allo sberleffo, la comicità surreale con le estasi mistiche (il cine-monstrum megalomane Joan Lui - Ma un giorno nel paese arrivo io di lunedì, il bizzarro Geppo il folle), l’autobiografismo delirante con visioni pop degne di un Tinto Brass (Yuppi du). A proposito di quest’ultimo film la versione è quella originale e non quella recentemente ritoccata dal molleggiato.

    PROGRAMMA di SABATO 31 OTTOBRE:

    ore 16.45
    Joan Lui - Ma un giorno nel paese arrivo io di lunedì
    (1985)

    Regia: Adriano Celentano; soggetto e sceneggiatura: A. Celentano; fotografia: Alfio Contini; scenografia: Lorenzo Baraldi; costumi: Elena Mannini; musica: Pinuccio Pirazzoli, Ronald Jackson; montaggio: A. Celentano; interpreti: A. Celentano, Claudia Mori, Marthe Keller, Federica Moro, Edwin Marian, Gianfabio Bosco; origine: Italia/Germania Occidentale; produzione: C.G. Silver Film, Alexandra Film, Extra Filmproduktion; durata: 146’

    «Trash-cult-kolossal e totale disastro per Adriano Celentano, piccolo Kubrick dell’impresa alla sua ultima opera da regista. Un film sul ritorno di Cristo, interpretato da Celentano stesso, ai giorni nostri. [...] Celentano voleva fare Joan Lui da anni, ma i Cecchi Gori prendevano tempo. [...] Già in fase di riprese scoppia l’inferno. Le decine di ballerine e ballerini chiamati dall’America per il primo musical italiano stanno settimane senza far nulla a Roma e pesano sul budget. Il Maestro non riesce a controllare il proprio film, che deve essere in sala in tutta Italia il 25 dicembre, giorno della nascita del vero Lui. Per abbreviare i tempi di montaggio i produttori, alla fine, tolgono di mano i rulli del premontato a Celentano e li fanno stampare in stabilimenti diversi. Tre elicotteri e quattro aerei portano in tutta Italia le pizze del film a poche ore dal primo spettacolo. Joan Lui esce in una versione di quasi tre ore [...]. È un disastro, i critici ci sguazzano, il pubblico fugge. Celentano chiede in tutti i modi di poter rimontare il film. I Cecchi Gori hanno preparato una versione più corta, due ore circa, a insaputa del Maestro e stanno già facendo il cambiamento delle pizze in sala. [...] Scoperta la sòla grazie a una soffiata di un fan, Celentano chiede il sequestro immediato del film e dieci miliardi di danni ai Cecchi Gori per avergli rovinato l’opera d’arte e la reputazione. [...] Grazie all’interesse di Felice Laudadio è stato riproposto a Milano nell’agosto 1996 in edizione integrale. Forse era davvero un capolavoro» (Giusti).

    ore 19.30
    Geppo il folle
    (1978)

    Regia: Adriano Celentano; soggetto e sceneggiatura: A. Celentano; fotografia: Alfio Contini; scenografia: Enrico Tovaglieri; costumi: Elena Mannini; musica: A. Celentano, Anthony Rutheford Mimms; montaggio: A. Celentano; interpreti: A. Celentano, Claudia Mori, Miki Del Prete, Jennifer [Chantal Benoit], Pietro Brambilla, Marco Columbro; origine: Italia; produzione: Clan Celentano Produzioni Musicali e Cinematografiche; durata: 115’

    «È un gran peccato che in Italia siano stati aboliti i titoli nobiliari: Adriano Celentano sarebbe almeno baronetto come i Beatles, e a furore di popolo. Riesce infatti difficile prevedere che il pubblico, soprattutto giovanile e d’udito forte, non faccia festa a questo film matto come il protagonista, con cui lo stesso Celentano s’identifica, e dove antichi e recenti modelli di cinema (dal film-rivista al disco-musical), fusi con umoristica sciatteria, concorrono nella frenesia del rock a uno spettacolo, assolutamente intollerabile ai dispeptici, che rompe la monotonia di quelli solitamente inflittici dagli italiani sugli schermi. Nessuno dice che Geppo il folle è un capo d’opera. Si dice soltanto, e non è affatto poco a questi scuri di luna, che talvolta è un tale delirio di immagini e frastuoni da elettrizzare anche i nonnini. D’un autosarcasmo che compensa l’irritazione per l’esibizionismo di Celentano, e tanto scombiccherato da rispecchiare allegramente la nostra schizofrenia. Chi è Geppo? Un cantante milanese spavaldo e megalomane, che si considera il più forte del mondo, pari soltanto a Barbra Streisand, adorato dalle folle e servito come un re. Appunto volendo andare in America a cantare con la Streisand, prende lezioni d’inglese da una Gilda che per ora lo smusa e lo sfotte, a differenza di quante, appena lo vedono, svengono d’amore. Ma Gilda non è la sola a non lasciarsi incantare [...]. Il filo vago del racconto, e l’eventuale autocritica cui Celentano si abbandona giocando col proprio mito [...], sono meno interessanti della struttura dissociata del film, di quel cocktail di goliardia, scemenza e talento che evoca un surrealismo da balera ma anche certe memorie del cinema d’avanguardia (una mucca in salotto, una caffettiera semovente...). Cui corrisponde uno stile – persino il montaggio è molleggiato – che sublima il pasticcio nell’estasi manicomiale, con zoommate a ritmo di musica, obiettivi deformanti, inquadrature sbilenche» (Grazzini).

    ore 21.30
    Yuppi Du
    (1974)

    Regia: Adriano Celentano; soggetto: Alberto Silvestri; sceneggiatura: A. Celentano, Micky Del Prete, A. Silvestri; scenografia: Giantito Burchiellaro; costumi: Elena Mannini; musica: A. Celentano; montaggio: A. Celentano; interpreti: A. Celentano, Claudia Mori, Charlotte Rampling, Lino Toffolo, Gino Santercole, Memo Dittongo; origine: Italia; produzione: Clan Celentano Films; durata: 132’

    «Adriano Celentano, divo della canzone, è da oggi un autore di cinema. Sono forse il primo a stupirsene, ma è così. È un autore “serio”, da accogliere con soddisfazione, senza troppe riserve, Yuppi Du lo laurea, lo consacra. Non è un film perfetto, intendiamoci, ma è un film ricco, composito, estroso, con un senso felicissimo dello spettacolo, sia musicale sia teatrale; e con molte intuizioni cinematografiche, linguistiche, tecniche. Sovrabbondante di riferimenti e di citazioni, se vogliamo, ma anche personale, specie nella misura in cui il ricordo di altri autori e di altri generi si sposa con la concezione unitaria di una “rappresentazione” che, nonostante la varietà di ispirazioni, diventa spettacolo a sé. Cosa è Yuppi Du? Il primo musical della storia del cinema italiano? Anche, ma sarebbe troppo facile ridurlo a questo. Certo, qua e là si canta e si balla, ma di sfondo, quando all’improvviso l’azione finisce in palcoscenico o quando un personaggio vi si inserisce più logicamente con il canto che non con le parole; sono, però, solo momenti, passaggi; il musical, semmai (anzi la musica, quella pop), è l’anima segreta del film, il suo retroterra umano e culturale; da cui scaturiscono la lettera, il tono e il gusto del racconto e, subito dopo, i modi della sua “messa in scena”. Cosa è questo racconto? [...] Un uomo, credendo che la moglie sia morta suicida, ne sposa un’altra. Ma la finta suicida, non volendo più vivere con lui perché era povero, era invece andata via con un ricco; tornata di sfuggita, l’amore fra i due divampa di nuovo [...]. Le pagine migliori? Le nozze di lusso con l’intrusione in chiesa di quella singolare corte dei miracoli alla Bunuel in mezzo alla quale vive il protagonista, il racconto tutto Arrabal della violenza patita da una delle donne del gruppo, la morte dell’operaio nel cantiere, con echi di Brecht, il duetto d’amore fra il protagonista e la prima moglie sulla Torre de Mori in Piazza San Marco che si regge in equilibrio fra il musical americano del’60 e una sua segreta parodia latina; senza dimenticare quella cornice veneziana di sfondo, fatiscente, corrosa, vista insolitamente fra le erbe, i campi, i giardini, ora tutta dal vero (con gli occhi di Tinto Brass), ora con sapore malizioso di palcoscenico, “luogo deputato” per un balletto o una scena madre» (Rondi).

    LA REDAZIONE

    Nota: Si ringrazia Valentina Contessi (Ufficio Stampa Centro Sperimentale di Cinematografia, Roma)


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