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    'SACROSANTI FISCHI A MILANO! FELLINI, LA CRITICA, L’ITALIA e LA DOLCE VITA: 1960-2010' (**)

    Un omaggio al cinema di FEDERICO FELLINI. Tavola rotonda e interventi all’Auditorium San Fedele di Milano, Sabato 3 ottobre 2009, ore 15.00

    29/09/2009 - Proiezione del documentario 'Noi che abbiamo fatto la dolce vita'. Il film ideato da Tullio Kezich, prodotto da Raisat e dalla Fondazione Fellini e realizzato da Gianfranco Mingozzi, è un omaggio a FEDERICO FELLINI, al suo cinema e in particolare a LA DOLCE VITA. Nel film si alternano una serie di interviste e filmati di repertorio riguardanti l’opera che sconvolse l’opinione pubblica di tutto il mondo. Interpreti e collaboratori dell’epoca rievocano il clima vissuto sul set e ricordano aneddoti e suggestioni create in corso d’opera dal Maestro.
    Il documentario è stato presentato in anteprima all’ultimo Festival di Locarno.

    Moderatore e coordinatore dell’incontro: MAURIZIO PORRO; CARLO CHATRIAN, La dolce vita nell’itinerario artistico, umano e spirituale di Fellini; GIOVANNI MAGATTI, Fellini e la critica cattolica; TOMASO SUBINI, Fellini, La dolce vita e il “caso San Fedele”; SIMONE CASAVECCHIA, Fellini negli scritti di Padre Angelo Arpa. (Angelo Arpa, gesuita e filosofo, è noto al grande pubblico per essere stato amico «religioso» di Federico Fellini, con il quale instaurò un dinamico confronto intellettuale nella difesa e nell’analisi della poetica del regista. Sodalizio artistico che approdò nel 1960 alla strenua difesa del film La dolce vita); MAURO APRILE ZANETTI (*), la Natura morta de La dolce vita: lo sguardo di Fellini e di Moranti; ENRICO MENDUNI, Cultura dei media e fotogiornalismo nell’Italia «televisiva» de La dolce vita; MAURIZIO PORRO, conclusioni; Intermezzi musicali su temi di Nino Rota a cura dei maestri PAOLO TOMELLERI (clarinetto) e GAETANO LIGUORI (pianoforte)

    (*) Attraverso un saggio-narrativo interdisciplinare, Mauro Aprile Zanetti rivela “l’esile e monumentale presenza” di una natura morta di Giorgio Morandi. Questo elemento, finora praticamente “ignorato” sia dal grande pubblico, sia dalla critica cinematografica ufficiale, appare all’interno di una delle più complesse e belle sequenze del film: il salotto intellettuale di Steiner.

    Proiezione del film LA DOLCE VITA, ore 20.15


    (**) SACROSANTI FISCHI A MILANO! FELLINI, LA CRITICA, L’ITALIA e LA DOLCE VITA: 1960-2010

    A cinquant’anni dalla sua uscita, a San Fedele si torna a parlare de LA DOLCE VITA. Una polifonia di voci e di punti di vista per tornare a riflettere su quella che pisolini definì “una bellezza spesso sconvolgente, spesso mostruosa, spesso angelica”.

    Allora mi sono ingannato. Il mio film fa male. E dire che ero convinto d’aver fatto un’opera cattolica”. Secondo il racconto di Kezich (T. KEZICH, Federico Fellini, la vita e i film, pag. 206), FELLINI disse queste parole nei giorni in cui il suo film scatenava una sequenza di reazioni emotive e di contrastanti prese di posizione. Dopo un’iniziale esitazione, il pubblico – sospinto e incuriosito dalle polemiche suscitate – affolla le sale cinematografiche, non solo a Roma e Milano ma anche nei centri della provincia. D’altra parte, il film viene fatto oggetto di aspre critiche e di una fiera campagna denigratoria. La critica e l’opinione pubblica si dividono. All’interno della Chiesa, a fronte di una presa di posizione ufficiale decisamente segnata da chiusura e rifiuto, in alcuni ambienti la valutazione è molto positiva. Tra questi, il Centro Culturale San Fedele. Alcuni gesuiti pagheranno duramente la loro pubblica e motivata presa di posizione a favore del film.

    Dotato di una struttura aperta, il film è organizzato in episodi che hanno una loro autonomia narrativa pur proponendosi nell’insieme come un moderno itinerario tra i vizi capitali di un paese segnato dalla superficialità e dall’inautenticità. Marcello, unico protagonista presente in tutti gli episodi, collega tra loro e dà coerenza narrativa ai diversi episodi. Egli finisce per rappresentare emblematicamente la mediocrità borghese con la sua pratica incapacità di decidere e orientare la propria esistenza. L’Italia de La dolce vita è quella dei rotocalchi e delle passerelle, deformata e irreale. Dice Fellini: “Col loro modo di fotografare le feste, con la loro immaginazione estetizzante, i rotocalchi sono stati lo specchio inquietante di una società che si autocelebrava in continuazione, si rappresentava, si premiava; di una nobiltà retrograda che prendeva il Caravelle e si faceva fotografare su Lo Specchio. Una vecchia Italia secentesca e codina che si incrociava con quella dei Nastri d’Argento e sulla quale mi piaceva esercitare una mia propensione a fare sberleffi” (in V. FANTUZZI, Il vero Fellini, 36)

    LA REDAZIONE

    Nota: Si ringrazia lo StudioSottocorno (Milano)


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